Consiglio Grande e Generale: approvata con 36 sì e 11 no la riforma del Regolamento
Prosegue, nella seduta pomeridiana di martedì 22 settembre 2026, l’esame del comma 14: la seconda lettura del progetto di legge “Modifiche al Regolamento del Consiglio Grande e Generale”, infine approvato con 36 voti favorevoli e 11 contrari.
Sull’articolo 8 maggioranza e opposizione convergono sulla soppressione della norma che avrebbe ridotto il tempo per le dichiarazioni di voto. Michele Muratori (Libera) spiega che la scelta è quella di “lasciare il minutaggio così com’era impostato precedentemente e come è tuttora”, in linea con l’impegno ad alleggerire il progetto di legge rispetto alla versione presentata in prima lettura. Emanuele Santi (Rete) riconosce che la decisione della maggioranza rappresenta “sicuramente un passo avanti”, ma ribadisce che nel provvedimento restano criticità molto serie, a partire dalla tagliola prevista dopo venticinque ore di discussione sulla legge di bilancio. Antonella Mularoni (RF) giudica positivo il ripristino dei dieci minuti, ma contesta la riduzione complessiva degli spazi di confronto, mentre Gaetano Troina (D-ML) avverte che “la democrazia funziona se esiste il confronto”. L’emendamento interamente abrogativo della maggioranza viene infine approvato.
Il dibattito sull’articolo 9 si concentra invece sulla possibilità che la legge di previsione di bilancio entri in vigore alla data della sua pubblicazione, qualora sia la stessa legge a prevederlo. Muratori chiarisce che si tratta di “semplicemente una tutela” per evitare l’esercizio provvisorio qualora l’esame della finanziaria si prolunghi oltre i tempi previsti. Le opposizioni considerano però la misura superflua, soprattutto dopo l’introduzione della tagliola. Emanuele Santi (Rete) parla di una “paura immensa da parte della maggioranza”, Nicola Renzi (RF) definisce la norma l’articolo “scialuppa di salvataggio”, mentre Antonella Mularoni (RF) ricorda che i lavori sulla finanziaria si sono sempre conclusi prima di Natale e chiede di specificare che la disposizione riguarda esclusivamente il bilancio di previsione. Mirko Dolcini (D-ML), Matteo Casali (RF) ed Enrico Carattoni (RF) criticano più in generale l’impostazione della riforma, sostenendo che l’obiettivo non debba essere soltanto quello di comprimere i tempi, ma di garantire il confronto politico. Dopo una breve sospensione, il testo viene riscritto inserendo espressamente il riferimento alla “legge di previsione di bilancio”. L’emendamento abrogativo dell’opposizione viene respinto e l’articolo 9 approvato.
Sull’articolo 10 maggioranza e opposizione convergono sulla soppressione della norma che avrebbe ridotto i tempi degli interventi consiliari. Michele Muratori (Libera) spiega che la maggioranza decide di mantenere l’impostazione attuale “per permettere a chiunque di sviluppare al meglio il proprio intervento”. Emanuele Santi (Rete) giudica positivo il dietrofront, sottolineando che tre minuti sarebbero stati insufficienti per discutere progetti complessi e avrebbero finito per “togliere il diritto di parola ai consiglieri” non presenti nelle Commissioni chiamate a lavorare in sede redigente. Matteo Rossi (PSD) riconosce che la precedente formulazione non avrebbe permesso neppure ai gruppi più numerosi di approfondire adeguatamente le questioni e considera il testo vigente “più garantista e maggiormente capace di consentire un approfondimento delle tematiche”. Antonella Mularoni (RF) conferma la disponibilità dell’opposizione a ragionare su nuove modalità di lavoro, ma ribadisce che il potere legislativo appartiene al Consiglio e che la riduzione proposta avrebbe svilito il ruolo dei consiglieri. Fabio Righi (D-ML), Matteo Casali ed Enrico Carattoni (RF) contestano invece il paragone con gli organismi internazionali, osservando che in quei contesti i parlamentari sono molto più numerosi e spesso non approvano leggi. L’emendamento abrogativo viene approvato e l’articolo 10 non viene posto in votazione. L’Aula passa quindi all’articolo aggiuntivo 10-bis, presentato dai componenti del Comitato consultivo sulla condotta dei consiglieri, che apre alla possibilità di introdurre sanzioni per le violazioni del Codice di condotta. Gaetano Troina (D-ML) spiega che la misura risponde alle raccomandazioni del GRECO e punta a definire “procedure chiare e coerenti” per accertare e sanzionare le violazioni in materia di integrità. Emanuele Santi (Rete) parla di un passo verso “una maggiore trasparenza e una maggiore chiarezza”, mentre Andrea Menicucci (RF) sottolinea la necessità di rendere effettivo il Codice anche nei casi di conflitto di interessi. Oscar Mina (PDCS) definisce la proposta “un emendamento di coerenza e responsabilità istituzionale”, capace di trasformare i principi già esistenti in regole concretamente applicabili. Anche PSD e Libera – con Matteo Rossi e Guerrino Zanotti – sostengono la modifica, chiedendo che le future sanzioni vengano realmente definite e applicate. L’emendamento viene infine approvato.
Il dibattito sull’articolo 11 si concentra sulla pubblicità dei lavori delle Commissioni consiliari, destinati ad assumere maggiore rilievo con l’introduzione della sede redigente. L’emendamento della maggioranza conferma la diretta streaming delle sedute pubbliche e stabilisce che la trasmissione radiofonica dell’intera seduta o di singoli argomenti di particolare interesse possa essere richiesta da almeno tre commissari, invece dei cinque previsti inizialmente. Matteo Rossi (PSD) spiega che la modifica nasce dal confronto con le opposizioni e serve a garantire questa facoltà anche ai gruppi di minoranza. Nicola Renzi (RF), pur mantenendo l’emendamento abrogativo legato alla contrarietà alla sede redigente, riconosce “una piccola ma significativa miglioria”, perché con tre firme anche l’opposizione può chiedere la diretta radiofonica. Sulla stessa linea Emanuele Santi (Rete), che definisce la riduzione della soglia “una scelta garantista” e sottolinea il valore della trasmissione per consentire ai cittadini di seguire audizioni e questioni di rilevanza pubblica. Le opposizioni, tuttavia, ritengono la modifica insufficiente rispetto al trasferimento di gran parte del procedimento legislativo nelle Commissioni. Matteo Casali (RF) afferma che la diretta risponde “a un’esigenza di trasparenza, non di visibilità”, ma considera la norma soltanto un contrappeso parziale rispetto alla sede redigente e alla tagliola sulla legge di bilancio. Antonella Mularoni (RF) osserva che la trasmissione radiofonica avrebbe dovuto essere automatica, senza la necessità di una richiesta, proprio perché nelle Commissioni si svolgeranno l’esame degli articoli e la discussione degli emendamenti. Giuseppe Maria Morganti (Libera) valuta invece la misura come un necessario contrappeso e sostiene che garantire maggiore trasparenza sui lavori delle Commissioni “non può che fare bene al nostro sistema democratico”. L’articolo 11 viene approvato e l’Aula passa all’emendamento aggiuntivo 11-bis, che introduce un membro supplente per ciascun gruppo consiliare nelle Commissioni permanenti, così da garantire la rappresentanza anche in caso di assenza o impedimento di un componente effettivo. Manuel Ciavatta (PDCS) spiega che la misura diventa necessaria con il rafforzamento delle Commissioni in sede redigente e assicura ai gruppi la possibilità di essere sempre presenti. La proposta raccoglie un consenso trasversale. Emanuele Santi (Rete) la definisce una soluzione “intelligente”, che tutela soprattutto i gruppi più piccoli, pur considerandola un modo per “addolcire un po’ la pillola” dopo il trasferimento della fase legislativa nelle Commissioni. Gaetano Troina (D-ML) la giudica “uno dei pochi elementi del progetto di legge” valutati positivamente, mentre Denise Bronzetti (AR) ricorda che nasce da un suggerimento di Alleanza Riformista e sottolinea che garantisce il diritto di partecipazione senza modificare gli equilibri tra maggioranza e opposizione. Antonella Mularoni (RF) considera l’articolo apprezzabile, ma chiede alcune precisazioni tecniche per i gruppi rappresentati da più commissari e sulle modalità di comunicazione della sostituzione. Nicola Renzi (RF) parla di una misura “compensativa”, utile ad attenuare ma non a risolvere i problemi determinati dalla sede redigente, mentre Matteo Casali (RF) la ritiene una norma di buon senso che avrebbe dovuto essere inserita fin dalla prima lettura. Fabio Righi (D-ML) valuta positivamente l’introduzione del supplente, soprattutto per i gruppi rappresentati da un solo commissario, ma considera la misura soltanto una correzione parziale di un impianto che continua a non condividere. L’emendamento aggiuntivo 11-bis viene approvato.
Il dibattito sull’articolo 12 torna a concentrarsi sulla sede redigente, destinata a diventare la procedura ordinaria per l’esame dei progetti di legge. Manuel Ciavatta (PDCS) spiega che l’esame in sede redigente si svolgerà sostanzialmente in due fasi: una fase di discussione generale e una di deposito degli emendamenti. “Questo significa che, invece di depositare gli emendamenti durante il dibattito in Commissione e passare immediatamente al loro esame, si concede più tempo per analizzarli anche al di fuori della Commissione consiliare. Dopo il dibattito e il deposito degli emendamenti, ci saranno quindi cinque giorni per l’analisi e poi inizierà la procedura di esame in Commissione”. Il confronto sull’articolo 13 si concentra sull’applicazione delle nuove regole ai progetti di legge già depositati. Il testo iniziale prevede che la riforma riguardi anche i provvedimenti già avviati nell’iter consiliare, suscitando la netta contrarietà delle opposizioni. Antonella Mularoni (RF) propone quindi di limitare l’applicazione ai progetti già depositati ma non ancora avviati nell’iter consiliare. La maggioranza accoglie l’apertura e, dopo una sospensione, riscrive la norma: le modifiche si applicano ai progetti già depositati, purché non ancora avviati nell’iter consiliare e non ancora discussi in prima lettura. L’emendamento abrogativo delle opposizioni viene respinto e l’articolo 13, nella nuova formulazione, viene approvato.
Nel finale spazio alle dichiarazioni di voto. Nicola Renzi (RF) sostiene che molti consiglieri non potranno più intervenire nel merito dei provvedimenti e contesta una riforma che, a suo giudizio, finisce per impoverire il confronto politico e la qualità della produzione normativa. “Mi dispiace veramente che quest’Aula e gli stessi consiglieri vogliano relegarsi sempre più, attraverso questo Regolamento, a un ruolo che non è quello del legislatore e della proposta normativa”, afferma. Renzi ricorda inoltre che la maggioranza ha eliminato alcune delle previsioni iniziali, come il vaglio preventivo sugli emendamenti e la forte riduzione dei tempi di intervento, ma ritiene che restino aspetti profondamente negativi. Critica anche la scelta di non rendere automaticamente pubbliche e trasmesse le sedute delle commissioni e accusa la maggioranza di voler trasformare i consiglieri in “meri e semplici spingibottoni”, privando anche gli elettori della possibilità di conoscere le loro posizioni sui temi più delicati. Gaetano Troina (D-ML) si sofferma invece sulle conseguenze concrete della sede redigente, evidenziando che proprio il confronto svolto durante l’esame della riforma ha permesso di correggere errori, modificare emendamenti e sistemare diverse disposizioni. Un lavoro che, osserva, sulle future leggi ordinarie non potrà più essere compiuto in Aula. “Si perde una grandissima occasione per svolgere un buon lavoro sul piano della produzione normativa”, afferma Troina, ricordando che nelle commissioni non sono presenti tutti i consiglieri e che potrebbero quindi mancare competenze professionali utili ad approfondire specifici provvedimenti. Per D-ML, la necessità di velocizzare i lavori non giustifica una compressione del confronto: sarebbe invece necessario organizzare meglio il lavoro e favorire una discussione preventiva, evitando emendamenti presentati all’ultimo momento. Troina annuncia quindi il voto contrario del gruppo, fatta eccezione per le poche disposizioni condivise anche dalle opposizioni. Sulla stessa linea Emanuele Santi (Rete), secondo il quale il progetto, nonostante le modifiche, rimane “una seria limitazione del diritto di parola e dei diritti democratici dei consiglieri”. Santi critica la scelta della maggioranza di procedere dopo un anno e mezzo di lavori della Commissione per le riforme istituzionali, rompendo l’equilibrio costruito in quella sede, e definisce l’impostazione originaria un “gran pastrocchio”. Pur ringraziando chi, all’interno della maggioranza, ha contribuito a eliminare le disposizioni più controverse, il consigliere di Rete ritiene inaccettabile che il lavoro sostanziale venga affidato ai quindici componenti delle commissioni, mentre gli altri quarantacinque possano soltanto partecipare al dibattito generale e al voto. Forte anche la contrarietà alla tagliola, destinata secondo Santi a incidere soprattutto sulla legge di bilancio, impedendo all’opposizione di utilizzare gli emendamenti per presentare proposte e spingere Governo e maggioranza a cercare una mediazione. “State dimenticando che in quest’Aula si deve fare politica. Siamo qui per fare politica, mediazione e proposte”, conclude Santi, confermando il voto convintamente contrario di Rete.
Gian Nicola Berti (AR), relatore unico della maggioranza, difende la riforma sostenendo che nasce dalle anomalie e dalle distorsioni accumulate nel funzionamento dell’Aula durante le ultime legislature. Porta come esempio l’attuale sessione consiliare: dopo quasi tredici giorni di lavori e con trenta commi all’ordine del giorno, il Consiglio arriva soltanto al quattordicesimo, peraltro dopo averne rinviati tre. Secondo Berti, anche le opposizioni hanno più volte riconosciuto la necessità di modificare il Regolamento, salvo poi assumere una posizione contraria nel dibattito. Il consigliere rivendica i tentativi compiuti dalla maggioranza per trovare una condivisione, ricordando gli incontri convocati anche alla presenza di San Marino RTV, e sottolinea che le regole approvate valgono per tutti, indipendentemente da chi si trovi al governo o all’opposizione. Ammette che la riforma “sotto alcuni aspetti, comprime determinate libertà dei consiglieri”, ma sostiene che di queste libertà si sia abusato, rendendo sempre più difficile portare avanti i provvedimenti e attuare i programmi presentati agli elettori. Berti respinge inoltre l’idea che la sede redigente rappresenti una novità rivoluzionaria, ricordando che è già prevista dal Regolamento: la riforma si limita a renderla la procedura ordinaria, lasciando comunque al Parlamento la possibilità di tornare, attraverso maggioranze qualificate, all’attuale modalità di esame. A suo giudizio, affidare alle commissioni l’esame degli articoli e degli aspetti tecnici non riduce la qualità del confronto, ma può migliorarla, perché in quelle sedi siedono consiglieri che seguono materie specifiche e hanno una preparazione nei rispettivi settori. Contesta quindi l’accusa di voler imporre il silenzio, precisando che tutti i consiglieri conservano il diritto di intervenire sia in prima lettura sia durante l’approvazione finale: “Non c’è quindi alcun silenzio. C’è una concezione diversa: in quest’Aula si discutono i temi generali, mentre nelle commissioni ci si confronta, si discutono e si modificano gli aspetti tecnici delle leggi”. Le disposizioni eliminate durante l’esame, aggiunge, non vengono definitivamente abbandonate, ma dovranno essere riprese dalla Commissione per le riforme istituzionali insieme ai temi dello status del consigliere, della presidenza dell’Aula e della Reggenza. Berti conclude rivendicando la necessità di restituire efficienza al Parlamento e criticando la qualità di molti interventi ascoltati in Aula: “Se è vero che il diritto di parola è sacro, è altrettanto vero che il diritto all’ascolto passa attraverso la qualità dell’intervento, qualità che molto spesso manca in quest’Aula”. Il progetto di legge è approvato con 36 voti favorevoli e 11 contrari.
Alle 20.00 i lavori vengono sospesi. Riprenderanno domani alle 9.00


