Alessandro Giovanardi: “I colori di Rimini” Edizioni Interno4
C’è un dipinto che riassume l’idea di Rimini, che osservandolo o facendolo riemergere dalla memoria ci porta immediatamente all’immagine della città? Alessandro Giovanardi, storico e critico d’arte, direttore dei Musei Comunali di Rimini, nel suo ultimo saggio mandato in stampa I colori di Rimini (Edizioni Interno4, 2025), risponde negativamente. A suo parere l’idea di Rimini è affidata piuttosto alla grafica pubblicitaria, al cinema, alla fotografia, a certi monumenti simboli, il Ponte, l’Arco, il tempio malatestiano, al profilo urbanistico, a lungomari.
Una digressione iniziale per raccontare il forte impatto estetico ed emotivo che nel giovane Giovanardi ha avuto la visione dell’affresco dell’abside di Sant’Agostino rappresentante il Cristo in trono fra San Giovanni Evangelista e san Giovanni Battista. «Lo sguardo ancora oggi sfugge verso il monumentale Cristo in trono che galleggia su un azzurro terso, appena segnato dalle nubi: la parete che chiude gli occhi al cielo li rapisce, per mano dei pittori, verso l’invisibile».
Giovanardi ci segnala altri due dipinti scoppiettanti di movimento e di colori, l’Adorazione dei Magi dipinta dal Vasari nell’Abbazia di Scolca (San Fortunato) e il Martirio di San Giuliano del Veronese, realizzato per la Chiesa di San Giuliano. Partendo dall’analisi di questi dipinti, Giovanardi dichiara la sua tesi: è nell’arte del colore e nelle sue immemorabili radici artigiane che si conserva ciò che di più prezioso, autentico e incantevole può offrire Rimini a chi la abita e a chi la visita».
Da qui l’idea dl libro. Che non è una storia dell’arte riminese, non è una rassegna di tutti i capolavori, ma è la presentazione di molti di essi, partendo dal colore dominante, segnalato accuratamente anche nel bordo delle pagine del libro.
Il primo è l’oro, il colore che evoca la visione paradisiaca, l’Origine e il Destino della creazione. Lo usano abbandonatemene nei loro lavori gli artisti della scuola riminese del Trecento. Nelle pagine, opportunamente arricchite dalle immagini dei capolavori trattati, abbiamo tutto ciò che può invitarci ad approfondire ancor di più quella straordinaria stagione della pittura riminese.
Dopo l’oro viene il bianco, che farebbe pensare ad un’opera nemmeno cominciata. No, bianco vuole dire Tempio Malatestiano, angeli e putti di Agostino di Duccio e affresco di Piero della Francesca su Sigismondo Malatesta inginocchiato davanti a san Sigismondo re dei Burgundi. Sull’affresco Giovanardi è ricco di particolari e collegamenti, fino a ricordare che «la pittura di Piero è una liturgia raffinatissima dove non è possibile separare la politica dalla filosofia, la devozione dalla sapienza, la morte dalla celebrazione di una vita desiderosa di gloria, bellezza e soprattutto di eternità».
Al bianco si contrappone il nero che indica il mondo degli inferi, la vittoria della morte. Il nero ricorre come sfondo di due dipinti di soggetto uguale, il Compianto del Cristo morto, realizzati da due artisti vissuti fra XV e XVI secolo, Giovanni Bellini e Benedetto Coda. il Compianto di Bellini è definito da Giovanardi il più incantevole dipinto della nostra città.
Nel capitolo dedicato al rosso entra in scena Guida Cagnacci. Non solo la Conversione di San Matteo, dove il rosso è dominante sia nell’umile tunica di Gesù che negli eleganti abiti dell’esattore delle tasse Matteo, ma anche nel capolavoro ammirabile nella chiesa di San Giovanni Battista, I santi carmelitani, dove trova posto la Transveberazione di Santa Teresa d’Avila. Giovanardi aiuta a leggere il sublime misticismo della pittura riportando il passo dell’autobiografia della santa in cui racconta dell’angelo con il dardo infuocato che le trafigge il cuore.
Un altro capitolo è dedicato all’azzurro, il colore delle opere barocche di Cantarini e del Guercino. Ed infine l’ultimo capitolo è riservato alle nubi e nebbie del Seicento, tra le quali Giovanardi pone le pitture del Centino e di Guido Reni, del quale ci racconta il tenero e luminoso San Giuseppe con il Bambino ospitato al Museo di Rimini.
Valerio Lessi


