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San Marino. La storia e i fatti dietro al PDL per disciplinare l’Inno ufficiale della Repubblica, che diventa istituzionale, come la bandiera e lo stemma. Quindi, simbolo di Stato

Di Angela Venturini.

Ha incuriosito un po’ tutti il dibattitto consiliare sul PDL che intende disciplinare l’Inno della Repubblica.

Tutti sanno che venne composto dallo studioso Federico Consolo nel 1894, data dell’inaugurazione del nuovo Palazzo Pubblico, su richiesta del governo sammarinese. Pochi sanno che a suggerire quel nome fu Giuseppe Verdi, ormai molto anziano, al quale era stata avanzata originariamente la richiesta. Così nacque l’inno, che si cominciò a suonare nelle occasioni ufficiali, ma senza parole. Successe anche che durante alcuni tafferugli in epoca fascista, avvenuti a Santarcangelo durante l’esibizione della Banda, si perse perfino lo spartito, poi fortunosamente ritrovato.

Si continuò a suonare l’inno senza parole fino agli anni ’60 del secolo scorso, quando il Maestro Cesare Franchini Tassini (fondatore della Corale) pensò bene di aggiungerle prendendo pari pari l’ultima parte della famosa Orazione di Giosuè Carducci per l’inaugurazione del Palazzo. Prosa di altissimo livello, indubbiamente, ma senza metrica e senza una struttura coerente allo spartito, perché non era nata con questa funzione. In ogni caso, con le parole un po’ adattate, l’inno cominciò ad essere cantato dalla Corale ed insegnato nelle scuole e così è andati avanti fino ai giorni nostri. O meglio, fino alla legge costituzionale del 2025 che lo ha inserito tra i simboli dello Stato, con la bandiera e lo stemma. A quel punto si è resa necessaria una ricognizione storica per un adattamento alle necessità (e anche alla sensibilità) odierne. Ma soprattutto per andare alla sua istituzionalizzazione.

È stata quindi creata la Commissione per l’Inno, formata da militari e da tecnici, che ha portato avanti il lavoro di studio, di ricerca e di proposta, poi sfociato nella legge che è stata portata in Consiglio, con tanto di relazione esaustiva di ogni passaggio, comprese le motivazioni per le scelte effettuate. La relazione è stata firmata dal presidente della Commissione, il Generale Augusto Gatti. Accanto a lui: il Generale Sebastiano Ciacci, il Maggiore Antonio Zani (che è anche Ispettore della Banda Militare), il Tenente Stefano Gatta (Maestro della Banda Militare), il professor Fausto Giacomini (direttore della Corale), il professor Marco Capicchioni (che è anche compositore e arrangiatore), il Tenente Colonnello Conrad Mularoni nel ruolo di verbalizzante. Nel prosieguo dei lavori, di fronte all’esame del testo, si è considerata la necessità di una persona esperta di lettere e di storia, ragion per cui è stata arruolata la professoressa Meris Monti. I lavori sono sempre stati seguiti da un rappresentante della Segreteria Esteri, nella cui giurisdizione entrano i Corpi Militari Uniformati.

Il risultato finale è che l’inno non ha subito cambiamenti rivoluzionari. Anzi probabilmente non è cambiato affatto. Dal punto di vista musicale sono stati corretti alcuni errori stratificati nel tempo, rispetto alla partitura originale di Consolo, e sono stati fissati dei paletti per evitare ogni abuso. Ma soprattutto si è stabilita una velocità metronomica per la sua esecuzione, che deve essere uguale per tutti, stabilendo fin da ora una versione per orchestra e una per banda.

Riguardo al testo, si è proceduto con la stessa cautela, considerato che è stato cantato per anni. Alcune parti sono state conservate, le tante ripetizioni sono state eliminate e per i pochi cambiamenti apportati si è comunque preso spunto dall’orazione carducciana, quando parla di libertà perpetua e di dono del Santo, con una piccola aggiunta che dimostra l’impegno civile dei cittadini nel difendere sempre la loro libertà. L’unica vera cancellazione ha riguardato il verso “vera gloria d’Italia”, sicuramente inappropriato nell’inno nazionale di un altro Paese. Il tutto mettendo gli accenti al posto giusto e la metrica allineata alla musica.

Infine, è stato deciso anche il titolo: “Terra di Libertà” che rispecchia perfettamente non solo l’inno e le sue parole, ma la stessa natura dello Stato e della sua popolazione.

A questo punto tutto è pronto a far sì che l’Inno, così come la Bandiera e lo Stemma Ufficiale, sia distintivo dell’identità della Repubblica e non può essere deturpato. Un simbolo, appunto. Di qui il suo valore istituzionale. Insomma, una legge che mette a posto le cose e che, proprio per com’è fatta, potrebbe diventare una legge guida, visto che molti altri Paesi non ce l’hanno, Italia compresa.

Ovviamente, nella recente sessione consiliare di aprile, abbiamo assistito solo al passaggio in prima lettura, dove peraltro alcuni Consiglieri hanno già espresso alcune loro valutazioni. Ma l’approfondimento vero e proprio avverrà in sede referente, fors’anche con la presenza dei tecnici che vi hanno lavorato. In questa sede si potranno presentare eventuali emendamenti, prima del passaggio definitivo in seconda lettura.