Politica

San Marino. Possiamo scegliere lo spirito con il quale affrontare i cambiamenti: con dialogo, responsabilità, rispetto delle regole e attenzione al bene comune

Il discorso della Reggenza ai Consiglieri ad inizio semestre

Signore e Signori Consiglieri,

Signori Segretari di Stato,

Vi sono immagini che, pur appartenendo alla semplicità della vita quotidiana, racchiudono significati profondi e ci aiutano a comprendere le responsabilità che siamo chiamati ad assumere.

È l’immagine di un bambino che, una sera, accanto al proprio nonno, rivolge lo sguardo verso il cielo alla ricerca della luna.

La osserva con meraviglia, la indica e immagina di poterla raggiungere. Non conosce ancora la distanza che lo separa da quella luce, né le difficoltà che un’impresa simile può comportare. Conosce soltanto la bellezza di ciò che vede e il desiderio di avvicinarsi a qualcosa che gli appare tanto lontano.

Il nonno lo ascolta. Conosce quella distanza, ma sa anche che l’uomo è riuscito a raggiungere la luna: un’impresa che per generazioni era sembrata impossibile, divenuta realtà grazie alla conoscenza, alla determinazione e al lavoro di tante persone.

Non ridimensiona lo stupore del nipote e non pretende di indicargli fin dove potrà arrivare.

Gli trasmette ciò che ha imparato dalla propria esperienza, lasciandogli la libertà di immaginare il proprio futuro.

In quella scena così semplice ritroviamo il senso della responsabilità verso le generazioni future: custodire e trasmettere un’eredità di valori, conoscenze e strumenti, affinché chi verrà dopo di noi possa trovare la propria strada e realizzare le proprie aspirazioni.

È con questa consapevolezza che abbiamo accolto l’Alto onore di assumere la Suprema Magistratura dello Stato.

Con un sentimento di profonda gratitudine, ma soprattutto con la piena coscienza della responsabilità che essa comporta: quella di custodire un patrimonio di libertà, di valori e di Istituzioni che attraversa i secoli, mantenendo intatta la propria capacità di parlare al presente e di proiettarsi verso il futuro.

Assumere la Reggenza significa, infatti, inserirsi in una storia che non comincia con noi e che non si esaurirà con il nostro mandato.

Una storia fatta di donne e uomini che hanno saputo preservare l’indipendenza della Repubblica, affrontare le difficoltà dei rispettivi tempi e consegnare alle generazioni successive non soltanto un Ordinamento istituzionale, ma un’idea di Comunità, fondata sulla libertà, sulla dignità della persona e sulla responsabilità collettiva.

Un’eredità che non può essere considerata definitivamente acquisita, perché ogni generazione è chiamata a rinnovarne il significato attraverso le proprie scelte.

La libertà, del resto, non si conserva soltanto celebrando ciò che siamo stati, ma dimostrando, nelle decisioni di ogni giorno, di essere ancora all’altezza dei valori che ci sono stati consegnati.

Ed è proprio nel rapporto tra la fedeltà alle nostre radici e il coraggio di guardare oltre l’orizzonte conosciuto che si colloca uno dei passaggi più significativi della storia contemporanea della Repubblica.

Soltanto due giorni fa, il 19 ottobre, la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione europea ha segnato una tappa di straordinaria rilevanza nella storia della Repubblica.

È un traguardo maturato attraverso anni di negoziati, approfondimenti e scelte istituzionali, grazie al contributo di quanti – rappresentanze sindacali, forze sociali e Amministrazione tutta – con perseveranza e competenza, hanno lavorato per offrire a San Marino nuove prospettive, senza rinunciare alle peculiarità della sua storia.

Non possiamo considerare questo appuntamento soltanto come il compimento di un procedimento diplomatico o la conclusione di un lungo negoziato.

Esso rappresenta, prima ancora, la manifestazione concreta della capacità di una piccola Repubblica di guardare lontano, di individuare nuove opportunità e di costruire, con determinazione, gli strumenti necessari per raggiungerle.

Come quel bambino che osserva la luna, anche la nostra Repubblica ha saputo rivolgere lo sguardo verso un orizzonte che, per la complessità delle sfide e la dimensione del nostro Stato, avrebbe potuto apparire lontano.

La firma dell’Accordo non rappresenta, dunque, il punto di arrivo di un percorso, ma l’inizio di una nuova stagione.

 Occorrerà compiere i passaggi necessari alla sua applicazione e, soprattutto, tradurre gli impegni assunti in opportunità concrete.

In questo percorso, apertura e identità non dovranno essere considerate in contrapposizione: alla capacità di raggiungere un traguardo dovrà accompagnarsi quella di valorizzarlo responsabilmente.

Siamo convinti, infatti, che il processo di associazione europea non debba essere vissuto come un progressivo affievolimento della nostra identità.

Al contrario, proprio la consapevolezza di ciò che siamo deve consentirci di affrontare con fiducia ciò che saremo chiamati a diventare. L’identità di un popolo non si difende sottraendola al cambiamento, ma custodendone i principi fondamentali mentre si trova il coraggio di interpretare il proprio tempo.

La nostra Repubblica non è giunta fino a noi perché è rimasta immobile, ma perché, nel corso dei secoli, ha saputo adattarsi alle trasformazioni della storia senza rinunciare alla propria essenza.

La nostra libertà, la nostra sovranità, il valore della neutralità e la vocazione al dialogo non appartengono soltanto alla memoria del passato. Costituiscono i riferimenti attraverso i quali orientare le scelte future. Riferimenti che assumono un significato ancora più profondo se considerati alla luce del contesto internazionale che stiamo attraversando.

Viviamo un tempo segnato da conflitti, tensioni geopolitiche e crescenti contrapposizioni, nel quale il ricorso alla forza sempre più spesso prevale sulla ricerca del dialogo e nel quale principi che ritenevamo saldamente acquisiti vengono nuovamente posti in discussione.

È un tempo che ci interroga sulla capacità della Comunità internazionale di difendere la pace, la dignità umana e il rispetto della sovranità degli Stati.

In questo scenario, la Repubblica di San Marino, forte della propria tradizione di libertà e neutralità, deve continuare a riconoscere nel diritto internazionale uno dei fondamenti imprescindibili della convivenza tra i popoli.

Il diritto internazionale non può essere richiamato soltanto quando tutela i propri interessi e disatteso quando ne limita l’esercizio. Il valore delle sue regole risiede nella loro applicazione coerente, indipendentemente dalla dimensione e dal peso politico o militare degli Stati.

Per una realtà come la nostra, il rispetto del diritto internazionale non costituisce soltanto un orientamento della politica estera, ma una garanzia essenziale di indipendenza, libertà e sicurezza.

San Marino deve quindi continuare a riconoscere nel diritto, nel dialogo e nella cooperazione gli strumenti fondamentali della convivenza tra i popoli, contribuendo a diffonderne la conoscenza anche all’interno della propria Comunità.

Ma la credibilità con cui uno Stato difende i propri principi nelle relazioni internazionali si misura anche nella coerenza con la quale è capace di applicarli al proprio interno.

Il percorso europeo che ci attende, infatti, non comporterà soltanto nuovi rapporti con l’esterno, ma richiederà una progressiva evoluzione del nostro sistema istituzionale, legislativo e amministrativo.

La firma dell’Accordo ha aperto una fase nella quale alla capacità di assumere impegni dovrà corrispondere quella di darvi concreta attuazione. L’adeguamento progressivo del nostro Ordinamento alle disposizioni previste dall’Accordo richiederà competenze, programmazione e un’organizzazione dei lavori capace di assicurare continuità e qualità.

Non dovrà trattarsi di una rincorsa alle scadenze né di un mero adattamento formale.

Occorreranno procedure definite, strumenti di coordinamento e responsabilità chiaramente individuate, affinché gli adempimenti possano essere affrontati con adeguato anticipo.

In questa prospettiva, il Consiglio Grande e Generale sarà chiamato a svolgere un ruolo di particolare rilievo: l’esigenza di tempestività dovrà sempre accompagnarsi al rispetto delle prerogative parlamentari, alla qualità del confronto e alla trasparenza delle decisioni.

Accanto ai grandi passaggi istituzionali non possiamo perdere di vista le preoccupazioni quotidiane delle persone. Per molte famiglie, il potere d’acquisto, il costo di un’abitazione e l’accesso tempestivo alle cure e ai servizi sanitari rappresentano questioni prioritarie.

Non spetta alla Reggenza indicare le scelte di politica economica o sociale da compiere, che competono agli Organi titolari delle rispettive funzioni. Riteniamo tuttavia doveroso richiamare l’attenzione sulla finalità dell’azione pubblica: rispondere ai bisogni della Comunità, nel rispetto delle risorse disponibili e dell’interesse generale. Questo obiettivo, che richiede un coraggio che esortiamo, è più importante del rispetto di principi astratti.

Le leggi e le decisioni acquistano pieno valore quando producono risultati comprensibili e verificabili nella vita delle persone. Anche da questa capacità si alimenta e si consolida la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni.

La Reggenza desidera, inoltre, richiamare l’attenzione dell’Aula sulla qualità della produzione normativa. La continua introduzione o modifica di disposizioni, talvolta a breve distanza dalla loro approvazione, può generare incertezza, aggravare gli adempimenti e rendere più difficile l’applicazione delle regole.

Una legge, anche quando necessaria e ben concepita, rischia di non raggiungere il proprio scopo se non è chiara, stabile e concretamente attuabile. La sua efficacia dipende dalla possibilità per i cittadini e gli operatori di comprenderla e per gli Organi preposti di applicarla con coerenza.

Per questo è importante che alla produzione normativa si accompagni la verifica degli effetti: comprendere quali risultati siano stati raggiunti, quali difficoltà siano emerse e se siano necessari correttivi.

La legge non deve essere considerata un fine in sé, ma uno strumento al servizio dell’interesse pubblico.

La qualità della convivenza civile, del resto, non dipende soltanto dall’esistenza di regole e sanzioni, pur necessarie per garantire la tutela dei diritti e la sicurezza delle persone.

Richiede anche la condivisione dei principi che ispirano l’Ordinamento e la diffusione di una solida cultura del rispetto reciproco.

Accanto a norme efficaci è quindi indispensabile valorizzare il ruolo della scuola, delle famiglie e delle realtà associative nella formazione civica e nella prevenzione dei comportamenti dannosi. È attraverso il concorso di responsabilità diverse che si possono promuovere comportamenti consapevoli e consolidare il rispetto delle regole.

Signore e Signori Consiglieri,

Signori Segretari di Stato,

le differenze di pensiero, le diverse appartenenze e la pluralità delle sensibilità politiche costituiscono una ricchezza irrinunciabile della nostra democrazia.

Ma al di sopra di ogni contrapposizione deve permanere la consapevolezza di una responsabilità comune: quella di custodire la credibilità delle Istituzioni e di rafforzare il legame di fiducia che le unisce alla Collettività.

Che possa dunque rinnovarsi, proprio a partire da quest’Aula, un patto autentico con i cittadini. Un patto nel quale l’autorevolezza non derivi dalla posizione ricoperta, ma dalla coerenza dei comportamenti; nel quale il confronto non diventi contrapposizione fine a sé stessa; nel quale il rispetto delle regole sia sempre accompagnato dal rispetto delle persone.

Un patto che riconosca nel cittadino non soltanto il destinatario dell’azione pubblica, ma un interlocutore essenziale, la cui partecipazione rappresenta una risorsa per il buon funzionamento dello Stato.

Un sistema istituzionale realmente virtuoso deve saper riconoscere le proprie criticità e porvi rimedio. Deve accogliere le osservazioni e considerare le segnalazioni formulate con senso di responsabilità come occasioni di miglioramento, non come minacce alla propria autorevolezza.

Al cittadino deve essere garantita non soltanto la possibilità formale di essere ascoltato, ma anche la certezza che le sue istanze – se rivolte al bene comune – siano considerate con serietà, imparzialità e rispetto, attraverso strumenti effettivi di tutela e di risposta.

La forza delle Istituzioni non si misura nella capacità di sottrarsi alle critiche, ma in quella di ascoltarle senza perdere la propria autorevolezza.

La qualità dell’azione pubblica, infatti, non può essere ricondotta al solo adempimento formale delle procedure: deve trovare espressione nell’efficacia dei servizi, nella certezza dei tempi, nella trasparenza delle decisioni e nella capacità di rispondere ai bisogni delle persone.

Occorre promuovere una cultura della valutazione e del miglioramento continuo, nella quale gli errori siano riconosciuti e corretti e le responsabilità chiaramente individuate. La fiducia dei cittadini non si alimenta con la promessa dell’infallibilità delle Istituzioni, ma con la certezza della loro responsabilità.

Tale responsabilità ci impone, inoltre, di non fermarci alle esigenze del presente, ma di guardare con lungimiranza alle trasformazioni che stanno ridefinendo il nostro tempo.

La qualità delle Istituzioni si misura anche nella capacità di comprendere i cambiamenti e di predisporre gli strumenti necessari per affrontarli.

Il progresso tecnologico e, in particolare, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il modo di vivere, di lavorare e di assumere decisioni. Sono trasformazioni che investono non soltanto la dimensione tecnica, ma anche la tutela dei diritti e il rapporto tra cittadini e pubblici poteri.

La Repubblica deve saperne cogliere le opportunità attraverso un modello di governo dell’innovazione fondato sulle competenze, sulla trasparenza, sulla protezione dei dati e sul controllo umano delle decisioni. La tecnologia può migliorare l’efficienza dell’amministrazione, semplificare i procedimenti e rendere i servizi più accessibili, ma non può diventare uno strumento di opacità o di deresponsabilizzazione.

Non tutto ciò che è tecnicamente realizzabile è necessariamente giusto o opportuno. Ogni cittadino deve poter comprendere come vengono assunte le decisioni che lo riguardano e conoscere gli strumenti di tutela di cui dispone. L’innovazione deve rimanere al servizio della persona e della dignità umana, mai il contrario.

In questa prospettiva, la dimensione della nostra Repubblica può rappresentare una risorsa preziosa: la vicinanza tra Istituzioni, cittadini e realtà economiche e formative può favorire soluzioni innovative, attente alle specificità del territorio, e consentire di verificarne più direttamente gli effetti.

Occorrerà, però, investire nelle competenze e nella preparazione delle persone, affinché i benefici della trasformazione digitale siano accessibili alle diverse generazioni. Anche la sovranità assume oggi una dimensione nuova: conservare la capacità di conoscere e governare le tecnologie e le informazioni dalle quali dipendono funzioni essenziali dello Stato significa continuare a esercitare responsabilmente la propria autonomia.

Ed è proprio questa consapevolezza che, all’inizio del nostro mandato, desideriamo porre al centro del nostro impegno.

Non possiamo conoscere tutte le sfide che la Repubblica sarà chiamata ad affrontare nei prossimi mesi, né prevedere interamente i cambiamenti che interesseranno il nostro Ordinamento e la nostra società. Possiamo, tuttavia, scegliere lo spirito con il quale affrontarli: con dialogo, responsabilità, rispetto delle regole e attenzione al bene comune.

Desideriamo custodire una Repubblica capace di dialogare con il mondo senza perdere la propria identità, di accogliere il progresso senza rinunciare ai propri valori e di garantire la libertà come condizione concreta della vita di ciascuno. Un impegno che richiede Istituzioni autorevoli, attente ai bisogni delle persone e consapevoli dei limiti e delle responsabilità delle proprie funzioni.

Torniamo allora all’immagine del nonno e del nipote che osservano la luna. Quel nonno non conosce le strade che il bambino sceglierà, le difficoltà che incontrerà o i traguardi che riuscirà a raggiungere. Sa, però, di potergli lasciare qualcosa di prezioso: la memoria di ciò che è stato, la fiducia nelle proprie capacità e il coraggio di guardare oltre ciò che oggi sembra impossibile.

È anche questo il significato della responsabilità che abbiamo assunto. Il nostro mandato durerà soltanto sei mesi, ma la Repubblica che siamo chiamati a servire appartiene a una storia ben più lunga, destinata a proseguire oltre il nostro tempo.

Non spetta a noi decidere quale futuro dovranno scegliere le prossime generazioni.

Ci compete custodire i valori e le Istituzioni che consentiranno loro di compiere quelle scelte liberamente, con consapevolezza e fiducia.

Perché essere fedeli alla storia di San Marino non significa trattenere la Repubblica nel passato, ma consegnare a chi verrà dopo di noi una libertà ancora salda e la possibilità di costruire il futuro che saprà immaginare.