Italia e Mondo

Esistere come europei per resistere. Intervista a Brahim Maarad

Dal Marocco alla Romagna, per giungere a Roma e a Bruxelles. L’osservatorio che oggi andremo a scomodare per comporre il nostro mosaico, volto a delineare l’identità della nostra epoca, è davvero speciale.
Abbiamo intervistato Brahim Maarad, giornalista in servizio all’AGI, che vanta un’esperienza personale e professionale che merita di essere descritta. Giunto dal Marocco a Igea Marina all’età di 10 anni, senza sapere la nostra lingua, alle scuole superiori grazie alla sua docente di lettere partecipa ad un concorso per giornalismo. Inizia così la sua carriera prima presso la stampa locale, poi all’Espresso, per diventare infine corrispondente per l’AGI a Bruxelles dove rimane per 5 anni, seguendo le vicende più drammatiche di questi ultimi anni: dal Covid alla guerra in Ucraina. Ora lavora a Roma, sempre per l’AGI come caposervizio agli esteri. È co-autore con Valeria Collina del libro Nel nome di chi.

Brahim, quale ritieni essere la caratteristica determinante per questi nostri tempi?

Viviamo nella più assoluta incertezza. E questo è devastante per qualsiasi pianificazione economia e politica e, di conseguenza, per ogni aspetto della vita sociale. Se pensiamo che lo Stato di diritto è sempre stato ritenuto essenziale anche per una crescita economica, in quanto la certezza del diritto garantisce chi investe e intende fare impresa che non cambierà tutto ad arbitrio di qualcuno, oggi non è più così. Dal 2020 situazioni oggettive (Covid) e scelte politiche discutibili rendono tutto incerto e dunque difficile.

Dal punto di vista dell’esistenza quotidiana, cosa hai potuto vedere sia nella nostra Romagna che in Europa?

Se c’è una cosa che mi è chiara, avendo fatto anche cronaca locale prima di approdare a Bruxelles, è che il mondo non finisce a Rimini e nemmeno a Roma, ma neppure a Bruxelles. Vedere certe dispute locali, portate avanti non tenendo conto degli scenari globali, ovvero considerare il resto del mondo come fosse irrilevante, bisticciando per diatribe locali, costa moltissimo.

In che senso?

Costa perché poi le scelte prese nei grandi centri decisionali ricadono su noi tutti in maniera decisiva. Vedere certe piccole discussioni di campanile che sembrano infiammare il dibattito locale, mi fa pensare ad un errore di giudizio che a lungo andare rischia di costare l’irrilevanza.

Questo implica anche un significato politico più generale?

Certo. Gli Stati europei sovranisti non hanno alcuna speranza. Nel mondo ci sono giganti. Giganti economici, giganti in termini di popolazione, in termini di territorio. Non giganti in termini di democrazia, ahimè, e questo rende la situazione ancora più difficile.
Non parlo solo degli USA e della Cina, ma dobbiamo pensare all’India, al Brasile, al Sud Africa e alla stessa Nigeria, alle potenze emergenti. Nessuna nazione europea, per quanto potente, può competere da sola con questi vecchi e nuovi soggetti. Per resistere dobbiamo esistere come europei.

Quindi la tanto vituperata Europa è un punto di speranza? Eppure sembra impacciata, un insieme di regole burocratiche. 

Non c’è altra via. Occorre essere realisti. Draghi, nella sua presentazione del rapporto sull’Europa in conferenza stampa, si sentì ribattere, “Ma quindi lei sta dicendo: o fate ciò che vi dico o sarà la morte?”. E rispose “non la morte ma una lenta agonia”.  Non possiamo non partire da questa che è una constatazione.

Sembra tuttavia una strada impossibile.

Eppure ci siamo riusciti. L’Europa già ha fatto passi impensabili e in particolare in questi ultimi anni.

Spiegaci.

È nella natura stessa dell’Europa il saper affrontare le tragedie più terribili. È nata per questo. Alla sua nascita aveva alle spalle una guerra devastante ed è riuscita nell’intento di evitare che ne insorgessero altre al suo interno. Durante il Covid siamo rinati grazie al debito comune. È stata un’operazione gigantesca, ben 700 miliardi di fondi comuni di debito europeo. Rapportando ai costi di allora si tratta del doppio del piano Marshall. Un’azione eccezionale ed efficace, di portata enorme. D’altro canto l’Europa è una potenza notevole, malgrado le inerzie.

Tuttavia con la presidenza Trump l’Europa è con le spalle al muro. 

Paradossalmente, l’effetto di Trump sull’Unione Europea può essere la miglior spinta per diventare più indipendente, più autonoma. E questo lo vediamo già. Un esempio sono gli accordi commerciali sbloccati nell’ultimo anno. Sono tantissimi, tra cui il più noto ed importante è il Mercosur, che si trascinava da oltre 20 anni. Ma sono stati fatti accordi commerciali con l’Indonesia e con l’Australia, è stato aggiornato quello col Messico e adesso stanno discutendo un accordo con gli Emirati, mentre già è concluso quello con l’India. Nei momenti di crisi, quando l’Europa è messa alle strette, riesce a fare “l’Europa”. Si tratta di uscire da questa logica del progredire solo su costrizione. Deve invece diventare una strategia politica.

Oltre all’ambito economico, sembra siano in crisi anche gli stessi paradigmi politici che hanno tenuto in piedi le società fino ad ora. 

In questo momento ci troviamo davanti a forme di governo, alcune dittatoriali ma non tutte, che sono oligarchie di potenti, sia in termini economici che di controllo sulla società. Sta tornando il culto del leader.  Prendiamo ad esempio la campagna elettorale americana. Il presidente Trump ha un suo movimento che è quello dei Maga e che non corrisponde esattamente con il Partito dei Repubblicani, ovvero il tradizionale soggetto insieme ai democratici della vita politica americana. C’è questo movimento che è quasi esterno e che non riguarda solo le visioni politiche, ma riguarda proprio la persona. Sono seguaci di Donald Trump. Lo stesso vale per Putin, o Xi Jin Ping e così via. È come se i valori che sono universali e che sono indipendenti dalle persone, stiano andando in secondo piano. Ma c’è anche un altro aspetto.

Dicci. 

Il secondo aspetto riguarda il rifiuto della cultura Woke, effettivamente spesso assai estrema e radicale negli Stati Uniti. Oggi vi è una ribellione ai suoi eccessi, ma questo sta portando non solo ad attaccare i simboli di questa cultura (diritti LGBT, ecc,) ma tutto quello che viene considerato in qualche modo diverso dalle proprie posizioni. La politica diventa fondamentalismo. Nelle ultime settimane c’è stata proprio un’accelerazione sul piano dell’associazione della religione alla politica. Si pensi alla guerra contro l’Iran, presentata quasi fosse una missione divina, un intervento sostanzialmente divino e realizzato ovviamente grazie alla “provvida” mano dell’amministrazione statunitense.

Come liberarsi da questa deriva?

Paradossalmente in questo momento il miglior difensore della democrazia e della laicità è Papa Leone, con i suoi interventi lucidi e diretti. Sta facendo chiarezza, inoltre, sul significato dell’essere cattolici dentro la società, tant’è che lo scontro tra il Papa, cittadino americano, e il presidente americano Donald Trump è su come vadano interpretati i valori cristiani.

Il papa insegna al presidente della patria della democrazia cosa è la democrazia!

Non è l’unico paradosso. C’è stato un momento in cui il regime iraniano ha difeso il Papa contro gli attacchi verbali di Donald Trump. E questa è una di quelle cose che ormai non sappiamo più come interpretare! È decisamente un mondo privo delle vecchie certezze.

Due visioni cristiane che si contrappongono?

Solo apparentemente. Se prendiamo chi ha preteso di difendere i valori cristiani, ad esempio in Europa Orban, in realtà ha sempre violato valori che stanno alla base della stessa cristianità quali l’accoglienza e la solidarietà. I movimenti cristiani sovranisti continuamente smentiscono i valori cristiani nelle loro politiche reali. Quindi la loro è più che altro una campagna in termini di presa sulla società. Ma ho fiducia, perché la società è più avanti della politica. Diffiderei dal giudicare la società a partire dai regimi che la guidano. Ci sono segnali di vitalità, a ben guardare, decisamente in controtendenza.

Qualche tempo fa, oltre un decennio oramai, si parlava di terrorismo islamico e scontro di civiltà. Ricordo un tuo bell’articolo su l’Espresso, in cui, da credente di religione islamica, denunciavi l’azione dei terroristi in Francia, percepita con dolore contro te stesso, contro l’impegno per l’integrazione…

Già allora, sociologi e analisti accorti avevano individuato nel vuoto esistenziale delle seconde generazioni la vera causa di quelle campagne d’odio. Un vuoto che veniva riempito da radicalizzazioni che rendevano la religione uno strumento ideologico.
Oggi quelle periferie sono capitali del narcotraffico, con un’esplosione di violenza che ricorda quella dei paesi sudamericani. Questo sta diventando il nuovo vero grande problema delle periferie francesi. E lo stesso problema si sta allargando anche al Belgio e ad alcuni quartieri del Nord Italia.  Oggi la cura delle periferia è una grande priorità, non ancora ben compresa.

Una nota personale. Tu sei l’esemplificazione di una buona integrazione. Non sempre però va così. Tanti trovano difficoltà invalicabili. Come è stato possibile?

In effetti se quando sono arrivato in Italia mi avessero chiesto che mestiere desideravo fare da grande, l’ultimo sarebbe stato il giornalista. Non sapevo l’italiano! Credo ci siano due parole chiave: opportunità e merito.
Occorre dare opportunità, scommettere sulle persone in quanto persone. Devo tutto a una prof che ci ha proposto questo concorso per giornalisti. L’altra parola è il merito. Intendo dire che si deve riconoscere il valore, apprezzarlo e valorizzarlo.

Occorre ambizione dunque?

Tenacia sì, ma io non ho mai aspirato a chissà cosa. Giornalista a 23 anni, caposervizio esteri a 37… ma non ho mai pensato alla carriera futura. Sono sempre stato contento di quello che stavo facendo e il mio unico intento era farlo bene. Diciamo che tutto quello che faccio è oltre quello che avrei mai potuto desiderare. Quindi il mio compito è semplicemente farlo al meglio.

Emanuele Polverelli