“Mani d’oro”, l’operazione della GDF di Ravenna che ha fatto emergere un complesso sistema di frodi, in cui è incappata anche la Giochi del Titano
Si comprendono meglio i contorni della maxi inchiesta della Guardia di Finanza di Ravenna che ha portato, in una sua parte, anche alla vicenda Giochi del Titano, a San Marino. L’operazione “Mani d’oro” ha fatto emergere, secondo gli investigatori, un articolato sistema di somministrazione illecita di manodopera, frodi fiscali e riciclaggio, con sequestri fino a circa 37 milioni di euro e oltre 40 perquisizioni eseguite in nove province.
Nell’ambito della cooperazione giudiziaria con il Tribunale unico della Repubblica di San Marino, è stato disposto il sequestro di circa 7,5 milioni di euro riconducibili ai rapporti finanziari intrattenuti nella Repubblica da uno degli indagati, già condannato per reati tributari. L’uomo, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe giustificato la disponibilità delle risorse finanziarie come vincite al gioco.
Sulla base degli elementi trasmessi dalla magistratura italiana, l’Autorità giudiziaria sammarinese ha avviato accertamenti di propria competenza, disponendo verifiche sulle slot machine e sul comportamento di alcuni dipendenti.
L’indagine condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Ravenna ha preso le mosse dall’attività di numerose società formalmente attive nel settore delle costruzioni meccaniche che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state utilizzate come serbatoi di manodopera per circa mille lavoratori, tra saldatori, carpentieri e manovali d’officina, in gran parte stranieri.
I lavoratori sarebbero stati assunti o licenziati in funzione dei carichi di lavoro delle società effettivamente operative, le uniche, secondo gli investigatori, dotate dei mezzi e dell’organizzazione necessari per eseguire commesse e subappalti. Il sistema avrebbe consentito alle imprese coinvolte di ottenere un risparmio fiscale e di disporre continuativamente di manodopera evitando una serie di obblighi legati ai rapporti di lavoro dipendente e il ricorso alle agenzie autorizzate.
Seguendo le movimentazioni finanziarie, gli investigatori avrebbero quindi individuato un circuito più ampio, con il coinvolgimento di soggetti dediti al riciclaggio dei proventi derivanti dalla somministrazione illecita di personale. Parte delle somme incassate sarebbe stata destinata ai lavoratori, mentre il resto sarebbe confluito nel circuito finanziario individuato dagli inquirenti.
Nelle province di Napoli e Bergamo sarebbero state utilizzate 155 società cartiere per l’emissione di fatture per operazioni inesistenti per circa 130 milioni di euro. Le somme sarebbero state successivamente trasferite attraverso diversi conti bancari e restituite in contanti, con commissioni comprese tra il 14% e il 22%, secondo uno schema riconducibile al cosiddetto “underground banking”.
Il meccanismo avrebbe coinvolto circa 1.200 ulteriori soggetti economici e avrebbe consentito il trasferimento all’estero di oltre 80 milioni di euro in circa due anni. Le società cartiere avrebbero inoltre compensato le imposte attraverso circa 11 milioni di euro di crediti fiscali ritenuti fittizi.
Durante le perquisizioni è stato scoperto anche un vero e proprio “ufficio finanziario”, dotato di server, computer, una macchina conta-banconote, oltre 100 smartphone e centinaia di carte di credito utilizzabili per il ritiro di denaro. Sono stati trovati circa 250 mila euro in contanti, oltre a gioielli e numerosi orologi di lusso, tra cui uno dal valore stimato di circa 100 mila euro. Individuati anche immobili, autovetture e centinaia di conti correnti, il cui saldo complessivo sarà quantificato nei prossimi giorni.
Il provvedimento della Procura di Ravenna ha disposto il sequestro preventivo d’urgenza di liquidità, beni mobili e immobili fino al raggiungimento di circa 37 milioni di euro, ritenuti profitti illeciti derivanti dai reati tributari e dal relativo riciclaggio.
L’attività investigativa, sottolinea la Guardia di Finanza, punta anche a contrastare lo sfruttamento della manodopera e la reintroduzione nell’economia legale di profitti illeciti, attraverso l’aggressione dei patrimoni e delle disponibilità finanziarie riconducibili agli indagati.
Il procedimento penale riguarda allo stato 22 persone fisiche, tra cui due professionisti, ed è nella fase delle indagini preliminari. La presunzione di non colpevolezza impone che le eventuali responsabilità siano definitivamente accertate soltanto con una sentenza irrevocabile di condanna.


