Attualità

L’azione nostra sarà civiltà cristiana in atto (Manifesto fondativo, 1948)

don Gabriele Mangiarotti

Ho letto con attenzione il contributo di Lorenzo Muccioli “Popolarismo, conservatorismo e populismo: il caso di San Marino”, presente nel libro “AA. VV., La Democrazia Cristiana, il conservatorismo e la sfida degli estremismi” e presentato nel Comunicato del PDCS.

Non c’è che dire: tutto ciò che presenta al mondo l’esperienza di San Marino mi pare un’ottima occasione per dare consistenza alle parole che Papa Leone ci ha rivolto nella sua visita il 22 agosto c.a.: «La Repubblica di San Marino può essere un “laboratorio” di buona politica, dove, senza derogare alla laicità dello Stato, si può attingere ai principi della dottrina sociale cattolica: la ricerca del bene comune, la destinazione universale dei beni, l’armonia di sussidiarietà e solidarietà, la giustizia sociale. Tale impegno appare oggi ancor più prezioso, nel momento in cui si accinge a divenire operativo l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea e la vostra Repubblica si troverà a relazionarsi stabilmente, seppure in modo peculiare, con una realtà complessa, la quale potrà trarre grande giovamento dal vostro contributo.»

Il richiamo poi al fatto che il PDCS “è membro osservatore” del Partito Popolare Europeo ci spinge a riprendere le parole che ancora Papa Leone ha rivolto ai parlamentari del PPE recentemente: «Cosa significa concretamente questo per chi si richiama nella propria azione ai valori cristiano-democratici? …Essere cristiani in politica non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso. Significa lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica. Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro…; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli… Essere cristiani impegnati in politica significa investire nella libertà, non in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana, evitando di alimentare «un “corto circuito” dei diritti umani», che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione.»

Non è la prima volta che mi rivolgo agli amici del PDCS ricordando la specificità del loro impegno in politica, qui a San Marino, come già chiesi ai “cattolici sammarinesi” un impegno per difendere la vita, in un momento in cui la pressione per rendere l’aborto un diritto (come poi è avvenuto) si stava facendo sempre più insistente.

Ora, leggendo e rileggendo l’articolo di Muccioli, mi chiedo se la «traduzione politica di una responsabilità educativa maturata nella famiglia, nell’associazionismo cattolico, nella società civile» saprà ancora dare vitalità coraggiosa all’impegno di «conservare credibilità istituzionale e coerenza valoriale, rinnovandosi senza snaturarsi, continuando a presentarsi come punto di riferimento per una larga parte dell’elettorato conservatore».

In questi tempi in cui la maggioranza del governo sammarinese è rappresentata dai cattolici le ferite dell’aborto (non solo depenalizzato), della cosiddetta “educazione sessuale” gestita dallo stato, il rifiuto del “consenso informato” come diritto dei genitori negli interventi scolastici su temi eticamente sensibili, il freno alla realizzazione dell’Istanza d’Arengo sull’utero in affitto come reato universale, ci sembrano segnali dolorosi che ci fanno chiedere se «L’azione nostra sarà civiltà cristiana in atto».

Non posso che fare mie le parole di S.E. Mons. Domenico Beneventi, Vescovo di San Marino – Montefeltro: “In un dialogo franco e rispettoso con tutte le istituzioni, offriamo la nostra collaborazione come voce profetica del Vangelo per sostenere la famiglia, per promuovere un’educazione integrale delle giovani generazioni e servire il bene comune, rifiutando la logica dello scarto, la piaga dell’aborto e la dilagante pratica della maternità surrogata, riaffermando che la dignità della persona, la libertà di coscienza e la tutela dei più deboli sono i veri cardini della convivenza civile. Dinanzi al rapido cambiamento del paradigma culturale, che matura sempre di più una visione tecnicista e funzionalista, non possiamo tacere di fronte ai reati universali contro la vita e la dignità di ogni essere umano.”

Apprezzo l’impegno nel tentativo di sostenere la famiglia di fronte alla crisi drammatica della natalità, così come vediamo il desiderio di rispondere al dramma dei tanti giovani per cui il ricorso al sostegno psicologico è aumentato in maniera esponenziale.

E ritengo che la «traduzione politica di una responsabilità educativa maturata nella famiglia, nell’associazionismo cattolico, nella società civile» chieda a tutti un impegno e una consapevolezza infinitamente maggiore di quanto stia accadendo, perché l’individualismo, che si trasforma in disinteresse, non può essere la cifra di un popolo che nella storia, anche recente, ha mostrato una capacità di accoglienza, condivisione e libertà che hanno reso questa Repubblica, «piccolissima per dimensioni, smisurata per longevità» un faro di civiltà millenaria.

In questo compito, per cui il PDCS «senza mai rinnegare la propria natura e le proprie origini, tiene fede ad un’identità ultradecennale, a valori solidi che non possono essere scalfiti dal tempo, sostenuto dal proprio senso di responsabilità, da una forte visione democratica, dall’urgenza di poter operare per il bene comune e l’interesse collettivo» (come ha ricordato il segretario politico Gian Carlo Venturini), l’impegno di tutti può e deve essere quello di ricostruire. Non posso che ricordare le belle parole di Papa Leone che, nella Magnifica Humanitas, ricorda la ricostruzione di Gerusalemme: «Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore», con una piccola chiosa: «Da quel giorno la metà dei miei giovani lavorava e l’altra metà stava armata di lance, di scudi, di archi, di corazze; i preposti stavano dietro a tutta la casa di Giuda. Quelli che ricostruivano le mura e quelli che portavano o caricavano i pesi con una mano lavoravano e con l’altra tenevano la loro arma; tutti i costruttori, lavorando, portavano ciascuno la spada cinta ai fianchi» [Neh 4, 10-12].

Solo così, ritengo, «L’azione nostra sarà civiltà cristiana in atto».