Pensieri di una capra occidentale … di Francesco Chiari
Repubblica di San Marino, notte del 31/12/2025-01/01/2026
Rosa è morta, sono già quindici anni, secondo la cultura che qui ammanta tutti e tutto.
Una consuetudine di massa, più che una cultura, che separa nettamente il mondo dei vivi da quello dei morti, dove ormai si confonde l’Ente con il ni-Ente e l’essere con l’apparire, dove esalare respiri, fosse anche per mezzo di un tubo, è più importante che creare pensieri.
In tale vuoto intellettuale, il soft-power dominante che nulla chiede e tutto assolve va per la maggiore, tanto che, sul finire della vita terrena, in tantissimi si ricordano di credere e sperare.
Rosa era una maestra elementare, ruolo qui in Occidente di scarsa rilevanza perché ancora molto distante cronologicamente dal momento in cui le capre possono in teoria dare lana da cashmere, diventando dirigenti di multinazionali o scienziati in grado di progettare droni coi migliori intenti, salvo poi essere utilizzati come bombe chirurgiche. Proprio tra i 5 e 10 anni invece le persone prendono coscienza e le emozioni, che prima erano istinti, cominciano a diventare sentimenti. Qui in Occidente si usa dire “chi sa fare, fa; chi non sa fare, insegna”. Proprio questo è il dramma, la scuola non educa, al massimo, quando va tutto bene insegna metodi di successo o di sopravvivenza, a seconda che la scuola sia privata o pubblica.
Rosa era una madre, ruolo che qui in Occidente purtroppo è di ostacolo alla carriera lavorativa tanto che le nascite sono in calo drammatico e una donna è ritenuta “in gamba” se guadagna (quasi) come un uomo, possiede borse e scarpe che altre donne non potrebbero comprarsi con lo stipendio di un anno e guida automobili giganti che solo l’egocentrismo maschile potrebbe concepire. A quel punto sarà definita “una donna con le palle”
Rosa era una consigliera alla quale altre madri, donne e persino uomini occidentali illuminati confidavano paure, certezze, gioie e preoccupazioni, non perché avesse sempre la soluzione o un consiglio giusto da dare, ma perché sapeva ascoltare e far riconnettere le persone col proprio cuore, che nella nostra cultura è l’organo al quale vengono ricondotti i sentimenti e la bontà d’animo, tutte cose in realtà per le quali bisogna usare il cervello. Qui in Occidente si ragiona sul budget, si costruiscono ospedali solo se si ripagano, si chiudono scuole di paesi spopolati e si accorpano a scuole di città (quasi) vicine per poi lamentarsi della scarsa qualità dell’istruzione. Così i ricchi occidentali saranno coloro che possono permettersi la clinica anziché l’ospedale pubblico e che mandano i figli in scuole private.
Ora, forse, qualcuno di voi dall’altra parte del mondo penserà che sto descrivendo qualcosa che, con le dovute differenze culturali, accade anche in Indonesia come in Cina, negli Stati Uniti come in Russia, in Giappone come in Olanda, a San Marino come in Italia ed è in effetti così. Il motivo è che in Occidente il Pensiero è stato sopraffatto dalla tecnica a seguito della rivoluzione industriale e Dio è stato sostituito dal denaro, lo dice chiaramente Nietzsche nello sproloquio che fa proferire al pazzo in “Così parlò Zarathustra”.
Ma un’entità, un credo, una divinità per essere dichiarata estinta, dev’essere prima esistita.
Riuscireste a pensare il Medioevo ed il Rinascimento in Occidente senza Dio? Certamente no.
E l’Occidente contemporaneo senza Dio? Certamente sì. Infine, sarebbe pensabile l’Occidente d’oggi senza denaro? Certamente no.
Ecco, il problema è che il mondo intero, dalle nuove super potenze ai paesi emergenti ha adottato, nessuno escluso, il “modello occidentale” che vince su qualunque politica e religione per il semplice fatto che funziona, in apparenza. Quest’ultima parola – apparenza – è determinante in un Ente dove non è più importante Essere ma è sufficiente apparire, dove gli esseri umani non aspirano a conoscere sé stessi ma si preoccupano esclusivamente di come sono concepiti dagli altri in una scala di valori non qualitativi ma quantitativi.
E cosa meglio del denaro stabilisce quantità e valore in un mondo svuotato dei contenuti di qualità?
Quale mezzo migliore per accedere al gruppo indefinito degli eletti?
Cosa fare dunque per discostarsi dall’egoismo imperante ed aspirare ad una presa di coscienza che riporti gli esseri umani e le loro organizzazioni sociali dall’antropocene al simbiocene, o meglio, dall’illusione di una felicità singolare ad una reale felicità plurale?
Le madri, idealmente riunite sotto l’unica Madre Terra, sono la risposta.
Lo sono anche per i padri, figure che in occidente sono strumentalmente sottostimate dai maschi stessi, sempre per l’egoismo di cui sopra.
I buoni padri, figure che in occidente vivono di rendita fin dal mito della genesi e che non hanno mai voluto assolvere alcun ruolo sociale, limitandosi nei secoli a sostituire la cacciagione con il pane quotidiano, saranno infatti coloro che ameranno incondizionatamente, senza riversare le proprie aspirazioni, o peggio le loro frustrazioni, sui propri figli dando loro la possibilità di seguire le proprie passioni e inclinazioni. Quando dico figli non intendo solo quelli biologici ma alludo a tutti quei rapporti riconducibili ad un passaggio d’esperienza, allo stimolo di un pensiero.
Le donne non dovrebbero vivere l’emancipazione come somiglianza all’uomo, facendosi contaminare dall’egocentrismo tipicamente maschile che in realtà tenta di mascherare la propria insicurezza, bensì convincere gli uomini ad assomigliare loro ed entrambi tendere a comportarsi come delle madri piene d’amore e di etica.
In tal modo si risolverebbero d’un tratto quei giochi di ruolo familiare e sociale, avvallati dalla non-cultura occidentale, che vanno incontro all’egoismo endemico del patriarcato.
L’etica è forse l’unica luce proveniente dal faro della coscienza in grado di guidare le scelte degli esseri umani. Se solo ognuno di noi, nel compiere un passo, si domandasse quali saranno le conseguenze e le ricadute tangibili di quel percorso negli anni a venire, allora il mondo sarebbe da subito un luogo-entità più accogliente, più sicuro, più reale.
Con questa convinzione presiedo la Cooperativa Culturale 3 Arrows che ha sede nella più antica e piccola repubblica del mondo, San Marino, le cui fondamenta poggiano da sempre sul valore di “Libertas” e che
ha avuto l’onore ed il piacere di coordinare l’organizzazione di Translating Pram, progetto di ricerca curatoriale interdisciplinare incentrato sulle traduzioni dell’opera di Pramoedya Ananta Toer ad opera del team curatoriale formato da Berto Tukan, Chiara Giardi, Moch Hasrul e Paola Pietronave (in ordine alfabetico).
Ho conosciuto parte di questo team casualmente presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di San Marino grazie ad un incontro informale di artisti e promotori d’arte e cultura organizzato dalla direttrice, Rita Canarezza; dopo qualche parola ci siamo rivisti il giorno seguente per prendere un tea e conoscerci meglio, così non ho perso l’occasione di invitare i miei nuovi amici due giorni dopo ad una mostra presso Verona, in Italia, prossima tappa di un’altra mostra appena conclusasi a San Marino, organizzata da 3 Arrows.
Poche settimane dopo mi fu sottoposta l’opportunità di coordinare la prima tappa di Translating Pram, con il coinvolgimento ed il patrocinio della Segreteria di Stato per l’istruzione e la Cultura, della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri e degli Istituti Culturali della Repubblica di San Marino, delle Ambasciate Indonesiana e Sammarinese, dell’Università Kalbis di Jakarta e Università di San Marino, oltre a partner privati, prima fra tutti la Fondazione Pramoedya Ananta Toer, la Fondazione XXV Marzo e la casa editrice sammarinese AIEP, unica ad aver tradotto nel 2007 l’opera “Il fuggitivo” direttamente dall’indonesiano all’italiano. Capite bene che il coordinamento di un simile evento per una piccola associazione di pochi amici della cultura sammarinese come la nostra è stato un salto di qualità e di responsabilità enorme, tra l’altro la mostra, tenutasi dal 05 al 31 dicembre nella storica cornice di Palazzo Graziani, è stata costellata da tre workshop tenuti, in ordine cronologico, dal Prof. Martin Suryayaya sul parallelismo tra la storiografia di Pram e la storia indonesiana, dall’artista-attivista Yayak Yatmaka sul concetto universale di LIBERTAS e dal Prof. Paolo Rossi sul Gamelan, terminato poi con un convivio musicale, tutti sempre coordinati dal team curatoriale. Inoltre, si sono tenuti settimanalmente gruppi di lettura delle opere di Pram e proiezioni degli adattamenti cinematografici dei romanzi “Il fuggitivo” e “Figlio di tutti i popoli”. Infine, è stata concepita l’opera pittorica “Translating Pram” dall’artista sammarinese Thea Tini. Insomma, per il sottoscritto e per 3 Arrows, è stata una grande opportunità di crescita formativa nella progettazione e nell’organizzazione di eventi culturali.
Tutto ciò è stato fortemente voluto e basato esclusivamente sull’empatia e sulla comune passione per arte e cultura che si era formata in poche ore durante un incontro occasionale, capace di sopperire a qualunque questione economica.
E’ in questo spirito di comunità culturale che rivolgo un invito universale a tutti coloro che investono ancora il proprio tempo a pensare in modo originale oltre che ad agire in gregge, ad organizzare nella Repubblica di San Marino un convivio dal titolo: “UN PENSIERO FIGLIO DI TUTTI I POPOLI”.
Rosa è mia madre e se prima ci sentivamo ogni tanto e ci vedevamo per il pranzo domenicale, da allora è sempre con me, che mi protegge e mi guida nelle scelte di tutti i giorni.
Francesco Chiari



