San Marino. Alvaro Selva (PSD): “Il diritto dei naturalizzati di conservare la cittadinanza d’origine”
La legge che consente ai naturalizzati di non rinunciare obbligatoriamente alla cittadinanza d’origine è stata approvata dal Consiglio Grande e Generale a larga maggioranza. Questa decisione non è stata condivisa da alcune persone che godono della mia incondizionata stima, ma che ritengo siano per questo provvedimento in errore. Mi riferisco a persone autorevoli e di sicura buona fede, fra le quali ricordo Luigi Lonfernini, Orietta Ceccoli, Giovanni Giardi, Alba Montanari, che hanno espresso sugli organi di stampa, negli organismi istituzionali e sui social, la loro opinione contraria alla soppressione dell’obbligo di rinuncia alla cittadinanza d’origine per i cittadini stranieri che richiedono la cittadinanza sammarinese. Sono del parere che il parlamento abbia approvato una buona legge. Questa mia opinione scaturisce da alcune riflessioni storiche, giuridiche e sociali che mi preme elencare. Gli abitanti del Titano nel corso della prima metà del XIII secolo si organizzarono, come altre piccole comunità rurali, in Comune, dotato di propri statuti che disciplinavano in maniera autonoma la vita della piccola comunità per gli aspetti istituzionali e giuridici. Nel corso dei secoli, San Marino conservò, forse unico fra i Comuni, la sua libertà ed autonomia, che gradualmente fu rafforzata fino a giungere – quanto meno contemporaneamente all’Unità d’Italia – ad essere una Repubblica indipendente e sovrana, che con l’Arengo del 1906 abolì il regime oligarchico per affidare le proprie istituzioni ad un sistema democratico. Dopo l’unità d’Italia, i sammarinesi furono costretti ad intensificare le loro relazioni esterne. Con il regno d’Italia stipularono accordi parziali per regolamentare specifiche materie amministrative. Durante il ventennio fascista, che di certo non fu un esempio di democrazia, la Repubblica di San Marino stipulò (era l’anno 1939) con il Regno d’Italia la “Convenzione di Amicizia e Buon Vicinato”, che costituisce un accordo internazionale fra due Stati sovrani: accordo che, seppure con modifiche ed integrazioni, disciplina ancora oggi i rapporti italo-sammarinesi. Nel dopoguerra (1971) venne anche modificato l’art. 1 della Convenzione del ‘39 per fugare ogni riferimento ad un presunto ‘protettorato’ dell’Italia su San Marino. Questa modifica la si deva all’opera diplomatica di Federico Bigi, al quale deve essere riconosciuta l’azione politica per l’apertura di ampi rapporti diplomatici di San Marino con altri Stati ed organizzazioni internazionali. L’opera di Bigi fu proseguita e rafforzata dai governi che si sono succeduti negli anni, con l’apertura di sedi diplomatiche in numerosi Paesi, con l’ingresso nel Consiglio d’Europa e nelle Nazioni Unite, fino all’odierno accordo di Associazione con l’UE, ancora in attesa di essere firmato. La Repubblica di San Marino, inoltre, contemporaneamente all’ampia apertura dei rapporti internazionali, ha saputo aggiornare il proprio ordinamento istituzionale, passando da un ordinamento consuetudinario flessibile ad una costituzione scritta, fondata sulla tutela dei diritti fondamentali della persona, il rispetto dei valori fondamentali della libertà e della democrazia e del diritto internazionale. Anche sotto il profilo sociale, il nostro Paese ha subito trasformazioni radicali. San Marino, se il primo dopoguerra è stato caratterizzato da una ampia emigrazione, ha avuto dalla fine degli anni ‘50 un forte e graduale incremento della popolazione, dovuto al miglioramento delle condizioni economiche del Paese, al ritorno degli emigrati in Patria, alla presenza sempre maggiore di stranieri – particolarmente italiani – nella Repubblica, sia per occupare posti di lavoro, sia per i sempre più frequenti matrimoni misti fra sammarinesi ed italiani. E’ doveroso ricordare che attualmente abbiamo una forte riduzione delle nascite ed una presenza giornaliera di circa 9.000 frontalieri che prestano la loro opera lavorativa in San Marino. È alla luce di queste considerazioni che dobbiamo esaminare il tema della rinuncia alla cittadinanza d’origine per coloro che richiedono la cittadinanza sammarinese per naturalizzazione. Oggi, San Marino è uno Stato aperto sotto il profilo internazionale e sociale; la presenza di ‘stranieri’ nella piccola Repubblica è importante e significativa. Nel concedere la naturalizzazione occorre in primo luogo verificare se la presenza in San Marino del richiedente la cittadinanza sia radicata e costante nel tempo e che, sempre il richiedente, abbia acquisito una buona e fondamentale conoscenza delle nostre istituzioni e della nostra storia. La legge attuale, che richiede una presenza costante ed effettiva sul territorio almeno ventennale ed il superamento di un esame in materia istituzionale e storica, garantiscano questi requisiti. La richiesta di dover rinunciare alla cittadinanza d’origine (nella maggior parte dei casi alla cittadinanza italiana) rappresenta – a mio avviso – una grave violazione dei diritti della persona. La cittadinanza d’origine di ognuno, è un fondamentale diritto della persona, che non può essere soppresso indipendentemente dalla libera volontà del cittadino. Questo principio, inoltre, ha nel nostro ordinamento una tutela costituzionale: l’art. 1 del protocollo n. 12 alla Convenzione EDU (che a San Marino è parte integrante dell’ordinamento costituzionale) stabilisce che “l’origine nazionale o sociale…. deve essere assicurato senza nessuna discriminazione”. È quindi corretto e giusto che sia consentito ad ognuno di mantenere la cittadinanza d’origine. Ricordo – per inciso – che anche i sammarinesi “da almeno tre generazioni” conservano nel loro DNA – unico esempio rimasto – l’originaria cultura italica dei Comuni medioevali.
Alvaro Selva (PSD)


