San Marino. Attiva-Mente promuove “Clima di Diritti” in vista della COP31, collegando crisi climatica, disabilità, autonomia e sicurezza
Tra un mese, dal 9 al 20 novembre, Antalya ospiterà la COP31, la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
Quando si parla di clima, il dibattito si concentra inevitabilmente su temperature, emissioni, energia, infrastrutture e obiettivi ambientali. Sono tutti temi indispensabili, ma dietro dati e strategie ci sono le persone, e gli effetti della crisi climatica non ricadono su tutte allo stesso modo. Da qui nasce “Clima di Diritti”, una riflessione propositiva che intendiamo avanzare mettendo in relazione cambiamento climatico, disabilità, autonomia, sicurezza e partecipazione.
Già in passato abbiamo richiamato più volte l’attenzione sulla protezione delle persone con disabilità nelle situazioni di rischio e di emergenza, chiedendo sistemi di allerta, procedure di evacuazione e strumenti di protezione civile realmente accessibili. Questo impegno si è tradotto anche nella presentazione dell’Istanza d’Arengo per l’adozione di apposite linee guida nazionali. Parallelamente abbiamo approfondito il rapporto tra disabilità e cambiamento climatico anche attraverso lo spazio divulgativo online “Disabilità e cambio climatico”, prestando particolare attenzione ai rischi legati al caldo estremo. Per molte persone anziane, con disabilità o con particolari condizioni di salute, infatti, il caldo non rappresenta soltanto un disagio stagionale: può compromettere la salute, limitare l’autonomia e rendere difficile, se non impossibile, continuare a vivere in sicurezza nella propria abitazione.
Ebbene, la COP31 offre ora l’occasione per compiere un passo ulteriore: non parlare soltanto di come proteggere le persone con disabilità dagli effetti della crisi climatica, ma garantire loro la possibilità di partecipare alle decisioni attraverso le quali quella stessa crisi viene affrontata. A tal proposito, nelle scorse settimane abbiamo quindi avviato un’interlocuzione con il focal point sammarinese competente per i processi collegati alla COP, presso la Segreteria di Stato per gli Affari Esteri, portando all’attenzione delle nostre istituzioni il percorso del Disability Climate Caucus.
Il Disability Climate Caucus riunisce organizzazioni di persone con disabilità, realtà della società civile e altri soggetti impegnati affinché la disabilità venga integrata in modo sistematico nelle politiche climatiche. Dopo anni di attività e advocacy, il Disability Caucus è stato riconosciuto nel 2026 nell’ambito dell’UNFCCC come gruppo informale di stakeholder e il passo successivo richiesto dal movimento è ora quello di arrivare al pieno riconoscimento delle persone con disabilità come constituency ufficiale all’interno del processo delle Nazioni Unite sul clima.
Non si tratta di una questione meramente formale. Un riconoscimento di questo tipo consentirebbe alle persone con disabilità e alle loro organizzazioni di avere una presenza più stabile, riconoscibile e strutturata nei processi UNFCCC, rafforzandone l’accesso alle informazioni, agli spazi di coordinamento e ai processi negoziali e, soprattutto, aumentando la possibilità di incidere concretamente sulle decisioni climatiche. Significherebbe applicare anche alle politiche climatiche un principio che dovrebbe ormai guidare ogni decisione pubblica: Nulla su di noi senza di noi.
Abbiamo riscontrato attenzione e disponibilità ad approfondire la questione. Per questo abbiamo trasmesso anche il documento di advocacy predisposto dal Disability Climate Caucus in vista della COP31 (allegato), auspicando che la Repubblica di San Marino possa valutare positivamente, nelle sedi e nelle forme opportune, il sostegno a questo percorso di riconoscimento. Sarebbe un segnale significativo di coerenza con gli impegni assunti dal nostro Paese attraverso la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD).
La protezione delle persone con disabilità nelle situazioni di rischio e di emergenza è espressamente prevista dall’articolo 11 della CRPD e, negli anni, il Comitato delle Nazioni Unite ha più volte richiamato gli Stati alla necessità di integrare la disabilità nelle politiche sul cambiamento climatico e sulla riduzione del rischio, garantendo sistemi di allerta accessibili e, soprattutto, il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni rappresentative nella definizione delle strategie e delle decisioni che le riguardano. Sono quindi questioni che rientrano a pieno titolo nel lavoro ordinario di attuazione e monitoraggio della Convenzione a livello nazionale.
Ma il tema non si esaurisce ad Antalya.
La giustizia climatica si misura anche molto più vicino a noi: nelle città, nei servizi, nei sistemi di protezione civile e persino dentro le nostre abitazioni. Un sistema di allerta che una persona non può comprendere non è realmente universale. Un piano di evacuazione che non considera chi necessita di assistenza non è realmente inclusivo. Un luogo pubblico climatizzato che non è accessibile o raggiungibile non protegge chi è costretto a rimanere a casa. E quando, durante un’ondata di calore, la possibilità di mantenere una temperatura domestica sicura dipende esclusivamente dalle proprie condizioni economiche, esiste anche un problema di uguaglianza.
Per questo, intendiamo proseguire nei prossimi mesi il percorso di “Clima di Diritti”. Tra le proposte sulle quali vorremmo stimolare un confronto, anche in vista della prossima Legge di Bilancio dello Stato, vi è l’individuazione di forme di sostegno rivolte alle persone con disabilità, alle persone anziane e a chi presenta particolari condizioni di rischio, affinché possano affrontare in sicurezza i periodi di caldo estremo anche nella propria abitazione. Ciò potrebbe tradursi in interventi, agevolazioni e incentivi per soluzioni energeticamente efficienti e, quando necessario, per adeguati sistemi di raffrescamento.
Non immaginiamo una distribuzione indiscriminata di climatizzatori, né intendiamo contrapporre la tutela della salute alla sostenibilità ambientale. Al contrario, una buona politica climatica deve saper tenere insieme entrambe le esigenze, favorendo edifici più efficienti, schermature, soluzioni passive e tecnologie a minore impatto, senza però lasciare sole le persone per le quali il raffrescamento domestico rappresenta una concreta esigenza di salute, sicurezza e autonomia.
Un climatizzatore che una persona non può permettersi di acquistare, installare o, per il costo dell’energia, persino accendere, non rappresenta una soluzione realmente accessibile. E quando il caldo mette a rischio la salute o impedisce di vivere autonomamente nella propria casa, potersi proteggere non dovrebbe essere considerato un lusso.
Anche da questioni molto concrete come questa passa la giustizia climatica.
La crisi climatica ci obbliga a ripensare molte delle nostre politiche. Facciamolo senza riprodurre le disuguaglianze già esistenti e coinvolgendo fin dall’inizio chi, troppo spesso, viene chiamato in causa soltanto quando deve affrontare le conseguenze di decisioni prese da altri.
Dalla COP31 alle nostre case, dalle politiche internazionali alla protezione civile, dall’accessibilità dell’informazione alla possibilità di affrontare un’ondata di calore in sicurezza: il clima è anche una questione di diritti, e i diritti, per essere tali, devono appartenere a ogni persona.
Attiva-Mente


