Andar per Grand Hotel, il libro di Stefano Pivato
Cosa è il Grand Hotel per Rimini? È un simbolo identitario della sua vocazione turistica, è un monumento testimonianza di uno stile architettonico e di un’epoca, è un mito e un sogno celebrato in Amarcord e amato dal regista Federico Fellini, è anche il simbolo di una mancanza, il Kursaal, costruito in precedenza e funzionale al Grand Hotel, demolito nel dopoguerra, è il luogo dove sono scesi (chissà perché per gli hotel di lusso si usa questo verbo?) illustri personaggi nazionali e internazionali.
Al pari di quello di Rimini, ogni Grand Hotel (anche se non si chiama con questo nome ma è comunque una struttura ricettiva di lusso) non è un semplice albergo. È un non luogo, per dirla con Marc Augè, creato dal processo di modernizzazione e di omologazione della post-modernità.
Andar per Grand Hotel (Il Mulino, 2026) è l’ultimo lavoro dello storico Stefano Pivato, già rettore dell’Università di Urbino e già assessore alla cultura di Rimini, presentato nei giorni scorsi nel giardino del Grand Hotel di Rimini. È l’ultimo lavoro di Pivato dedicato, secondo il suo stile, agli aspetti quotidiani e popolari della storia come il mito dei comunisti che mangiano i bambini, la bicicletta, le colonie estive, lo sport, la leggenda di Bartali, e altri ancora. La trattazione non è mai accademica, ma il rigore storico è accompagnato da un linguaggio che si avvicina a quello giornalistico.
In questo nuovo libro si occupa dei Grand Hotel della penisola, dalle Alpi alla Sicilia, passando dalle due Riviere, la ligure a ovest e l’adriatica a est, presentandoli come il naturale sviluppo dell’esperienza, fra Settecento e Ottocento, del Grand Tour. Mentre in questi ultimi viaggi si cercava bellezza, arte ed emozioni, con i Grand Hotel si apre l’epoca della vacanza; e si cerca il lusso, ambienti stuccati, servizi impeccabili, luoghi distintivi della propria classe sociale.
Pivato presenta i Grand Hotel come un prodotto della modernità: nascono in concomitanza con le Esposizioni Universali; accompagnano lo sviluppo delle ferrovie dove si allestiscono carrozze, vedi Orient Express, arredate su modello Grand Hotel; sono le costruzioni dove si sperimentano per la prima volta moderne tecnologie come l’ascensore o la completa illuminazione elettrica; nelle stuccate e decorate stanze si praticano i principi di una Hotellerie che ha in Svizzera la propria casa madre.
Pivato compie due viaggi per Grand Hotel. Uno segue l’itinerario geografico e tocca tutte le principali mete turistiche, sul mare, sulle Alpi, sui laghi o in città importanti per l’arte e gli affari. L’altro viaggio, invece, è trasversale e ci regala tante informazioni e curiosità su quel mondo dorato d’inizio Novecento: i menu, rigorosamente in francese, la lingua internazionale delle classe aristocratico-borghese che si permette la vacanza a partire da metà Ottocento; il Grand Hotel che contamina la cultura popolare: in Italia è il nome di un settimanale di fotoromanzi, all’estero il titolo di serie televisive, ancora in Italia nel 1976 Patty Pravo canta Grand Hotel, così come l’originale Van der Sfroos nel 2012; i filosofi di sinistra che manifestano il loro disprezzo, da Filippo Turati fino a Walter Benjamin, passando per Georges Lukacs, senza trascurare gli anarchici riminesi che nel 1920 associano avventori di Grand Hotel e Kursaal «agli sfruttatori del sangue proletario»; e altri intermezzi che sono dedicati alla pubblicità, alla letteratura, al cinema e, inevitabilmente al conto. Quanto si pagava la vacanza di lusso in questi esclusivi alberghi? L’esempio di Sanremo è eloquente: negli anni Trenta in uno dei numerosi Grand Hotel della città si pagava dalle 120 alle 160 lire al giorno, ebbene un operaio guadagnava fra le 160 e le 300 lire al mese, quasi un mese di lavoro per dormire una notte fra tappetti, velluti e stucchi.
Pivato ovviamente parla anche di Grand Hotel della Riviera romagnola, a partire da quello di Rimini, includendo anche Cesenatico e Riccione, entrambi costruiti in queste città nei terreni acquisiti dal demanio dell’imprenditore Ceschina. Su Rimini riporta i ricordi felliniani e le note storiche che tutti conosciamo. Forse però non tutti sapevano che l’albergo fu acquistato nel 1958 per la cifra simbolica di una lira da un imprenditore romano. Una lira per un mito.
Valerio Lessi


