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Raggiunta la piena occupazione, imprese e sanità ricorrono ai lavoratori frontalieri, che però non hanno diritto ai congedi per assistenza familiare

Tra le proposte della CSdL, peraltro facente parte di quelle unitarie già presentate al precedente Esecutivo, vi è quella relativa al riconoscimento dei congedi retribuiti per l’assistenza di familiari non autosufficienti a tutte le lavoratrici ed i lavoratori a prescindere dalla residenza.

Si tratta di 4 giorni da usufruire su base mensile, oltre al congedo per l’intero orario di lavoro, previsto in caso di gravissime patologie dei figli fino a 18 anni, che può essere richiesto per un massimo di due anni. Sono esclusi da tali diritti anche i sammarinesi che abbiano familiari fuori territorio.

Va precisato che la medesima discriminazione è presente anche in Italia, che quindi riguarda anche i residenti a San Marino occupati nel Belpaese e che andrebbe risolta in accordo tra i due Stati, integrando la Convenzione del 1974.

Non ci pare che le relazioni tra San Marino ed Italia siano tali da sperare nella soluzione di questo problema in tempi brevi, visto che è annoso, così come quello concernente l’erogazione dell’indennità di disoccupazione, della cumulabilità dei contributi per il personale sanitario e della questione fiscale che riguarda i pensionati ex frontalieri, per citare gli esempi più noti.

Riteniamo che il nostro Paese debba fare il primo passo, estendendo questo diritto a chi oggi ne è escluso, valutando eventualmente i casi di parenti occupati in entrambi gli Stati. Vi sono casi di residenti in Italia che lavorano entrambi a San Marino e che, pertanto, non possono fruire dei congedi in entrambi i territori.

Chiediamo di compiere questa scelta di civiltà, che ci consentirebbe di discutere dei problemi esistenti con il Governo italiano a testa alta, almeno sul fronte dei diritti sociali.

Non si adducano ragioni di costi, per mantenere lo status quo, visto che lo specifico fondo è in attivo! Per non parlare del fatto che anche i lavoratori frontalieri pagano i contributi nel nostro Paese, ricevendo diritti solo parziali, almeno in questi casi.

I lavoratori frontalieri hanno consentito alle nostre imprese di svilupparsi, visto che la piena occupazione non consente di attingere al mercato del lavoro interno. Questo vale anche per l’Istituto per la Sicurezza Sociale, che si rivolge frequentemente all’esterno, per il personale sanitario. Chi assiste e cura i nostri pazienti, unitamente a tutti coloro che consentono all’economia reale di crescere, merita questo riconoscimento.

Vi è poi un dato che fa riflettere: nel biennio 2023 – 2024, i congedi relativi alle 4 giornate mensili sarebbero stati utilizzati solo da circa 200 dipendenti pubblici. A noi invece risulta che alcuni lavoratori del settore privato ne usufruiscano. Al contrario, i congedi per l’intero orario di lavoro per l’assistenza dei figli affetti da gravissime patologie sarebbero circa 45 dipendenti del solo settore privato. Ci pare che questi dati non siano corretti.

I riferimenti che abbiamo confermano che le famiglie di persone con disabilità prediligano il ricorso di tali congedi da parte di coloro abbia un impiego pubblico, ma non in queste proporzioni. Si tratta di timori infondati, o le imprese fanno pesare ai propri dipendenti le relative assenze, al fine di disincentivarne l’utilizzo? Andrebbe compiuta un’analisi perché, se così fosse, sarebbe inaccettabile.

CSdL