San Marino. Ilaria Bacciocchi (PSD) : “Non siamo soltanto i nostri cromosomi”
Ho letto con attenzione l’intervento di don Luca Bernardi sulle recenti Istanze d’Arengo. Don Luca parte dalla scienza. XX e XY. Maschio e femmina. Un dato biologico, dunque un dato oggettivo. Il dato biologico esiste. Nessuno lo nega. Ma il problema comincia quando si pretende di far discendere direttamente da quel dato biologico una conclusione sulla persona e, soprattutto, una norma giuridica.
L’essere umano è certamente un essere biologico. Ma non è soltanto un essere biologico. Se così fosse, buona parte della storia dell’umanità sarebbe difficile da spiegare. Abbiamo imparato a correggere la vista con un paio di occhiali. A sostituire un cuore malato. A intervenire sulla fertilità. A modificare l’ambiente nel quale viviamo. Oggi interveniamo sul DNA, costruiamo intelligenze artificiali e mandiamo macchine su altri pianeti. Persino i nostri impulsi più naturali non ci determinano completamente. L’uomo può avere fame e decidere di digiunare. Può trasformare il desiderio in una poesia, in una musica, in un’opera d’arte. Questa capacità di non essere semplicemente determinati dalla natura è una delle caratteristiche più profonde dell’esperienza umana.
Per questo natura e cultura, corpo e coscienza, biologia e identità non sono mondi separati. Convivono nella stessa persona. Ed è proprio qui che il ragionamento sui cromosomi diventa insufficiente. Nessuno sostiene che una transizione di genere trasformi un cromosoma X in un cromosoma Y. Ma non possiamo risolvere tutto dicendo: esistono XX e XY, dunque il problema non esiste. Il problema esiste perché esistono le persone che lo vivono. Ed è da qui che dovrebbe partire la politica. Non dal desiderio di convincere qualcuno a cambiare sesso. E nemmeno dal desiderio opposto di convincerlo a non farlo.
Lo Stato deve costruire regole. Deve verificare che una scelta così importante sia libera e consapevole. Deve prevedere percorsi seri quando sono necessari. Deve proteggere le persone fragili. Deve interrogarsi sulle conseguenze sanitarie delle proprie decisioni. Ma, soprattutto quando parliamo di persone adulte, deve anche riconoscere un limite al proprio potere: non può pretendere di vivere al posto loro. È qui che la questione diventa molto più interessante del dibattito sui cromosomi. Perché non stiamo decidendo che cosa ciascuno di noi pensi della transizione di genere. Stiamo decidendo che cosa debba fare lo Stato davanti a una persona che vive quella condizione. E qui entra inevitabilmente in gioco anche la coscienza cattolica. Comprendo che per un cattolico questo sia un terreno difficile.
La posizione della Chiesa, peraltro, non deve essere manipolata. Dignitas infinita esprime una posizione fortemente critica verso la teoria del gender e afferma che gli interventi di cambio di sesso, di norma, rischiano di compromettere la dignità attribuita al corpo umano. È giusto dirlo. Ma quello stesso documento comincia ricordando qualcosa che non dovrebbe essere dimenticato: esiste una dignità «inalienabile» che appartiene a ciascuna persona, indipendentemente dalla situazione nella quale si trova. E richiama il dovere di evitare discriminazioni, aggressioni ed esclusioni. Forse è proprio da questo punto che credenti e non credenti possono partire a confrontarsi. Non è necessario avere la stessa idea dell’uomo. Non è necessario avere la stessa idea del corpo. Non è necessario neppure considerare moralmente giuste le stesse scelte. Occorre però guardare la persona che abbiamo davanti.
Una persona transgender non è un dibattito sui cromosomi. È una persona. Può essere serena oppure soffrire. Può avere certezze oppure dubbi. Può compiere scelte che condividiamo oppure che non comprendiamo. Ed è precisamente quando non comprendiamo la vita dell’altro che la parola “dignità” viene messa alla prova. Anche il dato sui suicidi, citato nell’articolo, richiede molta cautela. Sono questioni troppo serie per trasformare una correlazione in una causa. Ed è proprio per questo che servono medicina, prudenza, accompagnamento e ricerca.
Credo che anche sulla decisione assunta dal Consiglio Grande e Generale sia importante evitare un equivoco. Non abbiamo votato per stabilire che tutti debbano considerare la transizione di genere una cosa buona. Non abbiamo votato per cambiare la biologia. E certamente non abbiamo abolito i cromosomi. Abbiamo affrontato un problema che riguarda persone che fanno parte della nostra comunità. La politica può ignorarle. Può giudicarle. Oppure può provare a costruire un ordinamento capace di occuparsi anche delle vite che non rientrano perfettamente nelle categorie nelle quali ciascuno di noi si sente più sicuro.
È una distinzione importante. Perché una società libera non si misura dalla possibilità di vivere come vive la maggioranza. Quella è facile. Si misura soprattutto dallo spazio che riesce a lasciare a chi vive diversamente, senza chiedere agli altri di rinunciare alle proprie convinzioni. Forse, allora, la domanda non è se XX e XY esistano. Esistono. La domanda molto più difficile è un’altra. Quanto deve spingersi lo Stato nel decidere chi una persona adulta debba essere? Su questo la scienza può aiutarci moltissimo. La fede può interrogare le coscienze. La filosofia può offrirci categorie per ragionare.
Ma alla politica resta un compito diverso e molto concreto: trovare regole capaci di far convivere persone che, sulla vita, sul corpo e perfino sull’uomo, possono avere idee profondamente diverse. Senza che nessuna di loro debba smettere, per questo, di essere riconosciuta come persona.
laria Bacciocchi – Partito dei Socialisti e Democratici


