Attualità

E se quello che Papa Leone ha detto al PPE valesse anche per noi?

Avremo certamente modo e tempo per relazionare sui risultati e le conclusioni dell’ultima riunione dei Responsabili della Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche in Europa (FAFCE), che quest’anno si è tenuto a Bolzano dal 5 al 7 maggio, e la cui conclusione così si esprime: «La famiglia è l’esempio di unità e dialogo, e per i cristiani oltre la riconciliazione c’è anche il perdono. Le famiglie forti formano comunità forti ed esse sono la risorsa migliore per garantire società resilienti che trovano soluzioni alle sfide future con speranza e fiducia, senso di responsabilità e spirito di servizio. Per i cristiani, poi, non può esserci limite alla speranza. Radicate in questa speranza, le famiglie sono chiamate a costruire la pace, rafforzare la solidarietà e contribuire a un’Europa più umana e unita.»

Vorrei però, per prima cosa, richiamare quanto Papa Leone ha detto ai Membri del Partito Popolare Europeo (PPE) nell’incontro di Sabato, 25 aprile 2026.

In questi tempi, in cui l’interesse per l’Europa è preponderante tra tutti i cittadini di San Marino, quanto ha affermato il Papa mi pare di estrema attualità, e non possiamo nasconderne l’importanza per tutti coloro che hanno a cuore le sorti della Repubblica, che, tra l’altro, oltre ad essere la più antica nel mondo, ha l’unica caratteristica di avere un santo come fondatore e come patrono.

Potremmo fare nostra la domanda di un acuto osservatore di quanto accade nel mondo, l’Avvocato Peppino Zola, che si chiede: «Cosa cambia nel Ppe dopo il discorso di Leone XIV?», chiedendoci che cosa cambia non nel PPE, ma soprattutto per noi, per tutti noi.

Mi auguro che i tanti amici sammarinesi abbiano la curiosità di leggere l’intero discorso, come si trova sul sito del Vaticano. Ma sottolineo alcuni punti non trascurabili, che elenco a mo’ di decalogo.

1.      Il Partito Popolare Europeo trae la propria ispirazione politica da personalità come Adenauer, De Gasperi e Schuman, unanimemente ritenuti i Padri fondatori dell’Europa contemporanea. …Apprezzo il riconoscimento da parte del vostro gruppo dell’eredità cristiana dell’Europa

2.      Il progetto europeo, sorto dalle ceneri della seconda Guerra mondiale, nasce certamente da una necessità pratica – evitare che si ripeta un tale conflitto –, ma è altrettanto intriso di un orizzonte ideale, ossia della volontà di dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna.

3.      I Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra Mondiale.

4.      Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la «forma più alta di carità», poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune.

5.      Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa.

6.      Perseguire un ideale vuol dire, richiamando De Gasperi, collocare la persona umana al centro «col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria». Questo è l’orizzonte entro il quale ancora oggi si può fare politica ed al quale occorre ricondurre l’attività politica.

7.      Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità. Uno dei problemi della politica negli ultimi anni è la costante diminuzione di sintonia, collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti. Occorre ricreare un tessuto di “popolo”… Ricorrendo ad una metafora potremmo dire che nell’era del “trionfo digitale”, l’azione politica autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all'”analogico”.

8.      È forse questo il vero antidoto a una politica spesso urlata, fatta solo di slogan, incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone. Per vincere una certa disaffezione alla politica occorre riconquistare le persone andando ad incontrarle personalmente e ricostruendo una rete di rapporti sul territorio, in modo che tutti si possano sentire parte di una comunità e partecipi del suo destino.

9.      Cosa significa concretamente questo per chi si richiama nella propria azione ai valori cristiano-democratici?…Essere cristiani in politica non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso. Significa lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica. Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro…; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli; di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti. Parimenti richiede di affrontare in modo non ideologico le altre grandi sfide che si pongono ai nostri giorni come la cura del creato e l’intelligenza artificiale. 

10.   Essere cristiani impegnati in politica significa investire nella libertà, non in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana, evitando di alimentare «un “corto circuito” dei diritti umani», che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione.

Il lavoro, a 360 gradi, svolto in questi tempi tra noi, anche con il contributo costruttivo e collaborante, del Coordinamento delle Aggregazioni laicali e nel confronto di tante persone e delle varie forze politiche, credo sia già un buon auspicio per il futuro. Parafrasando il messaggio della FAFCE, ci sono tra noi «fari di speranza, virtù cristiane come modo di vivere».

don Gabriele Mangiarotti