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San Marino. Caso bulgaro: se il riciclaggio internazionale non c’è, chi ha fatto i danni reputazionali?

di Angela Venturini

“Le ultime notizie sono che un’altra parte dei soldi del Bulgaro, che erano stati trattenuti per la causa promossa da ECF, siano ora pronti per essere restituiti al Bulgaro”. Messaggino copiato dai social e subito verificato su fonti accreditate, anche se non ufficiali. In effetti, la notizia è solo ufficiosa (quindi va presa per quel che è), ma potrebbe essere vera. Vediamo perché.

Nelle poche righe dell’ordinanza che dissequestra gli 8 milioni di Assen Christov, si portano come motivazione alcune non meglio citate convenzioni internazionali che vieterebbero il fermo di capitali per tempi troppo lunghi in mancanza di riscontri oggettivi.

Primo punto: un’ordinanza del tribunale su una causa penale, soprattutto di questa portata, deve citare le leggi (e le convenzioni hanno forza di legge) a cui fa riferimento perché sostanziano la decisione.

Secondo punto: questi soldi sono a tutti gli effetti il corpo del reato, non potrebbero mai essere dissequestrati, per nessuna ragione, fino a compimento dell’intero iter giudiziario. Eventualmente, di fronte ad accuse di questo genere, si usa il “sequestro per equivalente” come è successo nel caso Mazzini. In quel processo, in particolare, i tempi sono stati lunghissimi e ancora, dopo oltre 12 anni, ci sono strascichi importanti.

Quindi, anche partendo da un’osservazione empirica, se il riciclaggio internazionale non c’è, come si evince sia dallo stralcio del fascicolo pertinente, sia dal dissequestro, non c’è alcuna ragione di tenere sequestrati i soldi che rimangono. Vale la pena di ricordare che lo stralcio dal filone principale dell’inchiesta, non ha annullato il fascicolo penale generale in cui erano stati inclusi gli altri reati, tra cui quello di corruzione.

Se tutto questo fosse vero, allora Christov ha avuto sempre ragione e l’evidenza dei fatti è dalla sua parte.

Veniamo ai soldi: 15 milioni (per l’esattezza 15.013.808 di euro) legati alle vicende della San Marino Group S.p.A. e del magnate bulgaro Assen Christov, versati come anticipo di un progetto economico finanziario che prevedeva un investimento di 40 milioni a Faetano. Una prima tranche di 1,8 milioni era stata usata immediatamente la scorsa estate da ECF per onorare la rata del mutuo acceso presso la BAC e per pagare gli stipendi arretrati.  Com’è noto, 8 sono stati dissequestrati il 2 luglio; gli altri 5 (o poco più) dovrebbero già essere stati dissequestrati per le ragioni di cui sopra. Le denunce presentate da Banca di San Marino e da Ente Cassa Faetano per danno reputazionale (entrambi si sono costituti parte civile), a questo punto assumono ben altra rilevanza. Ricordiamo che anche lo Stato si è dichiarato parte lesa.

Infatti, la macchina giudiziaria è partita dal presupposto che i bulgari non avessero agito bene e si fossero comportati come i tanti che, in un passato sia recente sia remoto, sono venuti sul Titano, hanno fatto enormi danni e hanno portato via una quantità di soldi. Invece, i bulgari sono arrivati con un progetto serio e molto reale, con soldi assolutamente concreti, che sono stati controllati al loro ingresso in base a norme molto severe. Pertanto, come è possibile che se prima erano puliti, dopo quattro mesi siano diventati sporchi?

Qui c’è l’inghippo più grosso. Poi, è vero, c’è la corruzione, che loro non ammettono perché hanno considerato quell’uscita come consulenza. In questo caso, dovrà essere il tribunale a dire l’ultima parola.

Sta di fatto che, riguardando un po’ le carte che arrivano ai giornali, cioè soprattutto comunicati, il grande inghippo internazionale si è rivelato una bolla estiva. Però i danni ci sono stati, soprattutto per Banca di San Marino (che ha avuto un’emorragia di liquidità importantissima e un’effrazione ancora non chiarita); per ECF, che invece di risolvere i suoi problemi li ha visti amplificati; per lo Stato, che si è visto al centro di una campagna mediatica diffamatoria (è stato perfino accusato di non tutelare investitori esteri) e per le conseguenze che ne sono derivate riguardo al percorso UE, che avrebbe potuto essere concluso già nella scorsa primavera.

Ovviamente, le domande sono tantissime, perché i lati oscuri non stati affatto chiariti dalle ultime vicende. Caso mai, esse ci hanno fatto capire che la strategia è partita dall’interno e non dai bulgari, i quali, anche loro, hanno avuto il loro danno. Ammesso che tutti i nostri ragionamenti abbiano un fondamento concreto, c’è solo da sperare che le relazioni San Marino-Bulgaria si possano ricomporre sia a livello diplomatico, sia a livello umano. Ma rimane un grandissimo interrogativo: chi ha fatto il danno reputazionale? Ci potrà aiutare a capire qualcosa in più la Commissione di inchiesta che dovrà essere nominata dal Consiglio i prossimi giorni?