San Marino. GDC: L’intelligenza artificiale vuole sostituire l’uomo o è l’uomo che vuole farsi sostituire dall’intelligenza artificiale?
Aprire una notizia online e capire se l’ha scritta una persona è diventato complicato. Il testo scorre, la sintassi è pulita, il pezzo sembra già pronto prima di essere letto. Poi si arriva in fondo e non è rimasto niente, e nessuno risponde di quello che ha scritto. Non ho nulla contro gli strumenti: l’intelligenza artificiale rilegge, ordina, traduce, fa risparmiare tempo. La scelta delle fonti però resta umana, il controllo delle citazioni anche, e il senso delle proporzioni non lo delega nessun software. Quando la macchina scrive il pezzo e la redazione si limita a pubblicarlo, i dieci minuti risparmiati si pagano cari: il lettore smette di fidarsi, e la fiducia si recupera in anni, non in un pomeriggio. San Marino è un Paese piccolo e qui il contesto conta più che altrove. Per questo ci sentiamo di rivolgere una critica: la forma della notizia resta intatta, ma dentro fatichiamo a trovare domande, verifiche, qualcuno che si prenda la responsabilità di una valutazione.
In Europa una regola esiste già.
Dal 2 agosto è operativo l’articolo 50 dell’AI Act: chi pubblica un testo generato da un’IA per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico deve dichiararlo. L’obbligo cade in un caso solo, ed è quello che ci interessa di più: quando il testo è stato rivisto da una persona che se ne assume la responsabilità editoriale. Tradotto: o lo dichiari, o ci metti la faccia. Le sanzioni arrivano a quindici milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale. Da noi non esiste niente di simile. Nessun obbligo, nessuna indicazione alle redazioni, nessuna regola su che cosa un lettore sammarinese ha diritto di sapere sul testo che ha davanti. Quando arriveremo a un quadro normativo nostro, che regoli la materia o recepisca le direttive europee? Su un tema che cambia ogni sei mesi, rimandare a periodi transitori lunghi anni non è una risposta.
Campanelli d’allarme per chi legge
Nell’attesa di una regola, l’unico strumento che resta a chi legge è l’attenzione. Nessuno di questi segnali è una prova, e ognuno può capitare a chi scrive di fretta. Quando compaiono insieme, conviene fermarsi. L’apertura che non contiene notizia, «in un mondo in continua trasformazione», buona per mille articoli diversi: cercate subito un luogo e un fatto verificabile. Le parole gonfie, importante, fondamentale, innovativo, senza un dato che le sostenga. La precisione a metà, «secondo alcuni esperti», senza un nome, un documento o una data a cui risalire. Il ritmo da fotocopia, frasi tutte della stessa lunghezza, da cui non si salva una riga. La prudenza senza firma, ogni questione ridotta a un equilibrio perfetto fra due posizioni: l’equilibrio è una virtù finché non diventa il modo più comodo per non raccontare un conflitto. La chiusa con il fiocco, ottimista e generica, dove l’autore non aveva un pensiero. E il contrasto già confezionato, «questo non è un problema di X, è un problema di Y», che spiana la strada a una conclusione decisa prima. Confrontate l’articolo con le fonti che cita, cercate il documento originale, chiedetevi quanta realtà rimane dopo aver tolto le frasi eleganti. Restiamo alla domanda da cui siamo partiti. Sospettiamo che la seconda ipotesi sia la più vicina al vero, e anche la più comoda. Se deleghiamo alla macchina il compito di pensare, verificare e scegliere le parole, la responsabilità non passa alla macchina: resta a chi la usa e, prima ancora, a chi decide di pubblicare.
C.s. Tommaso Gasperoni, GDC


