Politica

Consiglio Grande e Generale, report integrale della seduta di martedì 8 agosto 2026

Consiglio Grande e Generale – sessione 7-8-9-15-16-17-18-21-22-23 settembre 2026

Martedì 8 settembre 2026

I lavori odierni del Consiglio Grande e Generale si sono concentrati sull’avvio dell’analisi in seconda lettura della legge a sostegno della famiglia e sul contrasto alla denatalità. Nel pomeriggio si è svolto e concluso il dibattito generale, al termine del quale è emersa una condivisione trasversale sulla gravità dell’emergenza demografica, ma anche un netto scontro politico sull’adeguatezza delle misure, sul metodo seguito dal Governo, sull’operatività dell’ICEE e sulla capacità della riforma di incidere sui nodi strutturali di casa, lavoro e salari. Prima di aprire il comma dedicato alle politiche familiari, l’Aula ha concluso il comma 8, approvando a maggioranza tutti e tre gli articoli e quindi il progetto di legge di modifica della legge n.59 del 2016 sulla libertà e attività sindacale nei luoghi di lavoro, contrattazione collettiva e diritto di sciopero.

La relatrice di maggioranza Giulia Muratori (Libera) ha aperto il dibattito sul progetto di legge che modifica la legge n.129 del 2022 descrivendo la denatalità come “una delle emergenze più gravi e complesse” per San Marino e ricordando il forte calo delle nascite. Nel merito ha rivendicato un impianto che rafforza maternità e congedi parentali, amplia il congedo di paternità, introduce nuove protezioni per le lavoratrici, riconosce il caregiver familiare, interviene su assegni, rette dei nidi e servizi e punta a una progressiva applicazione dell’ICEE. Per Muratori la legge costituisce “un investimento sociale straordinario per il welfare della nostra Repubblica”.

Di segno diverso la relazione di Emanuele Santi (Rete), che pur riconoscendo l’ampliamento di alcune tutele ha giudicato il provvedimento insufficiente rispetto alla portata della crisi demografica. La minoranza, ha sostenuto, chiedeva un vero “progetto Paese”, capace di intervenire su salari, precarietà, abitazione e servizi, anziché affidarsi prevalentemente a incentivi economici. Santi ha inoltre contestato il continuo deposito di emendamenti governativi e indicato come nodi irrisolti la disparità tra dipendenti e autonomi, il limite previsto per i caregiver, il bonus bebè ritenuto poco incisivo e il mancato pieno utilizzo dell’ICEE. La posizione espressa in Commissione era stata di astensione, definita una scelta “politica e di ferma denuncia”, non una contrarietà pregiudiziale alla riforma.

A difendere l’impianto del Governo è stato il Segretario di Stato Stefano Canti, che ha respinto la lettura di un testo costruito in fretta e ha parlato invece del risultato di circa un anno e mezzo di “studio, analisi, ascolto e confronto”. Canti ha aggiornato l’Aula anche sui numeri: 88 nascite nei primi otto mesi del 2026, contro 106 nello stesso periodo del 2025. Ha inoltre ricordato l’indagine sociologica avviata dall’Ufficio di Statistica, conclusa con 2.100 questionari completi, e ha insistito sul carattere non definitivo del provvedimento: nessuna legge, ha riconosciuto, può invertire da sola la denatalità, ma le istituzioni devono creare condizioni perché avere figli non comporti una penalizzazione economica, sociale o professionale. Tra gli assi qualificanti indicati dal Segretario, il rafforzamento delle tutele della maternità anche per le donne non occupate, la conciliazione tra vita e lavoro e il riconoscimento del caregiver familiare.

Dai banchi della maggioranza Sandra Stacchini (Pdcs) ha parlato di una “vera e propria rivoluzione sociale sulla carta”, richiamando la tradizione delle battaglie femminili sammarinesi e ponendo l’accento sull’indennità per le donne non occupate, sulle tutele per le autonome, sull’estensione del congedo di paternità a 20 giorni e sul caregiver. Giuseppe Maria Morganti (Libera) ha invece evocato la possibilità di costruire un “modello San Marino” contro la denatalità, riconoscendo che alcuni aspetti della riforma restano più timidi di altri ma valorizzando il tentativo di combinare servizi e sostegno economico. Per Morganti, la verifica decisiva arriverà dall’applicazione concreta e dai dati dei prossimi anni. Dall’opposizione Matteo Casali (Rf) ha aperto uno dei fronti più duri sul metodo, ricostruendo l’iter iniziato nel 2025 e accusando il Governo di avere continuamente modificato il testo fino alla seconda lettura. Il progetto, ha affermato, è diventato “un vero e proprio blob”, da esaminare “just in time”. Sul merito Casali ha chiesto un’impostazione multidisciplinare fondata su lavoro, casa e scuola, contestando il mancato accoglimento delle proposte dell’opposizione, dai congedi alla gratuità di pannolini e latte fino alla riduzione delle rette. Gaetano Troina (D-ML) ha lamentato a sua volta un confronto preliminare insufficiente e ha concentrato le critiche sulle difficoltà organizzative delle famiglie, sui servizi e sulle minori tutele per autonomi e professionisti, che rischierebbero di essere trattati come “genitori di Serie B”. Ha inoltre giudicato troppo basse alcune fasce di reddito previste per accedere agli aiuti. 

Tra le voci favorevoli, Maria Donatella Merlini (Psd) ha sottolineato l’importanza di assegni, congedi, sostegni per madri sole e caregiver, avvertendo però che una politica familiare non deve produrre l’effetto di “riportare soprattutto le donne a casa”: l’obiettivo, ha spiegato, deve essere rafforzare l’autonomia femminile e la corresponsabilità degli uomini, accompagnando gli aiuti economici con servizi più flessibili. Denise Bronzetti (Ar) ha giudicato corretto l’intervento della Segreteria e apprezzato la differenziazione degli aiuti sulla base del reddito, il riconoscimento del caregiver e l’allargamento dei diritti dei padri. Pur indicando come delicata la disciplina dei contratti a termine per le lavoratrici in gravidanza, Bronzetti ha osservato che, se con queste misure “nascerà anche solo qualche bambino in più”, il lavoro avrà prodotto un risultato positivo. Miriam Farinelli (Rf) ha posto l’accento sulla perdita di fiducia nel futuro, definendo la costruzione di una famiglia uno “sforzo titanico” per molti giovani alle prese con lavoro, casa, costo della vita e difficoltà di conciliazione. Ha riconosciuto i passi avanti del testo, ma giudicato insufficiente il coraggio mostrato dalla maggioranza e criticato l’assenza di un confronto più tempestivo sulle proposte di Repubblica Futura. Carlotta Andruccioli (D-ML) ha sostenuto che la legge possa essere utile soprattutto a chi ha già scelto di avere un figlio, mentre difficilmente sarà in grado di indurre una giovane coppia a compiere la scelta del primo. Positivo, per Andruccioli, il raddoppio del congedo di paternità; forti invece le perplessità sulla necessità dell’accordo con il datore di lavoro, sulle soglie del bonus bebè e sul mancato accoglimento di permessi per l’inserimento al nido, voucher e incentivi allo smart working.

Una posizione favorevole, accompagnata da alcune riserve, è arrivata da Michela Pelliccioni (Gruppo Misto), che ha annunciato il proprio voto a favore e assicurato che “non farò alcun tipo di ostruzionismo”, richiamando le richieste pressanti arrivate dalle neomamme. Pelliccioni ha però sollecitato politiche abitative più incisive per gli under 35 e una revisione del mercato del lavoro, ammonendo sul possibile “autogol” della tutela contro il mancato rinnovo dei contratti a termine in gravidanza se la norma dovesse finire, in concreto, per disincentivare l’assunzione di donne in età fertile. Lorenzo Bugli (Pdcs) ha espresso “grande soddisfazione” per la conclusione dell’iter, indicandone i punti qualificanti nei congedi, nei bonus e soprattutto nel caregiver, figura che a suo giudizio colma un vuoto normativo e dà dignità a chi assiste in casa anziani e persone fragili. Barbara Bollini (Pdcs) ha parlato della riforma come di un “investimento preziosissimo per il welfare”, evidenziando bonus bebè, part-time genitoriale, assegni, permessi per visite mediche e tutela delle donne non occupate. Entrambi hanno riconosciuto che il contrasto alla denatalità dovrà proseguire anche attraverso interventi su casa, lavoro e servizi. 

Sull’altro fronte Nicola Renzi (Rf) ha giudicato “un tantino esagerati” i toni trionfalistici ascoltati in Aula e ha chiesto alla maggioranza di riconoscere il contributo storico delle proposte dell’opposizione, citando la riduzione delle rette dei centri estivi, gli alert sui contributi non versati e la Commissione speciale sull’andamento demografico. Renzi ha espresso anche una preoccupazione specifica sull’ICEE: lo strumento è condivisibile, ha detto, ma rischia di penalizzare il ceto medio e premiare chi riesce a nascondere redditi e patrimoni se non accompagnato da controlli efficaci. Centrale, nella sua critica, resta inoltre l’emergenza abitativa. Gemma Cesarini (Libera) ha replicato alle contestazioni sul continuo aggiornamento del testo sostenendo che “benvenga se abbiamo lavorato velocemente e intensamente” quando le modifiche producono maggiori tutele. Ha valorizzato congedi, protezione delle lavoratrici a termine, riconoscimento dell’anzianità nei periodi di congedo e sostegni alle studentesse madri, indicando anche nella scuola e nelle relazioni di comunità un terreno sul quale costruire il futuro “modello San Marino”. Luca Gasperoni (Pdcs) ha insistito sul carattere strategico dell’investimento nella famiglia e sul principio di libertà delle scelte individuali: “Non possiamo decidere per legge quanti figli debbano avere i nostri cittadini”, ma lo Stato può rimuovere gli ostacoli economici, lavorativi e sociali che rendono più difficile quella scelta. 

Mirko Dolcini (D-ML) ha spostato l’attenzione anche sulle componenti culturali, sociali e sanitarie della denatalità, ricordando il tema dell’infertilità, e ha giudicato il pacchetto ancora eccessivamente assistenziale: affrontare il problema in questo modo, ha detto, rischia di equivalere a “contrastare un uragano tenendo in mano un piccolo ombrello”. Dolcini ha chiesto più chiarezza sulle coperture finanziarie e proposto un welfare molto più esteso, con servizi zero-sei gratuiti e flessibili, maggiori tutele per autonomi, agevolazioni fiscali per famiglie numerose e una destinazione strutturale di risorse pubbliche alle politiche per la natalità. Ilaria Bacciocchi (Psd) ha valorizzato congedi, contribuzione figurativa e caregiver ma ha ricordato che le condizioni di vita dei giovani sono profondamente mutate, con casa più costosa, percorsi lavorativi più incerti e nonni spesso ancora occupati. “Il compito della politica non è quello di convincere o forzare le persone ad avere figli”, ha affermato, ma impedire che chi desidera una famiglia debba rinunciarvi per ragioni materiali. Oscar Mina (Pdcs) ha a sua volta indicato la legge come un tassello di una strategia più ampia e rivendicato il percorso di confronto con parti sociali e cittadinanza: le politiche per la famiglia, ha osservato, devono essere “costruite insieme alle famiglie, e non soltanto per le famiglie”, auspicando una convergenza politica più larga. 

Antonella Mularoni (Rf) ha riconosciuto a Canti una maggiore disponibilità al confronto rispetto ad altri esponenti dell’Esecutivo, ma ha criticato il susseguirsi degli emendamenti e la delega biennale al Governo per successive modifiche. Il punto politico più netto ha riguardato i costi delle nuove tutele: secondo Mularoni non devono ricadere sulle aziende, pena il rischio di scoraggiare l’occupazione femminile; “non è affatto un comportamento corretto farsi belli utilizzando le risorse degli altri”, ha detto. Critiche anche sul tetto dei 50 caregiver, sull’obbligo per i pensionati di rinunciare alla pensione e sulla situazione delle assistenti familiari. Iro Belluzzi (Libera) ha invece letto nel dibattito un “consenso palese e oserei dire corale” sul percorso intrapreso e ha collocato la riforma nella tradizione sammarinese di protezione sociale, pur riconoscendo come decisivi anche redditi e abitazione. Silvia Cecchetti (Psd) ha definito la denatalità una delle più serie “piaghe sociali” delle società avanzate e ha espresso il pieno sostegno del proprio gruppo, soffermandosi in particolare sulle nuove tutele per professioniste, imprenditrici e donne non occupate, oltre che su caregiver, assegni e riduzione delle rette.

Andrea Ugolini (Pdcs) ha difeso il percorso di ascolto condotto dalla Segreteria e interpretato il calo delle nascite soprattutto alla luce del mutamento culturale e della solitudine organizzativa delle famiglie. Tra gli aspetti centrali ha citato il cosiddetto “sandwich assistenziale”, la condizione di chi si trova contemporaneamente a crescere figli piccoli e assistere genitori anziani, indicando nel caregiver una svolta per il welfare. Guerrino Zanotti (Libera) ha posto invece al centro la tutela della maternità nel mercato del lavoro, definendo “un principio di civiltà sacrosanto” la nullità del licenziamento o del mancato rinnovo legati alla gravidanza e valorizzando congedi, part-time, permessi medici e progressiva applicazione dell’ICEE. Giovanni Francesco Ugolini (Pdcs) ha sostenuto che la riforma traduca i principi in strumenti concreti, arrivando a definire la famiglia “un diritto fondamentale dei cittadini” che lo Stato deve sostenere, con particolare attenzione alla genitorialità condivisa e al lavoro di cura. Dalibor Riccardi (Libera), pur giudicando la legge positiva e concretamente applicabile, ha chiesto “un briciolo di coraggio in più”: in particolare sul limite iniziale dei caregiver, sull’integrazione con l’assistenza familiare privata e sull’effettiva universalità delle misure di flessibilità lavorativa anche per il settore privato.

Michele Muratori (Libera) ha richiamato il dimezzamento delle nascite registrato nell’arco di vent’anni e ha indicato la riforma come un “vero e proprio investimento strategico”, soffermandosi sulle tutele antidiscriminatorie, sull’indennità per le donne non occupate, sul congedo di paternità e sul caregiver. Giovanna Cecchetti (Gruppo Misto) ha parlato di un intervento organico che migliora le condizioni nelle quali una famiglia affronta la scelta di avere figli, riconoscendo nello stesso tempo la fondatezza di alcune questioni poste dall’opposizione, dalla casa ai salari fino all’ICEE. La legge, ha detto, non è un punto d’arrivo ma “un solido punto di partenza”. Rispondendo alle preoccupazioni espresse sui costi per le imprese, Cecchetti ha inoltre precisato che è previsto un meccanismo di recupero contributivo delle somme anticipate. Nel suo secondo intervento Emanuele Santi è tornato all’attacco sul metodo, sostenendo che il testo licenziato dalla Commissione l’8 maggio sia stato “completamente stravolto” dalla quantità di emendamenti successivi. Il consigliere di Rete ha accusato la maggioranza di avere recepito solo tardivamente alcune proposte delle opposizioni e ha criticato anche la tempistica dell’indagine demografica, avviata dopo il passaggio in Commissione. Molto duro il giudizio sui decreti applicativi dell’ICEE, ritenuti incapaci di garantire l’emersione dei patrimoni effettivi, e sulle mancate misure strutturali in materia di casa, contratti a termine e recupero del potere d’acquisto.

Fabio Righi (D-ML) ha espresso il giudizio più radicalmente negativo sull’impianto complessivo: alla domanda se la riforma crei condizioni nuove e strutturali per rendere più sostenibile avere figli, la sua risposta è stata “un no secco e deciso”. Pur riconoscendo singole misure positive, come il caregiver e l’estensione delle tutele per la malattia dei figli, Righi ha accusato il Governo di affidarsi a una logica prevalentemente assistenziale e di “propaganda politica”, senza coinvolgere abbastanza imprese e welfare aziendale e senza affrontare alla radice stabilità lavorativa, abitazione e salari. Giulia Muratori ha replicato dicendo di avere avvertito “un senso di negativismo e di sfiducia” e accusando il consigliere di avere perso “il contatto con la realtà del Paese”, a fronte dei riscontri positivi ricevuti, secondo la maggioranza, da famiglie e madri. Muratori ha rivendicato in particolare le soglie minime per i congedi, i venti giorni di paternità, le tutele per le studentesse madri, la nullità del mancato rinnovo per gravidanza, il riconoscimento dell’anzianità durante i congedi e il sostegno ai caregiver. Ha inoltre assicurato che le somme anticipate dalle aziende saranno compensate sul piano contributivo e indicato nel “tempo” restituito ai genitori il vero cuore della riforma.

Aida Maria Adele Selva (Pdcs), tra gli ultimi consiglieri a prendere la parola, ha difeso i tempi dell’iter ricordando il lavoro tecnico iniziato nel marzo 2025 e le successive integrazioni richieste dalle Commissioni. Pur riconoscendo il carattere economico, sociale e organizzativo della crisi demografica, Selva ha posto soprattutto l’accento sulla dimensione culturale: “essere genitori non deve essere considerato come una semplice e penalizzante pausa dalla propria carriera professionale, ma è a tutti gli effetti una competenza straordinaria che genera valore per l’intera comunità”. Nella replica conclusiva Canti ha ringraziato tanto la maggioranza quanto l’opposizione, ribadendo che il percorso è partito dall’analisi degli effetti della legge del 2022 ed è proseguito attraverso il confronto con categorie economiche, sindacati e forze politiche. Sul nodo delle coperture, il Segretario ha spiegato che le prestazioni saranno sostenute dal fondo di cassa di compensazione dell’ISS, alimentato dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro, e che proprio per ragioni di prudenza il caregiver partirà con un limite di 50 figure e un tetto annuale di un milione di euro. Il contingente, ha precisato, potrà essere ampliato con decreto delegato se le richieste lo renderanno necessario. Canti ha inoltre comunicato che il fondo presenta attualmente una riserva di 33 milioni di euro e ha rinnovato l’appello a un consenso il più possibile largo sulla riforma.

I lavori riprenderanno domani alle 9:00 con l’analisi dell’articolato.

Di seguito un estratto dei lavori

Comma 8: Progetto di legge “Modifiche alla Legge 9 maggio 2016 n.59 – Della libertà e attività sindacale nei luoghi di lavoro, della contrattazione collettiva e del diritto di sciopero” (presentato dalla Segreteria di Stato per il Lavoro) (II lettura)

Articolo 1 – (Modifica dell’articolo 6 della Legge 9 maggio 2016 n.59)

L’articolo 1 è approvato a maggioranza

Art. 2 (Modifiche all’articolo 28 della Legge n.59/2016)

L’articolo 2 è approvato a maggioranza

Art. 3 (Entrata in vigore e disposizioni transitorie)

L’articolo 3 è approvato a maggioranza

Il Progetto di legge è approvato a maggioranza

Comma 9: Progetto di legge “Modifiche alla Legge 14 settembre 2022 n.129 e introduzione di nuove misure a sostegno della famiglia, della maternità e della natalità” (presentato dalla Segreteria di Stato con delega alla Famiglia) (II lettura)

Giulia Muratori (Libera) – Relatrice di maggioranza: In via preliminare, ci tengo a evidenziare un elemento importante: questa relazione è stata depositata subito dopo la conclusione dei lavori della Commissione e per ovvie ragioni di tempo non può tenere conto degli ulteriori emendamenti che sono stati depositati successivamente. Il progetto di legge che viene presentato oggi in seconda lettura all’Aula è stato esaminato approfonditamente dalla Commissione Consiliare Permanente competente in materia di Igiene e sanità, Previdenza e Sicurezza sociale, Politiche sociali, Sport, Territorio, Ambiente e Agricoltura, lavorando in sinergia sia con gli emendamenti presentati dall’Esecutivo, sia con le modifiche concordate e condivise durante i lavori commissariali. Io penso che questa proposta di legge nasca da una consapevolezza fondamentale e non più rimandabile: la denatalità rappresenta oggi una delle emergenze più gravi e complesse per la Repubblica di San Marino, toccando la sfera sociale, economica e demografica del nostro Paese. I dati statistici ed epidemiologici più recenti ci mostrano, infatti, un quadro generale estremamente preoccupante. Nel 2025 i nuovi nati sul nostro territorio sono stati appena 165 e le proiezioni per l’anno in corso, il 2026, indicano chiaramente che faremo molta fatica a raggiungere persino la soglia delle 100 nascite. Dietro a questi numeri così impietosi ci sono le difficoltà reali, quotidiane e concrete che le giovani coppie si trovano ad affrontare ogni giorno: l’aumento costante del costo della vita, la precarietà lavorativa percepita, i costi insostenibili degli alloggi e la difficoltà oggettiva nel conciliare i tempi di lavoro con quelli della famiglia rendono sempre più difficile, se non impossibile, la costruzione di un progetto familiare che sia stabile e sereno. Secondo me, la denatalità è un fenomeno che incide in maniera diretta e profonda sulle prospettive future del Paese, finendo per aggravare quegli squilibri demografici che sono già determinati dal progressivo invecchiamento della nostra popolazione; questo riduce drasticamente il numero dei cittadini attivi e genera inevitabilmente una pressione crescente sul nostro sistema sociale, sanitario e previdenziale. È evidente che il problema ha anche radici di carattere culturale e sociale molto profonde, che nessuna legge, presa da sola, potrà mai risolvere del tutto o in maniera magica. Tuttavia, io credo che sia un dovere imprescindibile delle istituzioni pubbliche adoperarsi per creare le condizioni di contesto più favorevoli, affinché i nostri giovani possano scegliere in totale libertà di costruire una famiglia, senza essere costretti a rinunciare alle proprie legittime aspirazioni personali, professionali o di carriera lavorativa. In questo scenario così complesso, la proposta di legge interviene con misure molto concrete e mirate a sostenere la genitorialità, a potenziare e rafforzare l’offerta dei servizi dedicati alle famiglie, ad aumentare il tempo che i genitori possono dedicare alla cura dei figli e a favorire una conciliazione autentica tra l’attività lavorativa e quella familiare. Una particolare attenzione viene dedicata alla tutela e al sostegno delle donne, con l’obiettivo fondamentale di fare in modo che la maternità non rappresenti più in alcun modo una penalizzazione professionale o un ostacolo insormontabile per la propria carriera, ma che possa essere pienamente compatibile con un percorso di autorealizzazione personale e lavorativa. Il testo affronta queste sfide attraverso un intervento di riforma organico che va a consolidare ed estendere le tutele già esistenti, introducendo parallelamente nuove misure di carattere economico e sociale rivolte ai genitori, alle lavoratrici, al caregiver familiare e ai nuclei con figli a carico. Un aspetto che ritengo di straordinaria importanza è il recepimento dei principi contenuti all’interno della direttiva europea 2019/1158, che disciplina l’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza, collocando così a pieno titolo la Repubblica di San Marino all’interno di un percorso europeo avanzato per quanto concerne i diritti sociali, la conciliazione e l’effettiva parità di genere. 

Passando a un’analisi più dettagliata dell’articolato, desidero illustrare i punti salienti del provvedimento. Il Titolo I interviene innanzitutto per definire e rafforzare le finalità generali della legge, inserendo in modo esplicito tra gli scopi principali il contrasto alla denatalità, la valorizzazione della crescita armoniosa dei bambini e dei giovani, la tutela della maternità e la promozione di una genitorialità che sia realmente condivisa. Tra gli aspetti più innovativi, si evidenzia il pieno riconoscimento del principio di corresponsabilità tra uomo e donna nell’attività di cura ed assistenza familiare, superando progressivamente quei modelli culturali tradizionali che per troppo tempo hanno scaricato quasi esclusivamente sulle spalle delle donne l’intero carico del lavoro domestico e di cura. Per quanto riguarda la tutela della maternità, la legge introduce un rilevante rafforzamento delle tutele economiche per le lavoratrici autonome che si trovino nei primi tre anni dall’avvio della propria attività professionale; si prevede infatti che l’indennità di maternità possa essere calcolata, qualora risulti più favorevole, prendendo come riferimento la retribuzione contrattuale media territoriale stabilita per un lavoratore del settore industriale, evitando così ingiuste penalizzazioni economiche nei primi e più difficili anni di lavoro autonomo. Inoltre, una grandissima attenzione è stata riservata alla protezione delle lavoratrici che percepiscono retribuzioni più basse, comprese quelle inserite in contratti di part-time. Se la normativa previgente riconosceva il diritto al congedo per gravidanza e puerperio per un massimo di 150 giorni con un’indennità pari al 100% dello stipendio, grazie a un emendamento introdotto e approvato nel corso dei lavori in Commissione abbiamo inserito una specifica garanzia di livello minimo: qualora l’importo calcolato risulti inferiore, l’indennità viene comunque garantita in misura non inferiore all’80% della retribuzione contrattuale media territoriale di un lavoratore dell’industria, assicurando in questo modo un sostegno dignitoso anche a chi ha redditi più bassi. Un’altra novità fondamentale è l’introduzione di un’indennità specifica per gravidanza e puerperio rivolta alle donne in stato di non occupazione, riconoscendo così una tutela economica universale anche a coloro che affrontano la maternità senza avere un impiego o ammortizzatori sociali attivi, in quanto la maternità viene considerata un valore sociale e collettivo per l’intera comunità. Parallelamente, riteniamo essenziale che questo tipo di intervento possa essere progressivamente armonizzato con lo strumento dell’ICEE, l’indicatore della condizione economica, affinché il sostegno pubblico sia indirizzato in via prioritaria verso le situazioni di reale necessità, garantendo l’equità e la sostenibilità del sistema. La riforma interviene in modo incisivo anche sul congedo di paternità, estendendolo a ben 20 giorni interamente retribuiti al 100%, i quali potranno essere fruiti anche in forma non continuativa e persino frazionati ad ore; a tutela del lavoratore padre, viene inserito il divieto assoluto di licenziamento durante il periodo di congedo, garantendo anche il riconoscimento della contribuzione figurativa e dell’anzianità di servizio ai fini della progressione di carriera. Per quanto riguarda il congedo parentale, si registra un rafforzamento sostanziale attraverso un aumento e una rimodulazione significativa delle percentuali dell’indennità economica: in particolare, viene riconosciuta un’indennità pari all’80% della retribuzione per i tre mesi immediatamente successivi al termine del congedo di gravidanza e puerperio, per poi passare al 40% fino al compimento del primo anno di vita del bambino, e successivamente al 20% fino al raggiungimento dei 18 mesi di età, con la previsione di specifiche maggiorazioni in presenza di parti gemellari o plurigemellari; anche in questo caso, restano pienamente garantiti i contributi figurativi e l’anzianità di servizio. Un emendamento di grandissimo valore ed equità approvato in Commissione prevede, inoltre, che i periodi di congedo parentale già fruiti in passato vengano d’ora in avanti riconosciuti anche ai fini dell’anzianità per la progressione di carriera, valorizzando concretamente il tempo dedicato alla cura dei figli e impedendo che questo si traduca in una penalizzazione sul percorso professionale del lavoratore. La Commissione ha condiviso anche la necessità di estendere queste medesime tutele ai genitori adottivi o affidatari, garantendo strumenti adeguati di sostegno familiare. Nel corso dei lavori è stato approvato all’unanimità un importante emendamento sostitutivo dell’articolo 9 bis riguardante i permessi per visite mediche dei figli, che ne ridefinisce il monte ore e ne introduce la piena retribuzione; i genitori lavoratori potranno usufruirne per visite, esami diagnostici e vaccinazioni dei figli fino al compimento dei 14 anni di età, compiendo un ulteriore passo verso la conciliazione tra vita familiare e attività lavorativa. Tra le riforme storiche e più innovative vi è senza dubbio l’introduzione e la valorizzazione della figura del caregiver familiare, definendo e dando dignità normativa a chi assiste quotidianamente e direttamente un familiare non autosufficiente o affetto da gravi patologie, disabilità o condizioni degenerative. La legge individua diversi profili di caregiver in base all’intensità dell’impegno richiesto e introduce strumenti concreti come la possibilità di sospensione temporanea del rapporto di lavoro o il passaggio al part-time, garantendo specifici sostegni di natura economica, previdenziale e lavorativa; l’obiettivo è sostenere le famiglie che scelgono di assistere i propri cari a domicilio, promuovendo un modello assistenziale basato sulle relazioni umane ed evitando che chi si assume questo gravoso compito sia lasciato solo. A questo si collega l’emendamento aggiuntivo relativo alla formazione e alle misure di sollievo per i caregiver, prevedendo percorsi formativi gratuiti e multidisciplinari e sistemi di sollievo temporaneo per prevenire il sovraccarico emotivo e fisico; un ringraziamento va anche alla CSD ONU per il suo prezioso apporto e le sollecitazioni fornite in questa direzione. Per quanto riguarda il part-time genitoriale, la legge offre una novità di rilievo consentendo a entrambi i genitori, contemporaneamente e non più solo in via alternativa, di richiedere la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale entro i primi quattro anni di vita del bambino. Viene inoltre introdotta una tutela fortissima per le lavoratrici a tempo determinato, stabilendo la nullità del mancato rinnovo del contratto qualora questo sia legato allo stato di gravidanza, riaffermando il principio che la maternità non può essere una causa di penalizzazione o precarizzazione del lavoro. Tra le altre misure, segnalo l’istituzione di un punto informativo dedicato alle famiglie per facilitare l’orientamento e l’accesso ai servizi, e il rafforzamento delle tutele per le donne sole in gravidanza e i nuclei monogenitoriali in situazioni di grave fragilità socioeconomica, con l’esenzione totale dal pagamento delle rette degli asili nido e della refezione scolastica per l’infanzia e la primaria. Si interviene anche sugli assegni familiari ordinari, introducendo una maggiore gradualità in rapporto al reddito e prevedendo un adeguamento annuale all’inflazione a partire dal 2027 per tutelare il potere d’acquisto delle famiglie, con una futura armonizzazione basata sull’ICEE. Viene introdotto il “bonus bebè”, un contributo di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato a partire dal primo gennaio 2026 per i nuclei con reddito pro capite inferiore ai 25.000 euro, e un contributo mensile di 50 euro esente da imposte per le donne sole in stato di gravidanza o monogenitori in condizioni di particolare fragilità. È previsto anche un emendamento che abbatte sensibilmente le rette degli asili nido e della refezione scolastica con un criterio progressivo, fino all’esenzione totale per le famiglie numerose con i redditi più bassi, applicabile da subito nelle more dell’operatività dell’ICEE. Infine, l’articolo 23 ter introduce aiuti concreti per le spese relative alle uscite didattiche e ai soggiorni di studio, l’articolo 24 estende l’indennità di malattia per i figli fino a 14 anni anche ai genitori lavoratori autonomi, e l’articolo 24 bis introduce importanti tutele previdenziali per le lavoratrici madri, riducendo i disincentivi per la pensione anticipata e valorizzando la scelta del part-time ai fini del calcolo pensionistico, prendendo come riferimento la retribuzione teorica a tempo pieno. Il dibattito in Commissione si è svolto con uno spirito di grande maturità e responsabilità, portando a miglioramenti significativi condivisi da tutte le forze politiche. Penso che questo progetto di legge rappresenti un investimento sociale straordinario per il welfare della nostra Repubblica, mettendo al centro le famiglie in un momento storico difficile. Per tutte queste ragioni, come relatrice di maggioranza, invito calorosamente il Consiglio Grande e Generale ad approvare questo importante progetto di legge.

Emanuele Santi (Rete): Il progetto di legge licenziato dalla quarta Commissione Consiliare Permanente nella seduta dell’8 maggio 2026 e oggi sottoposto all’esame del Consiglio Grande e Generale interviene in un contesto che rappresenta una delle più grandi emergenze strutturali per la nostra Repubblica: parliamo del crollo demografico e della progressiva e inarrestabile riduzione delle nascite. I dati emersi durante il confronto in Commissione sono drammatici e non consentono più letture rassicuranti o di comodo. Dopo l’ultimo saldo naturale positivo che abbiamo registrato nel lontano 2016, il nostro Paese è entrato in una fase di costante regressione demografica: dalle 131 nascite del 2011 siamo passati alle 144 registrate nel 2024 e alle 166 del 2025; le proiezioni attuali indicano inoltre la concreta possibilità di scendere poco sopra la soglia delle 100 nascite complessive annue già nel corso del 2026, segnando così un minimo storico assoluto per la nostra Repubblica. È proprio in questo quadro allarmante che il Governo ha deciso di presentare il provvedimento attuale, andando a modificare una legge già approvata nel 2022 che purtroppo non ha prodotto alcuno degli effetti sperati, nel tentativo di renderla maggiormente incisiva e di fornire una risposta alla crisi in atto, anche attraverso il recepimento dei principi contenuti nella direttiva europea 2019/1158 in materia di equilibrio tra attività professionale e vita familiare. Tuttavia, dall’analisi della discussione svolta in sede referente, è emerso con estrema chiarezza, e devo dire anche da parte di esponenti delle stesse forze di maggioranza, come questo provvedimento risulti ampiamente insufficiente; si continua a perseguire un approccio che è prevalentemente assistenziale ed economico, fondato su incentivi a pioggia che non affrontano in modo strutturale le cause profonde della crisi della natalità e i reali fattori che oggi impediscono alle nostre famiglie di scegliere liberamente di avere figli. Come forze di opposizione, abbiamo evidenziato a più riprese come il problema della denatalità non possa essere affrontato attraverso misure frammentarie o incentivi spot, ma richieda piuttosto un vero e proprio “progetto Paese”, fondato su politiche strutturali che tocchino il mondo del lavoro, i salari, l’emergenza casa e i servizi pubblici. Nel corso del dibattito in Commissione è stato più volte sottolineato come oggi molti giovani rinunciano a costruire una famiglia non certo per la mancanza di piccoli contributi economici occasionali o una tantum, ma perché sono del tutto privi delle condizioni minime di stabilità e sicurezza necessarie: parliamo di stipendi sempre più erosi dall’inflazione, di una precarietà lavorativa crescente, della difficoltà di accesso all’abitazione e di un costo della vita che è ormai diventato insostenibile per la maggioranza dei cittadini. La perdita di potere d’acquisto dei salari reali, che viene stimata in circa il 25-30% nell’ultimo decennio, unita all’aumento vertiginoso dei canoni di locazione e alla totale carenza di politiche abitative pubbliche efficaci, rappresenta il vero e principale ostacolo alla natalità nel nostro territorio. In assenza di interventi strutturali su questi pilastri fondamentali, le misure puramente economiche e assistenziali contenute in questo progetto di legge rischiano di tradursi in interventi marginali, del tutto incapaci di invertire un trend demografico così negativo. Nel corso dei lavori in Commissione, inoltre, è emerso all’unanimità come lo strumento dell’ICEE, l’indicatore della condizione economica, risulti ad oggi incredibilmente ancora inapplicato, e come molti degli interventi previsti in questo testo possano trovare una piena ed equa attuazione solo a seguito dell’effettiva entrata in funzione di tale strumento, che è indispensabile per calibrare e rendere più equa la distribuzione dei sostegni dello Stato. A questa critica di sostanza si aggiunge una forte contestazione sul metodo che è stato seguito dal Governo durante l’intero iter legislativo. Come forze di opposizione, abbiamo denunciato il deposito continuo di emendamenti governativi all’ultimo minuto, spesso privi di qualsiasi confronto preventivo e reale con le minoranze consiliari e con le parti sociali; si tratta di un metodo di lavoro che ha reso estremamente difficile un esame approfondito e serio dell’articolato e che ha impedito sul nascere quella condivisione politica che un tema di portata storica come questo avrebbe necessariamente richiesto. 

Nel merito del testo, riconosco comunque con senso di responsabilità che vi sono alcuni elementi positivi. Quando si interviene concretamente per accrescere le tutele e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, è nostro dovere riconoscerlo. Tra gli aspetti positivi ed estensivi vanno evidenziati l’introduzione di maggiori tutele economiche per le lavoratrici, la previsione di un’indennità minima di maternità garantita anche per le donne non occupate o con contratti part-time, il raddoppio del congedo di paternità che passa da 10 a 20 giorni, la formalizzazione e l’istituzionalizzazione della figura fondamentale del caregiver familiare, l’aumento degli assegni familiari ordinari con il relativo adeguamento automatico all’inflazione a partire dal 2027 e l’estensione della riduzione delle rette degli asili nido a partire dal primo figlio. Tuttavia, accanto a questi parziali miglioramenti, permangono criticità profonde che ci impediscono di considerare questo provvedimento come una risposta adeguata e sufficiente alla gravità della situazione. Uno dei punti che abbiamo maggiormente contestato riguarda la persistente disparità di trattamento tra i lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi: nonostante qualche piccolo correttivo, il sistema continua a configurare una sorta di genitorialità di Serie B per le libere professioniste, i liberi professionisti e i lavoratori autonomi, i quali rimangono privi di tutele pienamente paritetiche rispetto a chi lavora come dipendente. Le nostre proposte emendative per introdurre una reale continuità professionale e congedi effettivamente equiparati tra le due categorie sono state sistematicamente respinte. Inoltre, pur apprezzando l’estensione del congedo di paternità a 20 giorni, troviamo fortemente criticabile la previsione che subordina una parte sostanziale di questo beneficio all’accordo preventivo con il datore di lavoro, rischiando di trasformare un diritto teoricamente universale in uno strumento di difficilissima applicazione pratica, specialmente nel settore privato. Anche la formalizzazione del caregiver familiare rappresenta un passo in avanti sulla carta, ma aver fissato il limite di 50 qualifiche annue e un tetto massimo di spesa complessivo di un milione di euro ci appare come una scelta priva di una reale base statistica e programmatoria, che rischia di generare elementi potenzialmente discriminatori tra i richiedenti; come opposizione, abbiamo fortemente contestato anche la previsione che impone ai pensionati di dover rinunciare al proprio trattamento pensionistico per poter accedere ai benefici economici previsti per il caregiver. Un altro nodo politico centrale che voglio denunciare è la mancata attuazione dell’ICEE quale parametro obbligatorio per garantire l’equità sociale. La scelta della maggioranza di continuare a basare l’accesso alle misure previste dalla legge esclusivamente sul reddito imponibile dichiarato, anziché sulla reale situazione economico-patrimoniale complessiva dei nuclei familiari, rischia di perpetuare profonde ingiustizie distributive, finendo per favorire soggetti che possiedono patrimoni rilevanti ma che presentano redditi formalmente contenuti. Rimane inoltre del tutto poco chiara la reale volontà politica del Governo di procedere speditamente verso la piena attuazione dello strumento ICEE; la minoranza ha individuato in questa ambiguità uno dei principali limiti politici di questa riforma. Riteniamo anche che il bonus bebè da 1.000 euro risulti ampiamente insufficiente rispetto ai costi reali e spropositati della prima infanzia: in Commissione abbiamo evidenziato come misure di questo tipo rischino di avere una funzione prevalentemente simbolica ed elettorale, piuttosto che un impatto sostanziale sulle scelte di vita delle giovani coppie. Allo stesso modo, abbiamo espresso forti critiche sulla sanatoria relativa ai debiti pregressi per le rette degli asili nido, che consideriamo un segnale diseducativo nei confronti di quei cittadini che hanno sempre adempiuto correttamente e con sacrificio ai propri obblighi di pagamento. Nel corso del dibattito, le forze di opposizione hanno presentato numerosi emendamenti finalizzati a trasformare questo provvedimento in una vera e propria riforma strutturale di lungo periodo: tra le nostre proposte vi erano l’aumento significativo del bonus natalità, la fornitura gratuita di pannolini e latte artificiale tramite l’ISS, la moratoria totale e l’azzeramento delle rette dei nidi per i primi anni, la riduzione della precarietà lavorativa attraverso la diminuzione della durata massima dei contratti a termine da 24 a 12 mesi, l’introduzione di meccanismi automatici di tutela salariale per recuperare il potere d’acquisto eroso dall’inflazione, l’attuazione di politiche abitative pubbliche contro la speculazione e per il recupero degli immobili da destinare a canone moderato, la piena equiparazione delle tutele per i lavoratori autonomi, e l’introduzione legislativa del servizio di supporto domiciliare postpartum e del supporto psicologico gratuito per le neomamme. Purtroppo, tutte queste proposte, pur ispirate a criteri di forte equità sociale, sono state sistematicamente respinte dalla maggioranza. 

Alla luce di queste valutazioni, le forze di opposizione hanno deciso di esprimere un voto di astensione. Si tratta di un’astensione squisitamente politica e di ferma denuncia: riconosciamo i parziali passi in avanti compiuti sul piano delle tutele formali, ma intendiamo evidenziare i limiti insuperabili di un intervento debole, frammentato e privo di una visione complessiva in grado di affrontare realmente l’inverno demografico che sta colpendo la Repubblica. Manca una visione strategica che affronti le vere e strutturali cause della crisi; manca l’applicazione dell’ICEE come strumento di equità sostanziale e alcuni interventi continuano ad essere parametrati solo sul reddito e non sul patrimonio complessivo, segno di una volontà politica ancora troppo timida nel perseguire la giustizia sociale. Infine, è mancato un metodo di lavoro realmente condiviso e partecipato che avrebbe permesso di costruire una riforma più solida, ampia e nell’interesse generale del Paese. La nostra astensione non è dunque una contrarietà preconcetta, ma un richiamo forte e vibrante alla necessità di costruire politiche per la famiglia che siano autenticamente strutturali, capaci di restituire ai nostri giovani la concreta possibilità di immaginare e progettare il proprio futuro all’interno della Repubblica di San Marino.

Stefano Canti Segretario di Stato: Siamo giunti all’approvazione definitiva di questo importantissimo progetto di legge che affronta uno dei temi più cruciali e strategici per il destino e il futuro stesso del nostro Paese: il sostegno concreto alla famiglia, alla maternità, alla natalità e, più in generale, alla tenuta demografica della Repubblica di San Marino. Voglio chiarire subito che non ci troviamo affatto di fronte a un intervento isolato o a un provvedimento che è stato elaborato in fretta o in tempi ristretti; al contrario, questo testo rappresenta il punto di arrivo di un percorso lungo, articolato e approfondito di studio, analisi, ascolto e confronto reciproco che si è sviluppato nell’arco dell’ultimo anno e mezzo circa, coinvolgendo attivamente le istituzioni, le parti sociali, le associazioni private del settore e l’intera cittadinanza. A questo proposito, ritengo indispensabile e utile fornire all’Aula un aggiornamento puntuale sull’andamento demografico del nostro Paese: nei primi otto mesi dell’anno in corso, ovvero nel periodo compreso tra gennaio e agosto 2026, sul nostro territorio sono state registrate appena 88 nascite, a fronte delle 106 nascite che avevamo registrato nello stesso identico periodo dell’anno scorso, il 2025; questo significa che registriamo una preoccupante diminuzione di 18 nascite rispetto all’anno precedente e di 3 nascite rispetto al periodo corrispondente del 2024, quando le nascite erano state 91. Come ho già avuto modo di affermare più volte in passato, ma che ritengo fondamentale ribadire anche oggi in quest’Aula, l’intero iter di questo progetto di legge è stato caratterizzato da un dialogo costante, aperto e condiviso con tutte le parti sociali, nella ferma e radicata convinzione che solo attraverso l’ascolto attento delle diverse sensibilità fosse possibile costruire una riforma che risultasse realmente adeguata ed efficace. È pur vero che la maggior parte delle proposte emendative presentate dalle forze di opposizione in sede di Commissione non ha trovato accoglimento, ma ritengo che sarebbe profondamente ingeneroso sostenere che tali proposte non siano state tenute in debito conto; ogni singolo emendamento è stato infatti oggetto di un’attenta e approfondita valutazione tecnica e di un serio confronto nel merito. Questo percorso di confronto non si è affatto concluso o esaurito con l’approvazione del testo in quarta Commissione; anzi, successivamente a quel passaggio, questo approccio improntato al dialogo è proseguito con costanza, portando avanti ulteriori interlocuzioni e approfondimenti politici sia con le organizzazioni sindacali che con le diverse forze politiche. Siamo infatti convinti che una materia di così vitale importanza richieda un approccio dinamico e flessibile, capace di evolversi costantemente attraverso il confronto e il miglioramento continuo. Proprio da questo ulteriore e proficuo percorso sono scaturiti i nuovi emendamenti che sono stati depositati nella giornata di ieri, con il preciso e chiaro obiettivo di affinare e migliorare ulteriormente l’impianto della legge, affinché possa rappresentare uno strumento davvero innovativo, moderno e pienamente rispondente alle esigenze reali delle famiglie, della maternità e della natalità; si tratta di emendamenti che per ragioni di tempo preferisco non illustrare dettagliatamente in questa fase preliminare, riservandomi di farlo durante l’esame e l’approvazione dei singoli articoli. Accanto a questa intensa attività di carattere strettamente legislativo, il Congresso di Stato ha voluto promuovere e rafforzare anche la conoscenza scientifica del fenomeno demografico attraverso l’utilizzo di adeguati strumenti di analisi statistica: per questa ragione, tramite un’apposita delibera dell’Esecutivo, la numero 1 del 29 giugno 2026, abbiamo conferito un formale incarico all’Ufficio Nazionale di Statistica affinché provvedesse a realizzare l’indagine sociologica elaborata dalla Commissione Speciale sull’andamento demografico. Questa indagine, che è stata presentata ufficialmente alla stampa con una specifica conferenza, è stata condotta attraverso l’invio di questionari tramite posta elettronica a un campione della nostra popolazione di età compresa tra i 18 e i 49 anni, garantendo una forma totalmente anonima e nel pieno ed assoluto rispetto delle vigenti normative sulla riservatezza e sulla privacy dei cittadini. Voglio sottolineare con grande soddisfazione che, nelle prime due settimane dall’avvio dell’indagine, iniziato il 14 luglio 2026, erano già pervenute ben 1.894 risposte; al momento della conclusione dell’indagine, avvenuta in data 28 agosto 2026, abbiamo registrato la ricezione di ben 2.100 questionari interamente completati, su un totale di 2.798 questionari complessivi ricevuti, di cui solo 698 sono risultati incompleti. Io penso che si tratti di un segnale straordinariamente importante, che dimostra in maniera inequivocabile quanto questo tema sia profondamente sentito da tutta la cittadinanza e quanta disponibilità vi sia nel voler contribuire attivamente alla definizione e alla costruzione di politiche pubbliche fondate sull’ascolto e sulla solidità dei dati di fatto. Questo progetto di legge si colloca precisamente all’interno di questa visione strategica: una politica che ascolta, che studia, che si confronta costantemente e che si adopera per dare risposte concrete ai problemi reali. Siamo perfettamente consapevoli del fatto che nessuna singola legge, da sola, potrà mai avere la forza di invertire in maniera immediata o magica la tendenza alla denatalità; si tratta infatti di una sfida epocale e complessa che interessa l’intera Europa e che richiede necessariamente l’attuazione di interventi continui, coordinati e strutturali nel tempo. Tuttavia, siamo altrettanto convinti che le istituzioni abbiano il dovere imprescindibile di creare le condizioni di contesto più favorevoli affinché la scelta di costruire una famiglia e di accogliere dei figli non venga percepita come un ostacolo insormontabile o un problema, ma come un cammino sostenuto e valorizzato da una comunità che crede fermamente nel proprio futuro. Per questa ragione, il provvedimento che stiamo discutendo oggi non deve essere considerato come un punto di arrivo definitivo, ma come un ulteriore e decisivo passo in avanti all’interno di un percorso di riforme che dovrà necessariamente proseguire anche negli anni a venire. Questa legge nasce da una consapevolezza ben precisa: la denatalità non è solo una fredda questione statistica o demografica, ma è prima di tutto un’emergenza sociale, economica e culturale che mina le basi stesse della sopravvivenza futura della nostra Repubblica. Dietro a questa consapevolezza ci sono i volti e le storie delle persone, delle giovani coppie che devono poter essere messe in condizione di scegliere liberamente di formare una famiglia, di donne e uomini che hanno il diritto di conciliare in modo armonioso l’attività lavorativa con la genitorialità, di bambini ai quali abbiamo il dovere di garantire le migliori condizioni di crescita possibili, e di un’intera collettività che deve poter continuare a programmare con fiducia il proprio domani. Per fare questo, non possiamo limitarci a sterili esortazioni morali o a dire semplicemente alle giovani coppie che devono fare più figli; dobbiamo invece impegnarci a fondo per creare le condizioni materiali affinché la nascita di un figlio non si traduca in una penalizzazione economica, professionale o sociale. Questa è l’esatta direzione in cui si muove questa riforma. Innanzitutto, andiamo a consolidare il principio fondamentale secondo cui la famiglia, la gravidanza, la maternità e la genitorialità devono essere oggetto di una tutela pubblica che sia effettiva, tangibile e non solo proclamata sulla carta; la nuova formulazione collega infatti in maniera esplicita le politiche familiari ai principi cardine del nostro ordinamento costituzionale e introduce tutele più stringenti contro ogni forma di discriminazione legata non solo allo stato di gravidanza, ma anche allo status complessivo di genitore, promuovendo e valorizzando la piena corresponsabilità tra uomo e donna nella cura dei figli e dei familiari. Sul fronte della tutela della maternità, compiamo un passo avanti straordinario introducendo forme di sostegno economico anche per le donne che si trovano in stato di non occupazione, le quali rischiavano in precedenza di rimanere prive di qualsiasi aiuto proprio nel momento delicatissimo della gravidanza e del puerperio; ma soprattutto interveniamo in maniera decisa sugli strumenti di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, per permettere ai genitori di essere realmente presenti nella crescita dei propri figli senza dover compiere la dolorosa scelta tra l’attività professionale e gli affetti familiari. Un altro elemento di straordinaria importanza e qualificazione di questa riforma è l’istituzionalizzazione formale della figura del caregiver familiare: con questo strumento, la Repubblica di San Marino riconosce finalmente, per la prima volta e in maniera solenne, il valore sociale ed economico straordinario di tutte quelle persone che ogni giorno si prendono cura, direttamente e tra le mura domestiche, di un proprio familiare non autosufficiente, malato o con grave disabilità, spesso trovandosi costrette a rinunciare in tutto o in parte alla propria attività lavorativa e affrontando un carico assistenziale immenso sul piano materiale, fisico e umano. Grazie a questa riforma, l’attività di cura domestica cessa di essere una questione puramente privata o invisibile: chi si assume la responsabilità di accudire una persona fragile trova finalmente il giusto riconoscimento pubblico di svolgere una funzione di altissimo valore sociale e umano per l’intera comunità sammarinese. Per questa ragione, la nuova disciplina individua diversi profili di caregiver in base all’intensità dell’impegno richiesto, garantendo l’accesso a un sussidio di sostentamento graduato, il riconoscimento della contribuzione previdenziale figurativa e, per le situazioni di assistenza più intense e gravose, la possibilità di usufruire di un’aspettativa lavorativa fino a 5 anni, rinnovabili per ulteriori 5 anni. Sostenere concretamente le famiglie significa sostenere in modo diretto il futuro stesso della Repubblica; significa dare a una giovane coppia la serenità necessaria per non dover rinunciare al progetto di accogliere un figlio; significa garantire che una donna non debba mai trovarsi di fronte al bivio tra la propria realizzazione professionale e l’esperienza della maternità; significa consentire a un padre di essere presente e partecipe nei momenti più importanti della vita dei propri figli; significa non lasciare mai più sole quelle persone che dedicano la propria intera esistenza all’assistenza di un familiare fragile; significa, in definitiva, inviare un messaggio chiaro ed eloquente alle nostre giovani generazioni: San Marino è e vuole essere un Paese all’interno del quale sia possibile e concretamente sostenuto costruire una famiglia, crescere dei figli e progettare con serenità il proprio domani. Concludo rivolgendo un invito sincero alle forze politiche di opposizione che in sede di Commissione hanno espresso un voto di astensione su questo provvedimento: si tratta di una scelta politica legittima che rispetto profondamente, ma confido sinceramente che i significativi miglioramenti che abbiamo introdotto nel testo, anche grazie agli emendamenti depositati ieri, possano favorire oggi una convergenza politica più ampia e condivisa in quest’Aula. Come ho sempre sostenuto, le politiche a sostegno della famiglia, della maternità e della natalità non appartengono a una singola maggioranza o a una specifica opposizione, ma sono un patrimonio comune dell’intera comunità sammarinese. Per questa ragione, il mio auspicio più grande è che il Consiglio Grande e Generale possa esprimere su questo progetto di legge il consenso più ampio e unanime possibile, offrendo a tutta la cittadinanza un forte segnale di unità e di alta responsabilità istituzionale su una delle questioni più decisive e vitali per il domani della nostra Repubblica. Mi riserverò poi di intervenire in replica dopo aver ascoltato attentamente tutti i contributi e gli interventi dei consiglieri.

Sandra Stacchini (Pdcs): Proprio in questi giorni ho letto un testo scritto da Rosaria Masi, attivista del movimento femminile del 1952 della Democrazia Cristiana, intitolato “Le formicole del sagrato”. Oltre ad essermi perdutamente innamorata di figure femminili meravigliose come l’autrice stessa del volume, come Myriam Michelotti e tante altre donne straordinarie di quell’epoca, ho appreso con ammirazione come, grazie all’impegno instancabile e coraggioso di quel movimento femminile animato dai valori più profondi del popolarismo democratico cristiano, la nostra Repubblica sia giunta a traguardi storici fondamentali: nel 1960 è stato finalmente riconosciuto il diritto di voto alle donne; nel 1961 è stata approvata la prima legge fondamentale per la tutela del lavoro femminile che introduceva l’allattamento sul luogo di lavoro, la maternità interamente retribuita e il principio della parità salariale tra uomo e donna; nel 1971 è stato riconosciuto il diritto all’elettorato passivo per le donne; nel 1974 è stata istituita la pensione per le casalinghe, andando a riconoscere in modo ufficiale lo straordinario valore sociale e la tutela costituzionale legata all’istituto della famiglia. Tra le altre memorabili battaglie di quel gruppo straordinario, desidero ricordare anche l’impegno profuso fin dal 1969 per ottenere l’apertura dei primi asili nido sul nostro territorio. Mi sono voluta permettere di ripercorrere la memoria storica di questa preziosa eredità ideale perché mi fa sentire immensamente orgogliosa di militare e fare parte di un partito che ha per sua stessa natura e vocazione intrinseca la tutela prioritaria della famiglia e di tutti i suoi componenti, e che oggi si appresta a portare in Aula in seconda lettura, di concerto con le altre forze politiche della coalizione di maggioranza, una vera e propria rivoluzione sociale sulla carta, che è un aggiornamento normativo ma che nella sostanza rappresenta una scelta politica di governo chiarissima, coraggiosa e profondamente identitaria: una riforma di civiltà che mette saldamente al centro la famiglia, la tutela della maternità, la genitorialità condivisa, la dignità del lavoro di cura e, soprattutto, una riforma che vuole essere una risposta concreta a una delle sfide demografiche più drammatiche del nostro tempo, ovvero la denatalità. Ed è proprio su questo tema cruciale che il progetto di legge in esame interviene in modo incisivo, non certo con vuoti slogan propagandistici o inutili chiacchiere, ma attraverso l’introduzione di nuovi diritti, tutele concrete, significativi sostegni economici e innovativi strumenti di welfare sociale. Secondo me, uno degli aspetti di maggior pregio e qualificazione di questo provvedimento è la profonda attenzione rivolta alle situazioni di maggiore vulnerabilità e fragilità sociale: voglio sottolineare con orgoglio l’introduzione dell’indennità per gravidanza e puerperio specificamente dedicata alle donne in stato di non occupazione, che considero una vera e propria misura di civiltà per il nostro Paese, perché una gravidanza non può e non deve mai trasformarsi in una condizione di solitudine ed emarginazione economica. Allo stesso modo, ritengo di estrema rilevanza la previsione a tutela delle lavoratrici autonome: giovani professioniste e imprenditrici che scelgono la strada dell’autonomia professionale e che non devono essere penalizzate o scoraggiate se decidono di compiere la scelta di diventare madri. Va inoltre riconosciuto l’altissimo valore sociale di tutte quelle norme inserite nel testo a tutela delle donne sole in stato di gravidanza e dei nuclei familiari monogenitoriali: l’estensione delle esenzioni per le rette degli asili nido e della refezione scolastica, affiancata al riconoscimento di un bonus economico specifico, costituisce una risposta tangibile ed efficace per quelle famiglie che si trovano troppo spesso a dover gestire da sole carichi economici, organizzativi e psicologici estremamente pesanti. Questo progetto di legge compie anche un passo avanti straordinario sul piano strettamente culturale: l’estensione e il rafforzamento del congedo di paternità, portato a ben 20 giorni interamente retribuiti al 100%, non rappresenta una semplice misura di carattere organizzativo, ma è una vera e propria scelta di progresso civile; significa affermare con forza che l’attività di cura dei figli non è un dovere esclusivamente femminile, ma vuol dire riconoscere che la presenza del padre fin dai primissimi momenti di vita del bambino non è una gentile concessione o un favore, ma un diritto inalienabile del neonato, della madre e del padre stesso. Inoltre, la possibilità di usufruire di congedi aggiuntivi per il padre nei primi tre anni di vita del figlio rafforza in maniera concreta il principio della corresponsabilità genitoriale. Il problema della natalità si affronta anche aiutando materialmente le famiglie a sostenere i costi quotidiani che l’accudimento dei figli comporta: in questa direzione si inseriscono l’aumento degli assegni familiari ordinari, l’introduzione del bonus bebè e il riconoscimento di un contributo mensile di 50 euro per la donna sola in gravidanza e per i nuclei monogenitoriali che si trovano nelle condizioni previste dalla normativa, a cui si affianca il raddoppio delle percentuali dell’indennità per il congedo parentale, ex aspettativa postpartum. Si tratta di una serie di misure che, pur non pretendendo di risolvere da sole e di colpo l’intera crisi demografica, inviano un messaggio di straordinaria vicinanza da parte delle istituzioni: lo Stato c’è, lo Stato accompagna i genitori in questo percorso e lo Stato sceglie di farsi carico di una parte del peso economico della genitorialità. La riforma interviene anche su un terreno decisivo per la vita delle persone, ovvero la conciliazione tra i tempi della vita privata e i tempi del lavoro: tra le novità di maggior rilievo voglio segnalare l’estensione del diritto al part-time genitoriale fino ai primi quattro anni di vita del bambino, rispetto ai tre anni previsti dalla normativa vigente, e la valorizzazione del lavoro agile per i genitori e per tutti quei lavoratori che assistono persone con disabilità o non autosufficienti all’interno del proprio nucleo familiare. Infine, come ultimo punto che ritengo tra i più importanti elementi di innovazione sociale e politica contenuti in questo testo, vi è l’introduzione e il pieno riconoscimento normativo della figura del caregiver familiare: per la prima volta nel nostro ordinamento, il lavoro di cura continuativo prestato all’interno delle mura domestiche viene disciplinato in modo chiaro, graduato e strutturato. Si tratta di una scelta che racchiude in sé un valore umano e sociale immenso. Per troppo tempo, infatti, questo gravoso lavoro di cura è rimasto del tutto invisibile agli occhi della società e dello Stato, interamente delegato alle famiglie, gravando quasi sempre sulle spalle delle donne, spesso svolto nel silenzio e nella sofferenza e a costo di pesanti rinunce personali e professionali. Con questo provvedimento, la Repubblica di San Marino compie una scelta di campo netta e coraggiosa: trasformare un sacrificio puramente privato in un riconoscimento pubblico di straordinario valore. Credo che sia doveroso che l’intera Aula colga la portata storica di questa innovazione, perché oggi non stiamo semplicemente approvando una fredda norma di legge, ma stiamo affermando solennemente che lo Stato riconosce, tutela e sostiene con forza chi dedica la propria vita all’assistenza dei cittadini più fragili e vulnerabili della nostra comunità. Ho voluto aprire il mio intervento ricordando l’esempio e le battaglie del movimento femminile della Democrazia Cristiana del 1952; desidero concludere ora riportando una preghiera dei fedeli che ho ascoltato due domeniche fa, che chiedeva di pregare per i governanti affinché non consumino il proprio servizio dovuto al popolo in sterili e vani esercizi verbali, ma agiscano con concretezza mettendo sempre il bene comune davanti a qualsiasi interesse di parte. Io credo fermamente che questo progetto di legge costituisca un passo in avanti importante e coerente proprio verso questa direzione.

Giuseppe Maria Morganti (Libera): Desidero riallacciarmi in via prioritaria a una frase significativa che il Segretario di Stato ha pronunciato durante la sua esposizione, evidenziando come questo progetto di legge sia il frutto di un’analisi estremamente attenta e matura che il Consiglio Grande e Generale ha compiuto nel corso del tempo, arrivando anche a sperimentare soluzioni attraverso l’adozione di leggi precedenti, allo scopo di comprendere quale sia il modello più idoneo da ideare e porre a confronto con le moderne necessità sociali, le quali rischiano molto spesso di sviare l’attenzione da problematiche di straordinaria rilevanza come quella fondamentale di favorire la natalità. Proprio partendo da questa approfondita analisi di contesto, sono state individuate e messe in campo alcune soluzioni concrete. Il lavoro svolto in Commissione è stato indubbiamente molto approfondito e ha permesso di definire in maniera organica una serie coordinata di provvedimenti legislativi. Io non so se si sia già creato a tutti gli effetti un vero e proprio “modello San Marino” nell’affrontare la complessa sfida della denatalità, ma credo fermamente che ci troviamo sulla buona strada; non so se questo specifico modello possa dirsi già compiutamente definito da questo progetto di legge il quale, se in alcuni casi si presenta con un carattere fortemente omnicomprensivo — andando cioè ad intervenire sulle questioni strutturali e fondamentali —, in altri affronta forse in maniera un po’ più marginale o timida alcuni specifici aspetti della questione. Se ci interroghiamo su quali siano le reali problematiche che oggi determinano il fatto che non si facciano più figli nel nostro Paese, dobbiamo riconoscere che al primo posto vi sono la precarietà diffusa e quel profondo senso di incertezza per il futuro che caratterizza la vita delle giovani coppie; si tratta di un elemento sostanziale e globale di fronte al quale, purtroppo, una realtà così piccola come la nostra Repubblica può fare oggettivamente ben poco, e noi come singoli legislatori possiamo fare ancora meno. Tuttavia, vi sono alcuni elementi territoriali su cui possiamo e dobbiamo agire con determinazione e coraggio: mi riferisco, ad esempio, alla necessità di comprendere come si possa migliorare sensibilmente l’accesso a tutti quei servizi pubblici essenziali che servono a sostenere concretamente le famiglie nei momenti di maggiore bisogno, in particolare quando si hanno figli piccoli. Questo sostegno non deve limitarsi esclusivamente ai primissimi anni di vita dei bambini, ma deve configurarsi come un percorso continuo, poiché le famiglie e i nuclei familiari affrontano e si pongono queste problematiche educative ed economiche in una prospettiva di lungo periodo e non solo nel breve termine. Di conseguenza, questo tipo di servizi e di sostegno non può essere esclusivamente di natura economica ed assistenziale; sebbene nella Repubblica di San Marino vi siano casi specifici in cui sussiste una reale necessità di aiuto monetario diretto, e sarebbe opportuno che questi casi venissero regolati in modo trasparente ed equo attraverso l’introduzione definitiva dello strumento dell’ICEE, al contempo è indispensabile che i servizi pubblici e gli strumenti legislativi e operativi entrino in perfetta sintonia, e non in contrasto, con i nuovi modelli sociali emergenti, riuscendo in qualche modo a compenetrare questi modelli e a ridefinirli positivamente. Nel momento storico attuale, in cui sia l’uomo che la donna all’interno del nucleo familiare lavorano, si crea inevitabilmente un gap importante e significativo nei confronti del cosiddetto “tempo famiglia”, ovvero di quei tempi che i genitori possono realmente dedicare alla cura degli affetti domestici e, in modo particolare, alla crescita e all’educazione dei figli. È proprio su questo elemento nevralgico che la politica e le istituzioni hanno il dovere di intervenire, e devo dare atto che questo progetto di legge prova a farlo attraverso una molteplicità di forme, allungando ad esempio la possibilità di usufruire del part-time genitoriale — anche se altri colleghi intervenuti prima di me hanno già illustrato egregiamente la portata degli emendamenti introdotti —, e affrontando con decisione il tema del congedo e del congedo familiare, per fare in modo che vi sia una più equa e bilanciata distribuzione di questo importante strumento tra il padre e la madre. La riforma entra poi nel merito del sostegno strettamente economico attraverso la riduzione delle quote di partecipazione per l’accesso ai servizi per l’infanzia, l’introduzione del bonus bebè e l’adozione di altri strumenti che ritengo comunque secondari rispetto al principio cardine che deve guidarci, che è quello di trovare una sintonia di sistema, ossia di generare un autentico modello sammarinese. A questo proposito, ci tengo a ribadire che moltissimi degli argomenti che stiamo trattando oggi fanno parte di un ricchissimo retaggio culturale e politico: lo accennava opportunamente la consigliera che mi ha preceduto, ricordando come queste conquiste siano dovute alle lunghe e difficili battaglie di emancipazione che le donne hanno portato avanti a partire dal secondo dopoguerra, e oserei dire anche durante lo stesso drammatico periodo bellico; battaglie storiche che hanno caratterizzato molteplici aspetti della nostra convivenza civile e che hanno visto, accanto alle ben note iniziative della realtà democristiana attiva fin dal 1952, anche il ruolo fondamentale, proficuo e incisivo svolto da altre organizzazioni, come ad esempio l’Unione Donne Sammarinesi, la quale esprimeva storicamente un’ispirazione ideale diversa ma non meno meritevole. Non è mia intenzione scivolare in un’inutile discussione di carattere ideologico che sarebbe fuori luogo in questo momento, ma mi preme sottolineare come le conquiste sociali nel nostro Paese siano sempre avvenute a più livelli e per merito del contributo di diverse parti politiche. Se questa legge sarà in grado di identificare per la Repubblica di San Marino un modello realmente efficace e duraturo di contrasto alla denatalità, ce lo potrà dire solo il tempo, insieme a una verifica attenta e alla sperimentazione concreta sul campo di questo progetto così vasto e omnicomprensivo; di conseguenza, sarà indubbiamente necessario ritornare a discutere di queste tematiche in futuro, per verificare se i provvedimenti adottati si riveleranno realmente efficaci o se dovranno essere ulteriormente modificati, potenziati o corretti. Questa è la vera sfida politica che ci attende. Se guardiamo all’esperienza europea, notiamo che i diversi Paesi hanno adottato modelli tendenzialmente alternativi: da un lato vi sono i sistemi focalizzati prevalentemente sul potenziamento e sull’efficienza dei servizi pubblici di welfare, dall’altro vi sono quelli basati quasi esclusivamente sull’erogazione di aiuti e contributi economici diretti alle famiglie. La nostra scelta è stata quella di delineare un modello misto, all’interno del quale trovano spazio contemporaneamente entrambe le soluzioni, e questo potrebbe rappresentare una forte e positiva novità in grado di caratterizzare in modo unico ciò che stiamo costruendo. Accolgo dunque con favore questo progetto di legge, con l’auspicio che possa iniziare a generare da subito i frutti sperati per il Paese; i dati della statistica saranno sotto gli occhi di tutti nei prossimi anni e se verificheremo che queste misure non dovessero risultare sufficienti per invertire la rotta, dovremo farci trovare pronti a intervenire nuovamente per ripotenziare e affinare le strutture che oggi andiamo ad individuare.

Maria Donatella Merlini (Psd): Arriviamo oggi alla seconda lettura di questo importante progetto di legge che interviene in modo incisivo sulle tutele e sulle misure a sostegno della famiglia, della maternità, della paternità e della natalità. Già nelle relazioni presentate in occasione della prima lettura avevamo opportunamente richiamato il dato di fondo, ovvero che anche la Repubblica di San Marino sta vivendo una fase di calo demografico davvero significativo. Dobbiamo essere consapevoli che avere meno nascite significa inevitabilmente andare incontro a una popolazione progressivamente più anziana, con una conseguente riduzione della forza lavoro attiva e un peso sempre maggiore sui nostri sistemi di welfare. La relazione che accompagna questo progetto di legge ricordava per gli ultimi anni dei dati statistici molto chiari e allarmanti: si passava dai 296 nati del 2004 ai soli 144 nati registrati nel 2024. È pur vero che nel 2025 il dato sulle nascite era cresciuto, registrando un trend positivo, ma purtroppo già nei primi sei mesi di quest’anno, il 2026, torniamo a registrare un dato purtroppo negativo. Anche per questa ragione, secondo me, questa legge assume un valore straordinario; non certo perché possa, da sola, risolvere definitivamente il complesso problema della natalità, poiché nessuna legge ha una simile capacità, ma perché rappresenta un segnale concreto. La scelta di avere un figlio non dipende mai solo ed esclusivamente da un fattore di natura economica, trattandosi di una scelta personale estremamente complessa che è legata a molteplici fattori come il lavoro, la disponibilità di una casa, l’efficienza dei servizi, il tempo realmente disponibile, la stabilità e quella generale fiducia nel futuro. Però io penso che la politica possa fare molto in questo senso, creando condizioni migliori sul territorio, riducendo gli ostacoli quotidiani e dicendo chiaramente alle famiglie che non sono affatto lasciate sole. In questo contesto, secondo me, gli interventi di natura economica previsti dal testo sono estremamente significativi: penso, ad esempio, all’aumento delle percentuali riconosciute sugli stipendi dei genitori durante i periodi di astensione dal lavoro, al rafforzamento reale degli assegni familiari, al bonus economico per la nascita o per l’adozione di un figlio, e ai permessi di astensione dal lavoro pensati sia per la madre che per il padre. Penso inoltre a tutte quelle misure specifiche rivolte alle madri sole e ai nuclei familiari monogenitoriali, così come alle agevolazioni previste per le rette degli asili nido e della refezione scolastica, calibrate in base al reddito e al numero dei figli.

Un altro passaggio di grandissimo rilievo è il formale riconoscimento della figura del caregiver, ovvero di chi si prende cura, spesso quotidianamente e in silenzio, delle persone più fragili all’interno del proprio nucleo familiare. Secondo me si tratta di misure utili e concrete che racchiudono un significato politico importante, perché sostenere una famiglia non deve significare soltanto affermare un principio teorico sulla carta; vuol dire mettere a disposizione strumenti reali, evitare che la nascita di un figlio si traduca in un fattore di impoverimento per i genitori e impedire che il carico della cura gravi sempre e solo sulle spalle delle stesse persone, in particolare delle donne. Il congedo di paternità, il rafforzamento complessivo del congedo parentale e il miglioramento delle relative indennità vanno letti proprio in questa direzione culturale: non sono soltanto aiuti di tipo economico, ma veri e propri strumenti di cambiamento culturale perché affermano con forza che la cura dei figli riguarda in egual misura entrambi i genitori e che il padre deve essere finalmente messo nelle condizioni concrete di esserci e partecipare davvero. Allo stesso modo, l’aiuto specifico destinato alle madri sole assume un valore profondo perché interviene laddove la fragilità economica si somma spesso a una pesante solitudine organizzativa, educativa e familiare; una madre sola non ha bisogno soltanto di un contributo economico una tantum, ma ha bisogno di essere inserita in una rete di servizi e ha bisogno che le istituzioni facciano sentire la loro presenza. Anche il riconoscimento normativo del caregiver rappresenta un passaggio fondamentale, perché la cura delle persone fragili non può e non deve essere considerata semplicemente come un fatto privato o invisibile: si tratta di un vero e proprio lavoro sociale e di una responsabilità che riguarda l’intera comunità. Tutto questo va indiscutibilmente nella direzione giusta, ma io penso che dobbiamo anche essere attenti e consapevoli rispetto a un rischio strisciante, ovvero il rischio che alcune misure pensate per sostenere la famiglia finiscano involontariamente per riportare soprattutto le donne a casa, allontanandole dal mondo del lavoro. Secondo me questo non deve assolutamente accadere; sostenere la maternità non deve significare in alcun modo indebolire l’autonomia femminile, così come sostenere la famiglia non deve voler dire ridurre la presenza delle donne nel mercato del lavoro e nella nostra società. Una buona politica familiare deve fare esattamente l’opposto: deve permettere alle donne di scegliere in totale libertà, deve coinvolgere maggiormente gli uomini nei carichi di cura e deve rendere la genitorialità una responsabilità realmente condivisa tra i partner. Per questo motivo sarà assolutamente necessario monitorare con attenzione l’applicazione di questa legge nel tempo; dovremo verificare se le misure introdotte funzionano davvero, se vengono concretamente utilizzate, se aiutano realmente le famiglie e se producono una distribuzione più equilibrata dei compiti. Accanto agli interventi puramente economici, poi, dovremo sforzarci di lavorare ancora di più sul potenziamento dei servizi per l’infanzia, sui servizi educativi, sul sostegno alla genitorialità e sulla creazione di orari che siano realmente compatibili con la vita reale delle persone, garantendo accessibilità e flessibilità; una famiglia non ha bisogno soltanto di contributi economici, ma ha assoluto bisogno di tempo, di spazi fisici, di organizzazione e di una comunità che funzioni in modo efficiente. Investire sulle politiche familiari significa investire sul futuro del nostro Paese, ma significa anche e soprattutto rendere la nostra società più moderna, più giusta e molto più vicina alle esigenze concrete della vita delle persone. A questo proposito, credo che la legge sull’ICEE garantirà una distribuzione decisamente più equa e mirata delle risorse dello Stato. Questo progetto di legge rappresenta quindi un passo avanti molto positivo e una tappa fondamentale di un percorso che dovrà necessariamente continuare con attenzione, monitoraggio e con la capacità di correggere ciò che eventualmente non funzionerà come previsto. In quest’ottica benvenga l’indagine sociologica che è stata avviata sul territorio, la quale ha proprio lo scopo di farci comprendere meglio quali fattori incidano maggiormente sulla scelta dei giovani di dare vita a relazioni stabili. Desidero infine esprimere il mio apprezzamento per il lavoro svolto dal Segretario Stefano Canti, in particolare per il metodo di confronto che ha consentito fino all’ultimo momento di dialogare con le forze politiche, sindacali e datoriali, portando a compimento questo importante progetto; ritengo che questo sia il metodo giusto, purtroppo praticato troppo di rado dalla politica, per raccogliere proposte e idee in grado di fare la differenza di fronte a problemi complessi.

Matteo Casali (Rf): Arriviamo finalmente alla seconda lettura di questo provvedimento che, nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare uno dei tasselli fondamentali per contrastare il drammatico fenomeno della denatalità attraverso l’incentivo alla famiglia e alla natalità. Tuttavia, il primo dato che io mi trovo costretto a rilevare è di forte critica, perché se i tempi di reazione della politica e il metodo seguito nell’iter di approvazione di questa legge sono quelli ai quali abbiamo dovuto assistere, io credo che ci sia davvero di che preoccuparsi. Voglio fare una breve cronistoria: l’ordine del giorno, che rappresenta il primo motore di questa produzione normativa, è stato approvato dal Consiglio Grande e Generale nel lontano marzo del 2025. Successivamente, ci è stata sottoposta una primissima bozza di legge in Commissione Quarta nel novembre del 2025, con la solenne promessa — puntualmente disattesa — che ci saremmo rivisti la settimana successiva per avviare i necessari confronti. La prima lettura in Aula è avvenuta solo nel marzo del 2026, con un testo ampiamente rimaneggiato rispetto alla bozza iniziale e senza che fosse stato avviato alcun reale confronto. A fine aprile del 2026, la Commissione ha esaminato la legge, ma il testo risultava massicciamente cambiato a causa di emendamenti governativi presentati all’ultimo minuto. Come se non bastasse, oggi siamo arrivati in seconda lettura con ulteriori emendamenti modificativi e aggiuntivi a un testo già licenziato in Commissione, presentati con le firme di trentanove consiglieri; una situazione tale per cui le stesse relazioni dei commissari relatori della Commissione referente hanno corso il serio rischio di essere superate dagli eventi prima ancora di poter essere discusse. Ecco, secondo me, se questo è il “dinamismo” e il valore aggiunto di cui ci ha parlato il Segretario, io tendo a pensare che si tratti piuttosto di una palese difficoltà nel trovare una sintesi e di una fatica nel relazionarsi con gli interlocutori. La realtà è che ci troviamo a discutere di un progetto di legge che è diventato un vero e proprio “blob”, un testo che saremo costretti a esaminare “just in time” a causa di modifiche che sono continuate ad arrivare fino a pochi minuti fa.

Per carità, io so bene che la tematica è complessa e nessuno in quest’Aula ha la presunzione di avere la bacchetta magica per risolvere di colpo la denatalità; si tratta di un problema profondo che investe l’intero mondo occidentale in cui siamo inseriti, un problema che ha risvolti sociali e soprattutto culturali, per cui lo Stato può solo cercare di fornire dei mezzi per mitigarlo, ma difficilmente potrà pensare di invertire con una semplice norma un trend che ha radici così intime. Però, proprio per questo, a un problema del genere occorre applicare un approccio multidisciplinare, una cosa che noi abbiamo chiesto e ribadito in ogni singola occasione. Oltre a fornire sussidi, secondo me occorre occuparsi seriamente di altri tre pilastri fondamentali che, guarda caso, sono emersi proprio oggi discutendo altri provvedimenti in quest’Aula. Il primo pilastro è il lavoro: senza la certezza di un impiego stabile e di una degna retribuzione, le giovani coppie difficilmente potranno pensare di mettere su famiglia, soprattutto a fronte di un costo della vita spaventoso e di una capacità di acquisto in continua erosione; ricordiamoci infatti che la piena occupazione non coincide necessariamente con la qualità retributiva del lavoro. Il secondo pilastro è la casa: continuiamo ad assistere a un’emergenza che ormai sul nostro territorio è diventata endemica, ovvero quella del caro vita. Le giovani coppie che vogliono avviare un progetto di vita trovano la prima, enorme barriera proprio nella difficoltà di accesso all’abitazione, e qui il Governo sembra esercitarsi nel non risolvere i problemi, basti pensare alla legge per la prima casa, alla pianificazione territoriale o a quegli interessi agevolati che di agevolato non hanno proprio nulla. Sembra quasi che il Governo si compiaccia di non risolvere i problemi per poter continuare a fare propaganda e dire che li risolverà in futuro; più un problema resta irrisolto, meglio è per la vostra retorica. Il terzo pilastro è la scuola: c’è un tema di formazione perenne e continua per cui oggi un giovane è costretto a studiare e formarsi sempre più a lungo prima di potersi inserire stabilmente nel mondo del lavoro. Per affrontare tutto questo, servirebbe una cabina di regia unitaria, uno strumento che noi abbiamo chiesto a più riprese; pensavamo che la Commissione speciale sull’andamento demografico potesse essere la sede naturale per questo coordinamento, ma la Segreteria di Stato ha preferito avocare a sé ogni competenza e questa centralizzazione non ha prodotto i risultati sperati.

C’è poi un problema drammatico legato all’incapacità cronica della nostra politica di analizzare i dati, sintetizzare i fenomeni e formulare ipotesi di intervento efficaci. Anche in questo caso assistiamo allo stesso pattern: a fronte di dati chiarissimi sciorinati dagli uffici, la classe dirigente non è in grado di comprendere i fenomeni reali e propone soluzioni basate su soglie arbitrarie, dove si ricorre sempre a numeri tondi, come se l’aiuto alle famiglie si potesse calcolare a spanne anziché partendo dall’analisi reale dei bisogni dei nuclei familiari. Chiunque sia stato in Commissione sa che l’atteggiamento dell’opposizione è stato costruttivo, ma il sentimento dominante è stato di rassegnazione; eravamo tutti consapevoli di non stare discutendo un tassello di un piano complessivo, e ad ogni emendamento il refrain era che questi piccoli sussidi non avrebbero invertito alcuna tendenza. Le proposte dell’opposizione sono state sistematicamente ignorate: noi chiedevamo un’estensione decisa del congedo di paternità per il padre, che invece è stato semplicemente portato da dieci a venti giorni; chiedevamo che gli assegni familiari fossero parametrati all’ICEE, ci è stato risposto di no in Commissione salvo poi vedere la maggioranza folgorata sulla via di Damasco quando le parti sociali vi hanno fatto fare marcia indietro. Quello che dice l’opposizione viene costantemente trattato come lettera morta. Abbiamo contestato con forza anche la limitazione della figura del caregiver a sole cinquanta qualifiche all’anno con un tetto di spesa di un milione di euro: secondo me questa scelta dimostra che non credete fino in fondo in questa figura che noi, invece, abbiamo sempre sostenuto. Abbiamo visto respingere persino proposte minime, come la gratuità dei pannolini e del latte in polvere per le famiglie in difficoltà, nonostante un’istanza d’Arengo approvata andasse proprio in quella direzione; quell’istanza è stata dichiarata soddisfatta dalla legge sulla famiglia, ma poi l’emendamento concreto è stato cestinato. Lo stesso vale per la moratoria sulle rette degli asili nido e il dimezzamento delle tariffe dei centri estivi, misure che per noi sono battaglie storiche. Io penso che di fronte a noi ci sia una sfida epocale che va affrontata con un approccio di sistema, identificando un autentico “modello San Marino” che coinvolga la politica, la società civile e le parti sociali. Ma se i tempi e i metodi di questo Governo sono quelli confusi e “just in time” che abbiamo visto in questa occasione, io temo che la partita per il futuro del Paese non inizierà neppure.

Gaetano Troina (D-ML): Questo è un provvedimento estremamente atteso dalla nostra cittadinanza. Si tratta di un progetto che nasce ormai più di un anno e mezzo fa, a seguito di un ordine del giorno approvato dalla Commissione Finanze durante l’esame del cosiddetto progetto sviluppo, occasione in cui ci venne detto che quello non era il testo adatto per presentare proposte in favore delle famiglie e che sarebbe stato realizzato un provvedimento interamente dedicato. Questo è finalmente quel progetto dedicato, e c’era davvero grandissima attesa e soprattutto l’aspettativa di poter avviare un confronto approfondito per portare proposte concrete e risolutive per i problemi quotidiani dei nostri concittadini. Invece, devo constatare con rammarico che questo confronto, specialmente nella fase preliminare al deposito del progetto di legge, non c’è stato nella sostanza. Questo mi dispiace profondamente, perché su un tema di questa portata c’era la possibilità di fare un lavoro corale, dato che tutti quanti riconosciamo che le famiglie sammarinesi stanno attraversando un momento di profonda crisi. Proprio per questo, quando oggi sento fare della filosofia o raccontare la storia in quest’Aula, mi dispiace: secondo me non è affatto il momento di perdersi in teorie o rievocazioni, ma è il momento di agire con la piena consapevolezza delle difficoltà reali delle nostre famiglie. Siamo in un Paese in cui ogni anno nascono meno bambini; il trend attuale, e ringrazio la dottoressa Farinelli per averci fornito i dati aggiornati, mostra un calo ulteriore rispetto alla media dello scorso anno. Ci sono sicuramente svariate ragioni dietro la scelta delle giovani coppie di non avere figli, ma una delle principali è legata ai costi e alla totale insufficienza dei supporti e degli aiuti che lo Stato garantisce a chi decide di mettere al mondo un bambino. Oggi, per una coppia di genitori lavoratori, è semplicemente impossibile sostenere i costi e gestire l’organizzazione familiare senza l’aiuto dei nonni o un supporto reale dello Stato, specialmente a causa degli orari scolastici vigenti; se entrambi i genitori lavorano dalle 8:30 alle 18:30, come possono gestire i figli che escono da scuola a metà pomeriggio se non possono nemmeno andarli a prendere?

In Commissione, la nostra forza politica ha depositato una serie di proposte che ritenevamo assolutamente concrete e di buon senso. Avevamo chiesto, innanzitutto, di consentire ai pensionati di svolgere il ruolo di caregiver rinunciando all’emolumento specifico ma senza dover perdere la propria pensione. Avevamo proposto incentivi per le imprese che introducessero lo smart working e misure di accessibilità per le lavoratrici in gravidanza; permessi retribuiti per l’inserimento dei figli al nido e alla scuola dell’infanzia; l’introduzione di appositi voucher per babysitting, asili nido e assistenza domiciliare; un supporto psicologico perinatale gratuito e la possibilità di formalizzare un servizio di assistenza domiciliare post-partum, creando reti di sostegno H24. Soprattutto, abbiamo insistito per introdurre tutele specifiche per i lavoratori autonomi e i liberi professionisti, che oggi in questo ambito vengono trattati come se fossero genitori di Serie B rispetto ai lavoratori dipendenti. Di fronte a queste proposte, secondo me, le risposte che abbiamo ricevuto in Commissione sono state davvero sconcertanti: per i caregiver pensionati ci è stato detto che, se vogliono svolgere quel ruolo, devono rinunciare alla loro pensione e accontentarsi di appena 1.200 euro mensili, ma io mi chiedo cosa possa fare oggi una persona con una simile cifra; per i permessi dedicati ai genitori ci è stato risposto che le categorie datoriali non sarebbero state d’accordo; per i servizi dell’ISS ci è stato detto che questa non era la legge corretta perché si tratta di organizzazione interna da lasciare alla discrezionalità dei dirigenti; e per i lavoratori autonomi la risposta è stata, ancora una volta, che questa non era la sede adatta. Ma io mi chiedo: se non all’interno di una legge sulla maternità, sulla natalità e sul sostegno alla famiglia, dove dovrebbero essere affrontati questi temi? Noi continuiamo a portare proposte e a offrire la nostra totale disponibilità al confronto, ma i nostri appelli restano purtroppo inascoltati. Al Segretario Canti voglio comunque dare atto del fatto che, a differenza di altri suoi colleghi di Governo, ha almeno provato a fissare degli incontri, anche se tardivamente. Un’ultima osservazione riguarda gli emendamenti che andremo a discutere: secondo me, molte delle fasce di reddito individuate sono poco applicabili e, in attesa che l’ICEE diventi realmente operativo, pochissime famiglie riusciranno ad accedere ai benefici previsti a causa di scaglioni troppo bassi. È davvero un peccato spacciare queste misure come risolutive se poi, nei fatti, nessuno potrà accedervi.

Denise Bronzetti (Ar): Credo non sfugga a nessuno in quest’Aula, ed è stato opportunamente ricordato anche negli interventi che mi hanno preceduta, che non abbiamo affatto la pretesa di risolvere il complesso problema della denatalità con una semplice legge. Era e rimane tuttavia un dovere imprescindibile della politica intervenire con tutti gli strumenti a sua disposizione di fronte a una situazione così critica, che non interessa soltanto la nostra piccola Repubblica ma sta interrogando molti Stati europei. Secondo me, ha fatto benissimo la Segreteria di Stato competente, insieme al Consiglio Grande e Generale, ad affrontare questi temi prevedendo nuovi strumenti di sostegno per le famiglie e aggiornando quelli che necessitavano di una profonda revisione. È stato detto che questi strumenti potrebbero non cogliere pienamente nel segno; io credo invece che sia necessario riconoscere come questa norma si inserisca positivamente nel nostro contesto, introducendo finalmente una differenziazione degli interventi in base al reddito. Si tratta di un passaggio necessario, e in questo senso ci auguriamo che lo strumento dell’ICEE possa presto vedere la luce in tutti i suoi meccanismi operativi. Questa legge ha l’ambizione di accompagnare la vita delle persone in modo continuo, e non si limita a interessare unicamente le donne, sebbene dedichi una parte importante al momento straordinario ma complesso della maternità. Il sostegno accompagna l’intero percorso di vita del nucleo familiare, arrivando a normare le rette e i servizi di refezione scolastica. Un altro aspetto che desidero evidenziare con forza è l’introduzione della figura del caregiver familiare. Prendersi cura di una persona non autosufficiente all’interno della famiglia comporta sforzi immensi che toccano l’organizzazione stessa dei tempi di vita dei familiari, i quali devono essere concretamente aiutati, anche a fronte della nota carenza di posti nelle case di riposo. Affrontare questa legge tenendo insieme tutte le problematiche che possono mettere in difficoltà le famiglie — siano esse tradizionali o monogenitoriali — secondo me è stato il modo più corretto ed efficace per rispondere alle fatiche quotidiane dei cittadini.

Il testo affronta anche il tema dei congedi parentali e del lavoro in un’ottica di effettiva parità di genere. Spesso, quando si parla di parità, si pensa esclusivamente alla tutela della donna in quanto soggetto storicamente più debole; io penso che sia corretto allargare lo sguardo e riconoscere che la parità di genere deve funzionare anche a parti invertite, garantendo all’uomo diritti e congedi che fino ad oggi non erano pienamente previsti. Trovare un equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e quelle delle imprese ha richiesto un confronto approfondito con le organizzazioni sindacali e datoriali, che la politica ha cercato di declinare al meglio nell’articolato. Certamente rimangono alcune parti delicate da monitorare, come l’articolo 19 che disciplina i contratti a tempo determinato per le donne in stato di gravidanza: si tratta di un aspetto critico che andrà valutato attentamente nella sua concreta applicazione per evitare effetti contrari alle intenzioni. Siamo invece particolarmente fieri di aver dato il nostro contributo all’articolo 31, dove abbiamo proposto di incrementare le quote pensionistiche per le donne che hanno avuto figli e di ridurre i disincentivi per l’accesso alla pensione di anzianità anticipata. Io non so se questa legge risolverà del tutto il problema della natalità, ma se grazie a queste misure, verso le quali la cittadinanza nutre grandi aspettative, sul nostro territorio nascerà anche solo qualche bambino in più, noi potremo dirci pienamente soddisfatti di aver svolto un buon lavoro d’inizio.

Michela Pelliccioni (Gruppo Misto): Intervengo su questo progetto di legge che voglio dichiarare fin da subito di accogliere con favore. Non lo faccio perché io non abbia osservazioni o proposte su ciò che, a mio avviso, si sarebbe potuto implementare e rafforzare nel sostegno alle famiglie, ma perché credo sia doveroso guardare innanzitutto ai dati di fatto oggettivi. E secondo me un dato oggettivo incontestabile risiede nella costante e accorata richiesta, direi quasi una preghiera, che è giunta da moltissime neomamme sammarinesi affinché questo progetto di legge venisse approvato nel minor tempo possibile. Si tratta di una sollecitazione importante che è arrivata a me come a molti altri colleghi in quest’Aula, e penso che la domanda insistente di aiuto da parte delle famiglie non debba in alcun modo essere sottovalutata o presa sottogamba. Per questa ragione, io annuncio il mio voto favorevole e assicuro che non farò alcun tipo di ostruzionismo, perché ritengo prioritario portare a casa un risultato concreto che la cittadinanza ci chiede con urgenza. Il progetto si concentra principalmente sull’erogazione di sussidi economici; tra gli elementi di maggior pregio vi sono l’introduzione di riduzioni per le rette degli asili nido parametrate sul reddito, con il rimando a un decreto delegato per l’applicazione dell’ICEE, il riconoscimento di un’indennità minima per le madri prive di reddito e il prolungamento dei permessi di nascita. Tuttavia, io penso che per essere davvero efficaci queste misure debbano trovare un contemperamento a 360 gradi, e sotto questo aspetto trovo che all’interno del progetto manchi un reale potenziamento delle politiche abitative. La casa rappresenta la base essenziale per la costruzione di qualsiasi nucleo familiare, e secondo me nel nostro Paese servirebbero politiche mirate soprattutto a favorire gli under 35, introducendo ad esempio canoni di locazione realmente calmierati per i più giovani.

Accanto alla questione abitativa, per dare una reale prospettiva a chi vuole mettere su famiglia, la risposta principale deve arrivare dal mondo del lavoro. Oggi ci troviamo in un contesto sociale in cui anche i nonni lavorano sempre più a lungo a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile, per cui i genitori non possono fare affidamento sul loro supporto quotidiano; se vogliamo che una famiglia possa far fronte alle spese, anche per un asilo nido a tariffa ridotta, dobbiamo garantire la certezza di un impiego. A questo proposito, inserire lo smart working come una semplice facoltà all’interno di una legge equivale a non scriverlo affatto; l’intero mercato del lavoro andrebbe rivisto, superando contratti rigidi che non consentono flessibilità né alle famiglie né agli imprenditori, soprattutto in settori in forte crisi come il turismo. Se non affrontiamo queste problematiche in maniera coordinata, rischiamo di far uscire il problema dalla porta per vederlo rientrare dalla finestra. Faccio un esempio concreto riferito alla norma che introduce il divieto di licenziamento o di mancato rinnovo del contratto a tempo determinato per le donne in stato di gravidanza. Si tratta di una tutela apparentemente utilissima, e qualsiasi madre che ha perso il lavoro per questo motivo non può che essere d’accordo; tuttavia, dobbiamo stare attenti a non fare un autogol. Se non consideriamo le necessità delle imprese e le specificità dei lavori stagionali, il rischio concreto è che questa norma finisca per penalizzare proprio le donne in età fertile, riducendo drasticamente le loro opportunità di assunzione nei contratti a tempo determinato perché i datori di lavoro potrebbero preferire altre categorie per evitare vincoli eccessivi. Secondo me, questo tipo di norme necessita di un approfondimento maggiore per non produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Ribadisco comunque il mio sostegno favorevole a questa riforma, anche perché molti emendamenti sono stati coordinati positivamente con le forze sindacali, chiedendo al Segretario un impegno costante per monitorare e affinare la legge in base alle reali esigenze del territorio.

Lorenzo Bugli (Pdcs): Intervengo in questo dibattito per esprimere la mia grande soddisfazione perché finalmente portiamo a compimento l’iter di questo progetto di legge sulla famiglia, un provvedimento che per il nostro partito e per l’intera maggioranza di governo riveste un’importanza fondamentale. Questo testo riprende e ricalibra le misure introdotte con la legge del 2022, la quale aveva ormai esaurito la sua spinta propulsiva e necessitava di essere modernizzata, migliorata e resa decisamente più efficiente attraverso l’inserimento di strutture del tutto nuove e interessanti. Secondo me, questo progetto di legge offre risposte immediate e significative alla cittadinanza, ed è il frutto di un lavoro corale per il quale desidero ringraziare il Segretario Canti per lo sforzo di coordinamento profuso su un tema che rappresenta una delle sfide più cruciali del nostro tempo. Ci troviamo in un continente in cui la denatalità e la crisi della famiglia sembrano quasi essere cancellate dalle agende politiche, nonostante la denatalità sia un male invisibile che sta consumando e riducendo il futuro di interi Paesi. Questo progetto di legge non ha la presunzione di risolvere da solo ogni problema, ma introduce importanti strumenti di sostegno: penso ai congedi di maternità e a quelli di paternità che vengono raddoppiati, ai diversi bonus e agli incentivi economici pensati per garantire una maggiore serenità a chi sceglie di intraprendere il percorso di costruzione di una nuova famiglia. Mettere al centro questi temi è una priorità assoluta per la nostra maggioranza, poiché da essi dipende la sostenibilità stessa del nostro sistema previdenziale, la tenuta del debito pubblico e la sopravvivenza stessa dell’identità della nostra Repubblica. Chiaramente dovremo monitorare costantemente l’efficacia di questi strumenti sul campo, pronti a migliorarli o modificarli in corso d’opera.

C’è un tema che mi sta particolarmente a cuore, avendolo sollevato più volte in passato quando ricoprivo il ruolo di presidente dei giovani della Democrazia Cristiana, ed è l’introduzione della figura del caregiver familiare. Quando si parla di politiche familiari, secondo me, bisogna considerare la famiglia nella sua totale complessità, e troppo spesso la figura dell’anziano viene dimenticata o lasciata ai margini. Questa legge ha lo straordinario merito di andare a colmare un vuoto normativo profondo e di dare dignità a chi sceglie di assistere in casa un proprio familiare fragile. I nostri anziani non devono essere lasciati soli e i familiari che si assumono l’onere della loro cura meritano di essere tutelati dallo Stato, anche attraverso percorsi formativi specifici che li supportino nei momenti di grave sofferenza dei propri cari. Fino ad oggi, moltissime famiglie sammarinesi sono state costrette a rabattarsi per cercare assistenti sanitari o badanti, figure spesso difficili da reperire sul mercato e non sempre semplici da inserire nell’equilibrio domestico. Il riconoscimento del caregiver offre una risposta efficiente e moderna che in molti altri ordinamenti era già presente da anni. Naturalmente siamo consapevoli delle difficoltà legate al carovita, all’emergenza casa e alla precarietà lavorativa, temi sollevati anche dai colleghi dell’opposizione; dobbiamo essere onesti e riconoscere che non è possibile risolvere tutte queste problematiche all’interno di un unico testo sulla famiglia, ma esse dovranno essere affrontate con serietà attraverso i provvedimenti delle diverse Segreterie di Stato competenti. Il carovita affligge duramente i nostri giovani, e oltre ai bonus serve un sistema bancario che sia realmente efficiente al fianco delle famiglie, così come servono risposte sul fronte dell’abitazione. Nonostante queste sfide esterne, ritengo che questo progetto di legge rappresenti un valore immenso per il Paese, in particolare per l’introduzione della figura del caregiver, e per queste ragioni il nostro gruppo esprimerà un convinto voto favorevole.

Barbara Bollini (Pdcs): Oggi discutiamo in seconda lettura un progetto di legge di fondamentale importanza, che affronta uno dei temi più cruciali e decisivi per il futuro della nostra Repubblica: la famiglia, la maternità e la natalità. Lo facciamo in un momento storico in cui San Marino si trova a dover guardare con grandissima attenzione e con seria preoccupazione alla propria evoluzione demografica e sociale. I numeri che riguardano la natalità nel nostro territorio sono impietosi e ci impongono una riflessione profonda e non più rimandabile, basti pensare che siamo passati dai 296 nati del lontano 2004 ai soli 144 registrati nel 2024. È pur vero che nel 2025 abbiamo registrato una parziale ripresa, arrivando a circa 165 – 166 nuove nascite, ma le proiezioni per l’anno in corso, il 2026, indicano purtroppo che faremo enorme fatica, con una stima di appena 100 bambini nati. Proprio per questo motivo, io credo che il nostro punto di partenza debba essere estremamente semplice e chiaro: sostenere la famiglia non significa soltanto incentivare la nascita di un figlio in maniera astratta, ma significa concretamente mettere un nucleo familiare nelle condizioni reali di poter progettare e costruire il proprio futuro. Questo provvedimento non rappresenta affatto un intervento isolato, né un testo elaborato in fretta o in tempi ristretti. Al contrario, la legge che oggi siamo chiamati ad approvare in quest’Aula rappresenta il risultato concreto di un percorso estremamente articolato, approfondito e serio, che si è sviluppato con costanza nell’arco dell’ultimo anno e mezzo attraverso molteplici momenti di studio, di analisi, di ascolto e di confronto reciproco. Questo cammino ha visto il coinvolgimento attivo e partecipe di tutte le istituzioni della nostra Repubblica, delle parti sociali, delle associazioni private del settore e della cittadinanza stessa. Siamo tutti perfettamente consapevoli che nessuna legge, da sola, ha il potere magico di invertire repentinamente il drammatico fenomeno della denatalità. Parliamo di una sfida di portata storica, strutturale e culturale che non interessa soltanto la Repubblica di San Marino, ma che colpisce duramente anche l’Italia e l’intera Europa; per questo non può essere affrontata attraverso interventi frammentari, isolati o con semplici misure di carattere contingente e temporaneo. Una simile crisi richiede, al contrario, una strategia politica organica, stabile, coerente e di lungo periodo, che sia realmente capace di coordinare i vari ambiti di intervento e di incidere in maniera profonda ed efficace sulle condizioni economiche e sociali che determinano le scelte di vita delle nostre famiglie. Una politica che sia davvero seria sulla natalità deve quindi sapersi tradurre in un impegno concreto e continuativo a sostegno delle famiglie, della genitorialità e delle giovani generazioni, intervenendo con determinazione sui servizi pubblici, sul mondo del lavoro, sulla reale conciliazione dei tempi di vita e di cura con quelli professionali, e su tutte quelle condizioni materiali che pesano come macigni sulle decisioni intime dei nuclei familiari. In questo contesto, l’introduzione dello strumento dell’ICEE rappresenta una risorsa fondamentale che può maggiormente aiutare e sostenere le famiglie che si trovano in condizioni di difficoltà economica. All’interno di questa nuova legge troviamo numerosi aiuti e tutele aggiuntive rispetto alla normativa attualmente in vigore, misure che ritengo di straordinaria importanza e che avremo modo di approfondire ulteriormente e nello specifico durante l’esame dettagliato del relativo articolato. Tra queste novità di rilievo, desidero elencare in primo luogo l’istituzione del “bonus bebè”, che prevede un contributo economico di ben 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato a decorrere dal primo gennaio 2026, specificamente destinato a tutti quei nuclei familiari che presentano un reddito annuo pro capite inferiore ai 25.000 euro. Un altro pilastro fondamentale riguarda la riforma del part-time genitoriale, volta a favorire una reale e sostenibile conciliazione tra la vita familiare e quella lavorativa: viene infatti riconosciuta la possibilità per entrambi i genitori, non più soltanto in via alternativa tra loro come accadeva in passato, ma anche contemporaneamente, di richiedere la trasformazione del proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale entro i primi quattro anni di vita del bambino. Vi è poi una misura di forte solidarietà sociale che prevede un sostegno concreto per il pagamento della retta dell’asilo nido fino all’ingresso del bambino alla scuola dell’infanzia, a cui si aggiunge l’esenzione o il contributo per il servizio di refezione scolastica, una tutela espressamente pensata per i nuclei monogenitoriali che si trovano a vivere in condizioni di particolare e grave fragilità socio-economica. Un altro intervento di grandissimo significato riguarda la revisione complessiva della disciplina degli assegni familiari ordinari, introducendo un aiuto economico aggiuntivo e calibrato in base alle reali necessità delle famiglie che si trovano in condizioni di maggiore difficoltà. Abbiamo inoltre inserito i permessi retribuiti dedicati ai genitori per poter accompagnare i figli alle visite mediche, e introdotto una tutela storica che considero di straordinaria civiltà: il riconoscimento di una specifica indennità per gravidanza e puerperio a favore di tutte quelle donne che si trovano in stato di non occupazione. Si tratta di un passaggio importantissimo, perché d’ora in avanti una donna che non lavora e che non percepisce alcun tipo di ammortizzatore sociale potrà finalmente ricevere un sostegno economico a partire dal sessantesimo giorno precedente la data presunta del parto. A queste misure si aggiungono le modifiche migliorative introdotte per quanto concerne il congedo parentale, estendendo e rafforzando le tutele anche a favore dei genitori adottivi o affidatari, oltre a moltissime altre novità di rilievo. Desidero però sottolineare come, per la prima volta nella storia del nostro ordinamento, venga finalmente riconosciuta, valorizzata e disciplinata in modo organico la figura del caregiver familiare. Si tratta di un passo avanti straordinario e di civiltà a sostegno di tutte quelle famiglie che ogni giorno, con immenso amore, senso di responsabilità e sacrificio personale, si dedicano all’assistenza continuativa dei propri cari non autosufficienti. La legge prevede la possibilità di svolgere la funzione di caregiver sia a tempo pieno sia a tempo parziale, consentendo in questo secondo caso di poter mantenere anche un’altra attività lavorativa. Il caregiver familiare percepirà una retribuzione mensile e beneficerà del versamento dei contributi previdenziali figurativi, che verranno coperti attingendo direttamente da un apposito capitolo di spesa del bilancio dello Stato. Per il primo anno di entrata in vigore di questa riforma, abbiamo previsto un limite iniziale fino a 50 figure di caregiver familiare, ovvero un contingente equivalente a un tetto di spesa massima complessiva fissato in un milione di euro, fermo restando che successivamente l’Esecutivo potrà intervenire con apposite delibere per aumentare questo numero in base alle necessità e alle risorse disponibili. Questo rappresenta un aiuto concreto, tangibile ed essenziale per tantissime famiglie del nostro territorio che si trovano a dover assistere anziani ammalati o persone con gravi disabilità che necessitano quotidianamente, ventiquattro ore su ventiquattro, di assistenza, di cure mediche e di tutto l’amore dei propri familiari. Considero questa legge un investimento preziosissimo per il welfare della nostra Repubblica, perché sostenere la famiglia significa prima di tutto investire con coraggio nel futuro del nostro Paese. Quando scegliamo di mettere al centro delle nostre politiche pubbliche la famiglia, il ruolo dei genitori e la crescita dei nostri figli, stiamo decidendo di mettere al centro il domani e la sopravvivenza stessa della nostra amata Repubblica di San Marino.

Gemma Cesarini (Libera): Io desidero sottolineare come questo progetto di legge, per come si presenta oggi all’esame dell’Aula, rappresenti davvero un punto d’incontro straordinario e proficuo tra tantissimi contributi provenienti da più fronti. Questo testo si è arricchito grazie al lavoro costante del Segretario Stefano Canti, dei commissari della Commissione IV, ma anche grazie al prezioso apporto delle organizzazioni sindacali e delle categorie economiche. Abbiamo visto depositare numerosi emendamenti, anche in corso d’opera, e mi è parso di sentire da parte delle forze di opposizione qualche critica proprio rispetto a questa continua evoluzione del testo. Secondo me, invece, il tempo a nostra disposizione è estremamente prezioso e abbiamo il dovere di sfruttarlo fino all’ultimo momento utile per apportare tutte quelle migliorie che possono tradursi in interventi concreti a favore delle nostre famiglie; quindi benvenga se abbiamo lavorato velocemente e intensamente per presentare questi emendamenti migliorativi, che avremo modo di approfondire e discutere dettagliatamente durante l’esame dell’articolato. Ho ascoltato con molta attenzione gli interventi di chi mi ha preceduto e i vari contributi dei colleghi consiglieri, e condivido pienamente l’idea che il drammatico problema della denatalità non sia affatto di facile soluzione e che richieda necessariamente un approccio multidisciplinare, coordinato e trasversale. Al contempo, credo sia assolutamente doveroso valorizzare e dare il giusto peso ad alcuni interventi di straordinaria importanza contenuti in questo progetto di legge, i quali introducono riforme di rilievo proprio all’interno del mondo del lavoro. Mi riferisco, in primo luogo, all’ampliamento significativo, sia dal punto di vista qualitativo sia da quello quantitativo, dei congedi parentali e dei permessi di lavoro dedicati alla cura dei figli. Un altro passaggio storico è la previsione della nullità del mancato rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato qualora esso sia legato allo stato di gravidanza della lavoratrice. Io trovo che sia semplicemente incredibile e inaccettabile che ancora oggi, nel 2026, si debba assistere a casi di ragazze con contratto a tempo determinato alle quali non viene rinnovato l’impiego solo perché sono rimaste incinte; questa norma mette finalmente fine a una simile ingiustizia. Inoltre, introduciamo una misura estremamente innovativa stabilendo che i periodi di congedo parentale, la cosiddetta aspettativa postpartum, vengano d’ora in avanti pienamente riconosciuti ai fini dell’anzianità per la progressione di carriera del lavoratore. A me sembrava sinceramente paradossale che prima non fosse così, ma purtroppo questa era la realtà che penalizzava chi sceglieva di dedicarsi alla cura dei figli nei primi mesi di vita. Andiamo poi a rafforzare sensibilmente gli assegni familiari e a garantire un sostegno concreto ed economico a favore delle donne sole, delle lavoratrici disoccupate e delle giovani madri che scelgono di proseguire gli studi. Quest’ultimo rappresenta un ulteriore intervento migliorativo introdotto proprio all’ultimo minuto, e io trovo davvero difficile criticare o fare polemica di fronte a migliorie così rilevanti ed evidenti. Penso anche alla possibilità per entrambi i genitori di richiedere contemporaneamente la trasformazione del rapporto di lavoro a part-time, con il pieno riconoscimento dei contributi pensionistici grazie all’introduzione dei contributi figurativi. È vero, questo non è un progetto di legge definitivo o miracoloso in grado di risolvere ogni problema, ma rappresenta senza dubbio un grande inizio e una svolta verso un cambiamento culturale profondo. Sarebbe bellissimo poter presentare a chi ci guarda da fuori un vero e proprio “modello San Marino”, un sistema di welfare all’avanguardia che sappia dare una spinta reale e concreta alla natalità. Secondo me, se dobbiamo individuare una parziale carenza in questo testo, essa risiede forse nell’aspetto strettamente culturale, ma io penso che su questo fronte possiamo fare ancora moltissimo lavorando sulla corresponsabilità genitoriale e sulle relazioni umane. Noi abbiamo un grandissimo punto di forza che risiede nel nostro profondo senso di comunità: la nostra è una realtà a misura d’uomo, un contesto protetto sia dal punto di vista sociale e relazionale, sia dal punto di vista della sicurezza quotidiana. San Marino è un luogo in cui tutto ci passa sottomano, dove le relazioni sono dirette, e io credo che l’insegnamento e l’educazione possano essere canali potentissimi per trasmettere questi valori all’interno di una fitta rete di relazioni. Mi viene da pensare ad esempio a progetti innovativi come il cohousing, ovvero a quelle strutture dove giovani e anziani possono vivere e stare insieme, condividendo tempi, spazi comuni e luoghi di vita quotidiana. Ma penso anche all’insegnamento scolastico: così come si insegnano tante altre materie tradizionali, a scuola si dovrebbe poter approfondire la sfera sociale ed affettiva dei ragazzi. Di questo abbiamo discusso approfonditamente anche in Commissione I, valutando gli interventi relativi all’istruzione e all’insegnamento nell’ambito della famiglia e del contesto familiare, che deve essere valorizzato anche attraverso l’esempio concreto dei genitori. Io penso che dover scegliere tra la vita e il lavoro, tra il tempo da dedicare alla propria famiglia e il tempo per tutto il resto, si traduca in gesti quotidiani che avvengono all’interno delle mura domestiche, ma che si riflettono anche nell’ambito scolastico, nello sport e nelle attività di svago. Mi immagino una grande rete sociale che si amplia su molteplici fronti per definire un modello sociale del tutto nuovo, contemporaneo e all’avanguardia, che dobbiamo iniziare a disegnare e delineare con precisione partendo proprio dai valori della prossimità, della solidarietà e della relazione umana.

Luca Gasperoni (Pdcs): Quando parliamo di famiglia, io credo fermamente che non ci si possa limitare a discutere esclusivamente di misure economiche, di contributi o di agevolazioni tariffarie. Parlare di famiglia significa, in ultima analisi, parlare del modello di società che abbiamo intenzione di costruire per il nostro domani e, in definitiva, significa decidere quale debba essere il futuro della nostra amata Repubblica. Per questo motivo, io considero questo progetto di legge come un passaggio di straordinaria importanza per il nostro Paese, non soltanto perché introduce e rafforza tutta una serie di strumenti concreti di sostegno, ma soprattutto perché riconosce in modo solenne la centralità assoluta della famiglia all’interno delle politiche pubbliche dello Stato. La famiglia non deve essere considerata semplicemente come un soggetto passivo destinatario di piccoli aiuti assistenziali; la famiglia rappresenta la risorsa più preziosa per l’intera comunità sammarinese. È proprio all’interno del nucleo familiare che si costruiscono le relazioni umane più profonde, si trasmettono i valori fondanti della convivenza civile, si educano con amore i bambini che saranno i cittadini di domani e si affrontano quotidianamente, spesso in modo del tutto silenzioso e con immensi sacrifici personali, molte delle più gravi difficoltà che attraversano la nostra società. In questo senso, io ritengo sia assolutamente corretto e doveroso considerare la famiglia come il primo e più importante investimento che una Repubblica ha il dovere di compiere. Questo provvedimento si inserisce in un percorso normativo coerente che non nasce certo oggi, ma rappresenta la naturale e necessaria prosecuzione di quel cammino che era stato avviato con l’approvazione della legge numero 129 del 2022, la quale aveva già posto con forza al centro dell’attenzione politica il tema del sostegno alla famiglia e alla natalità. È fondamentale dare continuità a quel lavoro e, al tempo stesso, avere il coraggio e la lungimiranza di aggiornare le norme sulla base delle nuove e pressanti esigenze che emergono costantemente nella nostra società. Non possiamo in alcun modo far finta di non vedere il drammatico problema della denatalità che sta colpendo il nostro Paese, ma credo sia altrettanto importante evitare di affrontarlo attraverso facili semplificazioni o ricette illusorie. Non esiste alcuna legge che, presa da sola, possa avere il potere di risolvere definitivamente il problema della natalità, poiché la scelta di mettere al mondo un figlio è e rimarrà sempre una scelta intimamente personale, che appartiene in via esclusiva alla sfera di libertà e di responsabilità di ciascun individuo e di ciascuna coppia. Il compito primario delle istituzioni e della politica è però quello di adoperarsi affinché questa scelta così importante non venga resa ancora più difficile, o addirittura impossibile, dalla presenza di ostacoli di natura economica, lavorativa o sociale. Ed è proprio su questo terreno, a mio avviso, che si misura la reale qualità e l’efficacia delle politiche per la famiglia di uno Stato. Sostenere concretamente la natalità significa prima di tutto costruire le condizioni di contesto affinché una persona, una giovane coppia o un intero nucleo familiare possano guardare al proprio futuro con un senso di maggiore stabilità e serenità. Significa parlare seriamente di lavoro dignitoso, di politiche per la casa, di efficienza dei servizi pubblici, di tempi di vita e di educazione, garantendo la possibilità reale e concreta di conciliare la vita familiare con quella professionale. La conciliazione tra il lavoro e la famiglia deve quindi essere considerata come una delle priorità assolute della nostra agenda politica. Non possiamo più permetterci di chiedere alle persone, e in particolare alle donne, di compiere la dolorosa scelta tra la propria legittima realizzazione professionale e la possibilità di costruire un progetto familiare. Allo stesso modo, la maternità deve essere tutelata e valorizzata appieno dallo Stato: avere un figlio non può e non deve in alcun modo trasformarsi in una penalizzazione sul piano professionale o economico per la madre. La maternità non può tuttavia essere considerata come una responsabilità esclusivamente femminile; al contrario, la famiglia deve essere sostenuta attraverso una reale e maggiore valorizzazione della corresponsabilità paritaria tra il padre e la madre. La cura quotidiana dei figli, la gestione della casa e i carichi di assistenza familiare devono essere riconosciuti come responsabilità condivise a tutti gli effetti. In questa medesima prospettiva di progresso civile, io considero di straordinaria rilevanza il formale riconoscimento e la disciplina del ruolo del caregiver familiare. Prendersi cura di una persona cara, di un figlio con difficoltà o di un familiare fragile e non autosufficiente non è semplicemente un fatto privato o una questione interna alle mura domestiche. Si tratta di un’attività di altissimo valore che produce un immenso benessere sociale e che, tra l’altro, consente all’intera comunità di affrontare situazioni di fragilità che altrimenti comporterebbero costi umani ed economici enormemente più elevati per il bilancio dello Stato. Riconoscere questo valore significa dare un segnale tangibile di gratitudine e di sostegno a tutte quelle famiglie che si spendono ogni giorno per la nostra Repubblica. Per questa ragione, io credo che le risorse stanziate per questa legge non debbano essere considerate come una semplice spesa corrente del bilancio pubblico, ma come un vero e proprio investimento strategico sul capitale umano, sul capitale sociale e sulla capacità complessiva della nostra comunità di guardare al futuro con fiducia. Sostenere la famiglia oggi significa infatti sostenere i bambini che crescono nel nostro territorio, ma vuol dire anche formare gli adulti e i cittadini che saranno i protagonisti attivi della nostra società domani. Significa soprattutto restituire ai nostri giovani la concreta possibilità di progettare la propria esistenza senza essere costretti a rinunciare ai propri desideri e ai propri progetti familiari per ragioni esclusivamente economiche, o per la drammatica mancanza di servizi pubblici adeguati e flessibili. Naturalmente, questo provvedimento non può essere considerato come un punto di arrivo definitivo, poiché la famiglia necessita di politiche che siano coerenti, stabili e continuative nel tempo, all’interno di una strategia complessiva che tenga insieme il lavoro, la casa, i servizi educativi e il sostegno alla genitorialità. Ma proprio per questo io ritengo di fondamentale importanza il passo che oggi siamo chiamati a compiere in quest’Aula, perché una Repubblica che decide di investire risorse sulla famiglia non sta semplicemente fornendo un aiuto a una parte della propria comunità, ma sta investendo sulla propria coesione sociale, sulla propria forza generativa e, in definitiva, sul proprio futuro. Io credo che questo sia il senso più nobile e profondo di questa legge: creare le condizioni migliori affinché le persone possano scegliere in totale libertà di costruire una famiglia, di accogliere dei figli e di potersene prendere cura con dignità. Noi non possiamo decidere per legge quanti figli debbano avere i nostri cittadini, ma possiamo e dobbiamo decidere che tipo di Repubblica vogliamo essere per le nostre famiglie: uno Stato che le lascia sole davanti alle difficoltà quotidiane, oppure una Repubblica che riconosce lo straordinario valore sociale della famiglia e sceglie con coraggio e concretezza di sostenerla. Io non ho dubbi che la seconda sia l’unica strada giusta da percorrere; per queste ragioni, esprimo il mio convinto voto favorevole a questo progetto di legge, con la certezza che sostenere la famiglia significhi sostenere la nostra intera comunità e costruire, passo dopo passo, il nostro domani.

Ilaria Bacciocchi (Psd): Già durante il dibattito in prima lettura ho voluto sottolineare come questo progetto di legge parta da un dato di fatto oggettivo che ormai non possiamo più in alcun modo ignorare: nel nostro Paese nascono sempre meno bambini, e gli effetti di questo drammatico invecchiamento demografico cominciano purtroppo a essere già ben visibili all’interno delle nostre scuole, nel mondo del lavoro e, più in generale, nell’intera struttura sociale della nostra Repubblica. Oggi arriviamo finalmente alla seconda lettura con un testo che, grazie al confronto approfondito che si è svolto in questi mesi, si è ulteriormente arricchito di contenuti e che io credo rappresenti un passo in avanti di grandissima importanza per le nostre politiche di sostegno alla famiglia. Per questa ragione, ci tengo a esprimere il mio sincero apprezzamento per il lavoro svolto e desidero rivolgere un sentito ringraziamento al Segretario di Stato Stefano Canti, alla Segreteria e a tutti coloro che hanno contribuito con impegno alla stesura e al miglioramento complessivo di questa legge. Parliamo di una legge di straordinario rilievo proprio perché non si limita ad affermare in via teorica che la famiglia deve essere sostenuta, ma introduce nell’ordinamento una serie di strumenti estremamente concreti e tangibili. Penso, ad esempio, al rafforzamento reale dei congedi parentali, alla previsione di una maggiore e più attiva presenza riconosciuta al padre nella cura quotidiana dei figli, e a tutte quelle misure volte a sostenere la maternità anche in quelle situazioni di fragilità che fino ad oggi risultavano molto meno tutelate o del tutto scoperte. Penso inoltre al riconoscimento della contribuzione previdenziale a favore di chi sceglie l’opzione del part-time nei primi anni di vita dei propri figli, e penso soprattutto all’istituzionalizzazione della figura del caregiver familiare. Si tratta di un tema su cui mi ero già ampiamente soffermata in prima lettura, poiché ritengo che riconoscere dignità e tutele a chi sceglie di dedicare una parte così faticosa della propria vita all’assistenza diretta di un familiare fragile significhi finalmente dare il giusto valore a un lavoro di cura che per troppo tempo è stato considerato quasi come scontato o dovuto. Al contrario, questa attività racchiude in sé un enorme valore umano, sociale e anche economico per l’intera nostra comunità. Oggi possiamo dirci indubbiamente soddisfatti per il traguardo che abbiamo raggiunto con questo testo, ma proprio perché considero questa legge estremamente importante, credo sia altrettanto fondamentale non compiere l’errore di attribuirle un compito che nessuna legge, da sola, potrebbe mai sperare di assolvere completamente, ovvero quello di risolvere miracolosamente il complesso problema della denatalità. La denatalità è infatti un fenomeno profondo e multidimensionale, e per affrontarlo dovremmo avere prima di tutto il coraggio di guardare fino in fondo a come sia cambiata radicalmente la quotidianità e la vita reale delle nuove generazioni. Quando sento dire con troppa facilità che i giovani di oggi fanno meno figli, io penso che rischiamo a volte di limitarci a osservare la fotografia finale senza interrogarci abbastanza su cosa ci sia realmente dietro a questa scelta. Io non credo affatto che i nostri giovani abbiano meno desiderio o meno voglia di costruire una famiglia rispetto alle generazioni che li hanno preceduti; ad essere cambiato profondamente è il contesto economico e sociale nel quale quella difficile scelta deve essere compiuta. Per moltissimi giovani oggi è diventato estremamente difficile, se non proibitivo, riuscire ad acquistare una casa, e persino trovare un’abitazione in affitto a condizioni sostenibili rappresenta una vera e propria impresa. Anche il mondo del lavoro è cambiato radicalmente rispetto al passato: i percorsi professionali sono spesso molto più lunghi, frammentati e meno lineari, e la stabilità economica arriva a un’età sempre più avanzata. Nel frattempo, l’aumento costante del costo della vita rende quasi inevitabile per una giovane coppia domandarsi con preoccupazione se si avranno davvero le risorse necessarie per poter crescere dignitosamente uno o più figli. Ma ad essere cambiata profondamente è anche l’organizzazione stessa della vita familiare. Per molte generazioni, ad esempio, i nonni hanno rappresentato una rete di supporto informale ma assolutamente fondamentale, non solo dal punto di vista affettivo, ma anche e soprattutto sul piano organizzativo e pratico. I nonni accompagnavano i bambini a scuola, li tenevano quando i genitori erano impegnati al lavoro e intervenivano prontamente in caso di qualsiasi imprevisto o difficoltà. Oggi, invece, assistiamo a una realtà in cui i nonni lavorano ancora quando arrivano i nipoti, poiché l’età pensionabile è stata spostata notevolmente in avanti; di conseguenza, quella preziosa rete di supporto familiare su cui in passato si poteva contare in modo quasi naturale, oggi non può più essere data in alcun modo per scontata. Allo stesso tempo, oggi lavorano giustamente entrambi i genitori, ma questo significa che una famiglia deve riuscire ogni singolo giorno a compiere un autentico miracolo per far incastrare alla perfezione gli orari di lavoro, l’uscita da scuola dei figli, i servizi pubblici, le attività extrascolastiche, le malattie dei bambini e tutti gli imprevisti quotidiani. E quando non ci sono familiari disponibili sul territorio, quando non si può contare su servizi pubblici flessibili e non si sa letteralmente a chi poter lasciare un bambino, quello che sulla carta può sembrare un piccolo problema organizzativo si trasforma nella vita reale in un ostacolo insormontabile. Io non voglio certamente idealizzare il passato, poiché anche le generazioni precedenti si trovavano ad affrontare problemi e difficoltà diverse, ma abbiamo il dovere di riconoscere che il nostro modello sociale è profondamente cambiato e che, se vogliamo davvero sfidare il tema della denatalità, anche le nostre politiche familiari devono saper cambiare e correre insieme alla società. Per questo motivo, penso che il nostro lavoro non possa e non debba affatto considerarsi concluso con l’approvazione di questa legge. Dobbiamo impegnarci a costruire un intero sistema integrato nel quale una giovane coppia che desidera accogliere un figlio possa guardare al proprio futuro con un briciolo di serenità in più. Il compito della politica non è quello di convincere o forzare le persone ad avere figli, ma è quello di fare in modo che chi desidera costruire una famiglia non debba trovarsi costretto a rinunciarvi per la paura di non avere una casa, di perdere preziose opportunità professionali, di non riuscire a conciliare gli orari quotidiani o, molto più semplicemente, di non sapere come organizzare materialmente la propria vita. Io credo che questo progetto di legge vada esattamente nella direzione giusta, poiché prova a rimuovere alcuni di questi pesanti ostacoli e si adopera per rendere l’esperienza della genitorialità decisamente più sostenibile. Si tratta senza dubbio di un passo avanti importante, concreto e significativo, che dovrà però essere costantemente accompagnato da altre politiche strutturali e da una riflessione molto più ampia sul tipo di Paese che abbiamo intenzione di lasciare alle future generazioni.

Miriam Farinelli (Rf): Penso che la nascita dei figli rappresenti uno degli indicatori in assoluto più importanti per poter misurare la reale speranza e la fiducia nel futuro di un popolo. Se in un Paese nascono pochi figli, significa che stiamo inesorabilmente limitando tutti i nostri orizzonti a un eterno presente, il quale finisce per diventare l’inizio e la fine dell’esistenza di ciascuno di noi, non lasciando più alcuno spazio per la speranza. Questo atteggiamento, oltretutto, produce ricadute economiche e sociali di facilissima previsione, delle quali tutti quanti dovremmo tenere conto con estrema serietà, anche se purtroppo dobbiamo constatare come questo non avvenga sempre. Questo deve suonare come un severo monito rivolto alla politica, a tutta la politica senza alcuna esclusione, affinché un problema così grave e di cui tutti siamo pienamente coscienti venga finalmente affrontato con l’attenzione profonda che merita e in tutta la sua complessità, la quale richiede necessariamente una pluralità di interventi strutturati e, prima ancora, di analisi approfondite dalle quali il decisore politico non ha il diritto di sottrarsi. Oggi mettere su famiglia si sta purtroppo trasformando in uno sforzo titanico, all’interno del quale giocano un ruolo determinante le enormi difficoltà che i giovani incontrano nel trovare e nel mantenere un lavoro che sia stabile e dignitoso. Le case sul nostro territorio presentano costi proibitivi, gli affitti sono letteralmente alle stelle e il costo generale della vita è diventato elevatissimo. A tutto questo si aggiunge il fatto che siamo immersi in una cultura contemporanea che si dimostra spesso poco amica della famiglia, interamente incentrata sui bisogni del singolo individuo e su tutta una serie di falsi bisogni per cui ogni sfizio passeggero viene spacciato per un diritto inalienabile. In questo scenario, i soggetti che si trovano in assoluto in maggiore difficoltà sono le giovani donne, costrette troppo spesso a trovarsi di fronte al drammatico bivio tra la propria carriera professionale e l’esperienza della maternità, oppure schiacciate sotto il peso immenso del lavoro di cura all’interno delle proprie famiglie. Per uscire da questa crisi servono politiche lungimiranti, capaci di affrontare i problemi agendo contemporaneamente su due fronti: da un lato, garantendo la sicurezza economica familiare e, dall’altro, promuovendo un reale cambiamento culturale e di mentalità, che rappresenta il primo e fondamentale passo per dare risposte concrete alla bassa natalità. Non possiamo rassegnarci all’idea che la nostra società, afflitta dalle tipiche patologie della modernità, scelga di smettere di essere generativa; non possiamo accettare di sostituire il sogno della maternità con la pura rincorsa del denaro, della carriera, del tempo libero o dei viaggi. Oggi parlare di natalità, di maternità e di famiglia è diventato estremamente difficile e, per certi versi, viene quasi considerato anacronistico, mentre io penso che debba rappresentare un tema sfidante e una priorità assoluta della nostra agenda politica. Viviamo in un mondo che invecchia rapidamente e dobbiamo tenerne conto con estrema attenzione, altrimenti la spesa sanitaria necessaria per garantire ai nostri anziani una qualità di vita che sia decorosa e dignitosa diventerà presto del tutto insostenibile per un Paese che si trova già a dover fare i conti con i costi altissimi del sistema pensionistico. Dobbiamo attuare con coraggio politiche attive che consentano alle giovani coppie di realizzare i propri desideri e i propri progetti di vita, aiutandole a superare tutte quelle difficoltà di carattere materiale che oggi sbarrano la strada. Mettere al mondo un figlio non è mai e poi mai un fatto puramente privato, poiché produce riflessi immensi sulla vita dell’intera comunità, garantendo il futuro stesso del nostro Paese, la coesione intergenerazionale e la tenuta complessiva dello Stato sociale. Chi genera un bambino e se ne prende cura compie a tutti gli effetti un lavoro prezioso per tutta la collettività, ed è proprio a questo che facciamo riferimento quando parliamo del profondo valore sociale della maternità. Promuovere e sostenere la maternità rappresenta l’investimento in assoluto più importante che uno Stato possa decidere di compiere, e rendere la maternità un’esperienza socialmente premiante deve servire proprio a contrastare quell’errata impostazione culturale secondo cui mettere al mondo dei figli rappresenterebbe un ostacolo o una limitazione all’affermazione della personalità individuale della donna. Abbiamo bisogno di un’ispirazione politico-legislativa che sappia farsi patrimonio comune, riconoscendo alla donna, alla quale sono affidate la gestazione e la cura di una nuova vita, tutti i diritti e le tutele che competono a un ruolo sociale che non ha eguali. La presenza dei figli deve quindi diventare il criterio orientativo fondamentale per l’erogazione degli aiuti per la casa, per l’assegnazione dei bonus a favore delle famiglie, per i contributi contro il carobollette e per le detassazioni fiscali. Le coppie rispondono positivamente molto più a politiche che siano durature e stabili nel tempo rispetto a incentivi spot o una tantum; la definizione di un quadro normativo coerente, credibile e solido nel tempo è l’elemento decisivo per trasformare l’intenzione di avere figli in una scelta concreta di vita. Abbiamo esaminato le modifiche alla legge 14 settembre 2022 numero 129 — la quale non era purtroppo riuscita a rilanciare in modo efficace le nascite nel nostro territorio — con il massimo spirito collaborativo possibile, cercando di introdurre misure che fossero realmente concrete ed incisive. Pur riconoscendo che diversi passi in avanti sono stati compiuti, siamo tuttavia convinti che, se fossimo stati più coraggiosi tutti insieme, si sarebbe potuto fare decisamente di meglio e di più. Come Repubblica Futura abbiamo presentato numerosi emendamenti migliorativi che, se fossero stati presi in debita considerazione, avrebbero consentito alla legge di compiere un ulteriore passo in avanti, ma purtroppo è mancato il coraggio di osare. Un reale confronto e una condivisione che non fossero ridotti all’ultimo minuto avrebbero potuto rappresentare un vero momento di svolta e di efficacia per il Paese. Le misure di sostegno alla famiglia devono essere integrate e coordinate tra loro, capaci di rispondere in modo efficiente alle diverse esigenze dei cittadini lungo tutto il corso della vita. Investire nella famiglia significa investire nel futuro della nostra società, e per promuovere realmente il benessere e la natalità occorrono misure ancora più efficaci, concrete ed incisive sulla genitorialità e sulla maternità. La vera sfida risiede proprio nel saper costruire un sistema di welfare ampio e strutturato che non si limiti soltanto a sostenere economicamente le famiglie, ma che ne riconosca pienamente l’altissimo valore sociale. Pur dando atto del valore di questo progetto di legge, sono convinta che con un confronto reale con le forze di opposizione e con un briciolo di coraggio in più avremmo potuto fare molto di più per il Paese.

Carlotta Andruccioli (D-ML): Sicuramente la denatalità rappresenta una delle sfide più profonde e più strutturali della nostra Repubblica, e più in generale di tutti gli Stati occidentali, eppure io ritengo che sia anche uno dei temi più sottovalutati in assoluto. Secondo me non ha a che fare soltanto con il semplice numero di bambini che nascono anno dopo anno, ma è un discorso molto più ampio che riguarda direttamente il tipo di società che vogliamo essere tra venti o trent’anni. Su questo punto, purtroppo, i dati parlano in modo estremamente chiaro, perché ormai da anni le nascite continuano a diminuire costantemente. Quest’anno, in particolare, il dato è in netto peggioramento rispetto a un 2025 che già di per sé non era affatto un buon anno. In realtà, non parliamo di cento nati come era stato inizialmente riportato nella relazione, ma si parla di centoventi bambini, anche se poco cambia, a dire il vero, perché in ogni caso ci troviamo di fronte a dei minimi storici preoccupanti. Il tasso di fecondità nella Repubblica di San Marino è attualmente tra i più bassi in tutta Europa. Questo tasso è estremamente basso anche se confrontato con quello degli altri piccoli Stati europei, il che significa che avremo un impatto negativo nell’immediato, con sempre meno bambini nelle nostre classi scolastiche. Questo impatto lo stiamo già vedendo chiaramente con il problema delle scuole e con i vari accorpamenti degli istituti. Ma il problema non si ferma qui; progressivamente avremo sempre meno giovani, una minore forza lavoro disponibile sul territorio e di conseguenza una pressione decisamente maggiore e insostenibile sull’intero sistema previdenziale e sanitario. Ci attende quindi uno squilibrio generazionale davvero importante, perché il problema non è solo che ci sono pochi bambini in questo preciso momento storico. Il problema è che l’intero modello sociale attuale viene messo seriamente a rischio e non è assolutamente più sostenibile per il futuro. Per questo motivo, io credo che la questione vada affrontata con un approccio davvero serio e completo, che non vada a riguardare semplicemente i bonus o il sostegno economico una tantum. I bonus economici sono sicuramente una parte del ragionamento, ma dobbiamo contemplare contemporaneamente anche tutto quello che riguarda i servizi reali per le famiglie, la riorganizzazione del mondo del lavoro, il costo insostenibile della casa e il costo della vita in generale. Io voglio riconoscere che questa legge che oggi discutiamo è una legge importante, ma secondo me rischia di essere utile soprattutto per agevolare chi ha già compiuto la scelta di avere un figlio o chi pensa magari di averne un secondo. Non credo affatto che sia questa la legge che possa convincere una giovane famiglia ad avere un bambino per la prima volta. Sono convinta che servano ben altri interventi strutturali, ben altri servizi di supporto per i giovani e, soprattutto, serve un radicale cambiamento culturale, perché secondo me il tema della denatalità è un problema molto più di natura culturale che di natura puramente economica. A livello di metodo, io credo che questo Parlamento abbia tardato davvero parecchio prima di arrivare finalmente a questa discussione di seconda lettura. Non voglio dare la colpa di questo ritardo al Governo o alla maggioranza che lo sostiene, ma semplicemente voglio dire che, a mio avviso, come classe politica siamo in forte ritardo e siamo anche molto poco incisivi su un tema così vitale. La cittadinanza aspetta da troppo tempo questo provvedimento, tanto che poi sono arrivate legittime richieste da parte delle famiglie per rendere alcune misure retroattive, proprio perché si tratta di un intervento che questo esecutivo e la maggioranza avevano solennemente annunciato ormai un anno fa e, fino ad oggi, non si erano ancora visti risultati concreti, generando comprensibile malcontento. Voglio comunque riconoscere con onestà che all’interno della legge ci sono diversi aspetti positivi che io condivido. Penso innanzitutto alla riforma del congedo di paternità, che secondo me rappresenta forse la misura più rilevante e importante dell’intero testo, perché si va finalmente a investire su un’idea di genitorialità realmente condivisa e si mette al centro del percorso anche la figura del padre. Lo dicevamo già durante la prima lettura: c’era stata una modifica nel 2022 che, per quanto ci vedesse ancora molto indietro rispetto a tanti paesi europei, era stata definita storica perché portava a dieci i giorni per il padre; parlare oggi di venti giorni è indubbiamente un passo importante. Tuttavia, ci tengo a sottolineare nuovamente una criticità che avevo già sollevato: quella dicitura secondo cui la fruizione deve essere compatibile con la prestazione lavorativa in accordo con il datore di lavoro mi lascia estremamente perplessa. Questo accade per il semplice fatto che avremo lavoratori del settore pubblico ai quali questi venti giorni verranno sicuramente concessi senza alcun problema, e lavoratori del settore privato per i quali, invece, l’accordo non sarà affatto scontato; secondo me questa è una discriminazione grave che non può essere sottovalutata. Trovo positivo anche il rafforzamento del contributo economico per il congedo parentale, che aumenta in maniera considerevole nei primi mesi, così come considero molto positivo il fatto che, in caso di malattia dei bambini, si sia trovato un modo per andare incontro a quei genitori lavoratori che non possono contare sulla preziosa rete di supporto dei nonni, o perché i nonni purtroppo non ci sono o semplicemente perché lavorano ancora. È ottima anche l’istituzionalizzazione formale della figura del caregiver familiare e vedo aspetti positivi nel bonus bebè. Su quest’ultimo, però, permettetemi di dire che come idea era stata originariamente presentata da Domani – Motus Liberi all’interno della legge sviluppo ed era stata prontamente bocciata dalla maggioranza di allora; oggi viene riutilizzata prevedendo questo contributo economico per ogni nuovo nato o adottato. Devo però anche evidenziare che inserire un limite per cui si può accedere a questo bonus solo qualora si abbia un reddito familiare inferiore ai venticinquemila euro implica che, nei fatti, questo aiuto verrà sfruttato solo da un numero estremamente ridotto di nuclei familiari, facendomi temere che la proposta così formulata rischi di essere più uno slogan politico che un effettivo aiuto reale per la cittadinanza. Quello che c’è di buono in questa legge va indubbiamente riconosciuto, e noi lo facciamo con senso di responsabilità, ma io credo che su molti aspetti si sarebbe potuto e dovuto essere decisamente più coraggiosi. Come gruppo avevamo avanzato delle proposte molto interessanti basate su esempi concreti tratti dalla vita quotidiana dei genitori, piccoli accorgimenti che però nel quotidiano fanno un’enorme differenza. Avevamo proposto l’introduzione di permessi specifici per l’inserimento dei bambini all’asilo nido, ma la proposta è stata bocciata; avevamo chiesto un sostegno concreto per le famiglie che hanno la necessità di affidarsi a una babysitter, il cui costo tra stipendio e contributi previdenziali è ormai insostenibile per la stragrande maggioranza delle persone, e anche questa proposta è stata respinta. Infine, avevamo chiesto un’incentivazione decisa del lavoro agile e dello smart working, che potrebbe davvero favorire i genitori con figli piccoli, ma anche su questo fronte si sarebbe potuto fare molto di più. Concludo dicendo che, secondo me, più che il singolo e specifico intervento, serve un radicale cambio di prospettiva; le politiche per la natalità non possono essere considerate come politiche di un solo settore o di una singola Segreteria di Stato, ma devono essere vissute come una priorità assoluta da affrontare con un approccio coordinato a trecentosessanta gradi.

Oscar Mina (Pdcs): Intervengo anch’io per fare alcune considerazioni su questo progetto di legge, anche a costo di rischiare di essere ripetitivo rispetto a chi mi ha preceduto, ma io credo che questo sia un momento particolarmente importante perché siamo chiamati ad affrontare una delle sfide in assoluto più delicate e decisive per il nostro domani: parliamo della famiglia, della tutela della maternità, del sostegno alla natalità e, più in generale, del futuro demografico della nostra amata Repubblica. Io penso che sia fondamentale dirlo con assoluta chiarezza: questo non è semplicemente un provvedimento che introduce nuovi contributi economici o nuove agevolazioni tariffarie per i cittadini, ma rappresenta una scelta politica netta e precisa. È la scelta coraggiosa di rimettere finalmente la famiglia al centro delle politiche pubbliche del nostro Stato, riconoscendo in modo ufficiale che sostenere chi decide di mettere al mondo un figlio significa compiere il migliore investimento possibile per il futuro di San Marino. I dati demografici, d’altra parte, sono impietosi e non ci consentono di girarci troppo attorno o di fare finta di nulla. Come ricordava opportunamente il Segretario Stefano Canti nel suo intervento introduttivo, nei primi mesi di questo 2026 abbiamo registrato appena ottantotto nascite sul nostro territorio, contro le centosei registrate nello stesso identico periodo dello scorso anno. Sono numeri preoccupanti che devono farci riflettere seriamente, ma io penso che non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di pensare che una singola legge, da sola, possa avere la forza di risolvere magicamente il complesso problema della denatalità. La denatalità è infatti un fenomeno estremamente complesso e multidimensionale, che tocca da vicino l’economia, le dinamiche del lavoro, l’emergenza della casa, la cultura, i servizi pubblici e, soprattutto, quel generale senso di fiducia e le aspettative che i nostri giovani hanno rispetto al proprio futuro personale e professionale. Proprio per questo motivo, io considero questa legge come un tassello fondamentale di una strategia molto più ampia e coordinata che dovrà necessariamente continuare ed essere potenziata anche nei prossimi anni. In quest’ottica, io ritengo di straordinaria importanza il percorso partecipato che ci ha condotti fino a questo dibattito in Aula: non ci troviamo di fronte a una decisione calata dall’alto dalle istituzioni, ma a un progetto che è stato costantemente accompagnato da un percorso reale di ascolto e di confronto costruttivo con le organizzazioni sindacali, con le associazioni di categoria, con le istituzioni del territorio e con la cittadinanza stessa. Anche durante l’esame degli emendamenti in sede di Commissione referente, il confronto non si è affatto fermato o arenato; al contrario, io credo che sia stato questo il modo corretto di procedere politicamente, basato sul dialogo, sull’ascolto reciproco, sulla capacità di correggere le norme quando necessario e sul tentativo costante di migliorare la qualità del risultato finale del provvedimento. Molti dei cambiamenti e dei miglioramenti che sono stati introdotti vanno precisamente in questa direzione: penso ad esempio al significativo rafforzamento economico del congedo parentale, che d’ora in avanti garantirà un sostegno pari all’ottanta per cento della retribuzione per i primi tre mesi, con una soglia minima garantita fissata a millecinquecento euro mensili, prevedendo ulteriori sostegni anche per i mesi successivi. Penso anche al raddoppio del congedo di paternità da dieci a venti giorni interamente retribuiti al cento per cento dello stipendio; questa non è solo una misura di aiuto concreto per i padri, ma è prima di tutto un messaggio culturale potentissimo, perché afferma con forza che la cura quotidiana dei figli non deve essere considerata come una responsabilità esclusivamente materna, ma che la genitorialità è a tutti gli effetti una responsabilità paritaria e condivisa tra i due genitori. Considero di grande valore anche l’indennità di maternità a tutela delle donne in stato di non occupazione che si trovano nelle condizioni previste dalla legge, così come la specifica attenzione rivolta alle giovani studentesse, le quali potranno d’ora in avanti beneficiare di questa indennità anche se non sono lavoratrici; si tratta di misure che hanno tutte un comune e chiaro denominatore, ovvero evitare in ogni modo che la maternità possa tradursi in una penalizzazione di carattere economico, professionale o sociale per la donna. Accanto a questo, vi è un altro elemento di straordinaria importanza che desidero sottolineare con forza, ed è il formale riconoscimento e l’istituzionalizzazione della figura del caregiver familiare. Per troppo tempo la nostra società ha considerato come se fosse invisibile il gravoso e quotidiano lavoro di cura prestato da chi assiste, spesso in totale solitudine e tra le mura domestiche, un proprio familiare non autosufficiente, anziano, malato o affetto da gravi disabilità; eppure queste persone svolgono una funzione sociale ed economica fondamentale per l’intero nucleo familiare e per tutta la nostra comunità. Riconoscere finalmente il valore sociale ed economico di questa attività di cura, prevedere sostegni mirati, garantire il versamento della contribuzione previdenziale figurativa, offrire percorsi formativi gratuiti e introdurre misure di sollievo significa dire a queste persone in modo tangibile che lo Stato c’è, che non sono affatto lasciate sole e che quello che fanno ha un valore immenso per tutti noi. Parallelamente, io credo che sia stato molto importante voler analizzare da vicino il fenomeno demografico attraverso l’utilizzo di strumenti scientifici; l’indagine sociologica promossa dall’Ufficio Nazionale di Statistica, che ha raccolto circa duemila questionari interamente completati da parte dei cittadini, dimostra inequivocabilmente che vi è una grandissima volontà di partecipazione attiva e che i sammarinesi vogliono essere ascoltati e vogliono contribuire in prima persona su questi temi. Io sono convinto che le politiche per la famiglia debbano essere costruite insieme alle famiglie, e non soltanto per le famiglie; per questo motivo, desidero rivolgere un accorato appello alla collaborazione e al dialogo rivolto a tutte le forze di opposizione che hanno espresso forti critiche su questo provvedimento. In sede di Commissione alcune forze politiche hanno scelto la strada dell’astensione, una scelta che noi rispettiamo profondamente perché siamo in democrazia e ognuno ha il pieno diritto di esprimere le proprie posizioni politiche nel modo che ritiene più opportuno; ma oggi, con questo provvedimento così importante, abbiamo la reale opportunità di guardare finalmente oltre le singole appartenenze di partito, perché i temi della famiglia, della tutela della maternità, del sostegno alla natalità e alla genitorialità non appartengono né alla maggioranza né all’opposizione, ma sono un patrimonio comune di tutta la Repubblica di San Marino. Su questi argomenti cruciali per il nostro domani dobbiamo saper ricercare e trovare una convergenza politica e sociale decisamente più ampia; questo non significa affatto rinunciare alle proprie legittime idee politiche, ma significa riconoscere con maturità che di fronte a una sfida di questa portata storica abbiamo il dovere di mettere al primo posto l’interesse generale della nostra comunità e delle future generazioni, perché sostenere una famiglia significa prima di tutto costruire il San Marino di domani. Significa dire con forza ai nostri giovani che scegliere di avere un figlio, di costruire una famiglia e di progettare il proprio futuro nella nostra Repubblica non deve essere vissuto come una scelta penalizzante, ma come un cammino che lo Stato accompagna e sostiene concretamente in ogni momento. Per tutte queste ragioni, io annuncio con convinzione il mio pieno sostegno a questo progetto di legge, con la consapevolezza che, sebbene non abbiamo risolto di colpo il drammatico problema della denatalità, abbiamo comunque compiuto un passo in avanti concreto e significativo nella direzione giusta. Con l’auspicio che questo traguardo rappresenti solo l’inizio di una stagione di riforme e di politiche sempre più strutturali a favore della famiglia, dobbiamo trovare il coraggio di investire con forza nel suo domani; il futuro della nostra Repubblica, prima ancora che nei numeri freddi dei bilanci dello Stato o nelle tabelle delle statistiche economiche, risiede nelle persone, nelle famiglie e nei bambini che nasceranno sul nostro territorio.

Iro Belluzzi (Libera): Desidero esprimere alcune parole e fare alcune considerazioni in merito a questo progetto di legge che ritengo essere di fondamentale importanza e che si avvia ormai verso l’approvazione definitiva da parte dell’Aula. Ascoltando il dibattito di questa mattina, mi sembra di avvertire all’interno di questo Consiglio, al di là delle diverse posizioni politiche legittimamente espresse dalle forze di opposizione, un consenso palese e oserei dire corale verso il percorso che si sta compiendo. Si tratta del risultato del prezioso lavoro portato avanti dalla Segreteria di Stato competente e dalla maggioranza di governo, la quale ha saputo opportunamente assorbire e fare propri diversi contributi che, in svariate occasioni, sono stati presentati dalle stesse forze di opposizione; al di là di chi comprensibilmente intende segnare il proprio campo politico, io credo che il dibattito consiliare abbia avuto il grande merito di arricchire il testo originario, facendo sì che ogni elemento positivo venisse progressivamente inserito all’interno della legge che ci apprestiamo ad approvare. Secondo me questo provvedimento è figlio di una cultura sociale profonda e radicata nella nostra Repubblica, un’impostazione ideale che voglio far risalire storicamente al lontano 1955, anno in cui venne istituito il nostro Istituto per la Sicurezza Sociale; chi ha governato il nostro Paese ha sempre voluto far sì che l’assunzione di responsabilità sociale e l’erogazione di aiuti concreti nei confronti dei propri concittadini trovassero una piena espressione pubblica e istituzionale. Anche se la delega specifica per questo provvedimento appartiene alla Segreteria di Stato alla Famiglia, questo intervento rientra pienamente in un approccio di welfare che, a mio avviso, deve rimanere saldo e deve essere costantemente valorizzato. Quando le istituzioni e il nostro ordinamento giuridico intervengono in modo così incisivo per migliorare concretamente le condizioni di vita e prestare attenzione ai bisogni reali dei cittadini, si dà continuità a un modello di protezione sociale che la Repubblica di San Marino non deve assolutamente smarrire. È evidente per tutti noi, e lo comprendiamo perfettamente, che un singolo e specifico provvedimento legislativo non potrà mai avere la forza di cambiare da solo le sorti demografiche della nostra Repubblica o dell’intero mondo occidentale in cui siamo inseriti; la denatalità è un fenomeno globale, tangibile e preoccupante che tocchiamo con mano ogni giorno. Tuttavia, io penso che le incidenze di questa crisi demografica siano decisamente più forti e devastanti in quei Paesi in cui manca quell’attenzione e quella sensibilità che San Marino, al contrario, sta dimostrando di voler rimettere concretamente in campo, territori in cui non vi sono sostegni economici adeguati o dove mancano del tutto le strutture necessarie per l’assistenza, come gli asili nido, le scuole e le attività estive. Nel nostro Paese, invece, registriamo una rinnovata attenzione e una forte sensibilità verso la risoluzione di questo problema. Certamente dobbiamo essere consapevoli che vi sono diversi elementi che possono risultare ostativi alla decisione di strutturare e formare una nuova famiglia: penso in primo luogo alle politiche dei redditi e alla necessità di garantire stipendi dignitosi, un tema che dobbiamo gestire con grandissima cura, ma penso anche alle politiche abitative, un altro pilastro fondamentale di cui lo Stato ha il dovere di farsi carico per individuare soluzioni abitative in grado di dare risposte immediate ai giovani. Tra gli elementi di pregio di questa legge che desidero evidenziare, vi è senza dubbio l’introduzione del bonus bebè, che rappresenta un aiuto utile per l’assistenza quotidiana dei neonati, ma anche la riforma del congedo parentale condiviso che mette finalmente il padre e la madre sullo stesso piano dal punto di vista delle tutele genitoriali. Inoltre, la figura del caregiver familiare rappresenta un elemento essenziale, perché la famiglia non deve essere considerata solo in funzione della procreazione — anche se l’attenzione principale deve essere rivolta a ridare un impulso alle nascite, visti i numeri preoccupanti illustrati dal Segretario, per cui rischiamo di non superare nemmeno le cento nascite nel corso del 2026 —, ma la famiglia è qualcosa di molto più grande e inclusivo che abbraccia l’intero arco della vita, ed è proprio per questo motivo che l’istituzione del caregiver si muove esattamente nella direzione giusta. Trovo estremamente importante e sintomatico del mutamento della nostra sensibilità sociale anche la previsione che consente a chi risiede nel nostro territorio di potersi prendere cura direttamente di familiari fragili che risiedono invece al di fuori dei nostri confini. Si tratta di temi delicati e complessi di cui si discute da moltissimo tempo all’interno di quest’Aula; in passato erano stati presentati diversi emendamenti per introdurre queste tutele, ma la maturazione politica e sociale avvenuta nel corso degli anni ha finalmente permesso di inserire nel nostro ordinamento degli istituti di protezione che fino a poco tempo fa non trovavano affatto una condivisione unanime in Aula. Io credo quindi che sia stato compiuto un grande e storico passo in avanti verso la tutela della famiglia intesa in senso ampio, perché la famiglia deve essere valorizzata e sostenuta in tutte le sue possibili declinazioni, a partire dalle famiglie mononucleari fino a comprendere l’intero percorso di vita di ogni cittadino, dalla nascita fino alla morte. Ed è proprio per questa ragione che ho voluto ricordare la nascita del nostro Istituto per la Sicurezza Sociale nel 1955, un istituto che da oltre settant’anni garantisce e custodisce con orgoglio la tutela e la dignità di tutti i cittadini che vivono sul territorio della nostra Repubblica.

Silvia Cecchetti (Psd): Colleghi consiglieri, in primo luogo io credo che sia assolutamente doveroso associarmi a tutti coloro che hanno espresso un sincero ringraziamento al Segretario di Stato Stefano Canti per questo importante intervento normativo, nei confronti del quale desidero esprimere la piena e convinta condivisione mia e di tutto il mio gruppo consiliare. Ci tengo a sottolineare in modo particolare il mio apprezzamento per l’impostazione complessiva che è stata data a questo progetto di legge che oggi giunge finalmente all’esame di seconda lettura, un testo che si è notevolmente arricchito e perfezionato grazie a un confronto serio, costruttivo e proficuo che si è sviluppato anche successivamente al passaggio in prima lettura, e che rappresenta un passo in avanti concreto e tangibile nell’ambito delle politiche pubbliche a sostegno della famiglia. Secondo me non dobbiamo in alcun modo sottovalutare la portata di questo provvedimento, ed è bene evidenziare con forza prima ancora di entrare nel merito delle singole norme come il fenomeno della denatalità nei Paesi industrializzati richieda la nostra massima e assoluta attenzione, dovendo essere considerato a tutti gli effetti come una priorità indiscutibile dell’agenda politica dello Stato. Troppo spesso, infatti, tendiamo a parlare della denatalità come se fosse un freddo dato statistico tra i tanti, quasi come una semplice nota a margine dei bilanci di previsione previdenziali o una variabile per le proiezioni scolastiche del territorio; eppure io credo fermamente che essa rappresenti, nella sua sostanza più profonda, una delle piaghe sociali in assoluto più serie e preoccupanti che le società moderne avanzate si trovino ad affrontare oggi. Si tratta di un problema silenzioso che mina costantemente le fondamenta stesse della nostra convivenza civile, mentre la politica a volte rischia di ingigantire nel dibattito pubblico problematiche decisamente più marginali, finendo per sottovalutare questa vera e propria emergenza. Fortunatamente la Segreteria di Stato e questa maggioranza non hanno compiuto questo errore, perché questa condizione di fragilità non riguarda esclusivamente il nostro Paese, ma attraversa con intensità diverse tutte le economie avanzate, configurandosi come il segno evidente di un modello sociale ed economico che non riesce più, da solo, a sostenere e valorizzare il legittimo desiderio di famiglia delle nuove generazioni. Proprio per questa ragione, io penso che non possiamo assolutamente permetterci di trattare questo tema come se fosse secondario o trascurabile, poiché le sue conseguenze si misurano sull’intera struttura di una società, e quando i suoi effetti negativi si manifesteranno in tutta la loro gravità, sarà infinitamente più difficile e costoso cercare di correggerli rispetto a quanto non lo sia oggi adoperarsi per prevenirli. È proprio all’interno di questo solco di prevenzione e di progresso sociale che si inserisce questo progetto di legge, il quale ha lo straordinario merito di non limitarsi ad affermare un principio astratto sulla carta, ma introduce nel nostro ordinamento una serie di strumenti estremamente concreti e operativi. Tra questi, desidero elencare in modo particolare alcune misure che ritengo di giustizia sostanziale e sociale: penso innanzitutto alle nuove forme di sostegno economico specificamente dedicate alle libere professioniste, alle giovani imprenditrici e alle lavoratrici disoccupate. Si tratta di un tema che mi tocca molto da vicino anche a livello personale, svolgendo io stessa la libera professione; fino ad oggi, infatti, l’indennità era parametrata esclusivamente su quanto la donna percepiva realmente in base alle proprie dichiarazioni, con il risultato paradossale che moltissime professioniste, compresa la sottoscritta a suo tempo, si sono trovate quasi costrette a dover rinunciare a fermarsi dal lavoro a causa di contributi economici del tutto insufficienti e irrisori, lasciando così indietro chi aveva un reddito più basso o addirittura nessun reddito. Grazie a questa riforma, invece, se da un lato la lavoratrice dipendente continuerà a percepire il cento per cento della propria retribuzione, dall’altro anche chi si trova in una condizione di non occupazione o ha un reddito più basso potrà beneficiare di una tutela minima garantita pari all’ottanta per cento della retribuzione media territoriale; un vuoto normativo profondo che viene finalmente colmato nel segno della giustizia sostanziale. Accanto a questo, desidero sottolineare l’importanza della riforma del congedo di paternità, del rafforzamento complessivo dei congedi parentali e dell’introduzione dei permessi retribuiti dedicati ai genitori per accompagnare i figli alle visite mediche, a cui si aggiunge il significativo aumento degli assegni familiari ordinari, la riduzione progressiva delle tariffe degli asili nido e l’introduzione di figure di tutela del tutto nuove e rispondenti alle mutate esigenze della nostra società, come il riconoscimento normativo del caregiver familiare e le specifiche misure di solidarietà economica e sociale previste a sostegno dei nuclei familiari monogenitoriali. Come è stato opportunamente ricordato da molti colleghi prima di me, nessun singolo provvedimento legislativo, da solo, potrà mai avere la forza di invertire in modo immediato una tendenza demografica così profonda e strutturale; tuttavia, un insieme coordinato di misure concrete come quelle previste in questo testo, messe in fila l’una accanto all’altra per accompagnare e sostenere le famiglie nei loro momenti di maggiore delicatezza e fragilità, rappresenta senza dubbio un passo importantissimo nella direzione giusta. È proprio per questo motivo che questo provvedimento merita di essere sostenuto con totale convinzione da parte di tutta l’Aula, ed è con questo spirito che io esprimo il mio convinto e pieno sostegno al progetto di legge, a nome mio e dell’intero gruppo consiliare del Partito dei Socialisti e dei Democratici. Desidero rinnovare il mio ringraziamento al Segretario Canti e a tutti coloro che hanno lavorato intensamente per raggiungere questo importante risultato normativo per la nostra Repubblica.

Andrea Ugolini (Pdcs): Io oggi vorrei dare un taglio un po’ diverso al mio discorso, forse differente rispetto a quello che mi ero preparato inizialmente, e questo lo faccio soprattutto per evitare di ripetermi o di annoiare l’Aula riprendendo considerazioni che i colleghi intervenuti prima di me hanno già spiegato benissimo. Chiaramente io rilevo e rispetto quello che è il ruolo delle opposizioni, capisco le loro posizioni e le criticità che hanno voluto evidenziare in questi mesi per quanto riguarda il metodo che ci ha accompagnato nel percorso di avvicinamento alla presentazione di questo progetto di legge in seconda lettura. Però, d’altra parte, secondo me non possiamo assolutamente far finta di niente o non riconoscere il grandissimo lavoro svolto dal Segretario Canti, che in questi mesi ha fatto uno sforzo enorme per coinvolgere davvero tutte le parti: la politica tutta, ma anche le associazioni datoriali, le organizzazioni sindacali e le preziose associazioni di volontariato del nostro territorio. A questo proposito, ricordo anche con grandissimo piacere l’organizzazione di quel convegno che ha visto tra i relatori il Cardinale Matteo Maria Zuppi, una presenza importante che ha preceduto la solenne messa per l’anniversario della fondazione della nostra Repubblica. Da quel confronto è emerso con estrema chiarezza come non sia stata lasciata al caso nessuna di quelle situazioni che oggi determinano il grave problema della denatalità in tutto l’Occidente, un percorso che ha cercato di coinvolgere ogni singola componente sociale e culturale proprio perché, come molti colleghi hanno giustamente evidenziato in quest’Aula, la denatalità non è affatto una questione soltanto economica. Secondo me questo è un problema che affonda le sue radici più profonde in un mutamento culturale e sociale radicale, che ha finito per ridefinire completamente le priorità di vita delle persone, i tempi quotidiani delle coppie e la struttura stessa della nostra società, quella che purtroppo oggi definiamo la società moderna. Se vogliamo fare un’analisi dei dati che abbiamo portato all’attenzione in questi mesi di lavoro nelle varie commissioni e nei gruppi di studio, dobbiamo riconoscere che tutti i paesi industrializzati dell’Occidente si trovano a rincorrere il tentativo di compensare questo squilibrio demografico, dove manca ormai quel tasso di sostituzione generazionale che sarebbe pari a 2,1 figli per coppia. Si tratta di un dato demografico che ci deve imporre una riflessione profonda, perché se da un lato è vero che anche a San Marino ci sono moltissime giovani coppie che hanno enormi difficoltà a progettare la genitorialità del primo figlio a causa della precarietà dei salari, del lavoro o dell’emergenza della casa, dall’altro lato io vorrei partire dall’analisi di chi un primo figlio lo ha già fatto e magari una casa ce l’ha pure, ma poi si ferma e decide di non progettare la nascita di un secondo figlio. Secondo me questa scelta dimostra come le famiglie sperimentino una profonda solitudine, un carico di cura pesantissimo e una fatica organizzativa quotidiana che finiscono inevitabilmente per scoraggiare la coppia, spingendola a rinunciare all’idea di un secondo figlio. E questo scoraggiamento e questa solitudine, questo carico assistenziale così gravoso, finiscono inevitabilmente per spaventare anche chi deve ancora decidere se mettere al mondo il primo figlio, sommandosi alle comprensibili preoccupazioni di natura economica. È del tutto evidente che questo provvedimento e questo progetto di legge mirano proprio a risolvere le difficoltà concrete che le giovani coppie si trovano ad affrontare nel percorso della genitorialità, un’esperienza che non deve mai più trasformarsi in un motivo di stress economico e personale o in un freno per i progetti di vita familiare. Questo è l’obiettivo primario di questo testo che oggi portiamo all’approvazione di seconda lettura. Investire sulla famiglia e sulla natalità significa prima di tutto investire sulla tenuta stessa del nostro intero sistema di protezione sociale e, di conseguenza, sulla stabilità economica futura e sul necessario ricambio generazionale della Repubblica. Questo progetto di legge vuole essere una forte dichiarazione di fiducia nel futuro del nostro Paese, offrendo risposte concrete a chi desidera accogliere un figlio ma si sente frenato dall’incertezza. L’obiettivo è attivare e sostenere la genitorialità a trecentosessanta gradi, ampliando i servizi di supporto, potenziando i congedi e migliorando gli strumenti di conciliazione tra il lavoro e la famiglia. Diventare genitori non deve più essere percepito come un ostacolo insormontabile alla realizzazione professionale o, peggio ancora, come un fattore di rischio di impoverimento economico. Dobbiamo essere tutti consapevoli che la denatalità è un fenomeno intrinsecamente multidimensionale e per questo diventa di fondamentale importanza rimettere al centro del nostro ordinamento il principio della corresponsabilità paritaria tra l’uomo e la donna. Ogni singola norma di questa riforma mira proprio a introdurre e rafforzare questi importanti tasselli di civiltà e di protezione sociale che nella nostra società sono diventati ormai imprescindibili. Penso ad esempio alla tutela prioritaria delle lavoratrici che percepiscono le retribuzioni più basse, garantendo un livello minimo di indennità durante i centocinquanta giorni di congedo di maternità obbligatoria, e penso a quella svolta realmente inclusiva che estende il diritto all’indennità di maternità anche a tutte quelle donne che si trovano in stato di non occupazione. Secondo me, per abbattere definitivamente la sfiducia delle famiglie, dobbiamo affrontare di petto il tema centrale della sostenibilità economica dei congedi, ed è per questo che il progetto di legge aumenta in maniera significativa le percentuali delle indennità previste durante i periodi di congedo. Il tempo che un genitore dedica ai propri figli ha un valore sociale immenso che lo Stato ha il preciso dovere di difendere. Introduciamo inoltre una misura estremamente innovativa che riconosce finalmente come il tempo dedicato alla prevenzione e alla cura pediatrica dei bambini sia un diritto sociale fondamentale, aumentando le ore di permesso retribuito per accompagnare i figli alle visite mediche, alle vaccinazioni o per effettuare esami diagnostici in caso di malattia. Infine, desidero soffermarmi su quello che ritengo un pilastro assoluto di questo provvedimento, ovvero l’introduzione e la disciplina della figura del caregiver familiare. In moltissimi convegni dedicati all’assistenza sanitaria si parla spesso di quello che viene definito il “sandwich assistenziale”, riferendosi a quella fascia media di popolazione che si trova ad avere figli in età avanzata e contemporaneamente genitori anziani e non autosufficienti; queste persone si trovano schiacciate nel dover assistere contemporaneamente i figli piccoli e i genitori malati o con gravi disabilità. L’istituzione del caregiver familiare rappresenta una vera e propria svolta storica per il nostro sistema di welfare. In conclusione, io credo che tutte le misure contenute in questa riforma non debbano essere lette in modo frammentato o isolato. Il potenziamento dei servizi, l’innalzamento delle indennità dei congedi, l’estensione delle tutele per malattia, i permessi retribuiti per le visite pediatriche e il pieno riconoscimento del caregiver sono le tessere di un unico, grande mosaico. Questo provvedimento vuole rafforzare il nostro sistema di protezione sociale, che rappresenta il primo e più importante investimento per la Repubblica di San Marino, con l’obiettivo di restituire alle coppie la reale libertà di scegliere di avere un figlio senza la paura di perdere il lavoro o di scivolare nella precarietà economica. Dare queste opportunità e questi servizi concreti alla cittadinanza è, a mio avviso, il compito più alto e nobile della politica.

Guerrino Zanotti (Libera): Io credo che il momento dell’approvazione di questo progetto di legge sia assolutamente di fondamentale importanza per il nostro Paese, e in questo senso desidero esprimere un sincero apprezzamento nei confronti del Segretario Canti per aver saputo portare a compimento un lavoro che io considero davvero egregio. Secondo me questo progetto di legge, a prescindere dalle molteplici critiche che sono state sollevate in Aula dalle forze di opposizione, ha il grande merito di collocare la Repubblica di San Marino all’avanguardia tra i paesi che cercano di porre un argine concreto a quella preoccupante deriva della denatalità che sta colpendo in modo particolare l’intero continente europeo. E la riforma prova a farlo nel modo più corretto ed efficace possibile, ovvero mettendo in campo un mix bilanciato di interventi di natura economica e lavorativa, introducendo nuove tutele e riconoscendo in modo ufficiale lo straordinario valore sociale che la maternità riveste all’interno della nostra comunità. Ci sono paesi nel mondo che ultimamente hanno deciso di affrontare la denatalità ricorrendo a massicci aiuti economici diretti, penso ad esempio a quanto fatto recentemente da Singapore che è arrivata a riconoscere cifre spropositate che si aggirano complessivamente intorno ai cinquantamila euro per chi decide di avere figli; eppure io penso che un simile approccio rimanga ampiamente insufficiente. E non basta perché non tiene minimamente conto di quelle enormi difficoltà che le madri continuano a incontrare quotidianamente nel mondo del lavoro. È proprio su questo aspetto nevralgico che io desidero concentrare la mia attenzione, perché all’interno di questa legge viene sancito un principio straordinario che forse rischia di passare quasi inosservato, ovvero quello che stabilisce la nullità del licenziamento e, cosa ancora più rilevante, la nullità del mancato rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato qualora questo sia legato a motivi di maternità. Io trovo che questo sia un principio di civiltà sacrosanto e fondamentale, perché non è assolutamente tollerabile che ancora oggi, nel pieno del ventunesimo secolo, una donna debba rischiare di perdere il proprio posto di lavoro semplicemente perché sceglie di mettere al mondo un figlio. Il problema della denatalità non può e non deve riguardare esclusivamente il governo pro tempore in carica in un determinato momento, ma deve interrogare l’intera società, compresi ovviamente gli imprenditori e tutti coloro che fanno impresa sul nostro territorio. Accanto a questo principio fondamentale, la legge introduce un potenziamento significativo di tutta una serie di strumenti preziosi che erano già stati inseriti con le normative precedenti. Penso innanzitutto al raddoppio del congedo di paternità, che viene portato da dieci a venti giorni; penso anche all’innalzamento reale del livello economico dell’indennità prevista per il congedo parentale, stabilendo delle percentuali incrementate e introducendo soprattutto delle soglie minime di garanzia al di sotto delle quali l’indennità dello Stato non potrà mai scendere. Considero questo come un punto estremamente qualificante dell’intera riforma, così come ritengo di grande importanza il riconoscimento retroattivo, ai fini della progressione di carriera, dei periodi di congedo parentale usufruiti; si tratta di una tutela concreta che difende il percorso professionale di ogni lavoratrice che sceglie di diventare madre. Troviamo poi l’estensione del diritto al part-time genitoriale fino al compimento dei quattro anni di vita del bambino, con il pieno riconoscimento della contribuzione a tempo pieno per i periodi usufruiti, l’introduzione di permessi retribuiti e coperti da previdenza per le visite mediche dei figli fino ai quattordici anni di età, l’estensione della tutela per malattia per i genitori con figli sempre fino ai quattordici anni, il bonus bebè, l’aumento degli assegni familiari ordinari e l’abbattimento progressivo delle rette per la frequenza degli asili nido. Molti colleghi hanno mosso delle critiche evidenziando come queste misure non siano state originariamente collegate alla reale situazione economica e patrimoniale delle famiglie, ma noi abbiamo scritto chiaramente nel testo della legge che, non appena lo strumento dell’ICEE sarà pienamente operativo sul territorio, tutti questi interventi verranno opportunamente regolati attraverso questo parametro, proprio perché riteniamo che il sostegno dello Stato debba essere indirizzato in via prioritaria verso chi si trova in una condizione di maggiore bisogno. Voglio inoltre evidenziare come, grazie agli emendamenti presentati dalla maggioranza di governo e dalla Segreteria di Stato, il testo della legge si sia notevolmente arricchito di contenuti; tra questi, desidero citare un intervento che ritengo di straordinario valore sociale, ovvero l’introduzione di una specifica indennità a favore delle ragazze madri che frequentano corsi regolari di studio, un aiuto economico concreto che copre il periodo dalla nascita del bambino fino al raggiungimento dei diciotto mesi di età, garantendo dei minimi mensili pari a 1.500 euro per i primi tre mesi, 1.000 euro fino al compimento del primo anno di vita del figlio e 500 euro fino ai suoi diciotto mesi. Secondo me si tratta di una novità assoluta che testimonia un vero e proprio cambio di paradigma rispetto a tutte le politiche familiari che sono state portate avanti in passato. Chiaramente noi siamo perfettamente consapevoli che non sarà una semplice legge a far registrare già dal prossimo anno un’impennata o un’inversione immediata del trend negativo delle nascite nel nostro territorio; tuttavia, questo è esattamente ciò che uno Stato serio ha il dovere di fare. Lo Stato deve mettere a disposizione dei propri cittadini tutti gli strumenti e i sostegni necessari affinché la scelta di mettere al mondo un figlio non deve più essere vissuta come una fonte di preoccupazione economica o personale. Questa non sarà forse la legge perfetta, ma io voglio ribadire con forza che si tratta di un provvedimento di altissimo valore che colloca meritatamente la nostra Repubblica all’avanguardia nell’affrontare una sfida decisiva per il futuro del nostro Paese.

Giovanni Francesco Ugolini (Pdcs): Penso che quando ci troviamo a parlare di famiglia all’interno di quest’Aula, troppo spesso rischiamo di rimanere confinati su un piano puramente astratto o teorico. Utilizziamo parole importanti e condivisibili che però, purtroppo, faticano a tradursi in risposte concrete nella vita quotidiana delle persone. Questa riforma, invece, fa esattamente il contrario: parte dalla realtà concreta del nostro Paese e mette in evidenza quel drammatico fenomeno della denatalità che si caratterizza per una costante diminuzione delle nascite, per il progressivo invecchiamento della popolazione e per la conseguente e preoccupante riduzione della nostra forza lavoro attiva. La legge parte dalla condizione reale di una madre che si trova ad affrontare l’esperienza della gravidanza senza poter contare su tutele adeguate; parte dalle necessità di un padre che desidera essere presente e partecipe ma che spesso si trova privo di strumenti idonei per poterlo fare; parte dal sacrificio silenzioso di chi sceglie di prendersi cura di un familiare fragile e non autosufficiente, trovandosi troppo spesso costretto a rinunciare al proprio lavoro, al proprio tempo libero e alla propria stabilità economica. Ecco, questo progetto di legge prova a dare risposte concrete a tutte queste fatiche quotidiane. Attraverso questo importante intervento legislativo noi vogliamo affermare un principio di civiltà estremamente chiaro: secondo me la famiglia non deve essere considerata soltanto come un valore astratto da difendere a parole, ma rappresenta un diritto fondamentale dei cittadini che lo Stato ha il dovere di sostenere attraverso strumenti reali e tangibili. Lo facciamo andando a rafforzare sensibilmente la tutela della maternità e garantendo un sostegno economico anche a quelle donne che fino ad oggi rischiavano di rimanere escluse, come le lavoratrici autonome o le donne che si trovano in stato di non occupazione. Lo facciamo promuovendo un’idea di genitorialità che sia realmente più equa e condivisa, riconoscendo finalmente il ruolo dei padri non come un aspetto marginale o secondario, ma come una parte attiva, preziosa e fondamentale nel percorso di crescita dei figli. Lo facciamo introducendo strumenti operativi che favoriscono una reale conciliazione tra la vita familiare e quella professionale, attraverso congedi più equi, una maggiore flessibilità oraria e la possibilità concreta per i genitori di rimanere accanto ai propri figli nei momenti più importanti della loro infanzia. Ma soprattutto, secondo me, compiamo un passo storico andando a riconoscere e valorizzare un aspetto che per troppo tempo è rimasto del tutto invisibile agli occhi della società e dello Stato: parlo del gravoso lavoro di cura. Fino ad oggi il caregiver familiare è stato troppo spesso lasciato completamente solo a farsi carico di responsabilità assistenziali immense; con questa riforma, invece, a questa figura viene finalmente riconosciuto un valore sociale ed economico effettivo. Non si tratta più di un sacrificio invisibile da consumare tra le mura domestiche, ma di un impegno straordinario che lo Stato vede, riconosce e sostiene in modo concreto. Un altro aspetto che ritengo di grande pregio è che questa legge non crea in alcun modo divisioni o discriminazioni, ma si adopera per costruire una reale inclusione sociale: si equiparano infatti le diverse forme di genitorialità, si garantiscono sostegni adeguati alle famiglie adottive e affidatarie, si ampliano le tutele per i nuclei familiari più fragili e si interviene in modo incisivo nelle situazioni di maggiore difficoltà economica. È una legge che vuole stare concretamente accanto alle persone e che non vuole porsi al di sopra di esse. Certamente nessuna norma può dirsi perfetta e siamo tutti consapevoli che l’impegno della politica sulle tematiche familiari non si esaurisce affatto con questo voto; ma io credo che oggi compiamo un passo avanti straordinario per rendere il nostro ordinamento più giusto, più moderno e decisamente più vicino alle esigenze della vita reale delle famiglie. Per queste ragioni, il Partito Democratico Cristiano Sammarinese esprimerà un convinto voto favorevole a questo importante provvedimento di legge. Desidero inoltre rivolgere un sentito ringraziamento per l’enorme lavoro svolto dal Segretario Canti, del quale ho apprezzato la straordinaria pazienza e la costante volontà di condividere e confrontarsi su questo vasto progetto con le organizzazioni sindacali, con le forze politiche sia di maggioranza sia di opposizione, e con tutte le realtà sociali, umanitarie e datoriali del nostro territorio. Sostenere la famiglia non significa soltanto proteggere il nostro presente, ma significa costruire con coraggio il futuro della nostra Repubblica, e io credo che questo debba essere un obiettivo in grado di unirci tutti al di là delle appartenenze di partito.

Dalibor Riccardi (Libera): Io desidero intervenire in questa discussione di seconda lettura di questo importante progetto di legge che finalmente giunge all’esame dell’Aula, un provvedimento che era sicuramente molto atteso dalla cittadinanza e che, dal mio punto di vista, introduce indubbiamente una serie di misure assolutamente fattibili, concrete e realizzabili, le quali mi auguro possano tradursi da subito in un beneficio reale e in un maggiore sostegno per le nostre famiglie. Per questa ragione, io voglio riconoscere e ringraziare per il lavoro svolto sia la Segreteria di Stato sia tutti i membri della Commissione consiliare competente. Analizzando nel dettaglio l’articolato del provvedimento, emerge chiaramente come il testo si concentri principalmente su due grandi filoni d’azione: da un lato, si sviluppa un ragionamento serio per cercare di contrastare un calo demografico che ormai è sotto gli occhi di tutti e, dall’altro, si prova a sostenere le persone in condizioni di fragilità attraverso l’introduzione e la regolamentazione della figura del caregiver familiare. Questo è l’impianto generale su cui si articola la norma, e io sono perfettamente consapevole di come non sia affatto semplice pretendere di incidere con un unico testo di legge su tutti quei fattori complessi che rappresentano le cause profonde della denatalità, o pretendere di risolvere di colpo tutte le difficoltà che le famiglie incontrano nell’assistere quotidianamente persone anziane o affette da gravi disabilità. Nessuna legge ha la forza di sistemare ogni cosa. Tuttavia, io credo che nei limiti del possibile questo provvedimento contenga delle misure importanti che si adoperano per accompagnare la vita dei cittadini, sia durante la delicatezza del momento della maternità sia nell’assistenza e nell’accompagnamento quotidiano di chi si trova in una condizione di fragilità. Come ho già avuto modo di affermare ieri in sede di comma comunicazioni, e come ci tengo a ribadire anche oggi in quest’Aula — e lo dico senza voler muovere alcuna accusa diretta al Segretario di Stato, alla maggioranza o al lavoro svolto in Commissione —,  penso che con questo testo si sarebbe dovuto avere un briciolo di coraggio in più. Cerco di spiegare meglio cosa intendo per coraggio. Secondo me il limite risiede nel fatto che continuiamo ad affrontare queste tematiche seguendo un approccio tradizionale, ovvero cercando di introdurre il solito bonus economico una tantum in più o provando ad alleggerire leggermente la pressione fiscale da una parte o dall’altra, quando invece dovremmo renderci conto che il modello culturale di riferimento è radicalmente cambiato rispetto al passato. Le famiglie di oggi non sono più quelle di venti o trent’anni fa, quando i giovani uscivano dalla scuola o magari non vi andavano affatto ed erano immediatamente pronti a inserirsi stabilmente nel mondo del lavoro e a costruire un proprio nucleo familiare. Oggi quel modello è completamente superato. Io credo che un sistema di welfare che si basa esclusivamente sull’erogazione di benefici una tantum sia un modello superato che, se guardiamo anche a quanto avviene al di fuori dei nostri confini, non ha sempre portato ai risultati sperati. E per me il vero coraggio risiederebbe nell’adottare una visione in cui lo Stato consideri il contrasto alla denatalità e il sostegno alle persone con disabilità o in condizioni di difficoltà non come una semplice spesa assistenziale, ma come un vero e proprio investimento pubblico strategico, volto a garantire una gestione della vita familiare solida, consapevole e sensibile fin dai suoi primi passi. Questa mia osservazione non vuole essere una critica distruttiva, anche perché io sono convinto che questo provvedimento normativo, se vogliamo davvero che sia concreto ed efficace, dovrà essere sottoposto a verifiche e revisioni costanti nel tempo, magari anche più volte nel corso di una stessa legislatura, proprio per valutarne con precisione l’impatto reale sul territorio e capire dove sia necessario intervenire per migliorarlo. I limiti che io riscontro nel testo non sono tanto di natura strutturale. Ad esempio, stabilire un limite iniziale di sole cinquanta richieste all’anno per quanto riguarda la figura del caregiver familiare rischia di essere una scelta estremamente penalizzante e restrittiva, ed è un limite di cui sono convinto che lo stesso Segretario di Stato sia perfettamente consapevole senza che glielo debba far notare io. Spero comunque che valuteremo con attenzione quante richieste arriveranno e che, qualora dovessero essere in numero superiore, si saprà intervenire tempestivamente per adeguare le risorse. Un altro aspetto che secondo me merita un’analisi approfondita riguarda la gestione dell’assistenza familiare. Con questa legge noi andiamo a definire opportunamente la figura del caregiver familiare come un’opzione che offre determinati benefici e aiuti; d’altra parte, però, per molte famiglie l’unica alternativa reale per poter accudire i propri anziani o familiari non autosufficienti rimane quella di ricorrere a un assistente familiare privato, la classica figura della badante. Io penso che in futuro si dovrebbe lavorare per strutturare un sistema misto, dove una famiglia non debba necessariamente essere costretta a compiere una scelta netta ed esclusiva tra i benefici previsti per il caregiver e gli aiuti previsti per chi assume un assistente privato. Lo dico perché è un dato di fatto oggettivo che oggi il costo di una badante rappresenta un peso economico spesso insostenibile per i nuclei familiari, un costo che non può essere coperto interamente con la sola pensione della persona anziana o assistita e che richiede pesanti contributi economici da parte dell’intera famiglia. È pur vero che il caregiver familiare beneficia di bonus e tutele, ma si tratta di un impegno che finisce inevitabilmente per gravare sul lavoro dipendente di chi sceglie di assumere questo ruolo. Ecco perché dico che, con un briciolo di coraggio e di dati statistici in più, si sarebbe potuto fare un ragionamento diverso. Per quanto riguarda invece il contrasto alla denatalità, io credo che accanto agli aiuti economici e al bonus bebè, che sono misure sicuramente utili e positive, si debba lavorare con molta più decisione sulla flessibilità lavorativa e professionale di chi sceglie di costruire una famiglia, garantendo adeguati spazi per la formazione personale. In questo ambito dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che oggi vi è una disparità enorme tra chi lavora come dipendente nel settore pubblico e chi invece lavora nel settore privato. Quando andiamo a definire queste tutele, secondo me la politica dovrebbe avere il coraggio di introdurre norme vincolanti a diretta tutela anche dei lavoratori del settore privato, anziché delegare l’applicazione della flessibilità esclusivamente alla contrattazione tra il datore di lavoro e il dipendente. Penso ad esempio alla possibilità di usufruire del part-time genitoriale per entrambi i genitori fino ai tre o quattro anni di vita del bambino: si tratta di uno strumento utilissimo e fondamentale, che però nel settore pubblico segue un percorso lineare e garantito, mentre nel settore privato risulta infinitamente più difficile da ottenere. Avere il coraggio di sancire questi diritti in modo universale per legge avrebbe reso questo provvedimento decisamente più efficace, ma questo è un cammino che mi auguro potremo riprendere e migliorare nei prossimi anni attraverso successivi aggiornamenti della normativa.

Antonella Mularoni (Rf): Anche noi come gruppo siamo molto contenti che oggi si parli finalmente di una tematica che ci sta particolarmente a cuore. Fin dall’inizio di questa legislatura, e il Segretario Canti lo sa bene così come gli altri esponenti del Governo, i nostri interventi come gruppo di Repubblica Futura volti ad aiutare concretamente le famiglie e a favorire la natalità nel nostro Paese, per tutte quelle coppie che desiderano avere un figlio ma che si scontrano con difficoltà economiche e non solo, sono stati davvero notevoli. Devo dire che siamo felici perché con un po’ di insistenza, e persino con qualche decisa minaccia rispetto alla possibilità, che ora verrà concretizzata, di andare a modificare il regolamento consiliare anche su alcuni nostri emendamenti, come ad esempio quello per la riduzione delle rette per la frequenza dei centri estivi, siamo comunque riusciti a portare questo argomento di vitale importanza al centro del dibattito politico, e siamo felici che oggi questa preoccupazione sia diventata comune a tutta l’Aula. Come gruppo apprezziamo molto il fatto che lei, Segretario, cerchi di coinvolgere i gruppi consiliari decisamente più di quanto facciano di solito altri suoi colleghi di governo; tuttavia ci sarebbe piaciuto che nel merito del provvedimento che stiamo per discutere la modalità operativa reale potesse essere diversa. Dico questo perché questo provvedimento sta girando ormai da mesi e mesi; poi c’è stato il dibattito in Commissione e, subito dopo quel passaggio, sono arrivati una marea di altri emendamenti. Persino oggi continuano ad arrivare emendamenti e un paio d’ore fa ci è stato riferito che potrebbero arrivarne ancora altri in corso d’opera. Diventa sinceramente difficile e faticoso lavorare in questo modo. Oltretutto, la strutturazione che è stata data a questa legge prevede che il Governo avrà a disposizione ben due anni di tempo per modificare tramite decreto delegato le stesse misure che noi oggi andiamo a stabilire con legge. Non nascondo che questa impostazione produce un effetto defatigante sull’attività del Consiglio Grande e Generale: un conto sarebbe prevedere sei mesi di tempo per aggiustare o calibrare meglio il provvedimento se sul campo si nota che qualcosa non funziona, ma riservarsi due anni interi significa che, fino alla conclusione della legislatura, tutto quello che vorrete cambiare di questa legge lo farete autonomamente attraverso decreti delegati. Detto questo, come hanno già espresso anche i colleghi del mio gruppo che mi hanno preceduta, noi apprezziamo alcune delle questioni che sono state affrontate in questo testo, ma durante l’esame dell’articolato non mancheremo di evidenziare le nostre critiche su determinati aspetti. Come donna, e associandomi a quanto espresso da altre colleghe intervenute prima di me, desidero porre all’attenzione dell’Aula una questione che reputo fondamentale: oggi dobbiamo valutare gli interventi di sostegno partendo da una prospettiva completamente diversa rispetto a quella di trent’anni fa. Oggi non ci troviamo soltanto di fronte a una diffusa precarietà dei nuclei familiari, ma abbiamo anche, per fortuna, la realtà di una donna che lavora, studia, va all’università e ha il piacere e il diritto di realizzarsi professionalmente. Si tratta di una conquista che una volta non sempre avveniva, sia per scelte condivise all’interno della coppia, sia perché non si avvertiva questa precarietà nelle relazioni; ma soprattutto, non dobbiamo nasconderci dietro un dito: oggi avere un posto di lavoro garantisce quella tranquillità e quella certezza indispensabili, e la stragrande maggioranza delle famiglie, senza due stipendi stabili che entrano in casa, non è assolutamente in grado di gestire le spese di casa, l’educazione dei figli e l’acquisto di un’abitazione a fronte di un costo della vita in costante aumento. Tutti questi elementi ci impongono di assumere questa mutata realtà familiare come il parametro fondamentale intorno al quale costruire le nostre politiche pubbliche. Dobbiamo fare in modo che le misure che andiamo a introdurre aiutino concretamente le donne, e riconosco che in questo testo ci sono alcuni passi avanti in questo senso. Dobbiamo garantire un sostegno reale alle donne nel momento in cui diventano madri, a prescindere dal tipo di attività lavorativa che svolgono o anche qualora non abbiano un’occupazione. In questo particolare momento storico abbiamo il dovere assoluto di premiare e sostenere la natalità, perché la nostra Repubblica sta attraversando una fase demografica drammatica e preoccupante che non possiamo più ignorare. Non siamo gli unici, è vero, poiché si tratta di un fenomeno che colpisce molti paesi occidentali; in questi paesi si stanno conducendo studi approfonditi per individuare gli strumenti più adeguati di intervento. Da diverse indagini sociologiche è emerso chiaramente che molte famiglie desidererebbero avere un figlio in più, ma scelgono di non farlo perché temono sinceramente di non farcela dal punto di vista economico e per la carenza di supporti reali. Ad esempio, io mi chiedo: se una madre lavoratrice ha la necessità di uscire dall’ufficio alle 17:30 o alle 18:00, le nostre strutture scolastiche sono oggi attrezzate per accogliere i bambini o per garantire orari flessibili? La realtà è che se una donna non può contare sul supporto quotidiano dei nonni, si trova in una situazione di estrema difficoltà e non sa letteralmente come organizzarsi. Un altro aspetto di fondamentale importanza riguarda la necessità di evitare qualsiasi forma di discriminazione nei confronti delle donne all’interno delle imprese. Dobbiamo stare estremamente attenti a non introdurre strumenti normativi o oneri che finiscano per incentivare l’imprenditore ad assumere un uomo piuttosto che una donna. Come credo sia capitato a tutti i colleghi consiglieri, anche noi come gruppo abbiamo incontrato l’ANIS e riteniamo che le misure di tutela e i relativi costi che introduciamo oggi non possano gravare unicamente sulle spalle delle imprese, ma debbano essere coperti dalla fiscalità generale. Se facciamo ricadere questi oneri economici direttamente sull’impresa privata, otterremo l’effetto perverso per cui i datori di lavoro tenderanno a preferire l’assunzione di personale maschile per evitare costi e vincoli. Basti pensare che per gli uomini abbiamo sì previsto venti giorni di congedo parentale, ma la norma stabilisce che debbano essere negoziati con l’impresa; dal punto di vista economico, per un’azienda rimarrà sempre più conveniente assumere un uomo piuttosto che una donna. Io mi chiedo se queste nuove misure siano realmente coperte dalla fiscalità generale. A noi sinceramente non sembra che sia così, perché sotto molti profili i costi di queste tutele sembrano gravare interamente sulle aziende. E devo dire che non è affatto un comportamento corretto farsi belli utilizzando le risorse degli altri. Se il nostro Paese vuole e deve intervenire con misure di sostegno reali ed efficaci, allora lo Stato deve farsi carico di finanziare questi interventi attraverso la fiscalità generale, altrimenti rischiamo di ottenere l’esatto contrario di ciò che ci proponiamo, penalizzando l’occupazione femminile. Per quanto riguarda la figura del caregiver familiare, si tratta di un ruolo a cui noi abbiamo dedicato grandissima attenzione anche all’interno del nostro programma elettorale; tuttavia, dobbiamo constatare con rammarico che non riusciamo a comprendere il motivo per cui sia stato fissato un limite così restrittivo di sole cinquanta qualifiche all’anno. Fissare un numero così limitato rischia di generare profonde ed ingiuste discriminazioni tra i cittadini che si trovano nelle medesime condizioni di bisogno. Inoltre, per come è stata strutturata questa figura nel progetto di legge che ci apprestiamo a esaminare, i colleghi che hanno seguito i lavori in Commissione mi riferiscono che nella pratica questa opportunità potrà essere sfruttata quasi esclusivamente dalle casalinghe. Questo accade perché se un pensionato desidera svolgere il ruolo di caregiver per un proprio familiare fragile, la norma gli impone di dover rinunciare al proprio trattamento pensionistico per poter percepire l’indennità specifica prevista dalla legge. Se un pensionato percepisce solo la pensione sociale, forse una simile scelta può risultare conveniente, ma per la stragrande maggioranza dei pensionati sammarinesi che hanno pensioni ordinarie non vi è alcuna convenienza economica. E questo accade in un momento storico in cui, come ben sappiamo, la struttura residenziale per anziani del nostro Paese presenta una lista d’attesa lunghissima, con tantissime persone che avrebbero un disperato bisogno di essere accolte e alle quali non siamo in grado di dare risposte adeguate. Temo purtroppo che la risposta che il Governo ha voluto dare attraverso questa figura non sia affatto adeguata alle reali necessità del territorio. E poi, questo numero di 50 caregiver all’anno da dove salta fuori? Non ci è dato saperlo, ed è una scelta del tutto priva di motivazioni chiare. Dovremo valutare con estrema attenzione come verrà gestita sul campo l’applicazione di questa figura, che riveste indubbiamente un ruolo di primaria importanza per il sostegno e la gestione quotidiana delle nostre famiglie. Vi è poi il nodo cruciale delle assistenti familiari, le badanti per intenderci, una tematica che continuo a sollecitare fin dall’inizio di questa legislatura. Se non interveniamo tempestivamente e con modalità del tutto diverse, nel giro di pochissimi anni rischiamo di non avere più assistenti familiari disposte a venire a lavorare a San Marino; questo accade perché il trattamento pensionistico che viene loro garantito nel nostro territorio è decisamente inferiore rispetto a quello che percepirebbero lavorando in Italia, rendendo il nostro Paese molto meno attrattivo. Come Repubblica Futura continueremo a dare il nostro contributo propositivo per la realizzazione di queste riforme, ma vorremmo davvero che vi fosse da parte del Governo e della maggioranza una reale volontà di condivisione per scriverle e realizzarle insieme, nell’interesse di tutta la cittadinanza.

Michele Muratori (Libera): Desidero fare alcune brevi considerazioni, anche perché questo progetto di legge è stato sviscerato davvero a fondo. Si tratta di un provvedimento che introduce elementi fortemente innovativi nel nostro Paese e offre proposte tangibili per affrontare un problema che purtroppo non riguarda solo noi. Per inquadrare al meglio la questione, secondo me dobbiamo partire proprio dalla gravità dei dati statistici: negli ultimi vent’anni a San Marino abbiamo assistito a un vero e proprio dimezzamento delle nascite. Siamo passati dai 296 nati del lontano 2004 ai soli 144 registrati nel 2024. Se poi pensiamo che, al di là di un piccolo e temporaneo aumento registrato nel 2025, il trend per l’anno in corso, il 2026, mostra già un preoccupante calo, la situazione appare evidente. Abbiamo un tasso di fecondità estremamente esiguo, pari ad appena lo 0,961, un valore che rimane lontanissimo dalla soglia minima di equilibrio demografico che è indicata in 2,1 figli per donna. È del tutto chiaro che, con simili dati, il nostro Paese rischia di andare incontro a un gravissimo squilibrio sociale ed economico. Avremo una forte contrazione della futura forza lavoro, un aumento considerevole dei costi legati all’assistenza e una seria e concreta minaccia per la tenuta stessa del nostro intero sistema pensionistico. Le cause su cui abbiamo il dovere e la possibilità di intervenire sono molteplici: penso innanzitutto al costo della vita e alla precarietà del lavoro. In questo senso abbiamo già provato a dare delle prime risposte, che pur non essendo ancora pienamente sufficienti rappresentano un inizio, ma dobbiamo assolutamente migliorare per quanto riguarda l’accesso alla casa e dobbiamo agire sulla complessa conciliazione tra la carriera lavorativa e la vita privata di ogni cittadino. Proprio su queste cause che possiamo governare abbiamo voluto agire con forza attraverso questa legge. Per questo desidero esprimere il mio apprezzamento per il lavoro del Segretario che ha portato all’approvazione dell’Aula questo importantissimo progetto di legge, e voglio estendere questo riconoscimento anche a tutti i membri della Commissione IV, che hanno saputo analizzare a fondo i problemi e recepire quegli emendamenti migliorativi che servono a dare una risposta concreta al nostro Paese. I punti chiave di questo provvedimento sono davvero molteplici. Il primo è senza dubbio la tutela universale della maternità e della genitorialità, che andiamo a rafforzare aumentando in modo significativo le tutele contro le discriminazioni nei luoghi di lavoro, non solo per le donne in stato di gravidanza, ma più in generale per lo status di genitore. Su questo aspetto c’è un passaggio che trovo estremamente interessante, perché la protezione dello Stato si estende finalmente anche verso i padri. Introduciamo inoltre l’indennità per gravidanza e puerperio a favore delle donne non occupate, garantendo una copertura fino a 150 giorni. Con questa legge andiamo a rafforzare in maniera decisa la co-genitorialità e la conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli della famiglia: il congedo di paternità viene raddoppiato, salendo fino a 20 giorni lavorativi interamente retribuiti. Io ricordo bene che quando sono diventato padre, ormai nel lontano 2016, di tutte queste tutele non esisteva assolutamente nulla; i padri non avevano diritto a permessi o a congedi retribuiti, e non beneficiavano di alcun tipo di protezione, quasi come se la maternità fosse un fatto da considerare esclusivamente ad appannaggio della madre. Diversi studi clinici e ricerche scientifiche, ma in realtà basta una semplice analisi di buon senso della nostra realtà quotidiana, dimostrano quanto sia cambiato e quanto sia fondamentale il ruolo del padre nella nostra società attuale; ecco, con questa legge noi riconosciamo finalmente questo mutamento culturale e garantiamo tutele decisamente maggiori. Prevediamo congedi parentali economicamente più ricchi e introduciamo una reale flessibilità oraria attraverso lo smart working, con la possibilità di accedere a un part-time esteso fino ai 4 anni di vita del bambino. Un altro aspetto che ritengo di straordinaria importanza, come è stato opportunamente evidenziato anche nei precedenti interventi, è il formale riconoscimento del caregiver familiare. Si tratta di dare un effettivo valore sociale ed economico al prezioso lavoro di cura domiciliare, offrendo un sostegno concreto a chi sceglie di prendersi carico e di assistere quotidianamente un proprio familiare non autosufficiente. Sul fronte degli aiuti economici diretti alle famiglie, la legge introduce strumenti importanti come il bonus bebè, l’aumento degli assegni familiari ordinari, una specifica tutela a favore dei nuclei più fragili e di quelli monogenitoriali. Prevediamo inoltre l’esenzione totale dal pagamento delle rette degli asili nido e la refezione scolastica gratuita per l’intero ciclo della scuola dell’infanzia e delle scuole elementari, oltre all’introduzione di tutele specifiche per i genitori quando si trovano a dover gestire i figli malati. Io credo fermamente che questo progetto di legge costituisca un vero e proprio investimento strategico per la nostra Repubblica. È innegabile che esista anche un fattore di natura prettamente culturale nella nostra società, che porta le persone a fare meno figli o a posticipare sempre più in avanti il momento in cui dare vita a un nuovo nucleo familiare. I tempi oggi sono cambiati, ci si sente magari ancora giovani a 40 o 50 anni e alla fine si rinuncia ad avere figli; tuttavia, io non voglio affatto ricondurre una problematica così complessa esclusivamente a una questione culturale. Il vero problema risiedeva anche nella mancanza di tutele pubbliche necessarie e sufficienti per permettere alle persone di fare questa scelta in serenità. Per questo considero questa legge come un investimento per il nostro futuro, anche perché non ci troviamo di fronte all’erogazione di semplici sussidi a pioggia. Questa è una riforma organica, un testo che potremo sicuramente affinare e migliorare ancora nel tempo, ma che io credo sia realmente allineato ai più avanzati standard europei. Per tutte queste ragioni, desidero rivolgere un appello sincero all’Aula: la lotta contro la denatalità e l’impegno per garantire la stabilità delle famiglie non devono avere un colore politico o una bandiera di partito, perché rappresentano la premessa indispensabile e il pilastro fondamentale per il futuro e per la stessa sovranità economica del nostro Paese.

Nicola Renzi (Rf): Se devo essere sincero, secondo me i toni un po’ trionfalistici che ho sentito esprimere da parte di qualcuno in merito a questo progetto di legge sono francamente un tantino esagerati. In ogni caso cercherò di fare alcune considerazioni, rimandando poi il grosso del confronto al dibattito di dettaglio sull’articolato e soprattutto richiamandomi agli interventi che i colleghi del mio gruppo politico hanno già espresso, in particolare coloro che hanno partecipato attivamente ai lavori in Commissione e che hanno quindi seguito molto da vicino l’intero iter di questo provvedimento. Per quanto riguarda il confronto, è pur vero, Segretario, che lei ha cercato in qualche modo di portarlo avanti; tuttavia dobbiamo constatare che siamo ancora qui in Aula e non sappiamo se gli emendamenti siano effettivamente conclusi o se ne verranno sfornati altri all’ultimo minuto. Questo dimostra chiaramente che non ci troviamo di fronte a un percorso di confronto organico, ma preferisco lasciare da parte questo aspetto, poiché ormai sembra che in quest’Aula ci si debba accontentare del poco che arriva. Desidero però sottolineare un aspetto, perché questo Parlamento ha purtroppo l’abitudine di non avere memoria e di dimenticare troppo in fretta le cose, per poi rifugiarsi dietro alla proposta di fare una riforma del regolamento consiliare. L’unica cosa che vi chiedo, con totale onestà, è di evitare almeno di fare le conferenze stampa per attribuirvi meriti che in realtà appartengono alla sensibilità politica e alle battaglie di altri. Penso, ad esempio, al dimezzamento delle rette per la frequenza dei centri estivi: si tratta di una proposta che noi come Repubblica Futura abbiamo presentato per ben tre leggi finanziarie consecutive, a partire già dalla passata legislatura. Siamo riusciti a ottenere questo risultato soltanto in questa occasione, e solo perché le regole di questo regolamento consiliare vi hanno letteralmente costretti ad accettare la nostra proposta. Almeno abbiate l’onestà intellettuale di riconoscerlo, dicendo chiaramente che questa era una sensibilità che noi portavamo avanti da anni e che voi avete costantemente bocciato, prima di essere costretti ad accoglierla. Lo stesso identico discorso vale, per fare un piccolo inciso, per quanto riguarda i contributi non pagati. Ricordo di aver visto una sua conferenza stampa su questo tema, Segretario, e ci tengo a rammentarle che quando noi abbiamo presentato l’emendamento — anche in questo caso proposto in modo ricorrente per anni — che prevedeva l’attivazione di un alert automatico per segnalare chi non fosse in regola con il pagamento dei contributi, il suo collega, il Segretario Marco Gatti, per ben due volte ci ha spiegato in quest’Aula che si trattava di una misura tecnicamente difficilissima da realizzare dal punto di vista informatico e che quindi sarebbe stato del tutto impossibile procedere. Quella proposta è stata bocciata per due volte consecutive ed è stata infine accolta in questa sessione unicamente perché vi siete trovati costretti a farlo, sapendo che altrimenti non avreste ottenuto l’approvazione della legge finanziaria. Vogliamo ricordare queste cose per come sono andate realmente? Credo che sarebbe corretto riconoscerci reciprocamente i fatti per come stanno. Lo stesso schema si è ripetuto anche per la Commissione speciale sull’andamento demografico. Qualcuno potrebbe pensare che io stia andando a cercare dei casi isolati, ma questo è il terzo esempio lampante. Chi è che ha proposto e ha voluto con forza l’istituzione di questa Commissione? È stata Repubblica Futura. Anche questo intervento è entrato a far parte di quel pacchetto di accordi che abbiamo negoziato durante la discussione della finanziaria per consentire il ritiro dei nostri restanti emendamenti. E se oggi quella Commissione è finalmente operativa — lasciatemi dire, purtroppo con un anno intero di inattività dovuto unicamente al fatto che il Governo non sapeva nemmeno in quale sede farla riunire e quali strumenti operativi fornirle — il merito va diviso. Io lo dico senza alcun problema, Segretario: ringrazio sicuramente il Governo, ma ringrazio soprattutto chi quella Commissione l’ha pensata e proposta, perché noi siamo fermamente convinti che per affrontare le grandi sfide del Paese sia indispensabile studiare preventivamente i fenomeni, anziché arrivare in Aula pretendendo di inventarsi all’improvviso le soluzioni più fantasmagoriche o astruse. Ho voluto ricordare questi tre esempi concreti per smentire con forza la retorica secondo cui l’opposizione non farebbe mai proposte utili: noi le proposte le facciamo eccome, basterebbe solo che voi aveste il coraggio di premere il pulsante del sì anziché quello del no. Potremmo fare un patto per le prossime occasioni: noi presentiamo le proposte, voi le accettate votando a favore, e poi la conferenza stampa per prendervi il merito la fate tranquillamente voi; per noi questo rappresenterebbe comunque un ottimo compromesso se serve a fare il bene del Paese. Passo ora a illustrare un’altra e seria preoccupazione che noi nutriamo rispetto a questo provvedimento. Noi siamo assolutamente favorevoli all’introduzione dello strumento dell’ICEE in senso generale, perché nessuno può essere contrario a un sistema che accerti in modo trasparente e chiaro non soltanto i redditi, ma anche i patrimoni complessivi delle famiglie, al fine di garantire un trattamento equo e solidale in base alla reale condizione economica dei nuclei familiari. Tuttavia, vi diciamo con totale franchezza che temiamo fortemente che questo indicatore possa alla fine trasformarsi in un involontario regalo a favore degli evasori e di chi sceglie di non dichiarare i propri guadagni, assestando un altro colpo durissimo al ceto medio del nostro Paese. Questo deve essere estremamente chiaro: la mia non vuole essere una critica preconcetta contro lo strumento, ma è un invito a monitorare questo passaggio con estrema attenzione e cautela. Non vorrei, ad esempio, che tutte le procedure che riguardano l’accesso agli assegni di studio o ai contributi per l’istruzione diventino talmente complicate e scoraggianti dal punto di vista burocratico da spingere una famiglia a rinunciarvi pur di non doversi sottoporre a una simile tagliola. Questa rimane una nostra seria preoccupazione che verificheremo sul campo; se i fatti ci smentiranno saremo i primi a rallegrarcene, tant’è che sulla norma relativa all’ICEE abbiamo scelto di esprimerci con un voto di astensione e non con un voto contrario. Siamo qui per evidenziare i problemi reali del Paese, a partire dall’emergenza della casa, su cui continuiamo ad assistere a continui spot pubblicitari da parte del Governo. La casa rappresenta un tema fondamentale e prioritario: è del tutto inutile discutere su quanti giorni di permesso retribuito debbano essere concessi a un genitore per assistere il figlio malato — e ci tengo a ricordare che anche questo era un classico emendamento di Repubblica Futura volto a trasformare questi permessi da non retribuiti a retribuiti, che voi finalmente accogliete oggi con ben cinque anni di ritardo rispetto a quando lo abbiamo proposto per la prima volta — se poi le famiglie continuano a fare un’enorme fatica a trovare un appartamento in affitto o a poterne acquistare uno perché i prezzi sul mercato sono diventati completamente inaccessibili. La legge sull’emergenza casa, dobbiamo dirlo con chiarezza, ha finito addirittura per fare un regalo a quei proprietari immobiliari che, pur non trovandosi affatto in condizioni di difficoltà, mettevano a reddito i propri appartamenti affittandoli in modo del tutto lecito, concedendo loro uno sgravo fiscale anche qualora mantenessero inalterato il canone di locazione precedentemente pattuito, senza produrre così alcun reale beneficio o aiuto per chi una casa la stava disperatamente cercando. Chiedo scusa all’Aula se in questa fase preliminare non sono entrato nel dettaglio dell’articolato, cosa che faremo puntualmente durante l’esame dei singoli articoli; ho voluto semplicemente fare degli esempi concreti per dimostrare come la nostra forza politica abbia costantemente messo sul tavolo idee e proposte in tutti questi anni, e credo che tutto ciò che ho affermato sia facilmente verificabile leggendo gli atti parlamentari. Forse il Governo avrebbe fatto bene ad ascoltare le nostre proposte già nel 2022, quando avete sbandierato con la gran cassa quella legge sulla famiglia descrivendola come la soluzione definitiva a tutti i problemi, quando purtroppo i fatti hanno dimostrato che non lo era affatto. In questo testo ci sono senza dubbio dei miglioramenti e dei passi avanti che noi non intendiamo affatto misconoscere e dei quali siamo assolutamente felici; tuttavia, rimaniamo convinti che i temi del futuro della famiglia, del contrasto alla denatalità e della condizione dei nostri anziani meritino un livello di attenzione, di serietà e di coraggio decisamente superiore.

Mirko Dolcini (D-ML): La natalità, e non sono certamente il primo a dirlo, nasce da una serie complessa di elementi e ha moltissime radici; probabilmente l’aspetto economico, per come la penso io, è forse uno degli ultimi fattori a incidere realmente. Io penso che il problema della natalità sia fatto prima di tutto di una questione culturale e di una questione sociale, ma c’è anche un problema che si configura spesso come un’emergenza silenziosa, ovvero quella dell’infertilità o della sterilità, di cui purtroppo si parla sempre troppo poco. Secondo me, questa situazione è spesso dovuta all’inquinamento, a stili di vita scorretti o caratterizzati da abusi, come l’abuso di alcol, dipendenze di varia natura, obesità e un forte stress cronico; tutte situazioni che alterano profondamente l’apparato riproduttivo di entrambi i partner. Eppure, siamo una società stanca che di fronte a questi fenomeni tende troppo spesso a chiudere gli occhi, ma io ritengo che c’era anche questo aspetto biologico e medico che in pochissimi sottolineano. Del resto, siamo sempre pronti a dirci che bisogna creare ambienti positivi per i nostri giovani, ma effettivamente questi temi sono strettamente correlati, perché creare contesti positivi per le giovani generazioni, a cui cerchiamo faticosamente di dare risposte, è un elemento prodromico ed essenziale anche per favorire le future nascite. Secondo me bisogna trovare la forza di adottare soluzioni coraggiose, altrimenti rischiamo che affrontare la denatalità in questo modo sia come pretendere di contrastare un uragano tenendo in mano un piccolo ombrello. Io devo ammettere che questa legge non è affatto priva di spunti o di interventi interessanti, però a mio avviso mi sembrano troppi interventi di natura assistenziale a pioggia, piuttosto che misure sistemiche e strutturali. Mi sembra quasi che l’impostazione generale tenda a rincorrere il problema, senza però trovare la forza e il coraggio reale di superarlo alla radice. Tra le altre cose, non mi sembra di averlo visto riportato nemmeno all’interno delle relazioni, non si comprende affatto da dove si andranno a recuperare le ingenti risorse economiche necessarie per finanziare questi incentivi che pure reputo interessanti, e questo per me rappresenta un problema molto serio. È un problema concreto perché, se non abbiamo un parametro chiaro di quali risorse andare a pescare per coprire determinati e specifici incentivi, si rischia seriamente che nel lungo termine l’intera legge non possa reggere finanziariamente e che queste stesse misure debbano essere ricalibrate nel tempo; a meno che, e vi invito a smentirmi se avete dati diversi, non sappiate già con precisione a quali risorse economiche attingere, che è invece fondamentale individuare fin da subito per tararsi correttamente nell’applicazione concreta della legge. Io lo ribadisco con convinzione: non risolveremo certamente un problema di questa portata con una semplice legge, e di sicuro non lo faremo con questo testo, nonostante, lo ripeto, vi siano anche aspetti indubbiamente positivi. Tra questi voglio citare, ad esempio, una misura tanto banale quanto pratica come quella prevista dall’articolo 39 bis, che introduce un punto informativo dedicato alle famiglie; questo perché molto spesso ci ritroviamo con incentivi o comunque con leggi che offrono importanti opportunità ai cittadini e alle famiglie, ma che purtroppo non vengono conosciute o sfruttate perché manca l’informazione. Questo del punto informativo era un suggerimento che io stesso avevo avanzato in passato insieme ad altri colleghi e che sono felice sia stato accolto, ma serve, lo ribadisco ancora una volta, molto più coraggio. Secondo me servono vere e proprie rivoluzioni per fare un cambiamento autentico e per non limitarci a rincorrere costantemente il problema, ma riuscire finalmente a superarlo. Ci vuole una forte e decisa ridistribuzione delle risorse. Noi dobbiamo avere l’ambizione di essere un piccolo ma grande laboratorio sociale, e a questo proposito voglio fare anche alcune provocazioni concrete all’Aula. Ad esempio, vedo che ci sono tantissimi nuclei familiari in cui la stragrande maggioranza dei componenti lavora all’interno del settore pubblico, e sappiamo bene che nel settore pubblico la gestione familiare e la conciliazione dei tempi di vita sono decisamente più facili, non fosse altro per il fatto che vi sono pomeriggi liberi a differenza di quanto avviene nel settore privato. Di conseguenza, considerando che oggi vi sono nuclei familiari interamente impiegati nel pubblico e altri totalmente inseriti nel privato, si potrebbe cercare un sistema per prevedere, magari attraverso incentivi, specifici bandi o altri strumenti, la possibilità di facilitare il passaggio o l’inserimento del lavoratore nel settore pubblico, almeno per quanto riguarda i nuclei familiari particolarmente numerosi. Poi c’è l’aspetto strutturale che riguarda gli asili e le scuole: secondo me non possiamo più permetterci, se vogliamo davvero incentivare un ambiente positivo per le famiglie con bambini, di avere asili o scuole all’interno dei quali piove dentro o dove d’estate, che è un problema attuale e attualissimo, le aule sono completamente prive di condizionatori. Io so bene che ci sono tantissime spese che uno Stato deve affrontare quotidianamente, ma ormai quello della denatalità e la ricerca di soluzioni concrete non deve essere considerato semplicemente come un tema prioritario tra i tanti, ma deve diventare il primo in assoluto fra tutti i prioritari. Lo avete affermato tutti in quest’Aula, e allora cerchiamo di essere coerenti e concreti. Bisognerebbe avere il coraggio di inventarsi un welfare integrato e totale. Penso ad asili nido e scuole per bambini da zero a sei anni che siano caratterizzati da orari ampi, flessibili e completamente gratuiti, pensati appositamente per chi fa i turni o per i lavoratori del settore privato che hanno esigenze organizzative molto rigide. Dobbiamo inoltre ridare piena dignità ai lavoratori autonomi e ai liberi professionisti, perché sembra quasi che queste categorie non debbano affrontare una gestione complessa nell’accudimento dei propri figli. Purtroppo anche i professionisti e i lavoratori autonomi hanno enormi difficoltà ad organizzarsi quotidianamente, e a volte ne hanno persino di più rispetto a un dipendente privato, perché si trovano a gestire urgenze improvvise e situazioni estremamente delicate; eppure non vengono quasi mai citati o tutelati all’interno degli interventi legislativi. Secondo me servirebbe un fisco inverso e un vero e proprio reddito di nascita, introducendo ad esempio una no tax area progressiva: chi ha figli, magari a partire da tre figli in su, dovrebbe smettere sostanzialmente di pagare le tasse per i primi anni di vita dei propri bambini. E poi penso alle residenze: siamo ancora troppo legati alla logica delle residenze atipiche per i pensionati, e forse è arrivato il caso di cambiare radicalmente questa impostazione, introducendo residenze tipiche dedicate specificamente alle giovani coppie. E dove possiamo trovare le risorse per finanziare tutto questo? Perché se prima ho evidenziato una critica e un problema, ho il dovere di sottoporre anche a me stesso una proposta di soluzione: penso al debito pubblico. Io credo che se c’è un motivo valido per cui fare debito pubblico possa avere un senso profondo, questo sia proprio l’investimento sui giovani, che ripeto essere il primo e più grave dei nostri problemi. Allo stesso modo, si potrebbe pensare di riservare una percentuale fissa e specifica degli introiti delle tasse per destinarla esclusivamente agli incentivi e agli strumenti a vantaggio delle nascite. Questa proposta può spaventare a prima vista, ma ricordiamoci sempre che la spesa sociale e sanitaria che uno Stato invecchiato dovrà sostenere in futuro sarà sicuramente di gran lunga maggiore rispetto al costo di questi interventi.

Giovanna Cecchetti (Gruppo Misto): Intervengo per condividere con l’Aula alcune considerazioni di carattere generale su questo progetto di legge. Quando parliamo di questo provvedimento, io credo che sia assolutamente necessario partire da una parola che ormai non possiamo più eludere o fare finta di non sentire, che è denatalità. Dietro a questo termine, che rischia a volte di apparire come una pura e fredda espressione tecnica o statistica, si nasconde in realtà una delle questioni più decisive e cruciali per il destino e il futuro stesso della nostra Repubblica. Se analizziamo attentamente i dati statistici, senza il bisogno di andare troppo indietro nel tempo, vediamo che nel 2011 a San Marino nascevano 331 bambini; nel 2024 siamo scesi al minimo storico di 144 nascite, per poi registrare un parziale incremento nel 2025 con 166 nati, mentre le proiezioni per l’anno in corso, il 2026, indicano la concreta e preoccupante possibilità di scendere poco sopra le 100 nascite complessive. Io penso che questi non debbano essere considerati semplicemente come numeri o tabelle di una statistica demografica; questi dati significano concretamente che avremo sempre meno giovani sul territorio, una popolazione che invecchia rapidamente, un numero inferiore di persone attive nel mondo del lavoro e, di conseguenza, una pressione crescente e insostenibile sul nostro intero sistema sociale, sanitario e previdenziale. Ma di fronte a questo scenario, io credo che ci si debba porre prima di tutto una domanda fondamentale: perché sempre più giovani oggi rinunciano o rinviano la scelta di costruire una famiglia e di mettere al mondo dei figli? La risposta non è certamente univoca o semplice. C’è sicuramente una forte componente di carattere culturale, perché la nostra società è profondamente cambiata e con essa sono cambiate le aspirazioni personali, i percorsi professionali e lo stesso modo di concepire la famiglia; ma ci sono anche condizioni materiali ed economiche molto concrete con cui scontrarsi ogni giorno, come l’aumento costante del costo della vita, la difficoltà oggettiva nel conciliare i tempi del lavoro con quelli della famiglia, il costo elevato dei servizi per l’infanzia, una forte precarietà lavorativa percepita e la gravissima difficoltà di accesso all’abitazione per i più giovani. Ed è precisamente partendo da questa consapevolezza di fondo che io credo si debba valutare l’efficacia di questo progetto di legge. Questa legge non può avere la presunzione, e non pretende certo di farlo da sola, di risolvere improvvisamente o magicamente quel profondo inverno demografico che stiamo attraversando, poiché nessuna singola misura potrebbe mai sperare di ottenere un simile risultato; tuttavia, io penso che possa fare una cosa estremamente concreta, ovvero cambiare e migliorare le condizioni di partenza nelle quali una famiglia si trova ad affrontare la scelta di avere un figlio. Questo significa garantire una maggiore tutela della maternità e della paternità, mettere a disposizione strumenti reali di conciliazione tra il lavoro e la famiglia, potenziare i sostegni e i servizi pubblici sul territorio, dare un reale e dignitoso riconoscimento al lavoro di cura e indirizzare un sostegno economico decisamente più mirato ed equo alle famiglie. Secondo me è proprio questa la chiave di lettura corretta con cui dobbiamo analizzare questo provvedimento. Non ci troviamo semplicemente di fronte all’erogazione di un bonus una tantum per chi fa un figlio; siamo di fronte a un intervento organico che prova a strutturare un vero e proprio sistema integrato di sostegno alla genitorialità. Penso, ad esempio, al rafforzamento del congedo di paternità che viene opportunamente raddoppiato passando da 10 a 20 giorni, alla possibilità di una maggiore condivisione del congedo parentale tra i partner, e al pieno riconoscimento del tempo che viene dedicato alla cura dei figli anche all’interno del percorso di carriera professionale del lavoratore. Penso inoltre alla possibilità che questa legge offre a entrambi i genitori di accedere contemporaneamente, e non solo in via alternativa, al part-time genitoriale, garantendo al contempo la tutela previdenziale e la copertura figurativa di quei periodi. Soprattutto, io credo che venga affermato un principio di straordinaria rilevanza sul piano culturale: la cura dei figli non può e non deve continuare ad essere considerata come un costo professionale che ricade esclusivamente sulle spalle della donna. La maternità non deve più tradursi in una penalizzazione della carriera professionale, e questo progetto di legge prova a intervenire con determinazione proprio su questo aspetto, andando a rafforzare le tutele per tutte le lavoratrici, comprese quelle che percepiscono i redditi più bassi, le lavoratrici autonome e le lavoratrici assunte con contratti a tempo determinato. Secondo me si tratta di un cambio di prospettiva di eccezionale importanza, così come ritengo fondamentale il formale riconoscimento della figura del caregiver familiare, perché anche in questo caso parliamo di un prezioso lavoro di cura che per troppo tempo è rimasto del tutto invisibile agli occhi dello Stato e della società. Riconoscere che esiste un familiare che assiste quotidianamente e con amore un proprio caro fragile significa affermare solennemente che il lavoro di cura ha un altissimo valore sociale e che le famiglie non devono e non possono più essere lasciate sole ad affrontare simili fatiche assistenziali. Accanto a questo, vi sono poi tutte quelle misure che intervengono direttamente per abbattere i costi quotidiani sostenuti dalle famiglie, come la revisione complessiva degli assegni familiari ordinari con il relativo adeguamento automatico all’inflazione, l’abbattimento progressivo delle rette degli asili nido e della refezione scolastica, e una generale maggiore attenzione alle condizioni economiche complessive dei nuclei in rapporto al numero dei figli. Si tratta di misure diverse tra loro ma che presentano un chiaro filo conduttore, in quanto provano a ridurre concretamente alcuni dei principali ostacoli che oggi una famiglia incontra sulla propria strada. Voglio inoltre soffermarmi sull’aspetto che riguarda il metodo di lavoro seguito per questo provvedimento, perché è giusto riconoscere con onestà che questo testo giunge oggi in Aula dopo un percorso di confronto reale che lo ha profondamente modificato e migliorato rispetto alla stesura iniziale. Nel corso dei lavori in Commissione, infatti, sono stati presentati numerosi emendamenti e sono state accolte importanti proposte che hanno rafforzato notevolmente l’efficacia del provvedimento; la stessa relazione di maggioranza ha voluto opportunamente sottolineare questo clima costruttivo di confronto e l’approvazione di molti emendamenti condivisi. Ma c’è anche un altro elemento politico che io ritengo estremamente significativo: la relazione di minoranza, pur esprimendo un giudizio complessivamente critico sul provvedimento, riconosce apertamente come siano stati compiuti dei passi in avanti importantissimi, citando espressamente le maggiori tutele per le lavoratrici, l’indennità di maternità, il raddoppio del congedo di paternità, il riconoscimento del caregiver e l’aumento degli assegni familiari. Questo significa che, al di là delle legittime valutazioni e distinzioni politiche, su una parte consistente e importante degli obiettivi di fondo vi è una convergenza sostanziale tra le forze politiche; di conseguenza, dobbiamo avere l’ambizione e il coraggio di non fermarci qui, perché alcune delle osservazioni e delle critiche che vengono sollevate dalle opposizioni meritano di essere approfondite e affrontate con serietà. Temi cruciali come l’emergenza casa, la dinamica dei salari, la precarietà lavorativa e l’effettiva operatività dello strumento dell’ICEE non devono in alcun modo essere ignorati o messi da parte. Ma proprio per questo motivo, io penso che non si debba affatto giungere alla conclusione errata secondo cui, siccome questa legge da sola non basta a risolvere tutto, allora non serva a nulla; al contrario, io credo che questa legge rappresenti una base solida e positiva su cui continuare a lavorare tutti insieme. Si tratta di una base che potremo sicuramente monitorare e migliorare una volta verificati gli effetti concreti sul territorio, correggendola dove necessario e integrandola costantemente con ulteriori politiche strutturali; questo perché una vera e lungimirante politica per la famiglia non può essere confinata all’interno di un singolo progetto di legge, ma deve saper abbracciare a trecentosessanta gradi il mondo del lavoro, la casa, i servizi pubblici, l’educazione scolastica, la fiscalità, la previdenza e i sostegni sociali. Insomma, tutto ciò che tocca la vita quotidiana dei cittadini deve far parte di una politica di lungo periodo che abbia un obiettivo semplice ma straordinariamente ambizioso: fare in modo che un giovane non debba più essere costretto a compiere la dolorosa scelta tra il costruirsi una vita professionale e il costruirsi una famiglia. Questo deve essere il nostro comune filo conduttore. Non possiamo promettere in modo illusorio che questa legge farà aumentare automaticamente le nascite fin da subito, ma possiamo e dobbiamo impegnarci a lavorare affinché diventare genitori non significhi più dover affrontare un cammino ad ostacoli sul piano economico, professionale e organizzativo. Io considero questo progetto di legge come un passo in avanti molto importante, che non deve essere vissuto come un punto di arrivo definitivo, ma come un solido punto di partenza che nasce dal confronto reale, che rafforza le tutele esistenti e che inserisce finalmente la famiglia e la genitorialità all’interno di una strategia di welfare decisamente più ampia. La denatalità non si combatte con una singola misura isolata, ma si combatte costruendo giorno dopo giorno un Paese all’interno del quale una giovane coppia possa guardare al proprio futuro con fiducia e serenità. Voglio dare atto al Segretario di Stato di aver lavorato per oltre un anno e mezzo su questo progetto favorendo un ampio confronto con i gruppi consiliari e con tutte le categorie economiche e sociali; un confronto che in maggioranza è stato gestito con molta disponibilità e che è riuscito a mettere positivamente insieme visioni diverse, da quelle più tradizionaliste a quelle più progressiste. Io stessa ho una visione che si ispira molto al modello francese e all’utilizzo degli strumenti economici che abbiamo a disposizione, e se questa legge riesce a compiere anche solo un passo in quella direzione, noi abbiamo il preciso dovere di sostenerla, approvarla e continuare a lavorare affinché questo passo diventi il primo di un lungo e proficuo percorso per il nostro Paese. Sicuramente vi potranno essere delle criticità e si sarebbe potuto avere anche un briciolo di coraggio in più, ma ritengo che questa sia complessivamente una buona legge, e voglio concludere rassicurando la consigliera Antonella Mularoni sul fatto che questo provvedimento non andrà affatto a gravare dal punto di vista economico sulle nostre imprese, poiché è previsto un apposito meccanismo di recupero contributivo che consentirà alle aziende di recuperare interamente le somme anticipate.

Emanuele Santi (Rete): Ho avuto l’onore di svolgere il ruolo di relatore di minoranza per questo progetto di legge che è stato licenziato in sede di Commissione referente nello scorso mese di maggio. La relazione che ho redatto ed esposto all’Aula conteneva, al di là dei giudizi politici di fondo, un’analisi approfondita dei contenuti dell’articolato; tuttavia, la prima e fondamentale questione di ordine politico che oggi mi trovo costretto a rilevare è che questa legge viene oggi completamente stravolta in quest’Aula. Quello che è uscito dall’aula della Commissione l’8 maggio scorso viene infatti pesantemente modificato da una massiccia serie di emendamenti che stanno continuando ad arrivare persino in queste ore. Su questo aspetto del metodo di lavoro, noi avevamo già criticato severamente il Segretario Canti durante l’esame in Commissione, poiché sugli emendamenti presentati in prima lettura non vi era stato alcun reale confronto preventivo con le opposizioni; la legge era arrivata in Commissione e si vedeva benissimo come persino all’interno della stessa maggioranza non vi fosse un accordo condiviso su svariati punti dell’articolato. Era del tutto evidente che, essendoci ancora moltissime questioni aperte e irrisolte, sarebbero arrivati ulteriori emendamenti per la seconda lettura, ma sinceramente non avremmo mai immaginato che ne sarebbero arrivati così tanti e tali da stravolgere il testo. È pur vero che abbiamo svolto un incontro qualche giorno fa con il Segretario di Stato, e voglio dare atto che finalmente questo confronto c’è stato, permettendoci di portare alcune nostre precise osservazioni su questi nuovi emendamenti, i quali di fatto vanno a recepire alcune delle istanze storiche che erano state sollevate dall’opposizione; tuttavia, il fatto che ancora oggi si continuino a scrivere e depositare emendamenti all’ultimo minuto ci impedisce di produrre un testo che possa dirsi realmente e pienamente condiviso. Per quanto ci riguarda, permangono criticità profonde: se da un lato abbiamo riconosciuto e continuiamo a riconoscere che nel testo licenziato in Commissione vi sono dei parziali passi in avanti, e riconosceremo che vi sono dei miglioramenti anche in alcuni degli emendamenti presentati oggi all’ultimo minuto, dall’altro lato io trovo che questo testo rimanga complessivamente caratterizzato da una certa superficialità di fondo. Le questioni specifiche verranno ovviamente sviscerate e discusse articolo per articolo durante l’esame dei singoli emendamenti, e noi non faremo mancare il nostro contributo costruttivo in Aula; tuttavia, voglio ricordare come, in occasione dell’esame della legge sviluppo nei primi mesi del 2025, le forze di opposizione avessero già presentato un pacchetto organico di proposte emendative che avrebbero potuto dare risposte concrete ed immediate in molteplici ambiti dell’economia e della società sammarinese. Se quelle nostre proposte fossero state accolte allora, dato che diverse idee sono state riprese solo oggi all’interno di questo progetto di legge, probabilmente il Paese non avrebbe perso quasi due anni di tempo per arrivare a questo risultato. Molte delle misure che oggi ci apprestiamo a votare non sono altro che proposte che l’opposizione aveva già avanzato in quella sede, ma all’epoca ci venne risposto che non era quello il contesto adatto e che i temi sarebbero stati affrontati all’interno di un provvedimento specifico per la famiglia. Siccome il drammatico tema della denatalità è una priorità che avremmo dovuto affrontare non oggi e nemmeno ieri, ma che è sul tavolo della politica da almeno sette o otto anni, io devo denunciare con forza un gravissimo e colpevole ritardo di almeno due anni nell’introduzione di queste tutele. E questa valanga di emendamenti dell’ultimo minuto dimostra chiaramente come si continui a brancolare nel buio, procedendo per tentativi senza una programmazione solida. Desidero evidenziare anche un altro paradosso incomprensibile, Segretario: abbiamo esaminato e discusso questo progetto di legge in Commissione nel mese di maggio, mentre il questionario elaborato dall’Osservatorio e inviato tramite l’Ufficio di Statistica per indagare l’opinione dei cittadini sui temi della familiarità e della genitorialità è arrivato solo il 14 luglio scorso. Questo significa, nei fatti, che abbiamo approvato una legge l’8 maggio e solo due mesi dopo abbiamo chiesto ai cittadini di farci sapere come vedono il problema e quali siano le loro reali necessità. Secondo me questo rappresenta un modo di agire completamente alla rovescia e privo di logica: prima si doveva condurre l’indagine statistica, che si sarebbe potuta fare tranquillamente un anno fa, e poi, sulla base delle risultanze e delle risposte concrete dei cittadini, si dovevano elaborare i provvedimenti legislativi più adeguati. Invece si è scelto di fare l’esatto contrario, tenendo l’Osservatorio chiuso in un cassetto per oltre un anno con la scusa assurda che non vi fosse una sede fisica in cui potersi riunire. Oggi approviamo la legge e i risultati dettagliati del questionario verranno resi pubblici solo tra due o tre mesi; io mi auguro vivamente, visto che negli emendamenti è prevista un’apposita delega, che non appena saranno noti i dati dell’indagine si intervenga tempestivamente per adeguare la legge alle reali indicazioni della cittadinanza, per rimediare a questo evidente pressapochismo. C’è poi una questione centrale che riguarda lo strumento dell’ICEE: ho avuto modo di esaminare in questi giorni i decreti applicativi che sono stati emessi, e devo dirvi con totale franchezza che, per come sono stati formulati, l’equità sociale che continuate a sbandierare rischia di rimanere unicamente sulla carta. Questi decreti non vanno affatto nella direzione della giustizia distributiva e dell’equità, poiché non prevedono in alcun modo strumenti efficaci per l’emersione dei patrimoni reali; il risultato concreto sarà che chi ha la possibilità di occultare o nascondere i propri patrimoni e i propri redditi reali verrà paradossalmente premiato, mentre lo strumento funzionerà benissimo solo per colpire chi ha un reddito fisso e certo e un patrimonio minimo e ben visibile. Io credo che non vi sia alcuna reale volontà politica di intervenire seriamente sui grandi patrimoni per far emergere l’evasione, e questo renderà lo strumento dell’ICEE non semplicemente azzoppato, ma del tutto monco e inefficace, il che per noi è assolutamente inaccettabile. Inoltre, in molti degli articoli di questa legge non si faceva inizialmente alcun riferimento all’ICEE, basandosi esclusivamente sul parametro del reddito imponibile dichiarato; questo dimostra come alcune Segreterie di Stato preferiscano mantenere lo status quo ed evitare di far partire realmente questo strumento di equità. Solo su nostra ferma sollecitazione in Commissione è stato inserito il richiamo all’ICEE all’interno dei vari articoli, ma se i decreti applicativi rimangono quelli che ho visto, il mio giudizio non può che essere severamente critico. In conclusione, io voglio ribadire che questo provvedimento rimane debole e superficiale perché non affronta minimamente le vere e strutturali cause che impediscono ai giovani di fare figli e di costruire una famiglia nel nostro Paese. Oggi la difficoltà principale risiede nell’impossibilità di trovare una casa a prezzi accessibili, sia per l’acquisto sia per la locazione, a causa di un mercato immobiliare insostenibile e privo di controlli. Il carovita sta erodendo pesantemente il potere d’acquisto delle famiglie e gli stipendi reali sono fermi al palo da anni; nell’ultimo decennio i lavoratori sammarinesi hanno perso tra il 25% e il 30% della propria capacità di acquisto a causa dell’inflazione, a fronte di rinnovi contrattuali ridicoli che si attestano appena al 2% o 3% complessivo. Con i nostri emendamenti in Commissione avevamo proposto soluzioni strutturali e coraggiose che sono state purtroppo respinte: chiedevamo di aumentare l’offerta di alloggi sul mercato applicando finalmente quella tassa sugli immobili sfitti che è prevista fin dal 1995 ma che non si vuole applicare per non toccare i grandi interessi delle finanziarie immobiliari che concentrano enormi patrimoni edilizi. Avevamo proposto di ridurre la durata massima dei contratti di lavoro a tempo determinato da 24 a 12 mesi per contrastare concretamente la precarietà lavorativa dei giovani, ma ci è stato risposto di no. E avevamo chiesto l’introduzione di un meccanismo di recupero automatico dell’inflazione per adeguare gli stipendi reali al costo della vita, per evitare che le famiglie si trovino nell’impossibilità materiale di arrivare alla fine del mese e siano costrette, per ragioni puramente economiche, a rinunciare al progetto di avere figli.

Fabio Righi (D-ML): Stiamo finalmente giungendo alla conclusione di questo dibattito generale su un progetto di legge di straordinaria importanza che viene sottoposto all’esame dell’Aula in seconda lettura. Io credo fermamente che su un tema di questa portata sia assolutamente doveroso mettere da parte le convenienze politiche e le appartenenze partitiche, per sforzarsi di compiere una lettura che sia il più possibile oggettiva, seria e rigorosa della proposta normativa che ci viene presentata. Questo è precisamente lo spirito che anima il mio intervento, che vuole essere indubbiamente critico in alcune sue parti, ma sempre improntato all’oggettività e all’analisi reale del testo. Desidero dire in apertura che il tema che siamo chiamati a discutere oggi non può e non deve essere ridotto banalmente a una semplice introduzione di interventi assistenziali a tutela della famiglia. Una classe dirigente seria e una politica che ha l’ambizione di amministrare e governare un Paese non possono limitarsi ad affrontare unicamente il contingente e l’urgenza immediata; hanno invece il dovere imprescindibile di analizzare i fenomeni e le problematiche per come si svilupperanno nel medio e lungo termine, per governare le dinamiche non soltanto oggi, ma da oggi in avanti. Di conseguenza, il vero tema centrale di questo provvedimento non è semplicemente l’erogazione di un aiuto economico occasionale, ma è il grande e strategico tema della natalità, che non può essere affrontato come una questione settoriale, marginale o puramente assistenziale. E questo rappresenta uno dei limiti politici e culturali più grandi che io contesto a questo testo di legge. Io penso che quello della natalità sia uno dei temi più decisivi del nostro tempo, poiché da esso dipendono direttamente la tenuta sociale, la stabilità economica, la sostenibilità del welfare e la sopravvivenza stessa dell’identità della nostra comunità sammarinese. È indubbio che la denatalità non sia un fenomeno esclusivamente nostrano, configurandosi come una tendenza che colpisce in modo particolare l’intera Unione Europea e la parte occidentale del mondo, a differenza di quanto avviene nel sud del mondo o in Oriente. I dati europei più recenti del 2024 ci mostrano un tasso di fertilità medio pari ad appena 1,34 figli per donna, con un numero di nuovi nati in costante e netta flessione rispetto agli anni precedenti; se pensiamo che la soglia demografica minima necessaria per garantire il semplice ricambio generazionale è fissata in 2,1 figli per donna, la gravità della situazione appare evidente. Ma se il dato europeo è preoccupante, la situazione della Repubblica di San Marino si presenta come letteralmente drammatica: nel 2024 il nostro tasso di fertilità ha registrato il valore allarmante di appena lo 0,82. Ci troviamo di fronte a un crollo verticale delle nascite rispetto al primo decennio degli anni 2000, quando sul nostro territorio nascevano costantemente oltre 300 bambini all’anno, mentre oggi facciamo fatica a superare la soglia delle 150 nascite. Questi dati ci dimostrano in modo inequivocabile che ci troviamo di fronte a una crisi sistemica e profonda, che tocca da vicino la fiducia dei giovani nel futuro, la stabilità del mercato del lavoro, l’emergenza abitativa e il costo della vita. Forse per questo motivo, quando ci troviamo a valutare una legge sulla famiglia, sulla maternità e sulla natalità, la vera domanda che ciascuno di noi dovrebbe porsi è la seguente: questa norma introduce realmente condizioni nuove e strutturali affinché avere dei figli sia più possibile, più sostenibile e meno penalizzante sul piano professionale e personale per i genitori? Ecco, a questa domanda io mi trovo costretto a rispondere con un no secco e deciso. Secondo me questa è una legge che rischia di fare soprattutto della propaganda politica; pur riconoscendo che vi sono all’interno del testo singole misure indubbiamente positive e utili, l’approccio complessivo rimane debole e non va affatto nella direzione di costruire un ecosistema favorevole alla crescita dei nuclei familiari e allo sviluppo della natalità. La legge affronta la tematica quasi esclusivamente attraverso la leva della spesa pubblica e la logica del trasferimento economico assistenziale: si tratta di un’impostazione che sicuramente aiuta nell’immediato, ma che non trasforma affatto il sistema. Dopo oltre un anno e mezzo di dibattiti, confronti e annunci solenni, noi ci saremmo aspettati una riforma coraggiosa e di sistema, capace di rigenerare le strutture del Paese, e non un semplice elenco di sussidi. Un altro limite evidente è che si interviene per sostenere chi si trova già all’interno di una condizione familiare o assistenziale attiva, ma si incide pochissimo sulle reali cause che spingono moltissime giovani coppie a rinviare o a rinunciare alla scelta di mettere al mondo il primo figlio. I nostri giovani non rinunciano a fare figli solo perché manca un piccolo bonus economico una tantum; rinunciano perché sono del tutto privi di stabilità e di certezze lavorative, perché l’accesso all’abitazione presenta costi insostenibili, perché gli stipendi reali non crescono e il potere d’acquisto viene costantemente eroso, rendendo il futuro estremamente incerto. Sotto questo profilo, la legge si muove in un ambito estremamente parziale: aumenta i trasferimenti pubblici ma non costruisce un ecosistema favorevole, non coinvolge in modo sussidiario il sistema delle imprese private e non valorizza adeguatamente il welfare aziendale. Su questo tema noi avevamo proposto di utilizzare quella legge sulle società benefit che abbiamo approvato nella scorsa legislatura e che è rimasta purtroppo ampiamente inapplicata, la quale consentirebbe di incentivare e premiare quegli imprenditori privati che scelgono di investire direttamente nel welfare a favore dei propri dipendenti, magari realizzando asili aziendali o introducendo modelli organizzativi flessibili e orientati alla famiglia. Questo sarebbe un vero approccio sistemico in cui il mondo dell’impresa e lo Stato collaborano attivamente per sostenere le famiglie, senza far gravare l’intero peso economico unicamente sulle casse pubbliche. Vi è infatti anche una seria questione di sostenibilità finanziaria complessiva del provvedimento: molte delle misure previste andranno a gravare in modo pesante sul bilancio dello Stato, sull’ISS e sulla cassa di compensazione, in un momento storico in cui le nostre finanze pubbliche rimangono estremamente fragili e la crescita economica fa registrare preoccupanti segnali di flessione. Passando all’analisi delle singole misure contenute nel testo, voglio riconoscere che l’introduzione e la disciplina del caregiver familiare rappresenta un passaggio importante, anche se nei fatti ci si limita a dare una veste giuridica a una figura assistenziale che già opera informalmente all’interno delle mura domestiche. Tuttavia, la scelta di imporre ai pensionati la totale rinuncia al proprio trattamento pensionistico per poter accedere ai benefici del caregiver rappresenta una limitazione gravissima e incomprensibile; molto spesso sono proprio i nonni pensionati ad avere il tempo e la possibilità di dedicarsi all’assistenza dei familiari fragili, e costringerli a scegliere tra la propria pensione e un sussidio minimo di 1.200 euro significa di fatto rendere lo strumento del tutto inutilizzabile per la stragrande maggioranza delle persone. Si sarebbe potuto individuare un meccanismo decisamente più equilibrato, prevedendo ad esempio unicamente la sospensione dei futuri accantonamenti pensionistici senza andare a toccare la pensione già maturata. Anche per quanto riguarda i congedi parentali, la logica rimane interamente focalizzata sul rapporto di lavoro dipendente, dimenticandosi quasi completamente della realtà dei lavoratori autonomi e dei liberi professionisti. Se vogliamo davvero spingere le nuove generazioni verso l’imprenditorialità, la libera professione e l’autoimprenditorialità, non possiamo continuare a trattare queste categorie come se fossero genitori di Serie B, privandole di tutele paritetiche. Sul bonus bebè da 1.000 euro, diciamocelo chiaramente e fuori dai denti: si tratta di un intervento puramente simbolico e di marketing politico, che non ha alcuna reale efficacia strutturale sulla vita quotidiana di una giovane coppia alle prese con i costi spropositati della prima infanzia. Molto più utile e incisiva è invece l’estensione della tutela per malattia e ricovero dei figli fino ai 14 anni di età, una misura che noi condividiamo pienamente. Ma la realtà è che tutti questi singoli interventi andavano bene quando venivano presentati dalle forze di opposizione sotto forma di emendamenti alle leggi finanziarie per rispondere a urgenze immediate della cittadinanza; dopo un anno e mezzo di lavori e confronti, avevamo il dovere di produrre una vera riforma strutturale. Abbiamo provato in ogni modo a dare il nostro contributo propositivo in sede di Commissione, ma ci siamo sentiti rispondere in modo del tutto insoddisfacente dal Segretario di Stato, il quale ha respinto le nostre proposte sostenendo che non fosse quello il contesto adatto per parlarne. E allora io mi chiedo quale debba essere il contesto idoneo per discutere di incentivi per lo smart working, di tutele per le lavoratrici autonome, di permessi retribuiti per l’inserimento dei bambini all’asilo nido — che oggi costringono i genitori a consumare i propri giorni di ferie —, di voucher per il babysitting o di supporto psicologico perinatale gratuito per le neomamme. Si tratta di proposte di assoluto buon senso e a costo zero per lo Stato, come la creazione di reti di sostegno H24 per le madri o l’applicazione del welfare sussidiario attraverso le società benefit, che avrebbero qualificato notevolmente questa legge. È davvero un grande peccato che sia mancata la volontà di accogliere questi contributi; oggi approviamo una legge che darà sicuramente qualche piccolo aiuto immediato e che magari farà comodo a qualcuno in termini di consenso elettorale, ma che purtroppo non rappresenta affatto quella strategia demografica di lungo periodo di cui la Repubblica di San Marino ha un disperato bisogno per dare stabilità e fiducia nel futuro alle giovani generazioni.

Giulia Muratori (Libera): Ascoltando l’intervento del consigliere Righi devo confessare, per fare una battuta, che mi è venuta un po’ di ansia; un senso di negativismo e di sfiducia che, per carità, capisco possa far parte del gioco politico e della dialettica tra maggioranza e opposizione in quest’Aula, ma a mio avviso credo che al consigliere manchi completamente il contatto con la realtà del Paese. A noi, infatti, dalle famiglie e dai cittadini arrivano riscontri che sono tutt’altro che negativi rispetto a questo provvedimento. Finalmente siamo giunti alla seconda lettura di questa legge così straordinariamente attesa dalla cittadinanza, un impegno che avevamo inserito chiaramente all’interno del nostro programma di governo e su cui quasi tutte le forze politiche avevano espresso proposte e sensibilità durante la campagna elettorale. Io mi permetto di affermare che questa riforma nasce prima di tutto dall’ascolto attento e costante: insieme alla Segreteria di Stato e al suo staff ci siamo messi semplicemente ad ascoltare le voci e le esigenze reali delle famiglie, delle giovani coppie, delle associazioni datoriali, delle organizzazioni sindacali e, in modo particolare, delle donne e delle madri lavoratrici del nostro territorio. La quotidianità delle nostre famiglie è cambiata in modo radicale rispetto al passato; oggi nella stragrande maggioranza dei nuclei familiari lavorano necessariamente entrambi i genitori, e in una fase storica in cui il costo della vita è notevolmente aumentato e il potere d’acquisto dei salari si è ridotto, non potrebbe sinceramente essere altrimenti. Fortunatamente è cambiato in meglio anche il modo di interpretare la genitorialità, con sempre più padri che desiderano partecipare pienamente e attivamente alla cura e alla crescita dei propri figli; io credo che il compito prioritario della politica debba essere proprio quello di accompagnare questo positivo mutamento culturale, favorendo una suddivisione decisamente più equa e bilanciata delle responsabilità familiari tra uomo e donna. Sappiamo benissimo, tuttavia, che ancora oggi quando nasce un figlio è quasi sempre la donna a pagare il prezzo più alto dal punto di vista professionale, trovandosi molto più frequentemente costretta a ridurre il proprio orario di lavoro, a richiedere il part-time, a interrompere la propria attività o, in troppi casi, a dover rinunciare del tutto alle proprie legittime aspirazioni di carriera. Proprio partendo da questa inaccettabile realtà, siamo partite da un principio estremamente semplice e chiaro: diventare madre non deve più significare in alcun modo dover scegliere tra l’essere madre e l’essere una lavoratrice. Abbiamo quindi deciso di rafforzare significativamente i congedi parentali aumentando l’indennità economica, in particolare nei mesi immediatamente successivi alla nascita del bambino, e introducendo per legge una soglia minima di garanzia al di sotto della quale l’indennità dello Stato non potrà mai scendere; si tratta di una tutela fondamentale a difesa delle lavoratrici che percepiscono retribuzioni più basse e delle tante lavoratrici assunte con contratti part-time. Allo stesso modo, abbiamo voluto valorizzare il ruolo del padre riconoscendo ufficialmente che la cura dei figli non può essere considerata come un compito quasi esclusivamente materno; per questo abbiamo previsto il raddoppio del congedo di paternità a 20 giorni interamente retribuiti e abbiamo introdotto specifici permessi retribuiti per le esigenze legate alla salute dei figli. Se questo non significa andare concretamente incontro alle necessità di conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli della famiglia, allora io mi chiedo sinceramente cosa significhi. Grazie agli emendamenti presentati dalla maggioranza di governo, il testo è stato ulteriormente arricchito e perfezionato con l’introduzione di novità storiche di straordinario rilievo sociale e politico. Desidero richiamare in primo luogo l’introduzione dell’indennità di maternità a favore di tutte le studentesse, comprese quelle che frequentano la scuola secondaria superiore o i percorsi universitari; si tratta di una conquista di civiltà importantissima, perché affermiamo con forza che la maternità deve essere pienamente tutelata e sostenuta dallo Stato anche quando si realizza durante il percorso di studio e di formazione dei nostri giovani. Un’altra norma di eccezionale valore a tutela delle donne nel mondo del lavoro è quella che sancisce la nullità assoluta del mancato rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato qualora questo sia legato allo stato di gravidanza della lavoratrice. Sappiamo bene come chi ha un contratto a termine si trovi in una condizione di forte ricattabilità e vulnerabilità; stabilire che il mancato rinnovo dovuto alla gravidanza è nullo significa mettere un argine invalicabile a odiose discriminazioni e impedire che la maternità si traduca in un fattore di precarizzazione lavorativa. Abbiamo inoltre introdotto una novità di grande equità stabilendo che il tempo dedicato alla crescita dei figli nei primi anni di vita non debba più rappresentare un vuoto o una penalizzazione nella carriera professionale: per questa ragione, i periodi di congedo parentale già usufruiti, anche in passato, verranno d’ora in avanti pienamente riconosciuti ai fini dell’anzianità per la progressione di carriera, un principio di giustizia che abbiamo voluto applicare in modo retroattivo perché riteniamo che il tempo dedicato alla famiglia sia un valore sociale e non un tempo perso. Abbiamo portato questo medesimo principio di equità anche sul piano previdenziale per tutelare tutte quelle donne che scelgono l’opzione del part-time nei primi anni di vita dei figli: ai fini del calcolo della pensione futura, quei periodi di lavoro a tempo parziale verranno valorizzati prendendo come riferimento la retribuzione teorica a tempo pieno prevista dalla norma, evitando così che una scelta di cura compiuta oggi si traduca in una penalizzazione economica domani al momento del pensionamento. Accanto alle politiche per la genitorialità, la riforma affronta con grande coraggio un’altra realtà presente in moltissime nostre famiglie, ovvero quella di chi sceglie di dedicare la propria vita all’assistenza domiciliare di un familiare non autosufficiente o fragile. Con questa legge viene finalmente riconosciuta e disciplinata in modo organico la figura del caregiver familiare, attribuendo dignità, valore e riconoscimento pubblico a un’attività di cura immensa che per troppo tempo è rimasta del tutto invisibile agli occhi delle istituzioni e dello Stato; non ci siamo limitati a definirne i requisiti, ma abbiamo previsto strumenti concreti di sostegno economico, percorsi formativi gratuiti e misure di sollievo temporaneo per le famiglie. Naturalmente la riforma contiene anche un importante pilastro di sostegno economico diretto, attraverso l’aumento degli assegni familiari ordinari, l’introduzione del bonus bebè per sostenere le famiglie nella fase iniziale di accoglimento di un figlio, il rafforzamento delle tutele per i nuclei monogenitoriali e l’abbattimento progressivo delle rette degli asili nido e della refezione scolastica. Abbiamo improntato tutte queste misure a criteri di forte gradualità ed equità sociale, prevedendo il loro progressivo collegamento all’utilizzo dello strumento dell’ICEE, che sta finalmente prendendo forma sul territorio e che garantirà che le risorse pubbliche dello Stato arrivino con maggiore forza ed efficacia a chi si trova in condizioni di reale e maggiore bisogno. Ma se io dovessi individuare il vero cuore e il significato più profondo di questa intera riforma, non parlerei dei bonus economici o della riduzione delle tariffe, ma parlerei del tempo: il tempo è oggi il bene in assoluto più prezioso e scarso per una famiglia, e questa legge offre tempo per accompagnare i figli alle visite pediatriche senza perdere lo stipendio, tempo per stare con loro nei primi mesi di vita, tempo che il padre e la madre possono finalmente condividere paritariamente, e tempo dedicato alla cura che non si trasformerà più in una penalizzazione per la carriera di oggi o per la pensione di domani. Questa è la parte più moderna ed europea della nostra riforma, il risultato concreto di un metodo di lavoro serio che ha visto l’impegno compatto di tutta la maggioranza e che si è arricchito notevolmente grazie al confronto costruttivo in Commissione e all’ascolto delle parti sociali. Noi non abbiamo l’illusione che una singola legge possa risolvere di colpo la complessa sfida della denatalità, che risponde a cause economiche, sociali e culturali molto profonde; tuttavia, la politica ha il dovere di scegliere se limitarsi a registrare passivamente il calo delle nascite o se provare, un ostacolo alla volta, a rimuovere le barriere che rendono difficile la scelta di avere figli. Questa legge fa esattamente questo, offrendo risposte concrete che incideranno positivamente sulla vita dei nostri cittadini. Voglio rassicurare chi teme che queste nuove tutele possano pesare economicamente sulle nostre imprese private: non è affatto così, poiché la legge prevede un meccanismo di recupero in sede contributiva per cui le somme anticipate dai datori di lavoro verranno interamente compensate con i contributi previdenziali, senza rimanere a carico delle aziende. È legittimo sostenere che si sarebbe potuto fare di più o diversamente, ma io credo che si debba partire dalla realtà dei fatti e dai riscontri straordinariamente positivi che stiamo ricevendo dalle famiglie e dalle mamme, le quali ci hanno espressamente sollecitato ad approvare questa riforma. Naturalmente il nostro impegno non si conclude oggi con questo voto; avremo il dovere, dopo un anno dall’entrata in vigore della legge, di valutarne attentamente gli effetti concreti sul territorio per capire cosa ha funzionato meglio e dove sia necessario intervenire per correggere o potenziare le norme. Dovremo inoltre continuare a lavorare sul potenziamento dei servizi sanitari e territoriali di supporto alla genitorialità, come il Centro Salute Donna, e avviare un confronto serio e coraggioso sulla riorganizzazione dei tempi della scuola e del calendario scolastico, per rispondere meglio alle mutate esigenze organizzative delle famiglie contemporanee, garantendo sempre la qualità dell’apprendimento dei nostri ragazzi. Tanto è stato fatto con questa riforma e molto possiamo ancora costruire insieme, seguendo questo metodo basato sul riconoscimento dei risultati reali e sulla capacità di guardare sempre un passo avanti per il futuro del Paese.

Aida Maria Adele Selva (Pdcs): Vorrei proporre all’attenzione dell’Aula alcune importanti considerazioni, anche perché tantissime cose sono già state dette e molte altre avremo modo di discuterle approfonditamente durante l’esame dell’articolato, ma ci sono alcuni aspetti fondamentali che sento il dovere di sottolineare con forza. La prima considerazione che voglio fare riguarda il lunghissimo e complicatissimo lavoro che c’è stato dietro la stesura di questo progetto di legge. Proprio per questa ragione desidero esprimere il mio sincero apprezzamento per l’operato del Segretario di Stato Stefano Canti, perché gli ambiti disciplinati all’interno di questo testo sono davvero tantissimi, estremamente ampi e di straordinaria rilevanza. Lo hanno evidenziato praticamente tutti i colleghi consiglieri che sono intervenuti prima di me, mettendo in luce i diversi settori che sono stati positivamente ricompresi in questa riforma, a cominciare da quello sanitario e da quello previdenziale, passando per l’ambito sociale, scolastico e per il mondo del lavoro. Se proviamo a riflettere sulla complessità di questo progetto di legge, ci rendiamo subito conto dell’immenso lavoro che è stato svolto per la sua elaborazione, ed è una cosa che ci tengo a ricordare soprattutto a chi, in quest’Aula, ha criticato i tempi sostenendo che sia passato troppo tempo, addirittura un anno. Dobbiamo essere precisi ed onesti: la Segreteria di Stato competente, già nel marzo del lontano 2025, ha presentato alle Commissioni Consiliari Permanenti Prima e Quarta, riunite in seduta congiunta — della quale faccio parte anch’io come membro della Commissione Quarta —, una corposa relazione incentrata interamente sugli incentivi e sulle misure a sostegno della natalità, della genitorialità e della famiglia. Si trattava di uno studio dettagliato di circa cinquanta pagine che analizzava gli effetti concreti prodotti dalle vecchie norme sul territorio; raccogliere e sistemare una simile mole di dati non è affatto un’operazione semplice e immediata, ma richiede tempo, dedizione e un grande sforzo amministrativo. Successivamente, a seguito di quella prima presentazione, le Commissioni congiunte hanno richiesto un’ulteriore integrazione di dati, che è stata puntualmente fornita ed esposta in una nuova relazione nel novembre del 2025. Questo dimostra chiaramente come ci troviamo di fronte a un progetto di legge estremamente complesso, nato certamente dall’ascolto e dal confronto costante con tutte le parti interessate, ma prima di tutto frutto di un lavoro tecnico e politico immenso. È giusto riconoscere il prezioso contributo della Segreteria, di tutti i collaboratori, delle opposizioni, delle associazioni di categoria e di quelle datoriali, così come la straordinaria pazienza e disponibilità del Segretario di Stato e del suo staff, che hanno saputo ascoltare tutti quanti, anche quando il confronto si è fatto più serrato e noi stessi non siamo stati del tutto facili da gestire. Credo che sia giusto che i sammarinesi sappiano quanto impegno sia stato profuso in questo percorso. Le cose da dire su questa riforma sarebbero davvero tantissime, ma desidero concentrarmi su alcuni punti essenziali. Il primo punto è che, come è stato opportunamente ricordato da molti colleghi in quest’Aula, il problema della denatalità non è affatto di natura prettamente economica, e nessuno di noi ha l’illusione che una legge possa, da sola, invertire miracolosamente questa tendenza. Parliamo di un fenomeno estremamente complesso e multidimensionale, dettato da una pluralità di ragioni che vanno dagli stili di vita contemporanei alle politiche sociali, dalle dinamiche del mercato del lavoro fino alla reale conciliazione dei ruoli e dei tempi di cura all’interno delle giovani coppie. Tutto questo deve essere tenuto in debita considerazione ed è presente nel testo della legge; tuttavia, secondo me, il vero nocciolo della questione risiede in un fattore di natura psicologica, mentale e culturale. Voglio fare un esempio concreto per farmi capire meglio: la Danimarca è storicamente uno dei paesi più ricchi ed avanzati d’Europa, un modello di welfare in cui il congedo parentale retribuito per i genitori dura ben dodici mesi, e dove il sistema di assistenza sanitaria è tra i migliori al mondo ed è interamente gratuito per tutti i cittadini. Eppure, nonostante queste condizioni straordinarie ed ottimali, il loro tasso di natalità è sceso a 1,5 figli per donna, un valore che si colloca ampiamente al di sotto di quella soglia critica di 2,1 che garantisce il semplice ricambio demografico e la sostituzione generazionale di un popolo. Se guardiamo a San Marino, la situazione è ancora più drammatica: come emerge con chiarezza dalle relazioni depositate dalla Segreteria di Stato, il nostro tasso di fertilità è sceso drammaticamente al di sotto dell’unità, attestandosi intorno allo 0,84. Pensiamo a cosa possa significare un simile dato per la sopravvivenza stessa della nostra Repubblica nel medio e lungo termine. Per questo motivo, io penso che sia riduttivo limitare la discussione, come purtroppo ho sentito fare in molti interventi, esclusivamente alla dimensione economica. Certo, i contributi e gli aiuti finanziari hanno una grandissima importanza, e infatti questo progetto di legge introduce moltissimi interventi economici e di sostegno concreto che avremo modo di esaminare nel dettaglio durante la discussione del relativo articolato; ma la cosa che a me preme sottolineare maggiormente è che questa legge ha lo straordinario pregio di riconoscere finalmente e formalmente il valore profondo e intrinseco della maternità, della paternità e il grandissimo valore sociale della genitorialità. Voglio prendere in prestito una bellissima frase che non è mia, ma che esprime perfettamente questo concetto: essere genitori non deve essere considerato come una semplice e penalizzante pausa dalla propria carriera professionale, ma è a tutti gli effetti una competenza straordinaria che genera valore per l’intera comunità. Questa impostazione culturale ribalta completamente quella narrazione distorta che per decenni ha pesantemente penalizzato i genitori, i padri e in particolar modo noi donne. Io sono fermamente e intimamente convinta che dedicarsi alla cura di un figlio non significhi affatto interrompere la propria crescita personale o fermarsi, ma significhi esattamente il contrario, ovvero sviluppare nuove e preziosissime competenze. Quando ci si prende cura di un bambino ci si allena quotidianamente alla responsabilità, alla fatica, all’altruismo e al dedicarsi profondamente agli altri; si affinano le proprie capacità decisionali e si matura sotto ogni punto di vista, compreso quello dell’efficacia professionale. Il messaggio che vorrei lanciare con forza a tutto il Paese è proprio questo: non dobbiamo vivere l’essere genitori come un ostacolo o una rinuncia, e i figli non devono mai essere percepiti come un peso sociale o economico, ma come la gioia più grande. Certamente le difficoltà materiali ed organizzative esistono, così come esistono i problemi di conciliazione nei luoghi di lavoro, ma la risposta non può essere quella di smettere di lavorare o di rinunciare alla famiglia. È il sistema complessivo ad aver smarrito la capacità di riconoscere e premiare il valore della genitorialità, ed è proprio questo paradigma sociale che noi oggi abbiamo il dovere di scardinare e capovolgere. Ritengo che ogni considerazione emersa in quest’Aula sia utile per migliorare ulteriormente il testo, sul quale avremo modo di confrontarci puntualmente durante l’esame dell’articolato. Permettetemi di concludere con un’ultima riflessione che per me è molto importante e che non vuole essere affatto retorica: la sopravvivenza e la prosperità futura della nostra amata Repubblica di San Marino non saranno garantite dalle scene e dalle macchine, ma saranno garantite esclusivamente da quei genitori che scelgono ogni giorno di accogliere e custodire una nuova vita, perché senza bambini e senza figli non può esserci alcun futuro per la nostra comunità.

Stefano Canti Segretario di Stato: Non so se utilizzerò l’intero tempo a mia disposizione per questa replica, ma desidero innanzitutto esprimere la mia profonda gratitudine a tutti i consiglieri che sono intervenuti durante questo intenso e appassionato dibattito. Voglio ringraziare in modo particolare i colleghi di maggioranza, i quali hanno saputo riconoscere e valorizzare lo straordinario lavoro tecnico e politico che è stato svolto per portare finalmente a compimento questo importantissimo progetto di legge, ma il mio ringraziamento va sinceramente anche ai consiglieri di opposizione, dei quali ho ascoltato e apprezzato diversi contributi e rilievi critici che considero stimolanti per il nostro confronto. Per quanto riguarda la mia replica sul metodo seguito, ci tengo a sottolineare — proprio come ha opportunamente ricordato nel suo prezioso intervento la consigliera Aida Maria Adele Selva — che abbiamo lavorato incessantemente per oltre un anno e mezzo su moltissimi aspetti di questa complessa riforma. Abbiamo avviato il nostro percorso compiendo un’analisi approfondita e rigorosa della normativa precedentemente in vigore, ovvero la legge numero 129 del 2022, per verificare con estrema precisione quali incentivi avessero funzionato concretamente sul territorio e quali invece non avessero prodotto gli effetti sperati. Questo screening è stato possibile grazie al fondamentale e costante supporto di tutti gli uffici della pubblica amministrazione, i quali detengono i dati statistici reali del nostro Paese; partendo da questa solida base analitica, nel marzo del 2025 abbiamo elaborato una dettagliatissima relazione che abbiamo presentato alle Commissioni Consiliari Permanenti I e IV in seduta congiunta. Da quel momento in poi si è aperto un proficuo percorso di costruzione del progetto di legge che oggi ci apprestiamo ad esaminare. Si è trattato di un cammino che non si è limitato esclusivamente al confronto formale con le organizzazioni sindacali, con le associazioni datoriali, con le categorie economiche e con le diverse forze politiche sia di maggioranza che di opposizione, ma che si è arricchito anche attraverso la nostra partecipazione attiva a numerosi incontri e convegni di studio sul tema, promossi sul territorio sia da forze di governo che di minoranza e dalle stesse parti sociali. Inoltre, come Segreteria di Stato abbiamo voluto confrontarci anche con l’esperienza di altri paesi, partecipando a importanti convegni nazionali in Italia dove abbiamo avuto modo di dialogare direttamente con la Ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, per studiare da vicino le misure adottate a livello internazionale. Questo perché, come ho evidenziato nella mia relazione introduttiva e come avete unanimemente riconosciuto anche nei vostri interventi, la denatalità non è affatto un problema esclusivo della Repubblica di San Marino, ma rappresenta una vera e propria emergenza globale ed europea con cui moltissimi Stati si stanno misurando con grande preoccupazione. Molti paesi sono già intervenuti con riforme strutturali, altri dovranno necessariamente farlo a breve, perché il futuro della nostra società deve essere costruito oggi: se non si fanno figli, le conseguenze drammatiche della denatalità non ricadranno soltanto sulle nostre spalle nell’immediato, ma segneranno irrimediabilmente il destino delle future generazioni, che dovranno fare i conti con un invecchiamento della popolazione spaventoso e con la totale mancanza di un ricambio generazionale in grado di sostenere il Paese. Entrando invece nel merito del provvedimento, ho ascoltato con molta attenzione le osservazioni, le proposte e le richieste di chiarimento formulate dai consiglieri di opposizione. Sono assolutamente qui per dare tutte le risposte necessarie; qualora non riuscissi ad esaurire ogni singolo aspetto in questa replica, avremo comunque la possibilità di approfondire ogni punto durante l’esame dettagliato dei singoli articoli che comincerà domani. Un tema ricorrente che è stato sollevato riguarda la scelta di non ricorrere alla fiscalità generale per la copertura economica di alcune tutele. Desidero spiegare chiaramente le ragioni della nostra scelta: il fondo di cassa di compensazione per le prestazioni economiche temporanee dei lavoratori dipendenti dell’ISS è un fondo alimentato dai contributi versati sia dai lavoratori stessi sia dai rispettivi datori di lavoro. Questo fondo gestisce già storicamente le indennità di malattia, le coperture per i congedi e la maternità. Abbiamo deciso di inserire all’interno di questo specifico fondo anche le coperture economiche per la neonata figura del caregiver familiare, poiché riteniamo che anche quest’ultima svolga un’essenziale funzione assistenziale che rientra a pieno titolo in questa tipologia di tutele sociali. Proprio perché si tratta di un istituto del tutto nuovo del quale non possiamo prevedere con assoluta certezza l’impatto sul bilancio del fondo, abbiamo voluto introdurre prudenzialmente un limite massimo iniziale fissato a cinquanta caregiver e un tetto massimo di spesa di un milione di euro all’anno. Questo parametro iniziale serve a monitorare l’andamento della spesa e l’effettiva risposta della cittadinanza; la legge stabilisce infatti che, qualora si dovesse raggiungere il limite massimo di cinquanta caregiver prima dell’esaurimento del milione di euro stanziato, l’Esecutivo potrà intervenire tempestivamente con un apposito decreto delegato per ampliare questo contingente. Il nostro obiettivo prioritario è garantire una rigorosa sostenibilità finanziaria, tenendo costantemente sotto controllo la spesa di un fondo cassa alimentato dai contributi dei lavoratori e delle imprese e non direttamente dal bilancio generale dello Stato. Ci tengo comunque a rassicurare l’Aula: ad oggi il saldo di questo fondo cassa è ampiamente positivo e registra una riserva di ben trentatré milioni di euro, il che dimostra che le risorse finanziarie per far partire la riforma sono presenti e solide. Ovviamente le risorse pubbliche non vanno mai sprecate, ed è per questo che abbiamo ritenuto indispensabile procedere con emendamenti mirati, continuando a praticare quel metodo di costante confronto con le associazioni datoriali che ha caratterizzato la stesura del provvedimento fin dal primo giorno. Abbiamo avviato un tavolo di lavoro serio e costruttivo con le categorie economiche che proseguirà anche dopo l’approvazione di questa legge; si tratta di una collaborazione che ha già prodotto risultati straordinariamente positivi, come testimoniato dagli stessi comunicati stampa di apprezzamento diffusi dalle associazioni datoriali nei giorni scorsi. In conclusione, io auspico sinceramente che l’Aula possa riservare a questo progetto di legge un accoglimento il più possibile ampio e condiviso: le mamme, le giovani coppie e tutti i cittadini che beneficeranno di queste tutele aspettano questa riforma da troppo tempo. Io credo fermamente che la politica debba dare una dimostrazione di maturità e di unità, facendo comprendere al Paese che di fronte a sfide epocali come la famiglia e la natalità sappiamo essere uniti per il bene comune di San Marino.

I lavori si interrompono verso le 19:45 e riprenderanno domani, mercoledì 9 settembre, alle 9:00