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San Marino. I CapiFamiglia: il sondaggio UE, più che “inestimabile”, una narrazione già pronta

Il lavoro presentato dalla Università degli Studi della Repubblica di San Marino viene definito “inestimabile”, “indispensabile”, addirittura “corollario epocale”. Parole pesanti, quasi solenni. Ma a ben vedere, sembrano più un tentativo di blindare il risultato che di spiegarlo. Perché quando un’indagine ha davvero valore, non ha bisogno di essere incorniciata con slogan. si difende da sola, con i dati e con la trasparenza.

Qui invece la trasparenza non si vede. Non si conoscono le domande, non si sa come sono state costruite, non è chiaro chi sia stato contattato e con quali criteri. E allora la prima domanda diventa inevitabile, su cosa si basa davvero questo “risultato”?

Si prendono alcune percentuali e le si presenta come fotografia del Paese. Ma basta fermarsi un attimo su quel 42,1% che “non si aspetta effetti” per capire che qualcosa non torna. Non è neutralità, è vuoto. È il segno di una popolazione che, nella migliore delle ipotesi, non ha ricevuto informazioni sufficienti per farsi un’idea. E allora la domanda cambia, è un sondaggio che misura un’opinione, o che registra una mancanza di consapevolezza?

Non solo. Si arriva perfino a sostenere che, sulla base di questi dati, un eventuale referendum sarebbe destinato a concludersi a favore. Una previsione del genere, costruita su informazioni parziali e senza un quadro completo, suona più come un esercizio di divinazione che come analisi. Una sorta di Nostradamus dei poveri, più utile a rafforzare una narrativa che a descrivere la realtà.

E qui emerge un’altra contraddizione difficile da ignorare. Se davvero questo sondaggio fotografa una maggioranza favorevole, se davvero il consenso è così solido come si lascia intendere, allora viene spontanea una domanda, perché tutta questa cautela, se non addirittura resistenza, rispetto a un referendum?

Perché se i numeri fossero così chiari, il passaggio più naturale dovrebbe essere proprio quello di dare la parola ai cittadini. Senza filtri, senza interpretazioni, senza mediazioni. E invece il referendum resta sullo sfondo, evocato ma mai davvero affrontato fino in fondo.

Il punto allora è semplice, o il consenso è forte, e quindi non c’è nulla da temere, oppure non lo è così tanto. E in questo caso, usare sondaggi presentati in modo enfatico diventa più uno strumento per costruire consenso che per misurarlo.

E qui si entra nel punto più scomodo. Chi ha lavorato nei sondaggi lo sa bene, non serve manipolare i dati per ottenere un certo risultato. Basta costruire il percorso nel modo giusto.
Si parte parlando di opportunità, di crescita, di vantaggi. Si usano parole che suonano bene, si evitano quelle che sollevano dubbi. Si fanno domande che accompagnano, una dopo l’altra, verso una certa direzione. Si riduce lo spazio per l’incertezza. E alla fine le risposte arrivano.

È una dinamica sottile, ma reale. Ed è esattamente quella che rende impossibile accontentarsi di numeri presentati senza il loro contesto. Perché senza vedere il questionario, senza conoscere la sequenza delle domande, senza sapere come è stato costruito il campione, non si sta leggendo un dato, si sta leggendo un racconto.

E poi c’è la realtà fuori dai numeri. Una realtà fatta di persone che, semplicemente, non sono mai state contattate. Non uno o due casi isolati, ma intere reti sociali, famiglie, ambienti di lavoro che non hanno alcuna percezione diretta dell’indagine. Non sarà una prova statistica, ma è abbastanza per incrinare la fiducia e porre una domanda semplice, quanto questo campione rappresenta davvero il Paese reale?

A questo punto il sospetto diventa più di un sospetto. Perché il problema non è solo il sondaggio. È il contesto in cui si inserisce. Un contesto in cui, da tempo, si va avanti verso l’accordo di associazione con l’Europa senza che ci sia stato un vero processo di informazione diffusa. Le informazioni arrivano a pezzi, spesso tecniche, raramente spiegate. Il dibattito pubblico è debole, frammentato, poco accessibile.

E dentro questo vuoto, arrivano i sondaggi. Che, guarda caso, finiscono sempre per andare nella direzione giusta. Sempre coerenti con una linea già tracciata. Sempre utili a rafforzare una scelta che sembra già presa da pochi.

A quel punto, parlare di “valore inestimabile” o di “corollario epocale” suona quasi come una forzatura. Perché un lavoro davvero solido non ha bisogno di essere difeso prima ancora di essere discusso.

Qui il punto non è dire che i dati siano falsi. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più serio, quanto sono liberi quei dati? Quanto sono spontanei? Quanto sono davvero il riflesso di un’opinione e non il risultato di un percorso costruito per arrivarci?

Perché se manca la trasparenza, se manca l’informazione, se manca il confronto, allora il rischio è uno solo, che il sondaggio non serva a capire cosa pensano i cittadini, ma a convincerli di cosa dovrebbero pensare.

E a quel punto non siamo più nel campo della ricerca. Siamo nel campo della propaganda.

E quando si arriva lì, il problema non è il sondaggio.

È tutto il resto che c’è intorno.

Alla fine il dubbio resta, si sta cercando di capire cosa pensano i cittadini, o di convincerli?

I CapiFamiglia