Cultura ed Eventi

Presentato il libro di Luca Cesari su Ungaretti (Electa)

Giuseppe Ungaretti è stato il più visivo dei poeti italiani del Novecento. Questo grazie anche alla sua consuetudine con l’arte, con la critica d’arte. Un lato poco conosciuto del maestro dell’Ermetismo, che con la sua parola scavata fino all’osso ha rivoluzionato la scrittura in versi diventando uno degli autori più contagiosi e imitati di sempre, non a caso è ancora oggi il poeta internazionalmente più noto e tradotto. Con il volume Giuseppe Ungaretti.

Pittura cosmopolita. Scritti sull’arte 19101969, a cura di Luca Cesari, Electa ha meritoriamente riunito in un volume organico gli scritti sull’arte dell’autore del Porto sepolto. Quando nel 1912 approda a Parigi da Alessandria d’Egitto, Ungaretti non sa ancora di essere un poeta: la sua intenzione è invece quella di iscriversi all’École du Louvre per diventare uno specialista d’arte. È nella capitale francese che incontra e frequenta artisti come Léger, Gris e Duchamp e poi i giovani Apollinaire e Picasso. La risonanza di questa esperienza nella cultura visiva, ottenuta negli anni precedenti la Prima guerra mondiale, resterà un tratto dominante della visività della poesia ungarettiana. Come i suoi versi brevi, anche le sue prose d’arte mirano a illuminare l’oggetto di cui parlano. “La pittura fa vedere, rendendo più segreto il segreto dell’uomo”, scrive, con la sua parola fulminea, in un intenso testo del 1967 dedicato all’artista Piero Dorazio. Questi scritti si fondano su una critica “diretta” della pittura, la cui unicità dipende dall’aver vissuto in prima persona alcuni momenti cruciali dell’arte del XX secolo. Ad esempio lo scrittore vede nascere L’amante dell’ingegnere di Carrà, debuttare Duchamp, i cubisti e Soutine ai saloni parigini degli anni Dieci, e contribuisce a salvare dalla distruzione i primi quadri metafisici che De Chirico ha lasciato nella sua casa di Parigi partendo volontario in guerra. Frequenta Modigliani e Brancusi, che il poeta conosce nel salotto intellettuale di Louise Ricou, “signora estrosa che amava attorniarsi di persone estrose”, ricorda in una presentazione del rumeno Ioan Mirea. Come scrive Luca Cesari nel bel saggio introduttivo: “Ungaretti punta a un’operazione poetica della critica, i suoi ragionamenti figurativi sono ragionamenti poetici, cioè critici in un’altra direzione, portando luce all’esperienza della lingua poiché entro di essa avvengono i “trapassi di parole tra arti diverse””.

Questo volume (che alterna lettere ad artisti a testi più specificamente critici) può essere letto come “un canzoniere di pitture”. D’altronde per Ungaretti la poesia, come la pittura, è una forma di visione, un’esperienza che unisce l’occhio interiore e quello esteriore. È una vera e propria arte di guardare il mondo, una forma di visione che illumina la percezione del quotidiano e mostra significati nascosti. È in questa prospettiva che il grande poeta trasforma l’osservazione come gesto passivo in un atto creativo, capace di cogliere, anche nei dettagli, l’essenza delle cose, come rivelano questi scritti, ancora oggi vividi e illuminanti.

Corrado Beningni per TuttoLibri