San Marino. Accordo UE, una firma non può cancellare le domande. I cittadini hanno il diritto di conoscere alternative, costi e condizioni dell’integrazione europea
Da tempo leggiamo articoli e ascoltiamo dichiarazioni di alcuni «politici» che ci spiegano quanto sarebbe vantaggioso per San Marino l’Accordo di Associazione con l’Unione europea. Ci vengono illustrate le opportunità per le imprese, i benefici del mercato unico, la competitività, la modernizzazione e la necessità di non rimanere indietro.
E quando serve un esempio, ecco arrivare Malta. Oppure il Regno Unito, che dopo la Brexit starebbe cercando di tornare verso l’Europa.
Il ragionamento sembra semplice. Guardate questi Paesi, guardate cosa fanno, guardate quanto sia importante avere rapporti stretti con l’Unione europea. E quindi, ci viene suggerito, anche San Marino dovrebbe procedere senza troppe esitazioni.
Ma siamo sicuri che questi esempi dimostrino davvero ciò che ci viene raccontato?
Malta è uno Stato membro dell’Unione europea dal 2004. Il Regno Unito, invece, ha scelto di uscirne e oggi sta cercando di migliorare i rapporti con Bruxelles attraverso nuovi accordi e una cooperazione più stretta in settori specifici. Ma questo non significa voler rientrare nell’Unione.
A questo proposito, basta leggere la documentazione della Camera dei Comuni britannica, che illustra la posizione del governo su un eventuale ritorno nell’Unione europea e il dibattito politico che lo accompagna.
La posizione ufficiale del governo britannico è chiara. Non intende rientrare nell’Unione europea e punta invece a rafforzare la cooperazione attraverso una nuova partnership strategica, senza tornare nel mercato unico, nell’unione doganale o alla libera circolazione delle persone.
Ma allora non ci avevano raccontato che l’Inghilterra voleva rientrare nell’Unione europea?
A quanto pare, tra ciò che viene raccontato e ciò che è scritto nei documenti ufficiali c’è una bella differenza. E forse, prima di usare il Regno Unito come argomento a favore dell’Accordo con San Marino, sarebbe il caso di leggere fino in fondo quello che gli inglesi dichiarano davvero di voler fare, o più semplicemente ripassare l’inglese.
Un conto è riconoscere l’importanza dei rapporti economici con l’Europa. Un altro è sostenere che da questa constatazione discenda automaticamente la necessità di adottare un determinato modello di integrazione. Sono due questioni diverse, e confonderle non aiuta i cittadini a comprendere davvero che cosa sia in gioco.
Se vogliamo affrontare seriamente il tema, dobbiamo guardare anche a chi, di fronte alle richieste europee, ha deciso di fermarsi.
Partiamo da Monaco.
Il Principato aveva partecipato ai negoziati per un Accordo di Associazione insieme a San Marino e Andorra. Nel settembre 2023, però, ha sospeso il percorso perché non era stato possibile conciliare le richieste dell’Unione europea con le condizioni poste per tutelare il proprio modello economico e sociale, in particolare per quanto riguarda le condizioni di vita, di lavoro e di alloggio dei cittadini e dei residenti.
Monaco non ha dimostrato che ogni accordo con l’Europa sia sbagliato. Ha dimostrato, però, che un piccolo Stato può arrivare a considerare determinate condizioni incompatibili con le proprie esigenze e decidere di non proseguire.
Perché questa esperienza dovrebbe essere meno interessante di quella di Malta? Perché dobbiamo ascoltare chi ci racconta i vantaggi dell’integrazione, ma non pretendere la stessa attenzione per le difficoltà e le scelte di chi ha seguito una strada diversa?
E poi c’è la Svizzera.
Naturalmente, San Marino e Svizzera non sono realtà sovrapponibili. Ma proprio per questo è interessante osservare le scelte compiute dalla Confederazione.
La Svizzera ha costruito nel tempo una relazione economica molto stretta con l’Unione europea attraverso una rete di accordi bilaterali, senza diventarne membro. Nel 2021 ha interrotto il negoziato sull’accordo istituzionale e ha successivamente proseguito il confronto con Bruxelles attraverso un nuovo pacchetto di accordi, che il Consiglio federale ha trasmesso al Parlamento nel marzo 2026.
Non si tratta di un rifiuto della cooperazione europea. Si tratta di un percorso specifico, attraverso il quale la Confederazione cerca di conciliare i rapporti economici con l’UE e la tutela dei propri interessi. Anche questo modello comporta obblighi e adeguamenti, ma dimostra che le relazioni con Bruxelles possono essere costruite attraverso strumenti diversi.
Ed è qui che dobbiamo soffermarci su una differenza fondamentale. Un conto è negoziare accordi bilaterali su ambiti specifici, discutendone le condizioni e gli obblighi; un altro è aderire a un Accordo di Associazione che comporta un ampio recepimento della normativa europea e meccanismi di adeguamento alle regole dell’Unione.
L’Accordo di Associazione non è semplicemente una stretta di mano commerciale. Comprende disposizioni, protocolli e allegati che richiamano numerosi atti normativi europei. Questo significa che dobbiamo conoscere non soltanto le opportunità promesse, ma anche le regole da applicare, gli obblighi che ne derivano e gli spazi di autonomia che rimarranno alla Repubblica.
Negli accordi bilaterali, naturalmente, non tutto è negoziabile e anche la Svizzera deve accettare obblighi precisi. Ma il confronto su singoli settori e sulle relative condizioni è parte integrante di quel percorso. Non possiamo quindi mettere sullo stesso piano modelli diversi e concludere che, siccome tutti collaborano con l’Europa, ogni forma di integrazione sia equivalente.
C’è poi un altro aspetto della Svizzera che merita attenzione, il ruolo dei cittadini nelle decisioni che riguardano i rapporti con l’Unione europea.
Il sistema svizzero prevede che determinati accordi internazionali possano essere sottoposti a referendum su richiesta dei cittadini, mentre per altre decisioni, come l’adesione a un’organizzazione sovranazionale, il referendum è obbligatorio. Non significa che ogni accordo con l’UE debba necessariamente essere sottoposto a una votazione popolare, ma che l’ordinamento svizzero prevede strumenti attraverso i quali i cittadini possono intervenire anche sulle scelte di politica internazionale.
Anche per il nuovo pacchetto di accordi con l’UE, il Consiglio federale ha proposto il ricorso al referendum facoltativo. La decisione spetta al Parlamento secondo le procedure previste. È un elemento che merita attenzione, perché mostra come la cooperazione internazionale e la partecipazione democratica possano convivere.
Anche a San Marino il diritto dei cittadini di partecipare alle scelte fondamentali della Repubblica non dovrebbe mai essere trattato come un ostacolo, ma come una componente essenziale della democrazia.
Non chiediamo di copiare la Svizzera, così come non chiediamo di copiare Malta, il Regno Unito o Monaco. Chiediamo di capire perché il modello scelto per San Marino sia quello più adeguato alle nostre dimensioni, alla nostra economia e alla nostra autonomia istituzionale.
La domanda non è se San Marino debba collaborare con l’Europa. La domanda è a quali condizioni, con quali obblighi, con quali costi e con quale margine di autonomia.
Ci viene assicurato che l’Accordo porterà opportunità e che la nostra sovranità rimarrà intatta negli ambiti fondamentali. Sono affermazioni che meritano di essere esaminate nel dettaglio, confrontandole con il testo dell’Accordo e con le conseguenze concrete della sua applicazione. Perché conservare formalmente determinate competenze non risponde, da solo, a tutte le domande sul recepimento delle norme europee e sui vincoli che ne derivano.
E soprattutto, perché presentare il percorso come ormai inevitabile dovrebbe impedirci di discuterne? Una decisione che incide sul futuro della Repubblica merita un confronto serio proprio perché le sue conseguenze saranno durature.
L’Europa non è un interruttore, acceso o spento. Esistono diversi livelli di cooperazione, diversi strumenti giuridici e differenti modi di tutelare gli interessi nazionali.
Ai cosiddetti «politici» che ci invitano a guardare Malta e il Regno Unito chiediamo allora di guardare anche Monaco e la Svizzera. Non per sostenere che abbiano necessariamente ragione loro, ma per applicare a tutti lo stesso metro di giudizio.
Se un accordo è davvero vantaggioso, lo si dimostri con dati, costi, benefici e garanzie verificabili. Non basta citare gli aspetti positivi di altri Paesi, né liquidare le obiezioni come nostalgia o paura del cambiamento.
San Marino ha diritto di conoscere le alternative, di discutere le condizioni e di decidere consapevolmente il proprio futuro.
E il 23 ottobre sarà un’occasione per ricordarlo.
Con il Referendum Day – Dare voce ai cittadini, vogliamo riportare al centro ciò che troppo spesso viene relegato ai margini, il diritto dei sammarinesi di informarsi, confrontarsi ed esprimersi sulle scelte che riguardano il futuro della Repubblica.
Non si tratta di essere favorevoli o contrari per partito preso. Si tratta di non rinunciare al diritto di fare domande, di chiedere risposte e di partecipare alle decisioni che ci riguardano.
Perché la democrazia non si esaurisce nel voto ogni cinque anni. Vive anche nella partecipazione, nel confronto pubblico e negli strumenti di democrazia diretta previsti dal nostro ordinamento.
Il 23 ottobre, a Sala Montelupo, a Domagnano, la parola passerà anche ai cittadini.
Non lasciamo che qualcuno ci convinca che la nostra voce non serva. Non lasciamo che il futuro di San Marino venga discusso come se fosse una questione riservata soltanto alle istituzioni e agli addetti ai lavori.
La tua voce conta. Il tuo diritto di conoscere conta. Il tuo diritto di partecipare conta.
Perché il futuro della Repubblica appartiene ai suoi cittadini.
I CapiFamiglia


