San Marino. Una proposta dei giovani PSD: meno slogan sui social, più educazione digitale
Il rapporto tra minori e social network non è più soltanto una questione individuale: è diventato un tema educativo, culturale e, inevitabilmente, politico. Come GEN SM, componente giovanile del PSD, osserviamo questo fenomeno da vicino, con gli occhi di chi i social li vive ogni giorno. E ci pare di riconoscere due atteggiamenti opposti, ma ugualmente estremi, affermatisi negli ultimi anni. Da un lato, una parte del mondo adulto ha maturato una sorta di diffidenza verso i social network, spesso percepiti come una distrazione dalla vita fuori dagli schermi e come la causa di molti dei problemi delle nuove generazioni. Dall’altro, tra i più giovani, l’uso delle piattaforme ha assunto in alcuni casi una dimensione totalizzante, fino a diventare una presenza costante, difficile persino da interrompere. Come davanti al fuoco, c’è chi vorrebbe spegnerlo e chi resta tanto vicino da scottarsi. In pochi, forse, si sono fermati a chiedersi come imparare a usarlo senza bruciarsi. Per anni abbiamo assistito all’evoluzione delle piattaforme mentre entravano nelle nostre giornate, nelle relazioni e nel modo di informarci e percepire noi stessi. Nel frattempo, il dibattito pubblico ha spesso faticato a tenere il passo, oscillando tra la sottovalutazione del fenomeno e la ricerca di risposte semplicistiche a una realtà molto più complessa. Oggi non possiamo più limitarci a chiederci se i social siano “buoni” o “cattivi” , né ridurre tutto a una contrapposizione tra libertà e divieti. La domanda è un’altra: abbiamo davvero dato ai giovani, alle famiglie e alla scuola gli strumenti per comprendere l’ambiente digitale in cui viviamo ogni giorno? È una domanda che ci riguarda direttamente, perché apparteniamo a una generazione cresciuta insieme ai social network. Sappiamo muoverci da una piattaforma all’altra, riconoscere linguaggi e tendenze, utilizzare strumenti che per molti adulti sono ancora difficili da comprendere. Ma familiarità non significa necessariamente consapevolezza. Molti di noi usano ogni giorno piattaforme di cui conoscono poco i meccanismi: perché vediamo un contenuto anziché un altro, come viene costruito il nostro feed, perché una notifica arriva proprio in un determinato momento. Capirlo è il primo passo per affrontare il problema. Eppure, troppo spesso, questo livello di consapevolezza è mancato anche all’interno delle nostre famiglie.
Non a caso nel dibattito sul rapporto tra minori e social network si attribuisce frequentemente ai genitori una responsabilità enorme: controllare, vigilare,riconoscere i segnali di un utilizzo problematico, stabilire limiti. Sono compiti certamente importanti. Ma quanto li abbiamo davvero messi in condizione di farlo? Le piattaforme cambiano rapidamente, così come i linguaggi e le abitudini di chi le utilizza. Per questo non basta chiedere ai genitori di controllare di più. Servono strumenti di formazione e orientamento che li aiutino a comprendere questo mondo, senza sentirsi costantemente un passo indietro rispetto ai propri figli. E poi c’è la scuola. Non crediamo che l’educazione digitale possa ridursi a qualche incontro occasionale sui rischi della rete. Dovrebbe diventare parte di un percorso più ampio, capace di insegnare a comprendere come circolano le informazioni e come le piattaforme orientano la nostra attenzione. Educazione digitale significa anche imparare a distinguere ciò che scegliamo di guardare da ciò che un algoritmo sceglie di mostrarci. Non per trasformare ogni ragazzo in un esperto di tecnologia, ma per renderlo un utente più libero e consapevole. Perché questo accada, però, non basta aggiungere una materia a un programma scolastico. Servono docenti formati, messi nella condizione di affrontare un terreno che cambia più velocemente di quanto la scuola riesca spesso ad aggiornarsi. Ma sarebbe troppo facile fermarsi alle responsabilità degli adulti. Essere consapevoli significa anche, da parte nostra, smettere di subire passivamente l’ambiente digitale e imparare a interrogarlo. Proprio perché crediamo che la risposta debba partire dalla conoscenza, riteniamo importante che il tema sia entrato anche nel dibattito istituzionale sammarinese, arrivando all’attenzione del Consiglio Grande e Generale attraverso un Ordine del Giorno presentato dal PSD. Condividiamo il metodo scelto: conoscere prima di decidere. Raccogliere dati ed evidenze, osservare le esperienze sviluppate altrove e coinvolgere scuola, ISS, esperti e rappresentanze giovanili significa riconoscere che una questione così complessa non può essere affrontata con una soluzione unica o attraverso decisioni calate dall’alto. È il punto di partenza corretto.
Ora, però, quel percorso deve tradursi in scelte concrete: formazione per le famiglie, educazione digitale nelle scuole e spazi di confronto nei quali i giovani siano coinvolti non soltanto come destinatari delle decisioni, ma come parte del processo.Non sappiamo se il futuro ci porterà verso limiti più rigidi, nuove regole o approcci diversi. Ed è giusto discutere anche di questo. Ma una cosa, per noi, è chiara: nessun divieto potrà sostituire la consapevolezza. Non sarà una generazione che teme la tecnologia a costruire il futuro, ma una generazione che ne conosce opportunità, limiti e rischi. È questo il cambiamento culturale che, come GEN SM, vogliamo promuovere.
Anastasia Merli Tea Rossini / GENSM


