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San Marino. Attiva-Mente. Caregiver sì, ma senza equivoci: il sostegno alla cura non può sostituire i diritti

Dopo la discussione in prima lettura in Consiglio della proposta di legge che introduce nuove misure a sostegno della famiglia, riteniamo doveroso ribadire alcune riflessioni circa l’istituzione della figura del caregiver familiare.

Riconoscere il caregiver è molto importante. È importante perché esiste già, perché sostiene un carico enorme di cura, spesso in solitudine, senza tutele adeguate, senza riconoscimento e senza strumenti.

Tuttavia, proprio per questo è necessario chiarire come viene introdotto, dentro quale modello, ed evitando semplificazioni fuorvianti.

La natura del caregiver familiare è solidaristica e familiare, appunto, mentre l’Assistente Personale è uno strumento di autodeterminazione, che consente alla persona con disabilità di scegliere come vivere, organizzare la propria esistenza, costruire relazioni e libertà. Confondere queste due figure significa rischiare che ciò che dovrebbe essere un sostegno alla famiglia diventi un alibi per non sviluppare un vero sistema di Vita Indipendente.

Nel testo emerge chiaramente un’impostazione fortemente familistica, non solo perché la misura è inserita in una legge sulla famiglia, ma perché il modello su cui si basa continua a considerare la cura come responsabilità principalmente interna al nucleo familiare. Questa è una visione problematica, perché quando lo Stato assume questo presupposto finisce per scaricare sulla famiglia ciò che dovrebbe essere sostenuto attraverso diritti, servizi e politiche pubbliche.

Accanto ad alcuni elementi positivi, come il riconoscimento formale, il sussidio e i contributi figurativi, nella proposta di legge emergono rigidità piuttosto significative: incompatibilità, obblighi, rinunce, soglie, paletti, ecc. che, messe insieme, rendono lecito chiedersi se il modo più avanzato di sostenere la cura sia solo quello di chiedere a qualcuno di sospendere la propria vita lavorativa, di rinunciare alla pensione o di non svolgere altre mansioni. Un rigore che nel chiaro intento di non allargare troppo le maglie, sembra non tener conto della realtà: esistono molte situazioni in cui sarebbe possibile conciliare lavoro e cura, anche in presenza di carichi importanti, ad esempio con formule part-time o distribuzioni settimanali variabili.

Ciò che lascia ulteriori margini di ambiguità interpretativa è l’utilizzo “assistenza continuativa” senza una chiara definizione, il ruolo attribuito alla CASI (Commissione la cui riforma è finita anch’essa nel dimenticatoio) nella valutazione dei requisiti, senza che vengano però definiti con chiarezza criteri e strumenti di valutazione, e infine, il riferimento all’ICEE che, non essendo ancora attuato, non consente di desumere soglie e parametri che dovranno essere definiti. Tre aspetti tutt’altro che secondari che, nel complesso, rischiano di lasciare spazio a discrezionalità.

Particolarmente delicata ci sembra poi la scelta di contingentare la misura: massimo cinquanta caregiver all’anno o un milione di euro complessivo. Questo significa, di fatto, stabilire che non siamo di fronte a un diritto pienamente esigibile, ma a una misura limitata. E quindi, anche in presenza di bisogni reali, qualcuno potrebbe restare escluso.

C’è poi una grande contraddizione di fondo, laddove si afferma il rispetto del principio di autodeterminazione della persona assistita, ben sapendo che lo si sta collocando all’interno di un perimetro esclusivamente familiare. La libertà di scelta è tale solo se esistono più opzioni reali e accessibili.

In questa direzione appare critica anche l’incompatibilità tra caregiver e assistenza contrattualizzata per lo stesso assistito. Nei sistemi più avanzati prevalgono modelli misti (famiglia, assistenza personale, servizi), mentre qui sembra emergere una logica alternativa: o l’uno o l’altro. La realtà della cura è molto più complessa e richiede integrazione, non esclusione.

Anche la cessazione del caregiver in caso di istituzionalizzazione solleva interrogativi: senza strumenti adeguati di supporto e sollievo, si rischia di trattare l’istituzionalizzazione come esito neutro, anziché come possibile fallimento del sistema.

Su tutto questo pesa, infine, un’assenza più ampia. Non si può continuare a parlare di cura senza un chiaro collegamento al Progetto di Vita previsto da un Decreto Legge del 2018 e senza costruire strumenti reali per la Vita Indipendente. Perché il punto non è solo ciò che questa legge introduce, ma anche ciò che continua a non introdurre.

Il caregiver merita riconoscimento, sostegno, tutele e valorizzazione. Ma proprio per questo non deve diventare la risposta principale a un sistema che ancora fatica a costruire alternative. Non deve sostituire ciò che dovrebbe esistere accanto: un sistema strutturato di assistenza personale e diritti esigibili.

Auspichiamo che il passaggio in sede redigente consenta di rielaborare queste riflessioni, al fine di rafforzare l’impianto del provvedimento e chiarirne le criticità. Perché, quando le attese sono alte, il rischio non è solo quello di sbagliare direzione, ma anche quello di ritrovarci con il topolino al posto della montagna.

Una società matura non sceglie tra famiglia e diritti, non contrappone il caregiver all’assistente personale, non usa l’uno per evitare di costruire l’altro.

Fa una cosa più difficile, ma più giusta: sostiene la cura senza trasformarla in destino obbligato e garantisce alle persone la possibilità reale di scegliere come vivere.

Attiva-Mente