Politica

Tomaso Rossini su giovani, disagio e comunità: San Marino ha bisogno di nuovi luoghi di ascolto, incontro e responsabilità

In questi giorni, come tanti sammarinesi, ho letto le notizie sugli episodi di violenza urbana che hanno colpito il nostro Paese, e confesso che non riesco a liquidarli con una battuta o con un titolo di giornale. Le autorità faranno il loro lavoro, accerteranno responsabilità e dinamiche, e su questo non entro nel merito. Ma c’è una cosa che voglio dire con chiarezza, prima di tutto il resto: nessuna difficoltà personale, nessun disagio, nessuna frustrazione può giustificare un’aggressione, una minaccia, un atto intimidatorio. Su questo non ci sono sconti da fare, e non li farò.

Detto questo, penso che una comunità che si rispetti non possa fermarsi alla condanna. Deve avere anche il coraggio di chiedersi cosa stia succedendo davvero nel mondo dei nostri ragazzi, quali fragilità li attraversino, e cosa possiamo fare – noi, non “le istituzioni” in astratto – per intercettare il disagio prima che si trasformi in rabbia o in isolamento.

La colluttazione di via Giacomini, tra un gruppo di giovanissimi e un adulto, è il fatto che ha acceso questa riflessione. Ma non voglio usarlo per generalizzare, e sarei il primo a considerarlo ingiusto: la grandissima parte dei ragazzi sammarinesi studia, lavora, fa sport, organizza cose, si impegna. Lo vedo ogni giorno.

San Marino ha circa 6.500 ragazze e ragazzi tra i 13 e i 30 anni. È un capitale enorme, fatto di idee, energie, competenze, sguardi nuovi sul Paese. Un patrimonio che va riconosciuto, e messo nelle condizioni di esprimersi.

Quando vedo episodi di tensione, di aggressività, di isolamento, provo a leggerli come segnali, non come emergenze a sé stanti. Non tutti i segnali diventano emergenza, per fortuna. Ma ogni emergenza, quando arriva, ha quasi sempre alle spalle una serie di segnali che qualcuno avrebbe potuto cogliere prima.

Crescere oggi non è come crescere vent’anni fa. Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta è sempre stato complicato, ma oggi avviene dentro un contesto più fragile, più competitivo, più incerto e questo produce reazioni molto diverse tra loro, e vale la pena guardarle una per una.

C’è chi si tiene tutto dentro: ansia, depressione, disturbi alimentari, in certi casi autolesionismo. C’è chi invece si disconnette del tutto: abbandona la scuola o il lavoro. C’è chi cerca rifugio nel gaming, nell’iperconnessione, nello scrolling compulsivo dei social: un tema che, il Consiglio Grande e Generale ha ripreso anche grazie all’Ordine del Giorno promosso dal PSD nell’ultima sessione. E infine c’è una minoranza – va detto, una minoranza – che il disagio lo scarica fuori, con comportamenti aggressivi, vandalismo, provocazioni. È la forma più visibile, quella che genera più allarme, che finisce prima sui giornali e chiama in causa le forze dell’ordine. Ma sospetto che nasca, molto spesso, dalle stesse radici delle altre.

E poi c’è un tema che a San Marino, purtroppo, negli ultimi tempi ha toccato la comunità nel modo più doloroso possibile: quello dei suicidi. Ne parlo con la cautela che merita un argomento così delicato, ma non credo si possa rimuoverlo dal discorso pubblico.

Per questo credo che il benessere psicologico – dei giovani, e non solo – debba diventare una parte normale delle politiche pubbliche, non un argomento che si tira fuori solo dopo una tragedia, e non un tabù o un marchio di debolezza. Chiedere aiuto dovrebbe essere normale come chiedere un’informazione. Trovare ascolto dovrebbe essere semplice. E poter accedere a un supporto dovrebbe essere possibile prima che la crisi diventi ingestibile.

C’è poi un aspetto molto concreto di cui si parla troppo poco: mancano gli spazi.

Così capita che gruppi anche numerosi si ritrovino in strada, nei parcheggi, nei piazzali. Nella maggior parte dei casi non succede nulla: sono semplicemente ragazzi che cercano un posto dove stare. Ma quando l’unico spazio disponibile è uno spazio residuale – senza funzione, senza adulti di riferimento, senza nulla da fare – il rischio che nasca tensione aumenta. Il rumore, la velocità con cui certe situazioni degenerano, l’esasperazione di chi abita lì vicino, il senso di controllo da parte degli adulti: tutto questo può trasformare un luogo neutro in un luogo di conflitto.

Se avessimo più luoghi di aggregazione veri, accessibili, spazi pensati insieme ai ragazzi – molti di loro avrebbero un posto dove incontrarsi in modo più protetto e più costruttivo.

È in questo senso che il progetto dello Sportello Informa Giovani, che porto avanti da anni, mi sembra oggi più importante che mai. Non lo vedo come un semplice ufficio informazioni, ma come un presidio stabile di ascolto e di orientamento, uno spazio che tenga insieme studio, lavoro, mobilità, volontariato, cultura, tempo libero – un luogo dove i ragazzi non siano solo destinatari di servizi, ma protagonisti di percorsi che li riguardano. Perché il legame con i giovani non si costruisce solo con un modulo o un appuntamento, ma con la fiducia, con la relazione, con il fatto di sentirsi riconosciuti.

La politica, su questo, non può restare ferma. Deve decidere, soprattutto quando la soluzione è già a portata di mano. E a mio parere lo spazio più adatto per ospitare questo sportello è l’ex Tiro a Volo di Murata: ha sale e ambienti che si prestano bene allo studio, ai laboratori, a un punto informativo, e ha spazi esterni che sono un punto di forza raro, utilizzabili per moltissime attività. Mettere a disposizione dei ragazzi un luogo così significa offrire loro occasioni concrete di incontro, formazione e partecipazione.

Le politiche giovanili sammarinesi devono dialogare con il territorio vicino a noi dove i ragazzi, escono, vivono, studiano, ma possono anche valorizzare qualcosa che ci è proprio: la prossimità. Le dimensioni del Paese ci permettono reti più rapide e rapporti più diretti. Scuola, famiglie, associazioni, istituzioni, forze dell’ordine possono parlarsi meglio, condividere segnali e risposte.

C’è poi un’altra cosa che mi sta a cuore dire, perché la vedo spesso sottovalutata: moltissimi giovani sammarinesi non sono affatto passivi. Provano, al contrario, a organizzarsi e a portare nel Paese linguaggi nuovi e forme diverse di partecipazione. Questa energia andrebbe accompagnata, non frenata.

E invece, troppo spesso, chi vuole organizzare qualcosa si scontra con ostacoli difficili da superare. Autorizzazioni, documenti, costi, responsabilità, garanzie: una parte di queste richieste è comprensibile, perché ogni evento deve svolgersi in sicurezza, ma quando il percorso diventa troppo complicato, troppo costoso o troppo incerto, molti ragazzi semplicemente rinunciano. Non tutti hanno la forza o le risorse per affrontare procedure pensate più per soggetti strutturati che per un gruppo di ventenni con un’idea.

Anche il rapporto con le istituzioni, a volte, parte da una preoccupazione preventiva: davanti alla richiesta di un prolungamento di orario o di uno spazio per un evento, prevale spesso il timore del disturbo, della protesta dei residenti, del possibile disordine. Sono preoccupazioni legittime, ma se diventano l’unico criterio finiscono per chiudere ogni possibilità.

Penso che una politica giovanile moderna debba fare un passo diverso: accompagnare i ragazzi dentro le regole, invece di lasciarli soli davanti a un percorso che non capiscono. Chiedere responsabilità significa anche dare fiducia; pretendere rispetto significa creare le condizioni perché quel rispetto possa diventare partecipazione.

Perché un ragazzo che organizza un evento impara molto più di quanto sembri: a collaborare, a gestire un budget, a rispettare tempi e autorizzazioni, a comunicare, a risolvere problemi, a prendersi cura di uno spazio pubblico, a rispondere delle proprie scelte. Questa è educazione civica concreta. È cittadinanza attiva. Ed è, credo, uno dei modi più efficaci per prevenire il disagio: attraverso la responsabilizzazione, non attraverso il controllo.

Anche la scuola ha un ruolo che va oltre l’istruzione: è un presidio educativo, relazionale, preventivo. Le famiglie vanno sostenute, perché anche molti genitori si trovano soli davanti a fragilità nuove, a linguaggi che cambiano più in fretta di loro, a crisi che a volte faticano persino a riconoscere. I servizi psicologici devono essere accessibili e riconosciuti come parte ordinaria della cura di una persona, non come marchio di fragilità.

Credo che gli episodi di questi giorni possano diventare, paradossalmente, un punto di svolta: un’occasione per difendere la convivenza civile e, insieme, per aprire una stagione nuova sulle politiche giovanili. Sicurezza, educazione, partecipazione, salute mentale, cultura, responsabilità non sono compartimenti separati: fanno parte dello stesso disegno, e vanno pensati insieme.

La sicurezza, la crescita, la convivenza tra generazioni sono compiti di una comunità che sceglie di essere unita e viva – una comunità che educa, non solo che reagisce.

San Marino deve guardare ai propri giovani come a una responsabilità comune da accompagnare, e come a una risorsa da liberare. Il disagio si previene costruendo legami. La rabbia si riduce offrendo prospettive concrete. Il conflitto si supera creando luoghi in cui potersi riconoscere.

Dare spazio ai giovani non significa abbassare la soglia della responsabilità. Significa alzarla insieme.