Politica

 I CapiFamiglia sull’Accordo San Marino-UE: “I cittadini devono potersi esprimere con un referendum”

In questi giorni si sono susseguite dichiarazioni pubbliche che descrivono l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea come un traguardo ormai raggiunto e come una scelta inevitabile, accompagnate da ricostruzioni che lasciano intendere che non esistessero alternative percorribili. Riteniamo doveroso offrire ai cittadini una diversa chiave di lettura, fondata non su slogan o celebrazioni, ma sul contenuto dell’Accordo e sulle sue reali implicazioni giuridiche, economiche e istituzionali. Un confronto autenticamente democratico richiede che tutte le posizioni possano essere espresse e valutate liberamente, affinché ogni sammarinese possa formarsi un’opinione consapevole su una delle decisioni più importanti nella storia recente della Repubblica.

Si continua a ripetere che “San Marino resterà uno Stato sovrano”. Sul piano formale nessuno lo mette in discussione. Il punto, però, è un altro. La sovranità non consiste soltanto nell’avere una bandiera, un territorio e il riconoscimento internazionale. La vera sovranità consiste nella possibilità di decidere autonomamente le proprie leggi e le proprie politiche, assumendosene la responsabilità davanti ai cittadini. Con questo Accordo, invece, una parte significativa della normativa destinata a disciplinare il mercato interno sammarinese deriverà dall’evoluzione del diritto dell’Unione Europea, al quale la Repubblica sarà chiamata ad adeguarsi pur non partecipando ai processi decisionali europei. San Marino non avrà rappresentanti nel Parlamento europeo, nella Commissione né nel Consiglio dell’Unione. Dovrà recepire norme alla cui formazione non avrà contribuito.

È questo il nodo centrale del dibattito, troppo spesso eluso. Si afferma che l’Accordo non modifica la nostra identità. Nessuno sostiene che possa cancellare oltre diciassette secoli di storia della più antica Repubblica del mondo. Ciò che modifica è il modo in cui verranno assunte molte decisioni destinate a incidere sull’economia, sulle imprese e sulla vita quotidiana dei sammarinesi, spostando progressivamente all’esterno una parte rilevante della produzione normativa. Viene inoltre evocato il rischio dell’isolamento, richiamando la stagione della black list e del mancato Memorandum con l’Italia. Si tratta di un paragone che non regge. Quelle vicende nacquero da specifiche problematiche di natura fiscale e dai rapporti bilaterali con l’Italia, non dall’assenza di un Accordo di Associazione con l’Unione Europea. Oggi San Marino è uno Stato riconosciuto a livello internazionale, conforme agli standard di trasparenza e già fortemente integrato nei rapporti economici con i Paesi europei. Nessuno ha mai dimostrato, con dati concreti, che senza questo Accordo il Paese sarebbe stato destinato all’isolamento.

Si sostiene inoltre che esistesse un’unica strada possibile. Anche questa è un’affermazione politica, non una verità oggettiva. Esistevano ed esistono altre modalità per rafforzare la competitività del Paese, migliorare i rapporti economici con l’Europa, semplificare il sistema amministrativo, attrarre investimenti e sostenere le imprese, senza accettare un meccanismo di integrazione normativa permanente così esteso. Si parla di certezza giuridica, ma si omette di spiegare ai cittadini che l’Accordo introduce un sistema di progressivo allineamento alle norme europee, con continui aggiornamenti degli allegati e con un ruolo determinante delle istituzioni dell’Unione nell’interpretazione delle disposizioni applicabili. Questo comporterà inevitabilmente costi amministrativi, economici e organizzativi che ricadranno sulla Repubblica e sul suo tessuto produttivo. Ma l’aspetto più grave resta un altro. Per anni è stato affermato che il confronto democratico rappresenta un valore imprescindibile. Eppure, proprio sulla scelta più importante per il futuro del Paese, ai cittadini è stato impedito di pronunciarsi direttamente. Se davvero l’Accordo rappresenta un’opportunità storica e gode di un consenso così ampio, perché negare ai sammarinesi la possibilità di confermarlo attraverso un referendum? Chi è davvero convinto della bontà delle proprie scelte non teme mai il giudizio del popolo.

Noi, “I CapiFamiglia”, continuiamo a credere che la sovranità appartenga ai cittadini e che la democrazia diretta non sia un ostacolo all’azione politica, bensì la sua più alta espressione. Per questo non intendiamo rassegnarci davanti a quella che riteniamo un inaccettabile arroganza istituzionale, né rinunciare a difendere il diritto dei sammarinesi di essere protagonisti delle decisioni che riguardano il futuro della loro Repubblica. La nostra battaglia sarà sempre condotta nel rispetto delle istituzioni e degli strumenti previsti dall’ordinamento, ma con la determinazione di chi non accetta che il popolo venga escluso dalle scelte fondamentali. Per questo motivo il Comitato I CapiFamiglia tornerà a breve davanti al Collegio Garante della Costituzionalità delle Norme con nuove iniziative, affinché siano pienamente tutelati i principi della democrazia diretta e il diritto dei cittadini sammarinesi a esprimersi sulle questioni che incidono sulla loro sovranità, sul loro ordinamento e sul futuro della Repubblica. La storia giudicherà le scelte di chi governa. Noi preferiamo che, prima della storia, possa giudicarle il popolo sammarinese.