Cinema e Musica

I film vincitori degli Oscar e dove vederli

Academy Awards, meglio noti al grande pubblico come “Oscar” (la storiella è risaputa: pare che una segretaria, vedendo il modellino della statuetta, abbia esclamato “assomiglia tanto a mio zio Oscar”, da cui il nomignolo affibbiato, divenuto vero e proprio marchio di fabbrica e di identificazione – non a caso la diretta televisiva è proprio intitolata “The Oscars”…).

Passata la festa, l’euforia dei vincitori e l’amaro in bocca per chi non è stato premiato – uno su tutti Timothée Chalamet che, nonostante tutti i suoi sforzi interpretativi, encomiabili non c’è che dire, resta sempre a bocca asciutta (del resto lo stesso Leonardo di Caprio è riuscito a stringere in mano l’iconico premio al quinto tentativo per il film “Revenant”), per cui la star di “Marty Supreme” avrà sicuramente altre occasioni, magari cercando di attirarsi maggiori simpatie da parte dell’opinione pubblica, vista la sua infelice uscita su opera e balletto “che non interessano più a nessuno” (anche se la dichiarazione è arrivata ad urne già chiuse per le votazioni dei membri dell’Academy) – c’è ancora più di un’occasione per poter vedere i film premiati, in sala prima di tutto, e anche sulla piattaforma Netflix per un paio di occasioni (oppure in formato DVD o Bluray per quanto riguarda il film di Paul Thomas Anderson e “Sinners”, titolo originale de “I peccatori”, visto che sono già disponibili in tali formati).

Andiamo per ordine: il titolo di punta dell’edizione numero 98 (il centenario della manifestazione è dietro l’angolo…), presentata per la seconda volta da Conan O’Brien, è “Una battaglia dopo l’altra” (disponibile al cinema), libero adattamento del romanzo “Vineland” (uscito in Italia per Rizzoli, magari con la vittoria degli Oscar risulterà più facilmente reperibile in libreria) di Thomas Pynchon, a cura di Paul Thomas Anderson, regista sempre da tenere d’occhio, artefice di opere come “Boogie Nights”, “Magnolia”, “Il petroliere” e “The Master”, sicuramente uno dei più formidabili narratori dell’America di ieri e di oggi a livello cinematografico. Sei premi vinti con i due principali in testa (miglior film e miglior regia), il premio per la miglior sceneggiatura non originale (firmata dallo stesso Anderson), una statuetta come miglior attore non protagonista per Sean Penn (al suo terzo Oscar) nel ruolo di uno spietato ed arrogante militare di stampo suprematista, e ancora il premio per il montaggio e la “prima volta” per il nuovissimo Oscar dedicato alle scelte di casting. Curiosità: “Una battaglia dopo l’altra”, “I peccatori” e anche “Weapons” che si è portato a casa il premio per la migliore attrice non protagonista Amy Madigan (a quarant’anni dalla precedente nomination), sono tutti marchiati come produzione e/o distribuzione Warner Bros (“Weapons” è prodotto da New Line Cinema ma si avvale della distribuzione Warner in Italia) e negli ambienti già si mormora che film come questi la WB non ne farà più vista la prossima acquisizione della storica casa da parte di Paramount. Peccato.

Quattro i premi (miglior attore protagonista Michael B. Jordan in un doppio ruolo “gemellare”, miglior sceneggiatura originale scritta dal regista del film Ryan Coogler, miglior fotografia -per la prima volta nella categoria insignita una donna, Autumn Durald Arkapaw- e miglior colonna sonora creata da Ludwig Göransson, alla sua terza statuetta) per “I peccatori” (al cinema), accattivante mix horror-blues, campione d’incassi negli States (in Italia ce lo siamo filati molto meno, ma sarà per il genere, chissà se ora non abbia un ritorno più eclatante a livello di gradimento e botteghino) e campione di candidature visto che ne aveva ben sedici sulle diciassette disponibili per i lungometraggi.

Un solo Oscar, meritatissimo, per “Hamnet” di Chloé Zhao (che ha già vinto una statuetta per la regia per “Nomadland”) con il trionfo della bravissima Jesse Buckley, impegnata nel dolente ruolo di Agnes, la moglie di Shakespeare (vero nome Anne Hathaway e forse vi ricorda qualcosa…), colpita dal terribile lutto della morte improvvisa del figlio Hamnet per via della peste. La storia è ricavata dal romanzo di Maggie O’ Farrell e il film è da vedere, e non solo per la performance dell’attrice irlandese che è ragazza di grande talento, brava nel genere drammatico e brillante sul versante della commedia e dotata di efficace ugola canora il che la porta ogni tanto a calcare le assi dei palcoscenici teatrali come avvenuto nel 2021 per il revival del musical “Cabaret” dove era affiancata da Eddie Redmayne. La trentaseienne nativa di Killarney ha, tra l’altro, vinto davvero tutto, dato che si è portata a casa, per il suo ruolo in “Hamnet”, il Golden Globe, il BAFTA, il Critics Choice Award e l’Actor Award. Ed ha pure vinto un premio Olivier per la sua Sally Bowles nel “Cabaret” sopra citato…

Atteso il ritorno in sala anche di “Sentimental Value” di Joachim Von Trier, dramma intimo con citazioni bergmaniane, accolto molto bene in Italia e premiato come miglior film internazionale, se lo avete perso recuperatelo perché ne vale proprio la pena.

Dovete invece accendere i vostri supporti televisivi e sintonizzarvi sulla piattaforma Netflix se volete invece dare un’occhiata ad altri due film inseriti nell’elenco dei premiati, purtroppo senza passaggio su grande schermo (se non sporadici in prima battuta, ma solo nelle grandi città…), visto che la politica dissennata della casa contrassegnata dalla “N” rossa non riconosce il valore dell’esperienza collettiva della visione in sala, preferendo una più asettica dimensione casalinga (sigh), considerando il cinematografo ormai obsoleto. Quindi il visionario “Frankenstein” di Guillermo del Toro, premiato con riconoscimenti tecnici (migliori costumi, migliore scenografia e miglior trucco) si può vedere solo dal divano di casa così come il lungometraggio d’animazione, vincitore dell’apposita categoria, “KPop Demon Hunter” di Maggie Kang e Chris Appelhans, tipico prodotto K-pop, genere musicale coreano che va tanto di moda tra i teen-agers, trionfatore anche nella categoria miglior canzone con lo sfiancante tormentone “Golden” (e in lizza nelle canzoni c’era pure un certo Nick Cave…). Su quest’ultimo film esprimo disappunto per la vittoria di un prodotto troppo di consumo, modaiolo fino al midollo, non certo tra le cose migliori animate uscite negli ultimi anni, ma grande affare per Netflix, visto che è uno dei titoli più gettonati della piattaforma. Sicuramente molto più interessanti titoli come “La piccola Amélie” e “Arco” ma troppo d’autore per assicurarsi un premio, e Netflix doveva portare a casa qualcosa per “politiche d’equilibrio”. La Disney? Non vince da quattro anni, aveva “Zootropolis 2” in lizza, sicuramente con una marcia in più rispetto al trio di cacciatrici di demoni, espressione attuale di un fenomeno di mercato il cui consumo si estinguerà al prossimo ricambio generazionale (a differenza dei classici Disney o i capolavori di Miyazaki, buoni per tutte le stagioni…).

Paolo Pagliarani