Una società «transgender»: il futuro di San Marino?
don Gabriele Mangiarotti
«Essere transgender è una condizione normale e non è una malattia. Alcune persone transgender (ma non tutte), vivendo una situazione di disagio, decidono di intervenire sul proprio corpo per renderlo più simile a come si sentono con trattamenti ormonali e/o con interventi chirurgici. La condizione per cui una persona presenta un un’identità di genere diversa dal genere assegnato alla nascita si definisce anche incongruenza di genere»: così si legge sul sito infotrans.it.
Mi ha colpito questa definizione, leggendo la locandina che invita la popolazione sammarinese a un incontro pubblico sulla adolescenza, a cui parteciperanno il Presidente dell’Arcigay di Rimini e Gabriel Corbelli, Presidente AICS Comitato Provinciale Rimini. Per capire chi è Gabriel Corbelli ecco quanto riporta Il Resto del Carlino: «La storia di Gabriel: “Ero donna, ora uomo dopo 7 anni di calvario”. Ha ispirato i tesseramenti Alias».
Come dire: se vuoi parlare della adolescenza, questi sono gli esperti che ti possono aiutare, perché vivono una «condizione normale».
Ora capisco perché l’Istanza d’Arengo sul tema del Consenso informato, per le tematiche che riguardano i temi eticamente sensibili, sia stata bocciata anche e soprattutto per la decisione della Segreteria di Stato all’Istruzione, quella che ha dato il proprio patrocinio alla iniziativa in oggetto.
A partire da qui troviamo di fronte a una serie di questioni, di cui forse la più importante riguarda l’identità della nostra realtà sociale.
Forse siamo di fronte alla «condizione per cui una persona presenta un un’identità di genere diversa dal genere assegnato alla nascita», ove possiamo cambiare «persona» con «società» e «nascita» con «la nostra storia bimillenaria».
Questo è solo uno dei tanti aspetti su cui interrogarsi, per capire se la nostra storia è ancora l’espressione della nostra identità o se bisogna accettarne il declino, per trovare un nuovo volto alla Antica Terra della Libertà.
Abbiamo infatti ascoltato tante volte il ritornello per cui finalmente siamo in presenza di quei «nuovi diritti» che considerano diritto l’uccisione di un innocente nel grembo della mamma, mentre sostengono che tra il diritto al cosiddetto testamento biologico e il suicidio assistito ci sia solo un passo breve (tra le righe questo è stato affermato da alcuni commentatori durante la discussione in CGG sul fine-vita). È questo il principio della cosiddetta «finestra di Overton» o, secondo altri, della «rana bollita».
Perché ci sono principi che, se non contestati nella loro irragionevolezza, non si fermano più e conquistano il diritto ad essere praticati ed osservati, pena il passare per «passatisti» o, più semplicemente, «fascisti».
Così si opera la trasformazione «transgender» di una società, che non si riconosce più nel corpo ereditato e che vuole affermare altri principi di convivenza. E qui non importerà più se si tratta di una minoranza. I cosiddetti «diritti civili» sono per loro natura universali, e bisogna farsene una ragione.
Che ne è della famiglia? Non si può più affermare che è una realtà sociale composta da un uomo e da una donna. Qualunque relazione anche tra persone dello stesso sesso pretende di essere tale. Già Umberto Veronesi affermava «La specie umana si va evolvendo verso un “modello unico”, le differenze tra uomo e donna si attenuano […] e gli organi della riproduzione si atrofizzano.
Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l’unica via per procreare, finirà col privare del tutto l’atto sessuale del suo fine riproduttivo.
Il sesso resterà, ma solo come gesto di affetto, dunque non sarà più così importante se sceglieremo di praticarlo con un partner del nostro stesso sesso».
Che ne sarà della paternità e maternità? Già vediamo le resistenze a dare consistenza politica all’Istanza d’Arengo sulla dichiarazione dell’Utero in affitto come reato universale.
E, se «Essere transgender è una condizione normale e non è una malattia», allora possiamo indottrinare, pardon, educare i giovani e i loro genitori con lezioni che, per parlare della adolescenza, sembrano guardare l’essere umano definito dal suo comportamento sessuale (Ah, finalmente terminati gli anni in cui la chiesa faceva pipponi sul sesso!).
E così via. Ma domandiamoci, sarà possibile «conservare» il significato della vita, della famiglia, della società secondo ciò che la nostra storia ci ha insegnato? O dovremo passare da uno stadio di minoranza protetta e in qualche modo tollerata ad una condizione di illegalità, come è stato nei paesi comunisti e come è in paesi dominati da un integralismo islamista?
Per un cambiamento reale e costruttivo ci vogliono uomini e donne coraggiosi, forti e appassionati. Chissà se questo che ci attende sarà il tempo di una riscossa!
Nella foto: Incontro storico tra due bandiere (Immagine da Wikipedia, trasformata con AI)


