Regolamento nel mirino, scoppia la guerra in Aula: “Vogliono mettere il bavaglio all’opposizione” (report della seduta di mercoledì 24 giugno)
Consiglio Grande e Generale – sessione 17-18-19-22-23-24 giugno 2026
Mercoledì 24 giugno 2026
Nella mattina di mercoledì 24 giugno i lavori del Consiglio Grande e Generale si soffermano sul comma 22: progetto di legge “Modifiche al Regolamento del Consiglio Grande e Generale” (presentato dai Gruppi Consiliari di Maggioranza e dal Consigliere Indipendente Giovanna Cecchetti).
Ad aprire i lavori è stato Andrea Menicucci (RF), che ha contestato la legittimità formale del progetto di legge sostenendo che il testo sia stato depositato come legge ordinaria e non qualificata, pur intervenendo sul Regolamento consiliare. Secondo il consigliere di Repubblica Futura, si determinerebbe così «un sovvertimento della gerarchia delle fonti» e per questo ha chiesto il ritiro del testo e il suo nuovo deposito come progetto di legge qualificata. Menicucci ha sostenuto che una norma di tale rango possa essere modificata soltanto attraverso «unico strumento idoneo a modificare una norma di pari grado quale una legge qualificata».
La Reggenza ha quindi disposto una sospensione dei lavori per consentire gli approfondimenti necessari e convocare un Ufficio di Presidenza ad horas. Alla ripresa della seduta ha comunicato che non esistono impedimenti all’avvio del dibattito, precisando che verranno effettuate tutte le verifiche necessarie durante l’iter di approvazione e in sede di promulgazione della legge. La Reggenza ha assicurato che vigilerà affinché l’intero procedimento si svolga «nel rispetto della Dichiarazione dei Diritti».
A illustrare il progetto di legge è stata Ilaria Bacciocchi (PSD), relatrice del provvedimento. La consigliera ha spiegato che la riforma nasce dall’esigenza di «razionalizzare e ottimizzare i lavori del Consiglio Grande e Generale» e di adeguare il funzionamento dell’istituzione alle esigenze emerse nelle ultime legislature. Secondo Bacciocchi, l’attività d’Aula rischia spesso di risultare appesantita da «tempi di discussione eccessivamente dilatati e da tecnicismi procedurali» che rallentano l’attività legislativa. La relatrice ha individuato quattro pilastri della riforma: il controllo preventivo di ammissibilità degli emendamenti, una diversa gestione dei lavori inevasi, il rafforzamento del ruolo delle Commissioni permanenti attraverso la sede redigente e la razionalizzazione dei tempi di parola. L’obiettivo finale, ha affermato, è quello di «svincolare i lavori consiliari dalle catene dell’iper-formalismo e dei tecnicismi».
A nome del Governo è intervenuto il Segretario di Stato Stefano Canti, che ha espresso pieno sostegno al progetto. Canti ha osservato come le sedute consiliari siano diventate sempre più lunghe e complesse e ha sottolineato la necessità di dotarsi di strumenti che consentano di affrontare tutti gli argomenti all’ordine del giorno. «Il diritto di parola rimane garantito a tutti», ha assicurato, spiegando che la finalità della riforma non è limitare il confronto ma renderlo più efficace e funzionale all’attività legislativa.
Massimo Andrea Ugolini (PDCS) ha ricordato che la revisione del Regolamento rappresenta uno degli obiettivi politici indicati dalla maggioranza fin dall’inizio della legislatura. Il consigliere ha spiegato che la riforma punta a eliminare sovrapposizioni e duplicazioni nell’iter legislativo e a valorizzare il ruolo delle Commissioni permanenti. «La discussione politica si svolge in Aula, mentre la parte più tecnica viene affrontata in Commissione», ha affermato.
Michele Muratori (Libera) ha difeso la necessità di intervenire sul Regolamento richiamando le difficoltà emerse durante le recenti sessioni consiliari. «Non esiste alcuna volontà di zittire l’opposizione», ha dichiarato, sostenendo che il problema riguardi piuttosto la durata dei lavori e la frequente ripetizione degli stessi concetti..
Luca Lazzari (PSD) ha collocato il dibattito sul piano più generale del funzionamento della politica contemporanea. Secondo il consigliere, spesso le riforme vengono osteggiate per il timore della polemica immediata e della semplificazione mediatica. Ha respinto le accuse di voler comprimere gli spazi democratici sostenendo che «non stiamo togliendo diritti» ma cercando di evitare che le procedure diventino «uno strumento di blocco permanente».
La prima dura replica dell’opposizione è arrivata da Antonella Mularoni (RF), che ha insistito sulla questione preliminare della natura giuridica del testo. «Qui abbiamo un problema di gerarchia delle fonti grande come una casa», ha affermato, sostenendo che una legge qualificata possa essere modificata soltanto da una legge qualificata.
Mirko Dolcini (D-ML) ha definito «imbarazzante» la scelta di presentare una legge ordinaria per modificare una legge qualificata. Per il consigliere l’errore formale si traduce in un problema sostanziale. Nel merito, ha contestato il nuovo ruolo attribuito all’Ufficio di Segreteria nella valutazione degli emendamenti e il trasferimento dell’esame legislativo alle Commissioni. «Questo toglie centralità al Consiglio e ai singoli consiglieri», ha sostenuto, esprimendo particolare preoccupazione per il ruolo dei consiglieri indipendenti.
Alla critica delle opposizioni ha replicato Gian Nicola Berti (AR), che ha respinto la contestazione sulla natura della legge definendola una polemica strumentale. «La natura di una legge è data dall’iter legislativo e soprattutto dal quorum di approvazione», ha sostenuto, ricordando precedenti analoghi verificatisi nelle passate legislature. Berti ha accusato le opposizioni di concentrarsi sugli aspetti formali per evitare il confronto sul merito della riforma.
Emanuele Santi (Rete) ha invece insistito sulla contestazione formale, sostenendo che nel 2021 i progetti di modifica del Regolamento riportassero esplicitamente la qualifica di legge qualificata. Secondo il consigliere, la maggioranza avrebbe scelto di accelerare l’iter perché infastidita dall’attività dell’opposizione. «State togliendo dignità al consigliere e democrazia al Paese», ha affermato, accusando la maggioranza di voler limitare il dibattito parlamentare.
Dalibor Riccardi (Libera), pur riconoscendo che alcune proposte potrebbero risultare utili dal punto di vista organizzativo, ha preso le distanze dal metodo adottato. «Questo è un metodo che non mi appartiene affatto», ha dichiarato, sostenendo che le regole del gioco non possano essere modificate unilateralmente. Riccardi ha chiesto un percorso maggiormente condiviso e ha annunciato che valuterà il testo alla luce del confronto che si svilupperà nelle prossime settimane.
Lorenzo Bugli (PDCS) ha invitato l’Aula a «riportare un attimo tutto alla ragione», sostenendo che il tema dell’efficienza dei lavori parlamentari sia sentito anche dalla cittadinanza. Pur ribadendo la necessità di una maggiore condivisione, ha criticato gli attacchi personali rivolti alla maggioranza e ha sostenuto che il confronto debba mantenersi sul piano politico e istituzionale. «Le regole devono essere condivise perché in un campionato devono valere per tutte le squadre», ha affermato.
Matteo Casali (RF) ha contestato con forza la narrazione secondo cui le opposizioni sarebbero pregiudizialmente contrarie a qualsiasi revisione del Regolamento. Il consigliere ha sostenuto che la qualità della politica non possa essere imposta per legge e ha definito il progetto l’espressione di «una malcelata intolleranza di una maggioranza che è in difficoltà». Secondo Casali, dietro l’obiettivo dichiarato dell’efficienza si nasconderebbe il tentativo di limitare la capacità di intervento delle minoranze.
Oscar Mina (PDCS) ha invece difeso l’impianto della riforma, sostenendo che essa non sia rivolta contro alcuna forza politica ma punti a migliorare la capacità decisionale delle istituzioni. «L’obiettivo non è comprimere il confronto democratico, ma renderlo più ordinato, efficace e produttivo», ha dichiarato.
Guerrino Zanotti (Libera) ha assunto una posizione più riflessiva, ribadendo di non essere contrario a un intervento sul Regolamento ma invitando a partire da una domanda fondamentale: «Questo organismo funziona davvero al meglio?». Secondo Zanotti, il tema non può essere ridotto alla sola questione dei tempi di parola. Il consigliere ha suggerito di riflettere anche su strumenti che favoriscano il confronto preventivo tra le forze politiche.
Ilaria Bacciocchi (PSD), intervenendo nuovamente nel dibattito, ha respinto le contestazioni sulla natura giuridica del provvedimento sostenendo che la distinzione tra legge ordinaria e qualificata dipenda dal contenuto della norma e dalla maggioranza richiesta per la sua approvazione. «Stiamo discutendo del nulla», ha affermato, definendo la questione un eventuale errore materiale correggibile nel corso dell’iter.
Carlotta Andruccioli (D-ML) ha contestato duramente questa impostazione, accusando la maggioranza di «calpestare il rispetto della gerarchia delle fonti». Secondo la consigliera, la natura qualificata di una legge non può essere determinata dalla maggioranza con cui viene approvata. Andruccioli ha inoltre criticato la riforma nel merito, sostenendo che essa riduca il ruolo del Consiglio e irrigidisca il procedimento legislativo.
Denise Bronzetti (AR) ha riportato il dibattito sul tema dello status del consigliere, individuando in questo uno dei nodi centrali della discussione. «Il tema centrale è lo status del consigliere», ha affermato, osservando che il crescente impegno richiesto dall’attività politica rende sempre più difficile conciliare il mandato istituzionale con il lavoro professionale.
Gemma Cesarini (Libera), più prudente invece sul passaggio alla sede redigente, ha riconosciuto che il nuovo sistema potrebbe creare difficoltà ai consiglieri indipendenti. Pur sostenendo che «a volte parliamo troppo», Cesarini ha invitato a evitare una compressione eccessiva dei tempi di intervento e a valutare possibili correttivi.
Paolo Crescentini (PSD) ha respinto le insinuazioni su presunti poteri esterni e ha riconosciuto la necessità di intervenire sul Regolamento, ma ha avvertito che «intervenire con la mannaia non è affatto una cosa giusta». Crescentini ha ricordato come negli anni sia cambiato il modo di fare politica in Aula, con una crescita significativa dei tempi di discussione
Maria Katia Savoretti (RF) ha definito il progetto «una sorpresa del tutto inaspettata», soprattutto alla luce del lavoro svolto negli ultimi mesi dalla Commissione speciale per le riforme istituzionali. Secondo la consigliera, la maggioranza avrebbe scelto di «scavalcare la Commissione» senza alcun confronto preventivo con le opposizioni.
Iro Belluzzi (Libera) ha collegato direttamente il progetto di legge al dibattito sviluppatosi il giorno precedente sulla relazione della Commissione per le riforme istituzionali. Per Belluzzi il problema principale è di metodo: «Questo progetto di legge non andava portato in questo momento». Il consigliere ha sostenuto che una riforma del Regolamento dovrebbe essere preceduta da una definizione condivisa del ruolo del consigliere e dell’organizzazione complessiva del Parlamento.
Gaetano Troina (D-ML) ha riportato la discussione sul piano giuridico, richiamando la Dichiarazione dei Diritti e la disciplina della gerarchia delle fonti. «La forma è sostanza», ha affermato, sostenendo che il Parlamento debba essere il primo soggetto a rispettare rigorosamente le procedure. Troina ha ricordato la lunga fase di confronto che accompagnò le modifiche regolamentari del 2021, evidenziando come l’attuale progetto sia invece nato senza un reale coinvolgimento delle opposizioni.
Francesca Civerchia (PDCS) ha spostato il focus sul piano etico e istituzionale, invitando tutte le forze politiche a distinguere tra critica politica e attacco personale. «Nessun regolamento potrà mai sostituire il senso dello Stato», ha affermato, criticando quella che ha definito la crescente diffusione della “tecnica del sospetto” nel confronto politico.
Giulia Muratori (Libera), pur riconoscendo la necessità di aggiornare il funzionamento del Consiglio, la consigliera ha evidenziato come la ricerca dell’efficienza non possa sacrificare la qualità del confronto democratico. Ha inoltre difeso il ruolo delle Commissioni permanenti, ma ha avvertito che «la sintesi politica deve continuare a trovarsi qui, in quest’aula»..
Gian Carlo Venturini (PDCS) ha richiamato la propria lunga esperienza parlamentare, osservando come ogni revisione del Regolamento abbia storicamente generato le stesse accuse da parte delle opposizioni. «Qualcosa si deve fare necessariamente», ha affermato, sostenendo che il Consiglio debba trovare modalità più efficienti di organizzazione dei lavori.
Luca Boschi (Libera) ha osservato che «non è la quantità di tempo a fare la differenza», ma la qualità degli interventi e la capacità dei consiglieri di affrontare il merito dei provvedimenti. Boschi ha indicato come esempio positivo il recente esame della legge sulla pianificazione strategica territoriale.
Tomaso Rossini (PSD) ha definito il Regolamento «lo strumento fondamentale che disciplina il modo in cui quest’aula discute, decide e controlla l’operato del Governo». Secondo Rossini, il problema delle lungaggini e delle ripetizioni è reale e richiede una risposta. «Ridurre i tempi significa chiedere più sintesi, più qualità e più responsabilità», ha affermato.
Enrico Carattoni (RF) ha formulato una delle critiche più dure alla riforma. Secondo il consigliere, il progetto rappresenta il tentativo di «abbassare costantemente il livello e la qualità del confronto democratico».
Giovanni Francesco Ugolini (PDCS) ha riportato il dibattito sulle finalità dichiarate della riforma. Il consigliere ha sostenuto che il progetto nasce dalla necessità di «rendere il lavoro di quest’aula più efficace, più ordinato e più vicino alle reali necessità del Paese».
Giovanna Cecchetti, indipendente di maggioranza, ha ricordato che «le regole del gioco riguardano tutti» e ha auspicato un confronto aperto prima della seconda lettura, affinché il testo possa essere ulteriormente migliorato attraverso contributi condivisi.
Michela Pelliccioni, indipendente di opposizione, ha definito il progetto «zoppo all’origine», sostenendo che affronti gli effetti senza aver prima definito il ruolo del consigliere, del Parlamento e delle future dinamiche istituzionali.
Gian Matteo Zeppa (Rete) ha parlato apertamente di un tentativo di «zittire le voci critiche», accusando la maggioranza di voler ridurre gli spazi di confronto politico e limitare il ruolo delle opposizioni.
Fabio Righi (D-ML) ha ribadito che «le regole esistono per essere rispettate» e ha contestato il metodo seguito nella predisposizione del testo, giudicato insufficiente sotto il profilo del confronto istituzionale.
Matteo Rossi (PSD) ha invitato tutte le forze politiche a mantenere «un confronto costruttivo e sano», evitando irrigidimenti e contrapposizioni pregiudiziali e privilegiando il dialogo nell’interesse delle istituzioni.
Giuseppe Maria Morganti (Libera) ha richiamato il valore del confronto parlamentare, sostenendo che «la democrazia fa a pugni con l’efficientismo» quando quest’ultimo diventa l’unico criterio di valutazione dell’attività politica.
Manuel Ciavatta (PDCS) ha difeso le innovazioni contenute nel progetto osservando che «troppo spesso gli emendamenti vengono presentati con l’unico scopo di rallentare i lavori dell’Aula», generando lungaggini procedurali e ritardi legislativi.
Nella replica finale Gian Nicola Berti (AR) ha ribadito che «non vogliamo mettere il bavaglio a nessuno» e ha rinnovato la disponibilità della maggioranza a confrontarsi con l’opposizione prima della seconda lettura del provvedimento e delle successive valutazioni.
Di seguito un estratto dei lavori
Comma 22: progetto di legge “Modifiche al Regolamento del Consiglio Grande e Generale” (presentato dai Gruppi Consiliari di Maggioranza e dal Consigliere Indipendente Giovanna Cecchetti).
Andrea Menicucci (RF): Userò solo un minuto perché come Repubblica Futura vorremmo avanzare una questione preliminare di legalità sul progetto di legge che ci accingiamo a esaminare in prima lettura. Si tratta infatti di un progetto di legge ordinario: non vi è alcuna indicazione che si tratti di un progetto di legge qualificata. Questo è specificato sia nel titolo, dove si parla semplicemente di progetto di legge, sia sul sito del Consiglio Grande e Generale, dove non compare la dicitura “progetto di legge qualificata”. A noi sembra che vi sia un sovvertimento della gerarchia delle fonti nel momento in cui si tenta di utilizzare un progetto di legge ordinario per modificare una legge qualificata, quale è il Regolamento consiliare del nostro Consiglio Grande e Generale. Riteniamo che questa sia una questione preliminare da affrontare prima della lettura del progetto di legge e crediamo inoltre che una situazione di questo tipo non sia sanabile con un emendamento successivo. Per questo chiediamo il ritiro del testo e il suo nuovo deposito come progetto di legge qualificata, unico strumento idoneo a modificare una norma di pari grado quale una legge qualificata. Vi chiedo scusa, Eccellenze, per aver sottratto questo tempo all’apertura dei lavori, ma ci sembrava una questione assolutamente meritevole di essere sollevata.
Ecc. Reggenza: Interrompiamo per un momento i lavori per procedere alle necessarie verifiche, perché in passato si sono già presentate situazioni analoghe. Sospendiamo quindi brevemente la seduta, effettuiamo gli accertamenti necessari e successivamente riprenderemo i lavori, attivando eventualmente il dibattito sulla questione.
I lavori vengono sospesi per un UDP ad horas.
Ecc.Reggenza: In Ufficio di Presidenza abbiamo analizzato la situazione e la Reggenza precisa che vigilerà sul corretto svolgimento dell’iter di approvazione della legge. Sarà quindi cura della Reggenza verificare che tutto avvenga nel rispetto della Dichiarazione dei Diritti e, nella fase di approvazione finale della legge e successivamente in sede di promulgazione, verranno effettuati tutti i dovuti approfondimenti e le necessarie verifiche. Tuttavia, nulla osta oggi all’avvio dell’esame e del dibattito sul progetto di legge presentato dai gruppi di maggioranza e dal consigliere indipendente Giovanna Cecchetti.
Ilaria Bacciocchi (PSD): Il presente progetto di legge introduce mirate e significative modifiche alla Legge Qualificata 20 agosto 2018 n. 3 (“Regolamento del Consiglio Grande e Generale”). L’iniziativa nasce dall’esigenza, ampiamente emersa nel corso delle recenti legislature, di razionalizzare e ottimizzare i lavori del Consiglio Grande e Generale, sulla base delle evoluzioni avvenute nell’attività istituzionale. Promosso dalle forze di maggioranza, esso si colloca inoltre in piena coerenza con gli indirizzi politico-programmatici assunti all’avvio della XXXI Legislatura: la revisione e l’aggiornamento dei meccanismi di funzionamento del Consiglio Grande e Generale erano infatti già espressamente richiamati nel Programma di Governo, quale intervento necessario per rendere più efficiente, ordinata e incisiva l’attività istituzionale e parlamentare. L’esperienza più recente ha infatti evidenziato come l’attività d’Aula rischi talvolta di rimanere appesantita da tempi di discussione eccessivamente dilatati e da tecnicismi procedurali che, lungi dal garantire la qualità del prodotto normativo, finiscono per rallentare i lavori parlamentari e indebolire l’efficacia complessiva dell’azione consiliare. Tale dinamica produce il duplice effetto negativo di disperdere tempo prezioso e di spostare l’attenzione dei Consiglieri su questioni di carattere meramente formale, anziché sul merito politico e sostanziale dei provvedimenti. Ne deriva il rischio che il Consiglio Grande e Generale venga percepito non come il luogo alto del confronto democratico e della decisione pubblica, ma come una sede di dibattito eccessivamente protratto, nella quale la durata degli interventi finisce talvolta per prevalere sulla loro effettiva capacità di incidere. Ciò può contribuire ad allontanare l’attenzione dei cittadini dai lavori consiliari, riducendo l’ascolto e la partecipazione rispetto a un’istituzione che deve invece rimanere centrale, autorevole e riconoscibile nella vita democratica della Repubblica. Al contrario, il Consiglio Grande e Generale deve essere preservato nella sua funzione originaria: un luogo in cui i rappresentanti del popolo possano concentrarsi sul dibattito politico di alto livello, confrontarsi sulle linee strategiche del Paese e operare in modo più concreto, ordinato ed efficace per il bene della Repubblica. In tale prospettiva, assume particolare rilievo il rafforzamento del ruolo delle Commissioni Consiliari Permanenti, chiamate a divenire sedi sempre più qualificate di approfondimento, confronto tecnico-politico e affinamento dei testi normativi. La valorizzazione della fase redigente consente di concentrare in Commissione l’esame puntuale degli articoli e degli emendamenti, alleggerendo l’Aula dall’analisi minuta dell’articolato senza comprimere la centralità del Consiglio Grande e Generale, al quale restano riservati il dibattito generale e la votazione finale del provvedimento. Le Commissioni vengono così rafforzate non come sedi sostitutive, ma come strumenti funzionali a rendere più ordinato, efficace e consapevole l’intero procedimento legislativo. Il progetto di legge interviene quindi per rendere più snelli i lavori consiliari e ridefinire i compiti degli organismi consiliari attraverso quattro direttrici fondamentali, qui di seguito esplicitate nel dettaglio: 1. Controllo tecnico-finanziario e ammissibilità degli emendamenti (Articolo 1) Al fine di evitare rallentamenti e ostruzionismi d’Aula causati da proposte emendative prive della necessaria copertura contabile o non conformi ai principi di coordinamento normativo, la riforma introduce un filtro preventivo di fondamentale importanza. • Il nuovo compito dell’Ufficio di Segreteria: Viene modificato l’articolo 9 del Regolamento vigente inserendo la lettera h-bis, la quale attribuisce formalmente all’Ufficio di Segreteria il potere-dovere di pronunciarsi preventivamente sulla legittimità e sull’ammissibilità degli emendamenti riferiti sia ai progetti di legge sia ai decreti-legge sottoposti a ratifica. • Integrazione tecnica dell’organismo: per garantire che tale valutazione sia ancorata a rigorosi criteri di fattibilità tecnica e stabilità finanziaria – e per sottrarla a logiche di mera discrezionalità politica – la composizione dell’Ufficio di Segreteria viene strutturalmente integrata. Alle sedute siederanno stabilmente il Dirigente dell’Ufficio Segreteria Istituzionale (o suo delegato) e il Dirigente della Ragioneria Generale dello Stato (o suo delegato). In questo modo, le proposte emendative arriveranno all’esame dell’Aula già munite di un preventivo e autorevole “visto” di sostenibilità tecnica e finanziaria. 2. Gestione flessibile e strategica dei lavori inevasi (Articolo 2) Il testo interviene sull’articolo 20 modificando radicalmente il meccanismo di gestione degli ordini del giorno da una sessione consiliare all’altra, attraverso l’abrogazione del comma 3. • Superamento del vincolo automatico: Il Regolamento attuale impone l’iscrizione automatica – e con priorità assoluta – dei commi rimasti inevasi nella sessione precedente all’inizio della sessione successiva. Questo rigido automatismo ha spesso ingessato la programmazione politica, costringendo l’Aula a trascinarsi argomenti non più attuali o a posticipare urgenze sopravvenute. • Introduzione della flessibilità strategica: Con la riforma, la gestione dei commi inevasi viene sottratta agli automatismi burocratici e riconsegnata alla responsabilità politica dell’Ufficio di Presidenza. Quest’ultimo, con una maggioranza qualificata dei due terzi, potrà decidere di volta in volta come rimodulare l’ordine del giorno, valutando l’effettiva priorità dei punti d’esame e garantendo così una programmazione dei lavori consiliari fluida, dinamica e aderente alle reali contingenze dello Stato. 3. Riforma del procedimento legislativo: il decentramento in Sede Referente e Redigente (Articoli 3 e successivi) Il nucleo centrale della riforma punta a modificare gli articoli 27, 28, 29, 30, 31, 32 e correlati, ridisegnando l’iter di formazione della legge per valorizzare il lavoro istruttorio ed evitare la paralisi delle sedute plenarie. • L’istituzionalizzazione delle Commissioni in sede Redigente: La vera svolta organizzativa consiste nel demandare stabilmente alle Commissioni Consiliari Permanenti l’esame analitico, la discussione e la votazione dei singoli articoli di un progetto di legge, nonché dei relativi emendamenti (Sede Redigente), oltre alla classica funzione istruttoria (Sede Referente). Lo spostamento del minuzioso esame tecnico-articolato nelle sedi commissariali permette di sfruttare al meglio le competenze specialistiche dei commissari e di liberare l’Aula da ore di stancanti votazioni parcellizzate. • Preservazione della sovranità d’Aula e Riserve di legge: Questo forte decentramento operativo non intacca minimamente la centralità del Consiglio Grande e Generale. Una volta approvato l’articolato in Commissione e depositata la relazione (unificata o di minoranza), il progetto di legge torna in Aula esclusivamente per il dibattito generale e per la votazione finale del testo nel suo complesso. Inoltre, la riforma prevede una rigida “riserva d’Aula”: l’esame decentrato in Commissione è tassativamente escluso per le materie di rango costituzionale e istituzionale, per la materia elettorale, per i bilanci dello Stato, i consuntivi e la legge finanziaria, che dovranno continuare a seguire l’iter ordinario dinanzi all’Assemblea plenaria. 4. Razionalizzazione dei tempi di parola e nuovi strumenti procedurali (Articoli 30-bis, 33-bis e 36) Per completare il quadro di ottimizzazione dei lavori e garantire la certezza dei tempi della decisione politica, il progetto introduce istituti innovativi e rimodula i tempi di parola (interventi normativi sull’art. 36 e introduzione degli articoli 30-bis e 33-bis). • Contenimento dei tempi d’intervento: L’esperienza ha dimostrato come interventi eccessivamente lunghi o la reiterazione di dichiarazioni analoghe possano rallentare l’efficacia d’Aula senza aggiungere valore al confronto. La riforma ricalibra i tempi massimi di parola consentiti ai singoli Consiglieri e ai rappresentanti dei Gruppi, stimolando la capacità di sintesi ed elevando la qualità politica degli interventi. • Istituzione di nuovi filtri d’Aula (30-bis e 33-bis): L’introduzione di questi nuovi articoli risponde alla necessità di dotare la Presidenza e l’Aula di strumenti agili per la gestione ordinata delle sedute, definendo con precisione le modalità di replica, le questioni procedurali e l’ordine delle votazioni. Si punta così a un equilibrio virtuoso: tutelare pienamente il diritto democratico di espressione delle minoranze e, al contempo, salvaguardare il superiore dovere di efficienza ed operatività che i cittadini richiedono alle istituzioni. In conclusione, la proposta normativa in esame non intende stravolgere l’impianto democratico e garantista del testo del 2018, bensì aggiornarne i meccanismi e gli ingranaggi procedurali. Svincolare i lavori consiliari dalle catene dell’iper-formalismo e dei tecnicismi permetterà al Consiglio Grande e Generale di esercitare le proprie alte funzioni con rinnovata fluidità, concretezza ed efficacia, offrendo risposte tempestive e di alta qualità tecnica alle complesse sfide del tempo presente. Certi che lo spirito di cooperazione istituzionale e il comune orientamento alla concretezza guideranno l’esame di questo articolato, se ne auspica un celere e favorevole accoglimento da parte del Consiglio Grande e Generale.
Segretario di Stato Stefano Canti: Come Governo siamo l’organo esecutivo, mentre il Consiglio Grande e Generale rappresenta l’organo legislativo e ha piena facoltà di modificare le leggi quando ritiene che ciò sia necessario. Rispetto a questa proposta di modifica del Regolamento, presentata dalla maggioranza, il Governo non può che concordare. Concordiamo perché tutti vediamo come le sedute del Consiglio Grande e Generale si prolunghino sempre più, sia per la mole dei lavori sia per il numero degli argomenti e dei provvedimenti iscritti all’ordine del giorno. Se guardiamo anche al contesto europeo, notiamo che il nostro Consiglio Grande e Generale è ampiamente rappresentativo delle forze politiche emerse dalle elezioni, ma osserviamo anche che in molti altri contesti i dibattiti sono molto più contenuti, sia per il numero inferiore dei rappresentanti sia per tempi di intervento più limitati. Faccio un esempio: recentemente sono stato a Strasburgo e ho potuto constatare come gli interventi siano contingentati a tre minuti e come intervenga un solo rappresentante per ciascun Paese. È un esempio diverso dal nostro contesto, ma rende l’idea di come altrove i dibattiti siano molto più contenuti. Credo quindi che, per evitare discussioni eccessivamente lunghe e la ripetizione degli stessi concetti, e per rendere più snelli i lavori consiliari consentendo di affrontare compiutamente tutti gli argomenti iscritti all’ordine del giorno, questo progetto di legge possa contribuire a raggiungere tale obiettivo. Il Governo vuole dare risposte ai provvedimenti che sottopone all’aula e ritiene che maggiore concretezza e snellezza nei lavori consiliari vadano in questa direzione. La ratio della riforma non è togliere il diritto di parola a qualcuno, perché il diritto di parola rimane garantito a tutti, ma rispondere a una reale esigenza di efficienza. Per queste ragioni il Governo concorda con l’impostazione del progetto di legge. Rimango a disposizione per eventuali chiarimenti che dovessero emergere nel corso del dibattito e mi riservo di intervenire nuovamente in sede di replica.
Massimo Andrea Ugolini (PDCS): La modifica del Regolamento consiliare rappresenta un indirizzo politico che questa maggioranza si era data fin dall’inizio della XXXI legislatura. Ne avevamo discusso sin dall’avvio della legislatura, individuando tra gli obiettivi proprio quello di semplificare ed efficientare i lavori del Consiglio Grande e Generale. Questo tema era stato portato anche all’interno della Commissione per le riforme istituzionali ed è stato inserito nell’agenda politica della maggioranza, tanto da essere richiamato anche nella conferenza di fine anno successiva all’approvazione del bilancio. Riteniamo infatti importante intervenire su un aspetto che riguarda direttamente il funzionamento del Consiglio Grande e Generale, cercando di eliminare sovrapposizioni di attività che molto spesso determinano un allungamento significativo dell’intero iter legislativo. Dal punto di vista politico riteniamo quindi necessario intervenire. Prima del deposito del progetto di legge sono stati organizzati diversi incontri dalla maggioranza. Vi è stato un primo confronto con le forze politiche di opposizione, mentre un secondo incontro non è stato possibile svolgerlo. Questa è una prima lettura di una legge qualificata che modifica il Regolamento consiliare e la nostra volontà è quella di promuovere ulteriori momenti di confronto tra la prima e la seconda lettura, nel tentativo di individuare possibili convergenze sugli aspetti che riteniamo fondamentali per migliorare i lavori consiliari. Uno degli elementi qualificanti del progetto, come illustrato nella relazione letta dal consigliere Bacciocchi, è l’individuazione della sede redigente come modalità ordinaria di lavoro delle Commissioni. L’obiettivo è attribuire maggiore responsabilità a chi opera all’interno delle Commissioni stesse. In quella sede viene affrontata tutta la parte più tecnica in modo approfondito, prevedendo anche una sospensione prima del deposito degli emendamenti affinché maggioranza e opposizione possano esaminare con attenzione tutte le proposte presentate. È previsto inoltre un vaglio di carattere legislativo e formale da parte della Segreteria istituzionale e dell’Ufficio Studi Legislativi, proprio per verificare la correttezza normativa e migliorare la qualità tecnica dei testi. Successivamente al Consiglio Grande e Generale viene demandata la scelta politica. La discussione politica si svolge quindi in aula, mentre la parte più tecnica viene affrontata in Commissione, evitando duplicazioni e ripetizioni di questioni già esaminate. Come maggioranza siamo disponibili anche a valutare strumenti che garantiscano la massima trasparenza. Ad esempio, poiché le Commissioni dispongono già della diretta streaming web ma non di quella radiofonica, si potrebbe prevedere, per argomenti di particolare interesse, la trasmissione radiofonica dei lavori commissariali. Del resto ciò avviene già per le audizioni previste dal Regolamento consiliare. Se vi fosse una richiesta, ad esempio da parte di una quota qualificata dei commissari presenti, non vedo difficoltà a prevedere anche questo strumento. Gli aspetti più tecnici verrebbero così discussi in Commissione, mentre in aula si svolgerebbe il confronto politico. Per quanto riguarda i tempi degli interventi, è stato svolto un lavoro di ridefinizione sul quale esiste comunque disponibilità al confronto, per capire come rendere più funzionale l’attività dell’aula. Un altro tema riguarda le leggi ordinarie, in particolare quelle di bilancio e di assestamento. Al netto dei formalismi relativi al deposito degli emendamenti e alle coperture finanziarie, riteniamo opportuno individuare una tempistica oltre la quale possa essere introdotta una mozione finalizzata a trovare una sintesi, evitando il ripetersi di sedute notturne interminabili che finiscono per produrre testi normativi di difficile lettura e applicazione anche per la pubblica amministrazione. Crediamo sia più utile svolgere un lavoro preventivo e di sintesi, evitando maratone consiliari infinite in occasione del bilancio o dell’assestamento. Per quanto ci riguarda, abbiamo depositato questo progetto di legge e siamo disponibili al confronto anche in un’ottica di condivisione. Vi è inoltre l’aspetto relativo ai gruppi consiliari più piccoli che potrebbero avere difficoltà a garantire una presenza costante nelle Commissioni. Potrebbe quindi essere valutata la possibilità di individuare un supplente del membro effettivo, così da assicurare una rappresentanza continua nei lavori commissariali. Riteniamo però fondamentale evitare duplicazioni, ripetizioni degli stessi argomenti e un’eccessiva dilatazione dei tempi del Consiglio Grande e Generale. Abbiamo inoltre introdotto tempistiche certe per la prima lettura, la seconda lettura e il lavoro in Commissione, affinché l’intero iter legislativo possa svilupparsi entro termini definiti e prevedibili. Per queste ragioni ci rimettiamo al dibattito dell’aula.
Michele Muratori (Libera): Va detto che, pur essendo trascorsi due anni dall’inizio della legislatura, di questo tema si parla già da tempo; era presente anche nel programma di Governo e si inserisce nel percorso di efficientamento dei lavori del Consiglio Grande e Generale. La novità principale introdotta riguarda proprio una riflessione approfondita sulle tempistiche e sulle modalità di svolgimento dei dibattiti all’interno dell’aula. Voglio sgombrare il campo da ogni equivoco: non esiste alcuna volontà di zittire l’opposizione. Questa proposta nasce dall’esigenza concreta di rendere più efficiente il funzionamento del Consiglio. È sotto gli occhi di tutti che in una sessione consiliare come quella di questo mese, articolata su sei giornate, si sia riusciti a trattare soltanto circa la metà degli argomenti iscritti all’ordine del giorno. Questo significa che il dibattito è stato certamente sentito e partecipato, ma evidenzia anche un problema legato ai tempi, con frequenti sovrapposizioni di temi e una continua ripetizione degli stessi concetti negli interventi. Non significa limitare la libertà di espressione di qualcuno, ma riflettere sul tempo a disposizione per intervenire. Chi ha avuto l’onore di rappresentare la Repubblica di San Marino negli organismi internazionali sa bene che spesso i tempi concessi per gli interventi non superano i tre minuti. Ci troviamo a discutere di questioni enormi, come la situazione palestinese o la guerra in Ucraina a seguito dell’aggressione russa, avendo a disposizione soltanto pochi minuti. Questo avviene perché si vuole garantire a tutti la possibilità di esprimere la propria opinione, pur entro limiti temporali ben definiti. Se guardiamo l’altra faccia della medaglia, capita spesso che anche noi della maggioranza siamo costretti a rinunciare a intervenire, soprattutto durante la discussione della legge finanziaria, perché altrimenti il dibattito si prolungherebbe oltre misura e si rischierebbe di non arrivare all’approvazione del provvedimento. Anche questo è un aspetto che va considerato. Vi sono occasioni in cui consiglieri della maggioranza vorrebbero intervenire su emendamenti presentati dall’opposizione ma, per esigenze di tempo, non possono farlo. Un altro elemento importante è il passaggio dalla sede referente alla sede redigente. Va però precisato che resta la possibilità, per particolari progetti di legge, di richiedere il ritorno alla sede referente. Personalmente, ciò che mi lascia più perplesso è la creazione di ulteriori sovrastrutture. È evidente che il Parlamento rappresenta la sede principale del confronto politico, ma esistono anche le Commissioni, e soprattutto le quattro Commissioni permanenti svolgono un lavoro fondamentale. È lì che si sviluppa il confronto tra prima e seconda lettura di un progetto di legge, è lì che si effettua la principale scrematura degli emendamenti e spesso le Commissioni lavorano per diversi giorni sugli stessi testi normativi. Ritornare poi in Consiglio e ricominciare da capo l’esame di tutti gli articoli rischia di trasformarsi in una sovrastruttura che appesantisce ulteriormente il procedimento. È vero che non bisogna spettacolarizzare il Consiglio Grande e Generale, ma una delle osservazioni che più frequentemente ci vengono rivolte dai cittadini è che il Consiglio, proprio a causa della ridondanza dei concetti e del ripetersi degli stessi interventi da parte di molti consiglieri per tempi anche molto lunghi, finisce per risultare poco attrattivo e poco comprensibile. Credo quindi che una riflessione su questo tema sia necessaria. Non è certamente l’elemento principale per avvicinare i cittadini alla politica, ma può contribuire a rendere più fruibile il lavoro del Consiglio Grande e Generale e a favorire un maggiore interesse verso l’attività istituzionale. Concludo, Eccellenza, sottolineando la disponibilità e la volontà, da parte della maggioranza, di confrontarsi con l’opposizione tra la prima e la seconda lettura del progetto di legge, per analizzarne nel dettaglio i contenuti ed eventualmente accogliere proposte migliorative. Non si tratta di un testo blindato: c’è la massima disponibilità al confronto e alla ricerca di soluzioni condivise che possano contribuire a migliorarlo.
Luca Lazzari (Psd): Io penso che questa discussione ci dica molto su come funzioni realmente la politica oggi. Molto spesso, secondo me, la maggioranza non evita di fare certe cose perché non ci creda o perché non ne veda l’utilità, ma semplicemente perché ha paura della polemica immediata e del titolo di giornale facile. Tu cerchi di spiegare che l’obiettivo è organizzare meglio i lavori, evitare abusi procedurali e distinguere il vero confronto politico dalla paralisi dell’aula, ma intanto qualcuno ha già gridato alla “Legge Bavaglio” o all’attentato alla democrazia. A quel punto ti ritrovi già sulla difensiva; devi stare a precisare e chi ti attacca ha già vinto il primo tempo della partita, perché ha trovato la formula d’impatto mentre tu devi spendere tempo per riportare le cose nel loro giusto contesto. Spesso, anche dentro la maggioranza, qualcuno propone di lasciar perdere perché pensa che la gente non capisca, chiedendosi se valga la pena passare per quelli che vogliono limitare il dibattito. Io credo che questo meccanismo sia uno dei veri problemi della politica: se ci fermiamo ogni volta che una cosa è necessaria ma impopolare, allora smettiamo di governare. Chi governa deve assumersi il rischio di fare cose difficili e di essere attaccato. Poi c’è il ruolo dell’opposizione, che non è affatto un fastidio da sopportare, ma una parte essenziale dell’equilibrio democratico. Lo dice la parola stessa: l’opposizione non è lì per facilitare la vita al governo, ma per controllare, contrastare e provare a sostituirsi a chi comanda. Faccio fatica quando sento parlare dell’opposizione come di un consulente esterno della maggioranza che dovrebbe collaborare; non è così e non deve esserlo, e non dobbiamo raccontarci che agisca sempre per una difesa disinteressata delle istituzioni. L’opposizione fa politica esattamente come la maggioranza e usa il regolamento per rallentare, complicare e togliere ritmo ai lavori; è legittimo e fa parte del gioco parlamentare. Anche quando l’opposizione concede qualcosa, come la procedura d’urgenza vantando la propria responsabilità, spesso non lo fa per bontà, ma perché vede uno spazio politico per aprire una contraddizione. Stare all’opposizione è più comodo perché chi governa è sempre il “cattivo” che attira il malumore, mentre chi si oppone può permettersi di dire che si poteva fare meglio o prima, o che bisognava ascoltare di più. Spesso chi governa cerca solo di far funzionare le cose, mentre chi si oppone a volte cerca di non farle funzionare, e questo vale anche per il regolamento. Non stiamo togliendo diritti, stiamo provando a impedire che le procedure diventino uno strumento di blocco permanente o che l’aula sia sequestrata per giorni, trasformando la legge di bilancio in un deposito di bandierine e provocazioni. Stiamo dicendo che gli emendamenti devono avere un rapporto con il testo e coperture finanziarie se comportano spese. La serietà istituzionale non consiste nel parlare tanto o nel presentare centinaia di emendamenti costringendo il Consiglio a rituali grotteschi, ma nell’entrare nel merito e assumersi la responsabilità di ciò che si propone. C’è poi il tema del ruolo del consigliere, circondato da una grande ipocrisia: tutti sanno che così non si può andare avanti. Il consigliere deve seguire aula, commissioni, organismi internazionali, studiare documenti tecnici, decreti e bilanci, e intanto deve lavorare e tenere insieme una vita privata. Facciamo finta che basti lo spirito di servizio, ma quando questo viene usato per coprire problemi che tutti vedono, non stiamo più difendendo un valore. La politica assorbe tutto, ma ci raccontiamo che sia quasi volontariato; parlare di compensi o supporti sembra sconveniente perché qualcuno risponderà subito che pensiamo alle poltrone. Intanto però chi fa politica si consuma, la vita si complica e alla fine resta in politica solo chi può permetterselo o chi accetta di vivere male, e questo secondo me è un grave problema democratico. Questo progetto di legge si può migliorare e si possono costruire ulteriori garanzie, ma discutiamone per ciò che è, non per la caricatura che fa comodo raccontare; se vogliamo un Consiglio più forte dobbiamo renderlo più ordinato e serio, smettendo di rinviare ogni discussione solo perché qualcuno grida allo scandalo.
Antonella Mularoni (Rf): Io pongo nuovamente la questione fondamentale che abbiamo sollevato questa mattina in esordio, specialmente ora che la Reggenza ha detto che si riserverà di valutarla prima dell’eventuale promulgazione. Il regolamento consiliare è definito da una legge qualificata, la numero 3 del 2018, modificata dalla legge qualificata numero 1 del 2021. Oggi invece ci troviamo ad esaminare, per volontà della maggioranza, un progetto di legge che non è mai stato qualificato; si tratta di un progetto assolutamente ordinario e in nessun atto ufficiale si parla di legge qualificata. Secondo me qui abbiamo un problema di gerarchia delle fonti grande come una casa: le leggi qualificate si modificano solo con altre leggi qualificate. Non esiste che una legge entri come ordinaria ed esca come costituzionale o qualificata; se in passato avete creato dei precedenti in aula per mettervi d’accordo tutti all’unanimità io non lo so, dato che non ero presente nelle ultime legislature, ma ritengo che il passaggio per la gerarchia delle fonti non possa essere questo. Se una legge entra come ordinaria, deve uscire come ordinaria e non può andare a modificare una legge qualificata; per questo motivo, secondo il mio punto di vista, questa legge non può essere nemmeno esaminata o votata. Entrando nel merito, vedo che mandano sempre lei, Segretario Canti, quando ci sono questioni delicate, mentre i segretari competenti sembrano essere sempre in trasferta. Io ho qualche dubbio al riguardo perché non vedo nemmeno le foto di queste trasferte sui giornali, ma lasciamo stare. Il problema, come vi abbiamo detto ieri, è che siamo nel bel mezzo del lavoro della commissione dedicata alle riforme costituzionali. Voglio esprimere vicinanza e gratitudine ai presidenti e ai membri di quella commissione perché ieri hanno ricevuto critiche inaccettabili da un Segretario di Stato e da un collega di maggioranza. Se viene nominata una commissione dobbiamo rispettare il suo lavoro e lasciarla operare, altrimenti sarebbe meglio non nominarla affatto. Invece la maggioranza ha deciso di presentare un progetto di legge facendo tutto da sola, e questo sul piano democratico mi dà fastidio: le regole del gioco, come ha ricordato anche il collega Zanotti, si dovrebbero fare insieme. Avete già cambiato il regolamento nel 2018 e poi nel 2021; ora non va bene di nuovo, prima avete dato il monte-tempo e poi i minuti. Se con maggioranze di 44 persone non riuscite a far funzionare le cose che prima funzionavano con 30 persone, allora dovreste interrogarvi perché il problema è un altro. Noi siamo consapevoli che con l’accordo di associazione con l’Unione Europea dovremo diventare più produttivi, ma decidiamo insieme come cambiare il regolamento. Non è possibile che dobbiate fare come i panzer blindati, portando il vostro progetto e dicendo all’opposizione che se abbiamo qualche “emendamentino” forse lo accoglierete. Le regole del gioco si definiscono insieme in tutti i paesi veramente democratici. Vi costava molto ritirarlo e ripresentarlo a luglio? Tirare dritto a tutti i costi non è un metodo dei sistemi democratici e storicamente non ha mai portato fortuna a chi lo utilizzava; se volete costruire un dialogo per il futuro fatelo sulle regole del gioco, mentre sul resto decidete pure quello che volete e gli elettori ne terranno conto.
Mirko Dolcini (D-ML): Io ero imbarazzato ieri e lo sono ancora di più oggi. Dall’opposizione è stata sollevata un’eccezione preliminare evidente: questo progetto di legge non può essere discusso perché pretende di modificare una legge qualificata presentandosi come legge ordinaria. La legge qualificata è una fonte rinforzata che non può essere modificata da una legge ordinaria; è un errore di forma che diventa di sostanza ed è sinceramente imbarazzante. Il consigliere Luca Lazzari dice che l’opposizione vince con gli slogan appellandosi alla mancanza di democrazia, ma io voglio analizzare i singoli aspetti. Innanzitutto è sbagliato il metodo perché non c’è stato alcun confronto, e parlare del valore dell’opposizione senza poi confrontarsi è davvero spiacevole. Nel merito, viene prevista la possibilità per l’ufficio di segreteria di vagliare l’ammissibilità degli emendamenti; è una funzione nuova e impropria, perché un ufficio composto da dirigenti della pubblica amministrazione, pur con tutto il mio rispetto, non può avere il potere di valutare in modo vincolante gli emendamenti dei consiglieri. Addirittura l’articolo 9 prevede che l’ufficio di segreteria si pronunci sul corretto riferimento alla gerarchia delle fonti; quindi ammettete che la gerarchia delle fonti è essenziale, eppure oggi la state violando. Mi auguro che la valutazione prima della promulgazione sia corretta per evitare un corto circuito pericoloso. Cambia inoltre l’iter ordinario delle leggi: sparisce l’analisi articolo per articolo in seconda lettura e si vota tutto in blocco. Questo toglie centralità al Consiglio e ai singoli consiglieri, specialmente agli indipendenti che non fanno parte delle commissioni e che non potranno più votare i singoli articoli; la figura del consigliere indipendente non servirà più a nulla e il voto diventerà solo una questione di fiducia in blocco al governo. Questa deriva è grave e io mi chiedo: chi vuole tutto questo? Non potete volerlo voi, perché parlando nei corridoi con i colleghi di maggioranza più illuminati si sente dire che è tutto sbagliato. Chi è che vi ipnotizza? Sembra che ci sia qualche pressione esterna o qualche lobby che mira a togliere potere al Consiglio Grande e Generale per poter gestire meglio il Paese controllando solo il partito principale.
Gian Nicola Berti (Ar): Io penso che la sceneggiata e la pagliacciata siano ormai compiute; oggi l’ultimo argomento per fare spettacolo è sostenere che questa non sia una legge qualificata. In realtà il progetto dice ovunque che va a modificare una legge qualificata e siamo tutti consapevoli che la natura di una legge è data dall’iter legislativo e soprattutto dal quorum di approvazione, esattamente come avviene per le leggi costituzionali. La cosa più divertente che mette in luce la memoria corta dell’opposizione è che alcuni di questi signori, che oggi firmano per D-ML o Rete, erano in maggioranza con noi nel 2021; in quell’anno, per modificare il regolamento consiliare, adottammo la stessa identica forma di oggi scrivendo “modifica alla legge qualificata”. Nessuno allora fece notare nulla, ma siccome oggi siete incapaci di portare argomenti di sostanza, preferite nascondervi dietro le forme e le sceneggiate. Forse solo Repubblica Futura potrebbe avere una giustificazione, anche se pure loro hanno la colpa di non essersene accorti nel 2021. Stiamo continuando a voler scrivere l’ovvio nelle leggi, ma se dobbiamo procedere così nel processo di integrazione europea, dove l’ovvio riguarda milioni di argomenti, ai più giovani qui dentro non basterà una vita intera. Dobbiamo invece ricominciare a ragionare per principi, come facevano i nostri padri fondatori; con i principi si va verso una giustizia sostanziale invece che verso il formalismo e il legalismo. Con le leggi si introducono divieti e limitazioni, non la volontà politica. La nostra carta costituzionale dice che per modificare una legge qualificata serve una legge qualificata, ed è esattamente il nostro intendimento; secondo voi, quando presentiamo un testo che dice esplicitamente “modifica alla legge qualificata”, intendiamo presentare una legge ordinaria? Sostenere che questo progetto non possa andare in discussione è una mancanza di riguardo verso il Consiglio e verso la Reggenza; la procedura è stata rispettata e la Reggenza sarebbe stata esposta a un sindacato se non l’avesse posta in discussione.
Emanuele Santi (Rete): Noi siamo andati a controllare sul sito del Consiglio Grande e Generale, a differenza del collega Berti. Nel 2021 c’è scritto chiaramente “articolato progetto di legge qualificata”, mentre nella convocazione del 5 giugno 2026 questo progetto è intitolato semplicemente “modifica al regolamento del Consiglio Grande Generale”. Questo significa che avete depositato formalmente una legge ordinaria per modificare una legge qualificata, e questo non si può fare. Se il collega Berti vuole continuare a sostenere che l’acqua vada in su faccia pure, ma io spero che in maggioranza qualcuno lo faccia rinsavire e ammetta che è stato fatto un errore formale e sostanziale. Avete violato la gerarchia delle fonti e dovreste prenderne atto invece di mettere in difficoltà la Reggenza. Avevate fretta di depositare questo regolamento perché questa opposizione vi dà fastidio; vi dà fastidio perché mette a nudo le vostre responsabilità sulle critiche riguardo al caso “bulgaro”, sulla vicenda del pedofilo, sul killer dei cani e su tutti i provvedimenti clientelari che state portando avanti. Siete incapaci di un confronto e per questo cercate di silenziarci. Ci sono poteri esterni che vi comandano e voi siete complici della perdita di democrazia di questo Parlamento. A chi manovra le banche da fuori dà fastidio che in quest’aula qualcuno dica le cose come stanno, quindi bisogna mettergli il bavaglio. Stiamo tornando alle dinamiche distorte degli anni ’90 e 2000, con truffe monofase e triangolazioni di potere. Proprio perché questo dà fastidio a chi vi manovra dall’alto, vi fanno portare un regolamento per mettere il bavaglio all’opposizione. Io ho memoria delle battaglie fatte in quest’aula: nel 2023 abbiamo usato questi microfoni per smontare il DES e nel 2017 per denunciare chi stava distruggendo Cassa di Risparmio e Banca Centrale. Se non avessimo avuto questi microfoni e queste tempistiche, quelle verità non sarebbero mai emerse. Non potete cambiare l’impostazione portando i tempi a soli 3 minuti; io ho già parlato per 4 minuti e avrei già finito il tempo secondo la vostra proposta. Non ci ammutoliremo e troveremo il modo di parlare, ma sappiate che state togliendo dignità al consigliere e democrazia al Paese. State decidendo tutto fuori dal Parlamento e qui venite solo a spingere pulsanti. Fatevi un esame di coscienza. Infine, riguardo al comunicato di Libera sulle rette dell’asilo nido, voglio ricordare che sono state dimezzate grazie a un emendamento presentato durante il dibattito della legge Finanziaria e non per merito loro.
Dalibor Riccardi (Libera): Io intervengo in questa prima lettura e devo dire che, sebbene non sia intervenuto ieri durante la relazione della Commissione per le riforme speciali istituzionali, sento la necessità di esprimere alcune considerazioni. Ad essere sincero, mi trovo un po’ in difficoltà nell’effettuare questo intervento; lo dico perché, guardando alla natura del provvedimento, io penso che nel merito ci siano delle proposte che potrebbero anche essere funzionali e logisticamente utili allo svolgimento del lavoro di quest’aula. Tuttavia, con tutta onestà, devo associarmi alle parole di chi, all’interno della mia forza politica, è intervenuto ieri riguardo alla relazione della commissione: questo è un metodo che, mi dispiace dirlo, non mi appartiene affatto. Io credo fermamente che quando si vogliono cambiare le regole del gioco non lo si possa fare in maniera unilaterale. Lo dico perché qualcuno ha richiamato principi e valori, e io penso che ognuno di noi abbia i propri e svolga il proprio ruolo come meglio crede; personalmente, ripeto, seppure io possa condividere nel merito alcune delle proposte avanzate, non posso assolutamente condividere la modalità con cui si sta procedendo. Secondo me è sicuramente importante fare un ragionamento serio sul ruolo del consigliere, sul ruolo del Consiglio Grande e Generale, del Congresso di Stato e delle altre commissioni istituzionali e parlamentari, ma ritengo che tutto questo debba avvenire attraverso una condivisione che, in questo caso e con questa modalità, dal mio punto di vista manca del tutto. Se una condivisione c’è, sembra limitarsi a una presentazione fatta dalle forze politiche di maggioranza, ma io penso che questa non sia la modalità corretta. Per questo motivo, per ora affrontiamo questa prima lettura, ma mi riserverò di valutare con estrema attenzione il lavoro che verrà presentato in seconda lettura e tutto il percorso che ci sarà in queste fasi, anche insieme alle forze politiche di opposizione. Secondo me, in questi casi, l’opposizione non deve essere vista come una controparte, perché le regole del gioco non possono essere cambiate a seconda di dove ci si siede in aula; deve trattarsi di un percorso condiviso e valutato attentamente da parte di tutti. Io ritengo che il rispetto dei percorsi istituzionali e degli strumenti che ci siamo dati sia fondamentale; non si tratta solo di decidere sui contenuti, ma di garantire che l’intero processo sia condiviso, trasparente e coerente. Io credo che solo così possiamo davvero rafforzare la credibilità del nostro lavoro, assicurando che le regole non vengano stravolte senza un confronto partecipato e dando così una dignità maggiore ai ruoli che ricopriamo e ai cittadini che rappresentiamo.
Lorenzo Bugli (Pdcs): Io intervengo in questo dibattito generale sulle modifiche al regolamento del Consiglio Grande e Generale presentato dai gruppi di maggioranza. Mi rendo conto che il dibattito è molto acceso, direi accesissimo, però secondo me dovremmo cercare di riportare un attimo tutto alla ragione. Ho ascoltato con piacere la relazione presentata dalla consigliera Bacciocchi che propone delle modifiche le quali, come diceva anche il capogruppo della Democrazia Cristiana, colgono un sentimento ormai diffuso non solo in quest’aula ma in tutta la cittadinanza: la necessità di rendere più efficienti i lavori del Consiglio Grande e Generale. Io penso che i nostri lavori debbano essere necessariamente efficientati proprio in vista di quello che tutti noi auspichiamo, ovvero l’approdo a un nuovo capitolo della nostra storia, quello europeo, che ci richiederà una mole di lavoro davvero importante. Una mole di lavoro che ha bisogno di trovare coerenza e serietà in un regolamento consiliare capace di rendere tutto più fluido. Negli ultimi interventi si è divagato parecchio, ma io credo ci siano spunti di riflessione necessari, come ad esempio il superamento dell’obsolescenza legata al fatto che il Consiglio si perda spesso in tematiche già affrontate che non hanno più aderenza con la realtà contingente. Questo è un tema che va affrontato con serietà e che va sicuramente rivisto. Ci sono poi le questioni legate ai tempi: il nostro parlamento, a differenza di altri, ha tempistiche molto lunghe per quanto riguarda il dibattito sui vari commi e sulle relazioni. Essendo in prima lettura, io penso che ci sia tutto il tempo per approfondire e trovare quella famosa condivisione e trasparenza che qualcuno ha richiamato; per farlo, però, serve correttezza. È giusto che la maggioranza faccia i dovuti passaggi, ma se non si riesce a portare avanti una giusta condivisione si crea uno scontro che la cittadinanza percepisce chiaramente. Io, lo sapete, quando c’è da richiamare qualcuno sul metodo l’ho sempre fatto, però ultimamente ho visto certe posizioni, come quelle del consigliere Emanuele Santi, che non mi piacciono: io non ricevo ordini da nessun potere esterno. Noi siamo qui per portare avanti questo lavoro e se il metodo deve cambiare serve più condivisione, ma arrivare a sferrare un attacco del genere alle persone della maggioranza non aiuta affatto. Se vogliamo un lavoro corale, come è successo in tanti momenti difficili in cui abbiamo trovato sintonia persino su temi complicatissimi di geopolitica facendo passi avanti seri, allora deve esserci onestà. Serve onestà da parte nostra nel fare un passaggio in più per condividere, ma serve onestà anche da parte vostra nel non attaccare indiscriminatamente tutte le persone della maggioranza; se si vuole la condivisione, bisogna essere onesti e cercare di abbassare le spade che spesso alziamo. Quello che allontana le persone è proprio l’incapacità di trovare un dialogo onesto. Io sono favorevole alla condivisione e penso che vadano fatti più passaggi per dare dignità alle regole del gioco sia per la maggioranza che per l’opposizione, perché, come diceva Riccardi, i ruoli possono invertirsi. Le regole devono essere condivise perché in un campionato devono valere per tutte le squadre, ma ripeto, serve onestà, perché questo modo di fare non lo condivido per niente.
Matteo Casali (Rf): Io vorrei esordire chiedendo che non passi la narrazione secondo cui le opposizioni griderebbero allo scandalo per partito preso o sarebbero contrarie a ogni forma di revisione. Il regolamento consiliare è un meccanismo di funzionamento e noi non abbiamo tabù preconcetti al riguardo; tuttavia, non è un regolamento qualsiasi e non può essere affrontato con questa sorta di “banalità del male”. Io penso che dovremmo porci quattro domande fondamentali: perché, come, quando e chi? Forse così avremmo delle risposte, dato che la relazione al progetto di legge è emblematica. Il “perché” che ci viene presentato è ridurre i tempi e i tecnicismi — anche se poi di tecnicismi non si parla affatto — e ridare qualità all’azione politica, stimolando la capacità di sintesi come se il Consiglio fosse una scuola steineriana. Secondo me qui c’è un errore concettuale di fondo: la qualità della politica non si dà per legge o per regolamento, ma è frutto della maturità dei componenti della classe politica. Io credo che ci sia un altro “perché”: una malcelata intolleranza di una maggioranza che è in difficoltà e soffre il confronto con una minoranza che, pur essendo numericamente inferiore, dimostra spesso di avere le idee molto più chiare. Non potendo fare diversamente, la maggioranza si maschera dietro un efficientismo a cui non crede nessuno per tentare di mettere il bavaglio alle opposizioni. Non si capisce perché quando il rapporto era 35 a 25 i governi andavano avanti, mentre ora che siete 44 contro 16 sentite il bisogno di cambiare le regole. Il “come” è l’elemento più sconcertante: la modalità di presentazione di questo progetto calato dall’alto è quasi tautologica, rappresenta proprio il motivo per cui lo contestiamo. Non c’è stata alcuna forma di confronto. I tempi di dibattito vengono drasticamente falcidiati con un meccanismo per cui un consigliere indipendente avrebbe più tempo o un tempo uguale rispetto a un gruppo consiliare di tre persone; sembra tutto in formato TikTok. Inoltre, le leggi vengono demandate in sede redigente alle commissioni, ma questa è una falsa narrazione: non è vero che le commissioni lavorano meglio del Consiglio. Quando il governo vuole, le commissioni fanno esattamente ciò che fa il Consiglio: nessun confronto e situazioni blindate. L’Ufficio di segreteria, opportunamente ampliato, diventa una sorta di piccola commissione consultiva di legittimità; chissà cosa direbbe sulla questione della legge ordinaria di oggi. Poi c’è la tempistica della presentazione degli emendamenti, che devono essere depositati tassativamente entro certi termini per evitare blitz dell’ultimo minuto, magari da parte di qualche membro della maggioranza non allineato. E c’è la “tagliola”: se una legge va oltre un certo numero di giorni, tutti gli emendamenti decadono e si vota in blocco. Io mi chiedo: avete pensato a un “come” diverso? Magari ad ampliare anziché restringere, a stimolare anziché frustrare, creando sedi di incontro politico diverse, come uno statuto delle opposizioni o modalità di confronto non codificate. È facile tagliare invece di ampliare. Ieri mi sono chiesto se avessi fatto bene o male a parlare tanto, dato che un consigliere di maggioranza mi ha criticato, ma poi ho capito che la domanda veniva da Berti — quello che definisce la commissione per le riforme un “gettonificio” — e mi sono subito tranquillizzato. Il “quando” è un altro tema: io penso sia inopportuno che questa situazione sia presentata da una maggioranza di 44 persone; fosse stato un 35 a 25 si sarebbe potuto anche capire, ma così manca il “bon ton” politico. Soprattutto, è inopportuno ignorare l’elefante nella stanza, ovvero la commissione per le riforme istituzionali; è assurdo slegare le due cose, questo provvedimento andava fatto a valle del lavoro della commissione e non a monte. Infine il “chi”: tolti i distinguo di Guerrino Zanotti, Giuseppe Maria Morganti e Dalibor Riccardi, a cui rendo merito, mi fa specie che questa roba venga da chi si dice progressista. Il vero “chi” dovrebbe essere un coinvolgimento dell’intera aula; non vorrei che, dopo il divieto di disturbare il conducente, ci riducessimo a non parlare affatto.
Oscar Mina (Pdcs): Oggi siamo chiamati a dibattere in prima lettura su queste modifiche al regolamento consiliare con un obiettivo molto chiaro: rendere il nostro Consiglio più efficiente, più moderno e più capace di rispondere alle esigenze del Paese. Io penso che non si tratti affatto di modifiche dirette contro qualcuno, né di una limitazione delle prerogative di alcuna forza politica; al contrario, si tratta di un intervento voluto per rafforzare il funzionamento dell’aula e migliorare l’efficienza dei lavori, garantendo una maggiore capacità decisionale alle istituzioni democratiche della nostra Repubblica. Questa proposta di modifica si inserisce esattamente in questa prospettiva. Secondo me l’obiettivo non è comprimere il confronto democratico, ma renderlo più ordinato, efficace e produttivo, con l’intento di perseguire un equilibrio tra i diritti della maggioranza e quelli dell’opposizione, tra le esigenze del confronto e la necessità dell’efficienza. Credo che questo equilibrio rappresenti uno dei principi fondamentali di ogni sistema parlamentare maturo. Siamo certamente consapevoli che ogni modifica regolamentare possa suscitare sensibilità differenti, ma io credo che il confronto sia aperto — non lo abbiamo affatto chiuso — e il dialogo con tutte le forze politiche continui, sempre nel rispetto delle persone e del nostro ruolo in quest’aula. Entrando nel merito, una delle novità è il rafforzamento dell’ufficio di segreteria, a cui affidare una preventiva verifica di legittimità e ammissibilità degli emendamenti; questo non significa comprimere le prerogative dei consiglieri, ma garantire che il confronto politico avvenga su proposte solide, coerenti con l’ordinamento e sostenibili sotto il profilo tecnico e finanziario. Ugualmente importante è la modifica sulla gestione dei lavori inevasi: l’attuale automatismo ha spesso impedito una programmazione efficace, costringendo l’aula ad affrontare questioni non più prioritarie mentre c’erano nuove urgenze. Io ritengo particolarmente significativi i lavori delle commissioni permanenti, che sono il luogo naturale dell’approfondimento tecnico e del confronto specialistico; rafforzarne il ruolo significa migliorare la qualità delle leggi e riservare all’aula il confronto sulle scelte politiche fondamentali. Le commissioni non sono sedi di serie B. Chi sostiene che questo riduca il ruolo del consigliere ignora che la centralità del Consiglio viene pienamente preservata per le materie più delicate e strategiche. La verità è che queste modifiche non sottraggono sovranità all’aula, anzi, le restituiscono autorevolezza. Allo stesso modo, la razionalizzazione dei tempi di parola non è un limite alla libertà di espressione; semplicemente si afferma un principio di responsabilità: il diritto di parola deve convivere con il dovere dell’istituzione di svolgere il proprio lavoro. Dobbiamo essere sinceri: quando le sedute si trasformano in maratone procedurali e gli stessi argomenti vengono ripetuti decine di volte rallentando l’attività legislativa, non si rafforza la democrazia, ma si indebolisce la credibilità delle istituzioni. Spero che chi commenta in maniera sarcastica capisca che questa è la realtà dei fatti. Vi chiedo di valutare questa proposta senza pregiudizio; l’interesse che ci guida non è di parte, ma è quello dell’istituzione consiliare e della nostra Repubblica. Le regole parlamentari appartengono alla democrazia del nostro Paese e proprio per questo devono essere periodicamente aggiornate. Mi esprimo quindi a favore di queste modifiche, auspicando che il confronto resti aperto nel rispetto del nostro ruolo.
Guerrino Zanotti (Libera): Io mi sono già espresso sinteticamente ieri nel dibattito sulla commissione speciale per le riforme istituzionali e devo dire che ribadisco la mia posizione: non sono contrario a un intervento per tentare di migliorare il funzionamento di quest’aula e dell’organismo che vi lavora. Apro una parentesi per invitare il collega Luca Lazzari a non interpretare le posizioni degli altri pensando che siano dettate da pavidità o mancanza di coraggio; semplicemente interpretiamo il ruolo che ricopriamo in modo diverso, quindi l’invito è di rimanere sui temi e non sull’interpretazione delle posizioni altrui. Io non ho espresso una posizione contraria a un intervento sul regolamento, anche perché parto da una domanda che avevo rivolto anche alle opposizioni nell’unico incontro fatto finora: secondo voi i lavori del Consiglio si svolgono nel migliore modo possibile, o non ci sono forse rallentamenti, ridondanze e tempi morti che potremmo effettivamente migliorare? Questa è una domanda a cui non ho sentito risposte dalle minoranze, ma io credo che si debba partire proprio da qui: questo organismo funziona davvero al meglio? Probabilmente no. Però io penso che non sia solo una questione di tempi o di spostare il lavoro nelle commissioni. Io sono uno dei primi fautori del coinvolgimento delle commissioni, ad esempio per approfondire i decreti delegati e presentare emendamenti, lasciando poi la ratifica finale al Consiglio. Di argomenti e possibilità di intervento per migliorare i lavori ce ne sono tanti altri oltre alla riduzione dei tempi. Per esempio, interrogo anche le minoranze sulla possibilità di istituzionalizzare momenti di incontro e confronto antecedenti all’avvio dell’iter consiliare delle leggi. Potremmo pensare di istituzionalizzare l’accesso a informazioni e dati sull’impatto che le norme avrebbero sulla nostra realtà, così da avere analisi solide su cui basare le posizioni in aula. Secondo me sono tutti argomenti che potrebbero rientrare nel tentativo di migliorare i lavori. Mi dispiace che non ci sia stata questa possibilità di confronto prima, e spero che tra questa prima lettura e la prossima si possa dialogare, al di là delle polemiche sulla natura della legge ordinaria o qualificata. Io faccio un invito alle opposizioni: non lasciamo che la polemica o le posizioni contrarie abbiano il sopravvento su quello che credo sia indispensabile per fare un buon lavoro, ovvero il dialogo. Da parte nostra deve esserci tutta la disponibilità a non strozzare i tempi del confronto e spero ci sia altrettanta disponibilità dall’altra parte, perché al di là del progetto di legge ci possono essere altri ambiti di intervento interessanti per tutti e soprattutto per il Paese.
Ilaria Bacciocchi (Psd): Io vorrei ricordare innanzitutto che la distinzione tra legge ordinaria, qualificata o costituzionale riguarda soprattutto il contenuto della norma e la maggioranza richiesta per la sua approvazione. Secondo me non è vero che una proposta non possa essere discussa solo perché non porta la dicitura “legge qualificata” al momento del deposito; al massimo possiamo parlare di un errore materiale correggibile durante l’iter, quindi ritengo che su questo aspetto stiamo discutendo del nulla. Detto ciò, ho ascoltato con attenzione il dibattito di ieri e in alcuni momenti ho avuto l’impressione che si stesse parlando di una riforma costituzionale o di uno stravolgimento degli equilibri democratici, ma io penso che non sia così. Stiamo discutendo del modo in cui lavora il Consiglio, di come si discutono le leggi, di come organizziamo il tempo e prendiamo le decisioni; sono temi importanti, ma teniamo le giuste proporzioni. Questa discussione arriva mentre è in corso il lavoro della commissione per le riforme istituzionali su questioni profonde come il rapporto tra organi dello Stato e il percorso europeo, mentre questa proposta interviene solo sul funzionamento dell’aula. Io parto da una considerazione semplice: negli anni abbiamo costruito un sistema che tende alla duplicazione nei progetti di legge, nei tempi e nell’esame degli emendamenti. Spesso molto tempo viene assorbito dalle procedure e meno dalla sostanza; secondo me non sempre più tempo significa più democrazia o più qualità. A volte significa solo più lentezza, più ripetizioni e più stanchezza. È giusto chiedersi se si possa organizzare tutto meglio. Sulle commissioni ho sentito dire che si vuole togliere centralità all’aula, ma io credo invece che si voglia dare maggiore dignità al lavoro delle commissioni, perché è lì che si fa il vero lavoro legislativo entrando nel merito e confrontando le soluzioni. Le commissioni sono composte da consiglieri eletti, non da tecnici, e lì si può lavorare con più approfondimento e meno pressione mediatica; per questo non mi scandalizzo se per le leggi ordinarie si immagina che la commissione svolga un ruolo più completo. Peraltro, lasciamo fuori da questo meccanismo i provvedimenti più importanti come le leggi costituzionali, il bilancio o la legge elettorale. Sull’ammissibilità degli emendamenti serve onestà intellettuale, perché negli anni abbiamo visto di tutto: emendamenti senza rapporto con il provvedimento, emendamenti che introducevano spese senza coperture o usati per infilare materie estranee all’ultimo momento. Questo ha riguardato tutti, maggioranza e opposizione. Per questo non mi scandalizzo se si introducono criteri di coerenza e finanziari; penso che migliori la qualità della legislazione. Si è parlato tanto anche dei tempi di parola: la novità non è solo la riduzione dei minuti, ma il cambio di impostazione per cui il tempo appartiene al gruppo e non al singolo. È un modello che esiste in molti parlamenti e permette al gruppo di organizzarsi e valorizzare le competenze specifiche senza che tutti debbano ripetere le stesse cose. Infine, sul “taglione” degli emendamenti, dobbiamo ammettere che certe sessioni di bilancio hanno assunto contorni surreali, con centinaia di votazioni dall’esito già noto e consiglieri chiusi nel palazzo per giorni. Io non credo che il numero di notti passate in Consiglio sia il parametro per valutare la forza delle istituzioni. Secondo me sarebbe un errore trasformare tutto in uno scontro ideologico; il testo si può migliorare e correggere affinché il Consiglio lavori meglio e utilizzi in modo efficace il tempo che i cittadini ci affidano.
Carlotta Andruccioli (D-ML): Io mi chiedo sinceramente se, tra 44 teste, alcune delle quali anche molto illustri, non riusciate a produrre qualcosa che fili liscio, senza dovervi arrampicare ogni singola volta sugli specchi o cercare interpretazioni mirabolanti come quella che ho sentito oggi. Io ne ho sentite veramente tante di giustificazioni. Quello che vi è stato segnalato chiaramente è che state andando a modificare una legge qualificata attraverso una legge ordinaria. Secondo me siamo totalmente fuori legge e stiamo calpestando il rispetto della gerarchia delle fonti. Qui ci viene risposto che è ovvio che si tratti di una legge qualificata perché poi la maggioranza richiesta per approvarla sarà qualificata. Io non ho fatto giurisprudenza, ma ho sostenuto alcuni esami di diritto e so che il diritto costituzionale si studia al primo anno: la gerarchia delle fonti dovrebbe essere assolutamente chiara a chi esercita la professione di avvocato e, a maggior ragione, a chi ricopre il ruolo di consigliere. Non è affatto la maggioranza dei voti a rendere qualificata o meno una legge; seguendo questo ragionamento, allora la legge sull’Istituto di istruzione e formazione professionale sarebbe dovuta essere una legge super qualificata solo perché l’abbiamo approvata all’unanimità. Ma di cosa stiamo parlando? Si cita la legge del 2021 per giustificarsi, ma come ha già ribadito il consigliere Santi, in quel caso già nel titolo del provvedimento si specificava chiaramente che si trattava di modifiche a una legge qualificata. Se andate a verificare sul sito, vedrete che già all’epoca si parlava correttamente di legge qualificata e, se permettete, nel 2021 il contesto e l’atteggiamento generale erano profondamente diversi. Le modifiche elaborate allora dal primo proponente nascevano da un confronto allargato con le opposizioni; io non intendo affatto difendere un consigliere della Democrazia Cristiana, ma dobbiamo ammettere che tra il 2021 e il 2026 siamo su due livelli completamente diversi. Ad ogni modo, io credo che qualora vi sia un errore, anche solo materiale o formale, basterebbe avere l’umiltà di fermarsi un momento, approfondire la questione e magari ripresentare il medesimo provvedimento tra meno di un mese. Invece no, voi decidete di tirare dritto accampando scuse, mentre gli avvocati di maggioranza ci fanno la solita lezione magistrale raccontandoci veramente che Cristo è morto dal freddo. Io credo che tutto questo sia imbarazzante, soprattutto alla luce del contesto da cui veniamo: penso al caso del pedofilo, dove vi siete inventati una commissione tecnico-amministrativa che non esiste, dimenticandovi pure di far partecipare ai lavori il commissario dell’opposizione, liquidando poi tutto come un semplice disguido. Sono due anni che emergono problemi seri e ogni volta che vi chiediamo chiarimenti o delucidazioni, voi ci attaccate. Proponete la nomina di un congressista senza che si capisca su quale base legale agiate, facendo finta che non sia successo nulla riguardo alla nomina del prossimo Segretario alla Sanità. E ora arriviamo a questa proposta di legge ordinaria che modifica una legge qualificata. Io penso che il problema sia sostanziale. Volete fare interventi in cui si dice che bisogna migliorare il lavoro della politica e di questo Consiglio, parlate di qualità della politica, ma poi agite in questo modo. La qualità della politica, non so se vi è chiaro, non dipende dai tempi di parola, ma dalle persone che per prima cosa dovrebbero rispettare le leggi, lo Stato di diritto e la gerarchia delle fonti. Vedo anche una grande incoerenza rispetto ai vostri programmi di governo, dove avevate tutti scritto di voler valorizzare il ruolo del Consiglio, e sulla base di questa volontà si è creata la commissione per le riforme istituzionali. Oggi invece ci presentate una proposta che comprime il ruolo del Consiglio e irrigidisce il procedimento legislativo, togliendoci persino la possibilità di correggere errori o recepire osservazioni emerse durante il dibattito. Molte cose verranno probabilmente decise da quindici persone in commissione, riducendo drasticamente il confronto parlamentare. Il Consiglio non è un organo amministrativo che deve solo ratificare testi predisposti da un’altra parte; è il luogo del dibattito, della mediazione e della rappresentanza. Limitare gli spazi di discussione e l’iniziativa legislativa significa impoverire la funzione dell’assemblea stessa. Non veniteci a dire che cambiate solo le regole del gioco; se a calcio decidessimo improvvisamente che si può segnare con le mani o che si gioca solo per trenta minuti, cambieremmo le regole ma sviliremmo il gioco stesso. Per favore, non raccontateci che con questo provvedimento unilaterale e contro la legge state migliorando la politica, perché in realtà la state solo piegando alle vostre esigenze.
Denise Bronzetti (Ar): Io voglio riproporre alcune considerazioni che purtroppo ho già dovuto utilizzare ieri nel dibattito sul riferimento del lavoro fatto in commissione per le riforme istituzionali e sulla necessità di modificare il regolamento consiliare, nonostante sia stato più volte ritoccato. Sulla necessità di modificare il regolamento per permettere una gestione migliore e più fluida dei lavori consiliari, io penso che possiamo essere tutti concordi. Tuttavia, c’è un aspetto che ho sentito toccare dai colleghi Luca Lazzari e Ilaria Bacciocchi che io condivido pienamente e che dovrebbe essere considerato il tema centrale: lo status del consigliere. Mi spiego meglio: si può concordare o meno sulla possibilità, così come compare nel progetto di legge presentato, di spostare molti argomenti dal dibattito del Consiglio Grande e Generale alle commissioni permanenti, ma non sfugge a nessuno che lo stesso consigliere che fa parte di quelle commissioni si troverà impegnato lì quasi a tempo pieno. Si ripropone quindi lo stesso identico problema: quanto tempo e quale tempo un consigliere deve dedicare all’attività istituzionale? Io penso che questo impegno non possa più essere considerato unicamente come “spirito di servizio”. Finché non affrontiamo e non trattiamo seriamente lo status del consigliere chiamato oggi più che mai a un impegno quotidiano, non ne usciremo; basta vedere i raffronti con gli anni precedenti per capire quanto sia aumentata l’attività. Io prendo a prestito la proposta del consigliere Zanotti, che io posso anche condividere in linea di massima, riguardo alla necessità di riservare dei momenti di confronto istituzionale per smussare gli angoli tra le forze di maggioranza e di opposizione. Se a monte ci fosse un accordo, sarebbe più facile che le cose scivolino via lisce in Consiglio, limitando anche i tempi di convocazione. Io posso condividere questa proposta, ma allo stato attuale non è possibile farlo perché non si affronta lo status del consigliere che, se ha un’attività lavorativa, la deve poter portare avanti, a meno che non abbia la fortuna di poter fare politica a tempo pieno. Diversamente, colleghi, non si va avanti. Se vogliamo uscire dalla logica delle contrapposizioni, e io mi auguro che sia possibile, auspico che possa funzionare un confronto vero tra la prima e la seconda lettura, perché stiamo discutendo del funzionamento degli organi dello Stato. Su questo dobbiamo essere molto seri, pensando anche a quelli che ci ascoltano; a volte i nostri dibattiti sono veramente inascoltabili, e mi includo io per prima in questa considerazione, non è una critica verso i colleghi. Molto attiene all’attuale organizzazione del regolamento e per questo serve uno sforzo il più possibile collettivo per andarlo a modificare dove necessario.
Gemma Cesarini (Libera): Io vorrei soffermarmi innanzitutto sugli aspetti del provvedimento che ritengo condivisibili, come gli interventi che rafforzano il controllo tecnico-finanziario e la verifica di ammissibilità degli emendamenti; su questo io credo ci sia poco da discutere. Allo stesso modo, io considero positivo il superamento del vincolo di inserimento automatico nella convocazione del Consiglio dei commi rimasti evasi nelle sedute precedenti, rimettendo tale decisione all’Ufficio di Presidenza con una votazione qualificata dei due terzi. Più discusso e meno apprezzato è invece il passaggio dal procedimento legislativo referente a quello redigente, che attribuisce stabilmente alle commissioni il compito di svolgere l’esame analitico dell’articolato per contenere i tempi del dibattito d’aula. Oggi noi votiamo articolo per articolo in commissione e poi ripetiamo la stessa votazione in Consiglio; io condivido l’osservazione secondo cui questo meccanismo rischia di lasciare fuori i consiglieri indipendenti, ed è un aspetto che secondo me va valutato con attenzione, magari individuando dei correttivi. Detto questo, io ritengo evidente la necessità di accelerare i tempi del nostro lavoro. Lo abbiamo visto anche in questa convocazione: avevamo altri importanti progetti di legge da discutere e non abbiamo avuto la possibilità di affrontarli. Personalmente ritengo che il confronto in Consiglio sia fondamentale e che parlare faccia parte del nostro ruolo, anche se lo dico chiaramente: a volte parliamo troppo. Questo però non significa dover comprimere gli interventi fino a renderli poco significativi; non credo che un intervento ridotto a pochi minuti possa rappresentare adeguatamente il ruolo di un consigliere, ma organizzarli all’interno del gruppo consigliare può essere una modalità utile in direzione dell’efficientamento. Sarebbe utile anche ragionare sulla frequenza delle convocazioni, magari con sedute più contenute rispetto a quelle attuali ma con una maggiore regolarità nel tempo. La storia a volte ci insegna qualcosa: leggevo un libro sulle istituzioni della Repubblica e già in passato vi fu l’esigenza di concentrare la parte operativa in un organismo più ristretto a causa della complessità normativa. Oggi, anche alla luce del percorso verso l’accordo di associazione, dobbiamo confrontarci con l’evoluzione del recepimento delle normative europee. Concludo sul metodo: io penso che un confronto preventivo sia sempre la strada migliore e si poteva sicuramente migliorare questo profilo. Tuttavia, non condivido l’idea che in commissione non si lavori bene; io credo invece che nelle commissioni ci sia un clima diverso, più concreto, tecnico e maggiormente orientato alla costruzione di soluzioni.
Paolo Crescentini (Psd): Io inizio dicendo subito che non ho affatto condiviso né apprezzato quanto sostenuto dal consigliere Santi riguardo al fatto che ci siano poteri esterni che guidano questo Consiglio. Io personalmente agisco sempre con la mia testa e pertanto respingo con forza questa accusa. Mi auguro invece di essere una di quelle menti illuminate citate dal consigliere e amico Dolcini; non so se lo sono, ma vorrei provare a dare il mio contributo su questo provvedimento di legge. Io penso che siamo tutti consapevoli che il regolamento consiliare vada rivisto, se non altro per quanto riguarda le tempistiche, perché le sedute sono veramente lunghe e spesso si incastrano con i lavori delle commissioni, col rischio di stare in aula per settimane intere. Tuttavia, io ritengo che intervenire con la mannaia, come si fa con questo regolamento, non sia affatto una cosa giusta. È vero però che nel corso degli anni è cambiato profondamente l’approccio di noi consiglieri ai lavori consiliari. Faccio un esempio: ricordo che quando sono entrato in Consiglio la prima volta, nel 2008, le maggioranze non avevano i numeri di oggi, ma eravamo solitamente in rapporti come 32 a 28 o 35 a 25, con numeri molto più risicati. All’epoca io ero all’opposizione e il comma comunicazioni non aveva limiti di tempo, si poteva parlare anche una giornata intera, eppure durava un paio d’ore al massimo. Oggi invece le sedute durano tantissimo e il solo comma comunicazioni occupa magari una giornata intera. Prima, quando le leggi arrivavano in prima lettura, si interveniva solo per chiedere chiarimenti o fare domande al Segretario di Stato; oggi invece si articola un dibattito complesso già in prima lettura, che poi si sviluppa in commissione e torna magari anche in seconda lettura. C’era forse più disciplina di partito, interveniva il capogruppo e lì terminava il dibattito; oggi invece, forse anche per mania di protagonismo, interveniamo tutti, condizionati non poco dalla diretta radio. Io non voglio dire che maggioranza e opposizione non debbano parlare, ci mancherebbe, questo è un Parlamento e la parola stessa lo dice; è bene portare idee e contributi, ma dovremmo evitare di ripetere in maniera ridondante le stesse cose all’interno dello stesso gruppo. Io ritengo che un lavoro tra maggioranza e opposizione si possa fare per dare vita a un regolamento nuovo. Ho dei dubbi sul discorso di intervenire nelle commissioni in forma redigente, anche se è un suggerimento che è arrivato durante le audizioni della commissione per le riforme di cui faccio parte. Qualche dubbio ce l’ho, se non altro perché, come è stato detto, i consiglieri indipendenti rimangono esclusi. Mi metto anche nei panni di un consigliere di opposizione: oggi che ha pochi numeri, un solo membro deve preparare emendamenti, presentarli ed è da solo in aula. Non dimentichiamo che chi oggi è in maggioranza domani può diventare opposizione, per cui non vorrei che questo strumento diventasse un boomerang. Mi collego poi a quanto detto dalla consigliera Bronzetti che condivido: bisogna rivedere lo status del consigliere. Senza volerla buttare sull’aspetto economico, fatemi fare una considerazione: se le leggi vengono affrontate in commissione redigente, per i dipendenti pubblici rischia di diventare un gettonificio, perché non perdono la retribuzione sul posto di lavoro e accumulano anche un gettone in commissione che è uguale a quello dei privati. Quando andiamo a ridefinire le regole del gioco vediamo di farlo bene per non doverci tornare sopra. Questo è il mio contributo, forse una voce critica dentro la maggioranza, ma credo che le voci critiche siano utili per un contributo collettivo.
Maria Katia Savoretti (Rf): Io onestamente devo dire che questo progetto è una sorpresa del tutto inaspettata, specialmente ora che abbiamo una commissione speciale per le riforme istituzionali che ha lavorato intensamente in tutti questi mesi. Abbiamo fatto audizioni e ascoltato consigli su cosa migliorare, e proprio per questo mi chiedo cosa faccia la maggioranza: deposita all’improvviso un progetto di legge che scavalca la commissione, ignorando il lavoro fatto finora e senza confrontarsi con nessuno, né con i presidenti né con l’opposizione. Voi oggi dite di essere disposti al confronto, ma il confronto andava fatto prima, non dopo. Avete fatto tutto in maniera silente perché il vostro obiettivo è chiaro: togliere centralità al Consiglio Grande e Generale per dare sempre più potere alla maggioranza e tappare la bocca all’opposizione. Non volete dare maggiore professionalità al consigliere, ma solo diminuire i tempi perché per la maggioranza il dibattito è diventato un peso. L’opposizione fa il suo lavoro e spesso asseconda i lavori del Consiglio, come dimostra il voto favorevole alla procedura d’urgenza in questa seduta; non è vero che facciamo solo ostruzionismo. Vi ricordo che il regolamento è stato modificato nel 2018 e nel 2021 e l’opposizione in quelle occasioni ha fornito il suo contributo perché era stata coinvolta; oggi le cose sono molto diverse. Mi voglio congratulare con il consigliere Dalibor Riccardi e con gli altri che hanno preso le distanze evidenziando le criticità di questo progetto che mira solo a porre un freno all’opposizione. Dico per fortuna che c’è l’opposizione che vigila e vi fa notare errori come quello nella presentazione di questo progetto, che doveva essere depositato come legge qualificata. Conoscete tutti bene la gerarchia delle fonti e sapete che non si può modificare una legge qualificata con una legge ordinaria; l’errore non è solo di forma. Sentir dire che è qualificata “nei fatti” perché va a modificare una legge qualificata è imbarazzante; forse dovreste analizzare meglio le leggi del 2018 e del 2021. Se aveste coinvolto l’opposizione avreste evitato questo errore, ma voi preferite andare avanti lo stesso. Cosa fate? Riducete i tempi a 5 minuti per gruppo, gli stessi concessi a un consigliere indipendente; secondo voi può bastare che parli uno solo per gruppo? In maggioranza il minutaggio non serve, tanto molti si limitano ad alzare la mano. Spesso l’opposizione propone cose di buon senso che voi poi fate vostre nei comunicati, come nel caso dei centri estivi. Volete portare tutto in commissione in sede redigente perché considerate il Consiglio un luogo dove si perde tempo, anche se lì l’opposizione è meno rappresentata e non c’è possibilità di sostituzione. Inoltre, in commissione non c’è la stessa possibilità di confrontarsi quando la maggioranza presenta gli emendamenti. E lo statuto delle opposizioni io non lo vedo, nonostante in quest’aula ci siano partiti che lo hanno sempre chiesto e ora sembrano non volerlo più.
Iro Belluzzi (Libera): Io penso che sia del tutto inevitabile che questo dibattito si sia in qualche modo intersecato con la discussione di ieri sulla relazione portata dai membri della commissione speciale sulle riforme istituzionali. È inevitabile proprio perché il punto più critico, a mio avviso, riguarda la questione di metodo intrinseca al deposito di un progetto di legge per la modifica del regolamento consiliare proprio nel momento in cui la commissione sulle riforme istituzionali sta lavorando intensamente alla riforma del Consiglio Grande e Generale. L’obiettivo dovrebbe essere quello di ottimizzare e razionalizzare i lavori parlamentari, valorizzando finalmente il ruolo del consigliere all’interno di quest’aula. Quindi io credo che si tratti innanzitutto di una questione di metodo: questo progetto di legge non andava portato in questo momento e voglio ringraziare quei consiglieri di maggioranza che si sono posti in maniera critica rispetto a questo deposito, avvenuto quando ancora non si è capito bene quale veste si voglia dare al consigliere e quali siano le modalità migliori per riorganizzare l’attività parlamentare. Se non iniziamo a fare le cose con ordine, l’impressione che date è che qualcuno all’interno della maggioranza abbia forzato la mano a tutti i costi per depositare questo progetto di legge e mettere così il bavaglio alle opposizioni. Secondo me questo è il risultato che emerge chiaramente in questo momento: si tagliano i tempi e si cerca di togliere di mezzo tutti quegli argomenti un po’ più scomodi, rendendo il dibattito all’interno dell’aula meno trasparente e meno condiviso. Forse è proprio questo il risultato che qualcuno all’interno della maggioranza vuole ottenere. Io allora mi voglio appellare a quei colleghi che hanno sollevato delle criticità affinché si possa aprire un dialogo, un tavolo di confronto serio per fare le cose con ordine; bisognerebbe prima definire bene lo status del consigliere e l’organizzazione dei lavori partendo dagli esiti molto approfonditi e importanti del lavoro svolto finora dalla Commissione speciale per le riforme istituzionali. Solo in un secondo momento, sulla base di queste decisioni, dovremmo eventualmente andare a modificare il regolamento consiliare. Non possiamo pensare di ridurre così tanto i tempi di intervento, tagliando quella che è l’essenza stessa del dibattito democratico che si svolge all’interno di quest’aula, senza prima aver approvato uno statuto delle opposizioni o aver organizzato una modalità che permetta alle minoranze di esercitare il proprio ruolo di controllo e di critica dell’operato dello Stato e della maggioranza. Se volete a tutti i costi sovvertire l’ordine dei passaggi e iniziare con una modifica del regolamento nel momento in cui non si sono ancora ridefinite tutte le altre questioni, allora l’impressione è davvero che vogliate soltanto far parlare meno le forze di minoranza e mettere un silenziatore al dibattito. Io credo fermamente che la discussione parlamentare non sia affatto una perdita di tempo; certo, il lavoro andrebbe ottimizzato e non lo nego, ma il dibattito è la garanzia che le scelte collettive siano trasparenti e condivise. È la garanzia che ogni politico possa venire in aula e portare la propria sensibilità e le proprie istanze, anche andando oltre la linea del proprio partito, perché ci sono progetti di legge che scuotono le coscienze personali e per i quali non possiamo ridurre un dibattito parlamentare a soli tre minuti. Non regge il paragone con gli organismi internazionali: loro non devono legiferare, mentre noi in quest’aula abbiamo il ruolo di legislatori e questo non ce lo possiamo dimenticare. Non potete pretendere che le opposizioni condividano una modifica di questo genere se prima non si è attivato un confronto serio e chiaro all’interno di quel contenitore più grande che abbiamo approvato tutti all’unanimità, ovvero la commissione per le riforme istituzionali. Mi appello quindi ai colleghi e alle colleghe affinché questo iter venga interrotto per poterne riparlare seriamente e con il giusto ordine.
Gaetano Troina (D-ML): Io intervengo in un dibattito che considero decisamente complicato, sia per il tema che stiamo affrontando sia per le dinamiche che lo hanno riguardato finora. Penso sia sempre doveroso, quando si parla di gerarchia delle fonti, fare un preciso riferimento alla nostra Dichiarazione dei Diritti che interviene in maniera molto chiara nel dettare le tipologie di norme e il loro utilizzo. L’articolo 3 bis, aggiunto successivamente, dice espressamente al comma 2 che le leggi qualificate disciplinano il funzionamento degli organi costituzionali e gli istituti di democrazia diretta, e devono essere approvate dal Consiglio Grande e Generale con la maggioranza assoluta dei suoi componenti; le leggi ordinarie, invece, vengono approvate a maggioranza semplice. Da questo capiamo già bene quale sia la differenza sostanziale di cui stiamo discutendo, perché cambia proprio la maggioranza richiesta. Io posso comprendere tutti i ragionamenti fatti dai vari colleghi più o meno formati dal punto di vista giuridico, ma a me hanno sempre insegnato fin da quando ho iniziato a studiare diritto che la forma è sostanza. Se la forma è sostanza, significa che le cose non si possono affatto fare in maniera superficiale; non può passare il messaggio che sia tutto ovvio o che sia facile interpretare il senso di ciò che si intendeva fare, perché altrimenti chiunque in questo Paese potrebbe svegliarsi la mattina e sostenere che la legge dice una cosa diversa da quella scritta solo in base alla propria interpretazione personale. Le cose vanno fatte esattamente come sono prescritte, altrimenti che esempio diamo a chi ci guarda da fuori? Se il Parlamento è il primo a non rispettare le forme, e l’ho detto tante volte in questi anni, non diamo certo un buon segnale. Riguardo al precedente del 2020, ci tengo a ricordare che c’è la mia firma su quel progetto di legge poi approvato nel 2021, ma il contesto era completamente diverso. Allora abbiamo fatto decine di incontri, discutevamo giorno e notte di quali emendamenti apportare perché si trattava di un tema delicatissimo; quando siamo arrivati al deposito del progetto c’era una condivisione profonda. Certo, non era un testo firmato da tutte le forze politiche e il dibattito fu acceso, ma molte delle modifiche apportate erano frutto della condivisione con le forze di opposizione e quindi non c’era una contrarietà pregiudiziale perché tutti ci rendevamo conto delle cose da sistemare. Alla fine la sintesi non era affatto male. Oggi invece il clima è del tutto differente perché non c’è stato alcun confronto reale per arrivare a questo testo; come ho detto ieri, ve lo siete scritto da soli e avete un bel coraggio a venire qui in aula ai microfoni a dire che in realtà si tratta di un progetto aperto. Su questo provvedimento ci è stato detto chiaramente che il pacchetto è questo e non c’è spazio per i nostri emendamenti; nel 2021 non andò affatto così e quindi non potete fare riferimento a quel precedente, anche perché nel titolo allora era specificato correttamente di cosa si trattasse. Mi dispiace davvero che l’approccio sia questo e che si continui a procedere per forza d’inerzia, mettendo persino la Reggenza in difficoltà nel dover prendere decisioni difficili mentre questa maggioranza si arrampica sugli specchi per giustificare i propri errori. Sui provvedimenti importanti portati in quest’aula non ce n’è stato uno che non avesse dei problemi tecnici; ogni volta c’è da metterci una pezza perché vi è sfuggito qualcosa. Io mi chiedo se siate capaci di fare un provvedimento che non presenti criticità fin dall’inizio; sinceramente, in questa maggioranza come nella scorsa, non ho mai visto una gestione di questo tipo.
Francesca Civerchia (Pdcs): Io credo sia capitato a tutti noi, come consiglieri della Repubblica, di dover dare spiegazioni ai cittadini e di dover rispettare il loro parere; molte persone ultimamente hanno assunto toni che sono diventati molto aggressivi nei confronti della politica. Proprio per questo io ritengo che questo provvedimento di legge sia assolutamente puntuale e soprattutto rispettoso nei confronti dei nostri cittadini, i quali ci chiedono di diminuire le tempistiche dei lavori perché noi per giorni e giorni dibattiamo sugli stessi argomenti in maniera eccessiva. Ritengo che questo genere di provvedimento sia necessario; poi ognuno può fare le polemiche che preferisce, ma alla base c’è la necessità del cittadino di ascoltare il contributo di tutti in uno spazio adeguato alla realtà. Al di là di queste riflessioni, vorrei fare altre considerazioni che esulano dagli aspetti tecnici e attengono alla dimensione etica del ruolo del consigliere. Io penso che questo progetto di legge non rappresenti soltanto un intervento regolamentare fine a se stesso, ma sia un’occasione molto importante per interrogarci sul modo in cui intendiamo vivere le istituzioni e sul rispetto che dobbiamo a quest’aula, ai cittadini che rappresentiamo e soprattutto a noi stessi. Sappiamo tutti che le regole sono necessarie perché sono la struttura che sostiene la nostra democrazia, ma le regole da sole non possono bastare; nessun regolamento potrà mai sostituire il senso dello Stato e nessun articolo potrà mai sostituire il rispetto delle persone. Esiste una differenza profonda tra la critica politica e l’attacco personale: la critica è il sale della democrazia ed è giusto contrastare le idee, le decisioni e le scelte di governo, ma utilizzare termini offensivi nei confronti di altri consiglieri all’interno di quest’aula non dovrebbe essere mai permesso. L’offesa, la manipolazione della realtà e lo stigmatizzare le situazioni solo per aggredire la persona invece di rimanere concentrati sull’ideologia politica sono piani completamente diversi. È richiesta una responsabilità reciproca a tutti noi, maggioranza e opposizione; la politica ha il diritto di discutere e criticare le decisioni che hanno effetti sulla collettività, ma quando si lascia intendere l’esistenza di comportamenti scorretti, favoritismi o addirittura illeciti senza prove e senza attivare gli strumenti previsti dall’ordinamento, non siamo più nel terreno della politica, ma in quello dell’offesa e della delegittimazione. L’insinuazione è la forma più comoda dell’accusa perché colpisce senza dimostrare e ferisce senza assumersi la responsabilità della prova. Da troppo tempo in quest’aula sembra che qualcuno abbia fatto della tecnica del sospetto il proprio principale strumento di azione politica; qualsiasi iniziativa viene guardata con diffidenza e qualsiasi proposta viene contestata non per migliorarla, ma per distruggere. Chi assume una responsabilità pubblica, che sia un Segretario di Stato, un consigliere o un Capitano Reggente, non può essere costantemente circondato da dubbi e sospetti infondati. Questa è una politica che purtroppo distrugge invece di costruire, che critica senza proporre alternative e che vede sistematicamente il marcio anche dove non c’è; quando il sospetto diventa il metodo, il rischio reale è quello di avvelenare il rapporto tra i cittadini e le istituzioni.
Giulia Muratori (Libera): Oggi affrontiamo il primo dibattito su questa nuova legge che riguarda il regolamento consiliare. Quando parliamo del regolamento, parliamo essenzialmente delle regole che devono disciplinare il confronto democratico all’interno di un’aula parlamentare che, non dimentichiamolo mai, rappresenta la massima istituzione rappresentativa del nostro Paese. Io vorrei iniziare rispondendo ad alcune critiche piuttosto dure che sono arrivate dai banchi dell’opposizione. In particolare, è stato detto che nella scorsa legislatura il confronto sarebbe stato differente; io personalmente non ero presente essendo questa la mia prima legislatura, ma parlando con i colleghi e approfondendo i fatti, devo dire al collega Gaetano Troina che questo grande confronto che lui sottolinea a me non risulta affatto esserci stato in quei termini. Un’altra considerazione che mi sento di fare riguarda un’accusa rivolta spesso alla maggioranza in questi giorni: ci viene rinfacciato che non tutti i consiglieri di maggioranza interveniamo e che non tutti prendiamo la parola durante il dibattito. Io penso che questo accada semplicemente perché, con le regole attuali, siamo spesso costretti a organizzarci all’interno dei gruppi consiliari per gestire al meglio i tempi e gli interventi. D’altronde questo è proprio il lavoro che deve svolgere un gruppo organizzato e non può certo diventare un argomento per tentare di delegittimare il contributo di chi sceglie di non intervenire o di chi, per ovvie esigenze organizzative, non sempre riesce a trovare lo spazio per farlo. Credo però che sia necessaria una riflessione molto più ampia: io lo dico senza esitazioni, le istituzioni hanno il dovere di sapersi aggiornare per essere in grado di rispondere alle sfide e alle esigenze del proprio tempo. Secondo me è giusto interrogarsi su come rendere più efficiente il lavoro del Consiglio, chiedendosi se certi procedimenti possano essere semplificati, se le tempistiche possano essere razionalizzate e se sia possibile migliorare complessivamente l’organizzazione dei nostri lavori. C’è una cosa importante che dobbiamo sempre ricordare: noi siamo qui esclusivamente per svolgere un servizio verso il nostro Paese. Nessuno di noi è stato costretto a fare politica; abbiamo scelto in totale libertà di assumere questa grande responsabilità e quindi abbiamo il dovere morale di utilizzare nel miglior modo possibile il tempo delle istituzioni. Proprio perché stiamo discutendo delle regole del gioco, io credo che esista un principio che non possiamo assolutamente ignorare: le regole si definiscono insieme. Esse non possono essere percepite come il patrimonio di una sola parte politica e non devono mai diventare un motivo di divisione tra maggioranza e opposizione. Un regolamento consiliare funziona davvero soltanto quando viene riconosciuto come legittimo da tutti coloro che sono chiamati ad applicarlo quotidianamente. Per questo motivo io ritengo che il percorso debba essere il più possibile condiviso; come maggioranza abbiamo cercato il confronto e abbiamo chiesto condivisione, ma purtroppo l’atteggiamento dall’altra parte non è stato collaborativo. Il mio vuole essere quindi un invito esplicito a ritrovare il dialogo e la condivisione su questo tema così delicato. Certamente ci sono aspetti della proposta che meritano un ulteriore approfondimento; già durante questo dibattito in aula stanno emergendo dubbi e criticità e io penso che insieme potremo trovare delle soluzioni che vadano bene per tutti. Penso ad esempio al ruolo fondamentale delle commissioni consiliari, che sono il luogo naturale dell’approfondimento tecnico, dell’analisi minuziosa dei testi e del confronto dettagliato sulle norme. È giustissimo valorizzare il loro lavoro e rafforzarne l’efficacia, ma allo stesso tempo credo che la sintesi politica debba continuare a trovarsi qui, in quest’aula. Il Consiglio Grande e Generale non deve essere ridotto al luogo della votazione finale; esso è il cuore della rappresentanza democratica e il luogo dove le diverse sensibilità politiche si confrontano pubblicamente davanti ai cittadini. Se spostassimo eccessivamente il confronto fuori dall’aula, rischieremmo di impoverire proprio quella dimensione politica che costituisce l’essenza stessa della nostra funzione. Dobbiamo ridare dignità al ruolo del consigliere: essere un consigliere non significa limitarsi a premere un pulsante al momento del voto, ma significa approfondire i temi, confrontarsi seriamente, rappresentare idee e sensibilità differenti per contribuire alla costruzione delle decisioni pubbliche. Secondo me la politica perde valore quando diventa mera contrapposizione, ma lo perde anche quando si rinuncia al confronto costruttivo. Per questo io non condivido né la posizione di chi sostiene che non si debba cambiare nulla, né l’idea di chi pensa che l’efficienza debba diventare l’unico parametro di valutazione. L’efficienza e la capacità di decidere evitando inutili lungaggini sono sicuramente importanti, ma è altrettanto fondamentale garantire spazi adeguati al confronto democratico. Una democrazia non si misura soltanto dalla velocità con cui assume le decisioni, ma si misura soprattutto dalla qualità del dibattito che precede quelle stesse decisioni. Il nostro compito deve essere quello di trovare un punto di equilibrio tra l’efficacia dell’azione e la rappresentanza, tra la certezza dei tempi e il sacrosanto diritto al confronto. Le regole del Consiglio non appartengono alla maggioranza di oggi né all’opposizione di oggi, ma sono un patrimonio della nostra democrazia.
Gian Carlo Venturini (Pdcs): Desidero fare anch’io alcune considerazioni su questo importante provvedimento di legge che stiamo discutendo oggi in prima lettura. Purtroppo, ogni volta che si affronta il tema del regolamento consiliare — e io sono in quest’aula da diversi anni — si ripete sempre lo stesso copione: chi siede in maggioranza propone modifiche per organizzare meglio i lavori, mentre chi si trova all’opposizione accusa puntualmente di voler mettere il bavaglio alle minoranze o di voler ridurre i tempi del dibattito. Si dice spesso che, siccome la maggioranza è molto ampia, avremmo quasi paura di quindici o sedici consiglieri d’opposizione. Io penso che questo non sia affatto il termine appropriato da usare, perché ognuno di noi ha il dovere e la responsabilità di pensare a come migliorare e organizzare in modo efficiente l’attività del Consiglio. Credo che tutti noi, quando usciamo da quest’aula e parliamo con i cittadini, sentiamo dire che ormai il Consiglio non viene più ascoltato, sia per i toni e le modalità usate, sia perché siamo troppo ripetitivi e inconcludenti. Quindi, io penso che qualcosa si debba fare necessariamente. Non credo a quanto sostenuto dal collega Troina, il quale dice che nel 2020 furono fatti molti incontri; alla fine gli argomenti erano sempre gli stessi e io, che all’epoca ero in maggioranza con lui, ricordo bene che non si era trovata affatto una quadra comune, anzi si ripeteva il medesimo discorso di oggi. Quando si mette mano a queste norme, io penso che tutti dovremmo avere l’obiettivo di svolgere al meglio il nostro compito, nel pieno rispetto dei ruoli di maggioranza e opposizione. Dobbiamo anche tenere conto del rispetto verso chi ci ascolta da casa e verso i colleghi che, all’interno di quest’aula, cercano di fare il proprio lavoro portando avanti contemporaneamente un’altra attività professionale, non potendo fare politica a tempo pieno. È un impegno che dobbiamo assumerci tutti: trovare il modo di organizzare meglio le sedute. Secondo me, passare da otto a cinque minuti di intervento non significa affatto mettere il bavaglio a qualcuno. Io partecipo regolarmente ad alcuni organismi internazionali e vi assicuro che lì i tempi concessi sono di tre, quattro o al massimo cinque minuti in situazioni davvero particolari; quindi è corretto prevedere che, per temi estremamente delicati, si possa ricorrere al raddoppio dei tempi come già avviene in certi casi, ma non si può dire che vogliamo togliere la parola a qualcuno. Oggi siamo in prima lettura e io penso, come hanno notato altri colleghi, che ci sia tutto lo spazio per ulteriori confronti e per trovare una sintesi. Certo, ognuno deve fare la sua parte nel proprio ruolo, ma deve trattarsi di un ruolo propositivo; la maggioranza cerca soluzioni organizzative e l’opposizione dovrebbe essere costruttiva e non solo strumentale. Se non vado errato — e non ho partecipato a tutti i passaggi — era stato chiesto un confronto su una bozza di testo, ma al primo incontro non se ne fece nulla e al secondo l’opposizione non si è nemmeno presentata. Si dice che dobbiamo affrontare il tema delle riforme istituzionali, ma quando abbiamo insediato quella commissione avevamo già chiarito che, pur dovendo pensare al ruolo del consigliere e a tutti gli altri aspetti generali, dovevamo intanto trovare il modo di organizzare meglio i lavori correnti, estrapolando la questione del regolamento consiliare. Io penso che ognuno debba svolgere la propria funzione in modo costruttivo, perché le regole del gioco che definiamo oggi varranno per tutti: chi è maggioranza oggi domani sarà opposizione e viceversa. Io sono stato all’opposizione e ricordo bene un episodio del 2018, quando insieme agli amici del movimento Rete, su un articolo di legge composto da appena due righe di finalità, facemmo ben 25 interventi. Oggi che siamo in maggioranza noi, lo fate voi, ma se vogliamo che le cose vengano fatte concretamente dobbiamo trovare risposte e soluzioni reali. Non si può cadere ogni volta nella solita strumentalizzazione per cui vogliamo mettere il bavaglio all’opposizione; io penso invece che dobbiamo rispondere seriamente al mandato che i cittadini ci hanno affidato, garantendo loro il diritto di avere risposte concrete da parte di tutti noi.
Luca Boschi (Libera): Proprio perché uno degli obiettivi dichiarati di questa legge è limitare la ridondanza nei nostri dibattiti e non voglio essere io il primo a contraddirne lo spirito. Condivido pienamente l’intervento della mia collega Giulia Muratori. Il tema del regolamento consiliare è ricorrente: io sono alla mia terza legislatura e questa è la terza volta che lo cambiamo. Voglio raccontare alcuni aneddoti: ricordo la prima volta, nel 2018, quando arrivammo a una modifica dopo un confronto lunghissimo e partecipato che però, come era prevedibile, non portò a un accordo totale; una cosa è garantire il confronto, un’altra è pretendere un accordo che non sempre è possibile. Ricordo che una delle novità fu l’eliminazione di certi passaggi di voto e, per uno scherzo del destino, esattamente un anno dopo quel governo cadde. Questo per dire che spesso possiamo fare tutte le regole del mondo, ma è l’atteggiamento con cui ci si approccia alle leggi a fare la differenza. Voglio fare un altro esempio recente: proprio nelle scorse settimane è arrivato a termine l’iter del progetto di legge sulla pianificazione strategica territoriale. In quel caso, dopo la prima lettura, il progetto è stato analizzato per diversi giorni in commissione in modo estremamente approfondito. Durante la seconda lettura, le opposizioni non hanno seguito il solito metodo della ridondanza fine a se stessa, ma hanno adottato un metodo che io considero assolutamente apprezzabile e chiaro: sono andate ad analizzare articolo per articolo, contestando, criticando o approvando i singoli provvedimenti, utilizzando un tempo complessivo persino inferiore a quello che prevederebbe il regolamento che stiamo discutendo oggi. Qual è stato il risultato? Ne è uscita una soddisfazione generale della maggioranza e un clima costruttivo; grazie ai consiglieri Casali e a tutti gli altri membri delle minoranze, siamo riusciti a fare un lavoro di qualità. Addirittura, per via dei festivi, saremmo stati disposti a sederci e lavorare anche durante la settimana di pausa pur di chiudere bene il provvedimento. Questo dimostra che non è la quantità di tempo a fare la differenza, ma la capacità di ogni singolo consigliere e di ogni politico di essere efficace, analizzando bene i testi prima di criticarli, per poi trasferire correttamente alla cittadinanza le proprie posizioni. Secondo me è necessario gestire il livello democratico con un equilibrio tra tre elementi: chi ha vinto le elezioni ha il dovere e il diritto di governare, mentre le minoranze hanno il ruolo fondamentale, il dovere e il diritto di analizzare, criticare, denunciare e fare controproposte. Noi saremo gli ultimi paladini a difesa di questi spazi democratici. Per quanto riguarda l’approccio di Libera, io penso che sia un po’ diverso da quello degli altri partiti; qualcuno dice che abbiamo uno storico di condivisione massima, mentre altri, come la Democrazia Cristiana, oggi sostengono che le regole del gioco si debbano fare insieme. È vero, come diceva il consigliere Troina, che qualche confronto c’è stato nel 2022 quando è stata portata la riforma del fondo consiliare, ma di condivisione reale non se ne è vista proprio. Quel testo lo ha firmato lui, ma non lo abbiamo firmato noi di Libera né lo ha firmato l’opposizione di allora. Quindi non prendiamoci in giro: noi dobbiamo assolutamente garantire il confronto, pur sapendo che non si può garantire sempre un risultato finale unanime, altrimenti non si farebbe mai nulla. Da un lato dobbiamo permettere al governo di portare a casa il programma elettorale e le soluzioni per il Paese, dall’altro dobbiamo garantire alle opposizioni di far sentire la propria voce. Nel prossimo mese, tutta la maggioranza si impegnerà in maniera fattiva per migliorare al massimo questo testo, anche se non possiamo garantire fin da ora un risultato condiviso al cento per cento.
Tomaso Rossini (Psd): Io penso che intervenire sul regolamento del Consiglio Grande e Generale sia sempre una materia estremamente delicata. Lo è perché, secondo me, il regolamento non appartiene a una singola maggioranza o a una specifica opposizione, ma appartiene all’istituzione stessa. È lo strumento fondamentale che disciplina il modo in cui quest’aula discute, decide, controlla l’operato del governo e rappresenta l’intero Paese. Proprio per questa ragione, io credo che dobbiamo affrontare questa proposta con grande equilibrio, evitando la propaganda e le letture strumentali. Le regole che approviamo oggi varranno per tutti, domani i ruoli potrebbero invertirsi e chi siede oggi in maggioranza potrebbe trovarsi all’opposizione. Questa riforma nasce per rispondere a un problema reale che non possiamo più far finta di non vedere. I lavori del Consiglio sono spesso appesantiti da discussioni troppo lunghe, da tecnicismi procedurali esasperati, da ripetizioni continue e da interventi che a volte si allontanano troppo dal merito dei provvedimenti. Capita che un singolo testo di legge tenga impegnata l’aula per settimane intere e, quando succede, non è solo un problema di calendario, ma un problema di efficienza della nostra istituzione. Il Consiglio Grande e Generale deve essere il luogo più alto del confronto democratico, ma proprio per questo deve essere anche il luogo della responsabilità. Parlare in quest’aula è un diritto sacrosanto, ma è anche un dovere: il dovere di essere pertinenti, chiari e di portare elementi utili alla decisione finale. Troppo spesso, invece, assistiamo a interventi ridondanti, fuori tema o costruiti solo per attribuire responsabilità improprie alla maggioranza o al governo. Tutto questo, secondo me, non rafforza il Parlamento ma lo indebolisce, aumentando la confusione invece della trasparenza. Purtroppo in quest’aula non sempre prevale il buon senso e per questo siamo costretti a intervenire sul regolamento; non vogliamo limitare la libertà di parola, ma vogliamo restituirle il suo vero valore. Ridurre i tempi significa chiedere più sintesi, più qualità e più responsabilità a ognuno di noi. Un intervento breve non è meno libero, anzi, spesso è molto più efficace; la sintesi non è nemica della democrazia, ma è una forma di rispetto verso i colleghi, verso l’aula e verso i cittadini che ci ascoltano. Una migliore disciplina dei tempi rende il confronto più ordinato e consente anche alla maggioranza di partecipare di più al dibattito, evitando che il Consiglio resti ostaggio di dinamiche ostruzionistiche. L’ostruzionismo può essere uno strumento politico, ma non può diventare il metodo ordinario per paralizzare i lavori legislativi. La democrazia si misura dalla qualità delle decisioni assunte, non solo dai minuti utilizzati per parlare. In questo senso va letta anche la valorizzazione delle commissioni in sede redigente: spostare nelle commissioni il lavoro tecnico sugli articoli e sugli emendamenti non toglie democrazia, perché le commissioni sono organi parlamentari rappresentativi degli equilibri dell’aula. È lì che si può entrare nel merito dei testi con maggiore approfondimento. L’aula conserverà comunque il dibattito generale e la votazione finale, e resteranno riservate al Consiglio le materie più delicate come quelle istituzionali, elettorali e la legge finanziaria. Questo dimostra che non stiamo affatto sottraendo centralità al Consiglio. Anche la possibilità di prevedere sostituti per i membri delle commissioni garantisce che i lavori non si blocchino per assenze o impedimenti, assicurando la continuità istituzionale. Vorrei poi richiamare l’attenzione sullo status del consigliere: con modalità di lavoro così lunghe e imprevedibili, la funzione consiliare rischia di diventare praticabile solo per chi se lo può permettere dal punto di vista lavorativo. Questo è un vero problema democratico, perché se alcune categorie professionali non riescono a svolgere il mandato, allora una parte della società non è rappresentata. Rendere i lavori più prevedibili significa rendere la carica consiliare più accessibile a tutti. Infine, alla luce di quanto accaduto in apertura dei lavori, ritengo opportuno valutare un emendamento che introduca un controllo formale preventivo da parte della segreteria istituzionale o di altri organi competenti sulle proposte di legge e sugli emendamenti. Un supporto tecnico a disposizione di tutti i gruppi servirebbe a evitare errori, inammissibilità o carenze di coperture finanziarie che spesso rallentano i lavori e alimentano polemiche. Sul metodo politico dico che queste modifiche prendono spunto dai lavori della commissione per le riforme e dovrebbero spingerci a un salto di qualità nel rapporto tra maggioranza e opposizione. La maggioranza deve coinvolgere di più, ma anche l’opposizione deve accettare il confronto cercando compromessi e non abbandonando il tavolo ogni volta che non ottiene tutto ciò che chiede. Solo così potremo costruire qualcosa di utile per il Paese.
Enrico Carattoni (Rf): Io parto da una considerazione preliminare che si lega strettamente anche al dibattito di ieri. In sostanza, vedo il tentativo continuo di trovare degli escamotage per abbassare costantemente il livello e la qualità del confronto democratico in quest’aula. La proposta che è emersa ieri, e che stiamo vivendo ancora oggi, è sintomatica: qual è stata la sostanza del ragionamento? Quella di appaltare a dei tecnici lo studio e l’esame dei progetti di riforma del nostro ordinamento. Ma sapete qual è l’unico vero scopo? È quello di evitare ciò a cui quest’aula è naturalmente deputata, ovvero il dibattito e il confronto democratico preliminare rispetto all’approvazione dei progetti di legge. Questo è il ruolo principe di questo Consiglio, un ruolo al quale però, ogni tanto, si vanno ad erodere fette di funzioni perché ci si è annoiati di voler aumentare la qualità e il livello del confronto. Non si capisce che tante volte proprio da questo confronto possono nascere molte iniziative positive. Lo dimostra il progetto di legge approvato ieri: tra il deposito e l’approvazione definitiva sono passati appena due mesi e mezzo per un testo di sessanta articoli. Questa è la riprova che, se esiste la volontà politica di arrivare a un obiettivo, l’obiettivo si può perseguire tranquillamente senza bisogno di queste scorciatoie procedurali. Pensiamo anche all’approvazione della legge di bilancio, sulla quale abbiamo voluto inserire con testardaggine alcuni emendamenti che sono stati approvati con estrema fatica. Abbiamo dovuto utilizzare dei metodi estremi, se volete, come l’ostruzionismo o gli interventi a oltranza per costringere la maggioranza ad approvare qualcosa che non tornasse in tasca a noi, ma che fosse utile alla popolazione. Mi riferisco alla questione delle rette degli asili nido, alla questione dei centri estivi o alla tutela dei lavoratori che non si vedono versati i contributi previdenziali. Sarebbe questo il crimine commesso? È questo il crimine per il quale oggi si sta cercando di comprimere in maniera anormale i tempi del dibattito in questo Paese? Certo che ci sono delle distorsioni, ma la Commissione per le riforme istituzionali — che è stata affossata dal governo e da quei “pasdaran” che non vogliono il confronto — aveva proprio lo scopo di risolverle. Banalmente, a questa forma si sarebbe potuto arrivare prevedendo uno statuto delle opposizioni, un tema sul quale non vi siete mai voluti confrontare seriamente e sul quale non avete mai avuto la dignità di mettere una parola chiara. Avete sempre voluto parlare di altro e ora arrivate con un provvedimentino di legge scritto talmente male da non capire neanche che quella legge doveva essere una legge qualificata e non una legge ordinaria; questa è la vostra capacità e la competenza che dimostrate. E poi accusate l’opposizione di non saper fare il proprio lavoro. Ho sentito delle affermazioni della consigliera Ilaria Bacciocchi che mi fanno accapponare la pelle quando dice che bisogna presentare gli emendamenti in un certo modo. Abbiamo visto degli emendamenti in passato che non c’entravano nulla con il progetto di legge in discussione. È come se noi presentassimo oggi degli emendamenti totalmente estranei, ma vi ricordate quando il Partito dei Socialisti e dei Democratici ha fatto una battaglia, per carità legittima, inserendo e innovando un intero capitolo del codice penale introducendo i reati contro gli animali all’interno di un progetto di legge che riguardava i reati finanziari come l’appropriazione indebita? Abbiamo dovuto cambiare il titolo di quella legge perché altrimenti, cercandola sul motore di ricerca del Consiglio, nessuno l’avrebbe mai trovata. Vi rendete conto che ci accusate delle stesse cose che fate voi? Qui la competenza emerge a fiotti proprio perché oggi si decide di attribuire a un organismo come quello dell’Ufficio di Segreteria un potere del tutto innaturale: quello di decidere sulla legittimità degli emendamenti proposti solo dai parlamentari, solo dai consiglieri. Badate bene, non si parla degli emendamenti del governo, che spende milioni di euro in consulenze come le ultime che abbiamo visto; no, solo quelli del Consiglio Grande e Generale. Quando la Commissione di controllo sulla finanza pubblica appena dice una parola viene subito “silenziata”, si cambiano i membri perché guai a sindacare sulle spese del Congresso di Stato; però sugli emendamenti per le rette degli asili o i centri estivi, lì invece l’opposizione deve essere fermata. Allora si inserisce un Ufficio di Segreteria arricchito di due persone che godono della mia massima stima, come il dirigente della Ragioneria Generale dello Stato e dell’Avvocatura dello Stato. Sono due persone che stimo incondizionatamente, ma che non sono parlamentari di questa Repubblica. Come possono due persone che non sono state elette poter intervenire e dire se degli emendamenti hanno o meno la copertura finanziaria? Vi rendete conto della follia? In Italia la Ragioneria Generale dello Stato esprime comunque un parere perché nessuno può mettersi in contrasto con il volere del Parlamento che è sovrano. Se non capite questo, allora non è una questione di scrivere leggi o chiamare consulenti: qui mancano proprio le basi della cultura democratica di un Paese, basi che vanno riscritte completamente, e il livello asfittico che stiamo vivendo in questo dibattito ne è la riprova.
Giovanni Francesco Ugolini (Pdcs): Vorrei proporre alcune considerazioni in questo dibattito acceso ma sicuramente costruttivo sul progetto di legge che apporta significative modifiche alla Legge Qualificata del 1° agosto 2018 numero 3, ovvero il regolamento del Consiglio Grande e Generale. Il provvedimento che discutiamo oggi nasce da un’esigenza che considero chiara e concreta: rendere il lavoro di quest’aula più efficace, più ordinato e soprattutto più vicino alle reali necessità del Paese. Si tratta di un provvedimento promosso dalle forze di maggioranza e già richiamato nel programma di governo proprio perché è necessario rendere più efficiente e ordinata l’attività istituzionale e parlamentare. Infatti, negli ultimi anni abbiamo visto come troppo spesso i lavori consiliari rischino di rallentare sotto il peso di procedure complesse, tempi eccessivamente dilatati e meccanismi che, invece di facilitare il confronto politico, finiscono purtroppo per ostacolarlo. Questo non è nell’interesse dell’istituzione né dei cittadini, che da noi si aspettano giustamente risposte tempestive e di qualità. Questa riforma interviene esattamente in questa direzione: rafforza il ruolo delle commissioni valorizzandole come sede di approfondimento serio e qualificato; introduce criteri più chiari sull’ammissibilità degli emendamenti, garantendo un maggiore rigore e una sostenibilità tecnica e finanziaria; e soprattutto restituisce flessibilità alla programmazione dei lavori, superando quegli automatismi che troppo spesso hanno ingessato l’attività dell’aula. Tutto questo serve affinché l’aula torni a essere la sede istituzionale dove i consiglieri possono concentrarsi sul dibattito politico e confrontarsi per affrontare le varie problematiche del Paese, operando in modo più organizzato ed efficace per il bene della Repubblica. Io penso che non si tratti affatto di voler comprimere il dibattito democratico, ma al contrario di volerlo rendere più incisivo. Ridurre i tempi morti e i passaggi ridondanti significa dare più spazio alla sostanza, al merito delle questioni, alle decisioni e al confronto vero. Allo stesso tempo viene preservata la centralità dell’aula e il rispetto delle prerogative per le minoranze, in un equilibrio che riteniamo fondamentale per il buon funzionamento delle istituzioni. Mi auguro davvero che le forze di opposizione possano collaborare tra la prima e la seconda lettura per rendere ancora più condiviso questo provvedimento, che va nella direzione di valorizzare ancora di più il lavoro dei consiglieri. Come avete sentito dal dibattito, tutte le forze di maggioranza sono aperte al confronto e ai suggerimenti che potranno arrivare. In definitiva, questa proposta non stravolge il nostro sistema, ma lo aggiorna, lo rende più moderno, più efficiente e più capace di rispondere alle sfide attuali. Per queste ragioni esprimo in modo convinto il mio sostegno e quello del mio partito al provvedimento.
Giovanna Cecchetti (indipendente di maggioranza): Non è sicuramente facile intervenire oggi, ma cercherò di farlo con uno spirito costruttivo perché, quando si parla del regolamento del Consiglio Grande e Generale, si parla delle regole del gioco della nostra principale istituzione democratica, regole che riguardano tutti e non solo la maggioranza o l’opposizione. Per questo motivo credo sia necessario affrontare il dibattito senza pregiudizi e senza troppe semplificazioni. Parto da un dato di fatto, ossia la necessità di intervenire sul regolamento: è un’esigenza che non nasce oggi e non nasce per caso, era già prevista nel programma di governo ed è stata più volte richiamata nel dibattito politico e istituzionale. Questo accade perché da tempo esiste la consapevolezza che alcuni aspetti del funzionamento del Consiglio debbano essere aggiornati. Negli anni abbiamo assistito a un progressivo appesantimento dell’attività consiliare; molto spesso i dibattiti si sono dilatati oltre misura, le posizioni si sono ripetute e il confronto si è trasformato più in una sommatoria di interventi che in una reale elaborazione politica. Rispetto al passato, dove c’erano sicuramente dei tempi anche più lunghi ma un’organizzazione dei lavori diversa e forse un rispetto differente verso il ruolo del consigliere, i lavori erano molto più snelli ed efficaci. Oggi invece vediamo che, nonostante i tempi si siano già accorciati rispetto ad un tempo, abbiamo interventi magari importanti e interessanti ma anche un allungamento che difficilmente rende le sessioni del Consiglio efficienti. Io non credo che questa sia una critica rivolta ad una parte politica piuttosto che ad un’altra; è una constatazione che riguarda tutti noi ed è proprio qui che nasce questo progetto. Non nasce dalla volontà di limitare il confronto, né tantomeno di mettere il bavaglio a qualcuno, ma dall’esigenza di rendere più efficiente il lavoro del Consiglio Grande e Generale. Per questo faccio fatica a condividere alcune definizioni che ho sentito utilizzare in questi giorni. Possiamo discutere nel merito delle singole modifiche e possiamo avere sensibilità diverse su alcuni articoli, ma ridurre tutto a una presunta volontà di colpire le opposizioni credo sia una lettura che non aiuta affatto il confronto. Questo progetto è il risultato di un lavoro sviluppato all’interno di una maggioranza che comprende culture politiche diverse e che proprio per questo ha richiesto mediazione e ricerca di punti di equilibrio. Detto questo, credo sia giusto evidenziare anche un limite del percorso seguito fino ad oggi: dato che le regole del Consiglio non appartengono alla maggioranza e non appartengono all’opposizione ma a tutti, queste dovrebbero essere il più possibile condivise. Abbiamo una maggioranza ampia, rappresentativa e composta da sensibilità differenti, ma proprio per questo il confronto non si deve fermare. Adesso siamo in prima lettura e mi aspetto che tra la prima e la seconda si apra uno spazio di approfondimento e confronto con tutte le forze presenti in aula. Anche se dobbiamo dirlo: le opposizioni sono state chiamate a un tavolo ma non hanno risposto. È invece importante che anche loro si siedano, che ci sediamo tutti insieme perché un regolamento è molto più forte quando riesce ad essere condiviso. Entrando poi nel merito, ritengo che alcune modifiche vadano in una direzione corretta. Penso a una migliore organizzazione dei lavori, a una programmazione più efficace dell’attività consiliare e a una razionalizzazione di procedure che nel tempo hanno mostrato dei limiti evidenti. Penso anche alla revisione di alcune tempistiche di intervento: su questo tema credo serva molta serietà e serenità. Ridurre alcuni tempi non significa ridurre il dibattito, anzi, può significare renderlo più incisivo perché non credo che un intervento sia efficace in base alla propria durata. Un intervento di dieci minuti non è necessariamente più efficace di uno che ne dura tre o cinque; lo è quando va al punto, quando approfondisce un tema e quando porta un contributo reale alla discussione. La qualità non si misura dal cronometro, ma dalla capacità di produrre idee, proposte e decisioni. Naturalmente esiste un limite che non si deve superare: l’efficienza non può diventare un fine in sé, ma deve essere uno strumento per rafforzare la centralità del Consiglio Grande e Generale. È questo il punto che mi interessa maggiormente: rendere efficiente il Consiglio non vuol dire svuotarlo, significa metterlo nelle condizioni di svolgere meglio le proprie funzioni legislative, di indirizzo e di controllo. Per questo motivo credo che il dibattito sul regolamento non possa essere separato dalle riflessioni emerse anche dalla Commissione speciale per le riforme. Anche in quella sede è emersa l’esigenza di rendere più efficiente il lavoro parlamentare senza indebolire la centralità del Consiglio e senza comprimere gli spazi di iniziativa politica e di controllo, tra i quali includo lo statuto delle opposizioni, che è lo strumento che garantirebbe loro spazi certi. Credo che questo debba essere il criterio con cui valutare questo progetto e per queste ragioni considero l’impostazione generale positiva. Allo stesso tempo ritengo che vi siano aspetti che meritino ulteriori approfondimenti; del resto è proprio questo il senso della prima lettura: aprire una discussione, raccogliere le osservazioni e migliorare il testo. Mi auguro quindi che nelle prossime settimane si possa sviluppare un confronto serio e costruttivo dove nessuno si sottragga, ma anzi si contribuisca con proposte a migliorarne il testo. È indubbio che la volontà della maggioranza sia quella di portare un testo che renda l’organizzazione dei lavori più efficiente e rispondente ai tempi attuali; poi, come dico sempre quando si tratta di provvedimenti di una certa portata, sarà soltanto la sua attuazione a farcene comprendere i reali effetti e, nel caso, interverremo.
Michela Pelliccioni (indipendente di opposizione): Ascoltando questo dibattito e guardando questo progetto di legge, a me viene in mente una famosa parabola del Vangelo, quella che dice: “Perché guardi la pagliuzza che sta nell’occhio di tuo fratello senza vedere la trave che sta nell’occhio tuo?”. Penso che questa immagine sia proprio calzante. Devo dire che ho ascoltato anche degli interventi di maggioranza critici che posso anche condividere nel merito, però pongo una prima questione: ma chi ha firmato questo progetto di legge? Mi pare sia stato firmato da tutte le forze di maggioranza presenti in quest’aula, quindi questo è già un primo termine di incertezza rispetto a quella che è stata l’organizzazione dei lavori. Io vorrei uscire dalla questione tecnica del rispetto della legge qualificata o della legge ordinaria per entrare proprio nel merito politico della questione: la maggioranza si è concentrata sul ridurre i tempi di discussione all’interno dell’aula parlamentare per spostare la sostanza del lavoro sulle commissioni consiliari. Tuttavia, manca una chiarezza di base rispetto a quella che dovrebbe essere l’origine della riforma, cioè definire quale debba essere a San Marino il ruolo del consigliere e dei lavori di questo Consiglio. Questa riforma è zoppa all’origine perché manca il lavoro preliminare rispetto al risultato che avete portato in quest’aula. Io credo che la legge elettorale abbia definito dei criteri operativi di maggioranza per i quali ci sono i numeri per portare avanti il programma di governo; allora io vi chiedo il “perché” di questo lavoro. Le scelte della politica dovrebbero avere come obiettivo la migliore gestione del dialogo democratico, ma credo che in questo progetto non si sia tenuto conto nemmeno degli indirizzi degli organismi internazionali. Ci sono ben due report del GRECO che dicono chiaramente che il ruolo del politico a San Marino deve diventare a tempo pieno. Allora io vi chiedo: questo lavoro va verso questo indirizzo? A me pare assolutamente di no. Venendo ad alcuni passaggi, io porto acqua al mio mulino: mi sembra evidente che il ruolo del consigliere indipendente venga completamente cancellato nelle attività dei lavori. Quale logica c’è in questo? State andando a creare una disparità ulteriore e un più forte disallineamento tra il ruolo del dipendente pubblico e quello del dipendente privato, e credo che di questo ve ne siate resi conto anche in termini di retribuzione nelle commissioni, che non è un aspetto secondario. C’è poi un nodo critico importante, già evidenziato dal consigliere Carattoni prima di me: il passaggio rispetto all’obbligo di un vaglio preventivo tecnico sulla copertura finanziaria degli emendamenti. È qui il nodo fondamentale: voi avete spostato sul piano tecnico quello che invece deve rimanere assolutamente politico. Se guardiamo alla vicina Italia, questo non è stato fatto nemmeno in casi complessi come quello del superbonus. Se fosse stato introdotto un vaglio preventivo del genere, probabilmente anche l’aspetto del superbonus avrebbe avuto un’altra declinazione, ma così togliete una possibilità importantissima al cittadino. È il cittadino che deve poter giudicare i soggetti che operano all’interno del Parlamento e capire se chi ha votato è in grado di fare il proprio lavoro. Questo è l’aspetto politico fondamentale: far venire meno questo vaglio politico per improntarlo su un controllo tecnico fa venire meno il principio democratico della rappresentanza eletta. Perché non lasciamo al cittadino la capacità di capire se chi sta dentro quest’aula ha la competenza per farlo o se trova soluzioni utili per il Paese? Purtroppo questo aspetto viene assolutamente meno. Questo è un progetto di legge che manca di un confronto serio, ma che ne meriterebbe uno profondo perché non possono esserci effetti solo a vantaggio della maggioranza di turno. Il lavoro deve essere fatto a favore di un ruolo parlamentare che va valorizzato. Definiamo prioritariamente quale debba essere il ruolo del parlamentare, stabiliamo le regole e poi non lanciamo messaggi sbagliati, come quello di far sembrare un “gettonificio” la Commissione per le riforme istituzionali.
Gian Matteo Zeppa (Rete): Io sono ormai troppo anziano dal punto di vista politico per non notare che molti degli interventi svolti oggi, qui a microfono aperto, provengono da consiglieri che hanno una moralità e un’etica profondamente compromesse. Se qualcuno si sentirà offeso dalle mie parole me ne assumerò la responsabilità, come faccio sempre, non è affatto un problema. Il punto è che tutti quanti sembriamo dimenticare la parte più importante della nostra funzione: noi siamo i rappresentanti democratici pro tempore della volontà della cittadinanza. Venire qui a cercare di abbellire qualcosa che è assolutamente indegno, senza avere nemmeno la sensibilità di ricordare che, oltre a essere consiglieri, siamo anche cittadini e siamo lavoratori, mi sembra inaccettabile. Secondo me abbiamo un doppio dovere nei confronti dei cittadini, e venire qui a recitare la parte della vittima, a fare i Calimero, quando si sa benissimo che certi ruoli politici vengono esercitati anche all’esterno per ottenere ritorni elettorali, è una cosa che non posso accettare. Sono ormai troppo anziano e troppo stanco per continuare a sentire certe panzane dentro quest’aula. Caro Luca Boschi, lei ha citato il 2018, ma io penso che ogni regolamento nasconda sempre un retropensiero. Le modifiche del 2018 nascevano da un contesto storico ben preciso, ve lo ricordate bene? La maggioranza di allora voleva cambiare il regolamento consiliare soprattutto per togliere l’articolo riguardante l’immunità parlamentare. Lo scopo reale era colpire Elena Tonnini, che aveva ricevuto delle denunce proprio per le sue dichiarazioni in Consiglio Grande e Generale da parte di Conforti. Quella sera io mi arrabbiai moltissimo perché divenne evidente quale fosse il vero obiettivo, esattamente come si vede bene oggi. Lo scopo attuale è zittire le voci critiche. Non avete toccato l’immunità, non avete toccato le retribuzioni, non avete parificato il settore pubblico e quello privato; no, vi siete concentrati solo sulla riduzione dei tempi perché il dibattito vi dà fastidio. Ma signori, siamo in un Parlamento e, come dice l’etimologia stessa della parola, in Parlamento si parla. Il retropensiero che vedo oggi è identico a quello del 2018 e io non dimentico lo schifo di chi cercò di avallare la pretesa di togliere l’immunità a un consigliere della Repubblica. La politica non è fatta di tattiche continue; la politica è fatta di regole e le regole devono essere rispettate, non si possono cambiare continuamente in corso d’opera. La questione è molto semplice. Poi certo, esiste la tattica politica, come quella che vedremo più tardi visto che non avete i numeri per garantire il numero legale, e di questo vi assumerete la responsabilità di fronte al Paese. Ma non venitemi a dire che non c’è differenza tra tattica di maggioranza o di opposizione. Che cavolo dite? E tu, Gian Carlo, tu quelle situazioni le hai vissute direttamente, c’eri nel 2018 e oggi te ne freghi altamente parlando solo di tempistiche. Io mi assumo la responsabilità di dire che siamo in presenza di persone che considero impresentabili dal punto di vista morale ed etico, perciò io non mi siederò a nessun tavolo, perché i percorsi da fare sono ben altri. C’è poi la questione della nomina di Gian Carlo Venturini a futuro Segretario di Stato: siete stati proprio voi del Pdcs a fare un comunicato stampa ufficiale. Ma dove sono i requisiti? Le norme vengono interpretate a piacimento. Gian Carlo Venturini non ha i requisiti, altrimenti questo sarebbe stato il primo comma da affrontare in questa commissione o in questo Consiglio. Invece siete usciti con un mandato che vi siete fatti da soli; auguri, non so quando prenderà effettivamente posto in quella Segreteria, ma questa è tutta un’interpretazione normativa caduca che applicate su tutto. Vi focalizzate solo sulle tempistiche, ma per me non è un problema. Se serve farò come quel vecchio consigliere del PC che saltò sugli scranni imitando una scimmia; se arriviamo a quel punto sono pronto a farlo, non ho problemi. Io ho una mia etica, sia qui dentro che fuori, e non voglio che qualcuno usi il microfono per fare la vittima. Sulla questione dell’IGR ci sono stati due pareri generali e Bordelli lo ha scritto chiaramente. Questa è la politica, non scherziamo. Siccome vedo che qualcuno in maggioranza ha ancora dei dubbi morali, faccio una proposta come quella di ieri: noi in opposizione siamo 16, ma per il ricorso al Collegio Garante della Costituzionalità delle norme servono 20 firme. Ci sono stati dei consiglieri di maggioranza che hanno mosso critiche feroci a questo provvedimento. Aspettiamo allora le firme di quei colleghi di maggioranza che vogliono sottoporre questa normativa turpe al Collegio Garante e vedremo cosa succederà. Questo non è fare politica, è altro.
Fabio Righi (D-ML): Io credo che sia davvero fondamentale sottolineare alcune cose e cercherò di essere molto veloce perché penso che la situazione si sia ulteriormente complicata con le dinamiche emerse stamattina. C’è un elemento che rischia di rendere totalmente vano tutto questo dibattito, obbligandoci a ricominciare da capo: l’utilizzo di uno strumento giuridico errato per raggiungere la finalità della modifica del regolamento consiliare. Abbiamo partecipato a un Ufficio di Presidenza dove questa è stata definita una “questione di lana caprina”, e io trovo che questo approccio sia preoccupante. È preoccupante come più di una volta in questa legislatura si sia preferito dire che il rispetto delle regole e delle leggi non è importante perché si tratta solo di quisquilie. Questo è proprio l’inizio della deriva delle regole democratiche. A cosa serve allora fare la prima e la seconda lettura? Se la volontà politica è chiara, allora votate subito. Eppure le regole esistono per essere rispettate. Era chiaro che voleste vendere la banca di San Marino, ma siete stati richiamati al rispetto di regole che qualcuno ha evidentemente ignorato. Se permettiamo che queste cose accadano senza conseguenze, miniamo il nostro ordine democratico e, come ci ricordano gli organismi internazionali, miniamo le basi dello Stato di diritto. Non è affatto indifferente quale strumento si utilizzi per modificare una norma. Altrimenti che senso ha l’articolo 3 bis della nostra Dichiarazione dei Diritti che definisce la gerarchia delle fonti? L’unico elemento che io ho per capire, nel momento in cui un provvedimento viene depositato, se lo strumento sia quello giusto, è il titolo e la qualifica di quell’atto, al di là del contenuto. Se io vado in tribunale e deposito un atto di citazione ma sbaglio a qualificare il giudice, quell’atto è irricevibile, punto. Qui invece si fa finta di niente. Il problema non è il merito del taglio dei tempi o la riorganizzazione dei lavori; la mia forza politica non ha mai avuto preconcetti su questo. Il problema vero è il metodo. Ci venite a dire che ci sono stati dei confronti, ma non è vero. Siamo stati convocati con un messaggio su WhatsApp per una riunione a Palazzo Pubblico dove ci è stato consegnato un testo e ci è stato chiesto di esprimerci seduta stante. Abbiamo sollevato numerose eccezioni e chiesto ulteriori confronti che non ci sono mai stati; oggi ci ritroviamo il testo già depositato. Poi ci sentiamo presi in giro da interventi che parlano di dialogo e di bene del Paese; sono tutte parole a cui seguono fatti opposti. Se eravate davvero disponibili al dialogo, perché non sono state convocate altre riunioni per approfondire la tematica? Oggi ci ritroviamo con moltissime distorsioni. Non è un caso che il regolamento fosse oggetto del lavoro della Commissione per le riforme istituzionali, perché lì gli interventi, compreso il taglio dei tempi, facevano parte di un ragionamento organico e controbilanciato. Voi dite che spostate il lavoro nelle commissioni, ma non ne toccate la composizione. Nel mio gruppo, ad esempio, in alcune commissioni c’è un solo membro. Se quel consigliere ha la febbre o il raffreddore non può partecipare e non può essere sostituito da un collega di partito. In questo modo viene negata la possibilità e il diritto di votare un provvedimento normativo, perché i colleghi possono assistere ma non possono parlare né votare. Non pensate che questo passaggio alle commissioni dovesse essere accompagnato da una modifica della loro composizione? E il taglio del confronto qui in aula non andrebbe bilanciato rendendo la politica più sostenibile? Nessuno aveva problemi a confrontarsi sui binari stabiliti e le prove ci sono: pensate alla normativa sulla modifica del CFP, dove siamo stati coinvolti, abbiamo approfondito e il testo è passato all’unanimità dopo mezza giornata di dibattito. Il vero problema è di cultura politica. Secondo me qualcuno vuole che si resti in questa situazione perché questo caos dà potere a certa politica, a certi partiti e a certi personaggi, togliendolo a tutti gli altri. La verità è che oggi siamo un Paese che non sembra più rispettare le regole democratiche e lo Stato di diritto. Chi ha ancora a cuore il bene di questo Paese deve fare qualcosa, perché qui non è in gioco un singolo provvedimento, ma l’intero approccio alla politica.
Andrea Menicucci (Rf): Anche da parte mia desidero proporre alcune riflessioni su questo progetto di legge. Io ho creduto fin dal primo momento, quando ho visto il testo depositato dalle forze di maggioranza, che questo provvedimento rappresentasse la cartina di tornasole di una fortissima debolezza istituzionale. Nonostante questa maggioranza vanti numeri imponenti, direi quasi draconiani, con 44 consiglieri contro i 16 dell’opposizione, non riesce a portare avanti i progetti di legge e le riforme che in passato governi con soli 31 o 35 consiglieri riuscivano a realizzare. Quei governi, però, procedevano attraverso il confronto e l’allestimento di adeguati tavoli di discussione nei quali si accoglievano le proposte sia della maggioranza che della minoranza. Io voglio chiarire che il confronto che noi chiediamo non è quello in cui ci si presenta blindati con le proprie proposte e i propri emendamenti per poi abbandonare il tavolo se non vengono accolti; noi chiediamo la possibilità reale di confrontarci sui temi, specialmente se riguardano il fulcro della nostra Repubblica, ovvero l’istituzione del Consiglio Grande e Generale. Oltre alla debolezza istituzionale, rilevo anche una mancanza di metodo legata alla fretta: per correre senza confrontarsi si è arrivati a depositare un progetto di legge ordinario quando, come sanno tutti, il regolamento consiliare deve essere modificato attraverso una legge qualificata. Inutile che qualcuno intervenga sostenendo che all’interno del corpo della legge si faccia riferimento a modifiche di una legge qualificata; nel momento in cui ci troviamo di fronte a un atto intitolato “progetto di legge”, con una relazione che parla di legge ordinaria e un iter sul sito che conferma questa natura, siamo di fronte a un errore macroscopico. Voi non potete pensare di modificare il regolamento consiliare con una legge ordinaria; se volete cambiare le regole del gioco della partita democratica, dovete presentare un progetto di legge qualificata e coinvolgere tutti i giocatori, non solo le forze di maggioranza che presentano un testo blindato. Mi sia permesso anche un passaggio su quanto avvenuto ieri riguardo alla commissione speciale per le riforme istituzionali; voglio manifestare la mia piena vicinanza al presidente Filippo Tamagnini, ai copresidenti e a tutti i membri di quella commissione per gli attacchi inaccettabili che hanno ricevuto ieri da parte di membri del Congresso di Stato e di colleghi consiglieri. Quando ci si inserisce in una revisione del regolamento consiliare, che è l’atto deputato a stabilire le regole del dibattito democratico, bisogna essere pronti al confronto e non trincerarsi dietro testi immodificabili. Un altro profilo di criticità molto serio, già sollevato dal collega Enrico Carattoni, riguarda il nuovo ruolo dell’Ufficio di Segreteria integrato da due figure tecniche: pur stimando profondamente la dirigente della segreteria istituzionale e il dirigente della Ragioneria Generale dello Stato, devo sottolineare che queste figure non sono legittimate dal voto popolare e non fanno parte di questo Consiglio. Io ho più di una perplessità nel vedere l’attività politica, che trae la sua forza dal voto dei cittadini, controllata e quasi “validata” dalla stessa amministrazione. Ritengo infine che questo regolamento non dia affatto rilievo al Consiglio Grande e Generale, ma ne svilisca il ruolo appaltando alle commissioni la parte più importante del lavoro dei parlamentari. In un Parlamento si deve poter parlare e si devono poter portare avanti proposte e decisioni; questo tentativo di delegare tutto alle commissioni è una scelta politica che noi contrasteremo finché ne avremo la possibilità, perché siamo profondamente contrari sia al metodo che alla forma con cui questo provvedimento viene portato avanti.
Matteo Rossi (Psd): Qualsiasi ragionamento che prenda in esame il cuore della nostra vita politica e istituzionale, ovvero il Consiglio Grande e Generale, non può essere affrontato se a monte non viene fatto un approfondimento serio sullo status del consigliere e di chi fa politica. Secondo me molte delle problematiche che stiamo tentando di risolvere con la modifica del regolamento si potrebbero evitare se ogni parlamentare della Repubblica di San Marino avesse effettivamente la possibilità, il tempo e gli spazi per confrontarsi seriamente. Questo dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dall’appartenenza alla maggioranza o alla minoranza, e dovrebbe avvenire in momenti e spazi che non siano esclusivamente l’aula consiliare. Purtroppo negli ultimi anni, probabilmente dall’avvento della politica movimentista, tutto viene spettacolarizzato e ogni cosa diventa oggetto di scandalo, finendo subito sui social e nel circuito mainstream. Questo è esattamente l’obiettivo che rilevo anche oggi in questa prima lettura. Ci sono stati degli incontri preliminari e proprio in quelle sedi è stato detto chiaramente dagli amici dell’opposizione che in maggioranza non tutto è “liscio e piano”; io stesso sono stato indicato come uno scettico e questo dimostra che i margini di analisi e approfondimento all’interno della maggioranza esistono. Noi crediamo tutti che il confronto sia sacro, ma deve trattarsi di un confronto costruttivo e sano, non basato solo sugli interessi di parte dell’opposizione. Diciamocelo chiaramente: l’opposizione non ha l’interesse di aiutare il governo o la maggioranza, il loro scopo è fare il gioco politico, ed è un obiettivo del tutto legittimo. In questo caso però parliamo delle regole del gioco e riteniamo che debbano essere condivise; come ha ricordato il segretario della Democrazia Cristiana, oggi siamo maggioranza ma domani potremmo essere opposizione e viceversa. Le regole devono rappresentare il punto di equilibrio per tutti. Per questo io ritengo che l’atteggiamento delle opposizioni non debba essere quello dell’Aventino, che storicamente ha portato solo sciagure; non si devono mai abbandonare i tavoli del confronto, perché se si può migliorare una cosa anche solo dell’1%, è comunque un passo avanti. Per farlo però ci vuole volontà, e dagli interventi strumentali che ho sentito mi pare che questa volontà manchi del tutto. Ci siamo sentiti definire degli imbavagliatori e abbiamo sentito parlare di poteri oscuri e indicibili che vorrebbero impedire la politica in Parlamento; ma stiamo scherzando? Noi stiamo solo cercando di apportare miglioramenti a strutture che mostrano criticità quotidiane. Vi pare possibile che ogni volta si debba mettere in scena questo teatro, arrivando a discutere ogni singolo articolo anche quando il senso generale è già chiaro? Noi abbiamo gli spazi, i tempi e le piattaforme per dire le cose; siamo letteralmente invasi dalla politica. Forse c’era la necessità di esasperare questo rapporto proprio perché manca l’elemento fondamentale della politica stessa. Io dico allora di ragionare sul senso profondo del nostro agire e sul fatto che anche per l’opposizione può essere importante ottenere dei risultati che vadano oltre lo scontro totale con chi governa. Con un atteggiamento sano si possono raggiungere ottimi obiettivi, ma a volte temo che manchi questa maturità. Forse anche noi in maggioranza commettiamo degli errori o delle ingenuità che poi ci costano critiche eccessive, ma ha fatto bene la collega Francesca Civerchia richiamare tutti a un maggiore senso dello Stato e delle istituzioni, evitando polemiche strumentali che sono davvero esasperanti. Rispetto alla dignità che ci viene riconosciuta come parlamentari, sentire certe accuse è pesante. L’opposizione dovrebbe rivedere i propri scopi: è indubbio che il governo abbia la necessità di guidare il Paese e portare i provvedimenti necessari, e abbiamo sempre riscontrato che l’attuale regolamento crea grandi difficoltà in questo senso. Io condivido moltissimo, ad esempio, l’idea di introdurre uno strumento che permetta, a un certo punto del dibattito, di arrivare all’approvazione delle leggi, specialmente per quanto riguarda il bilancio e le leggi finanziarie. Non possiamo rischiare di andare in esercizio provvisorio solo perché c’è questa abitudine di voler replicare all’infinito gli stessi dibattiti. Molti strumenti previsti in questa proposta, come hanno sottolineato diversi colleghi di maggioranza, possono essere ammorbiditi e questo confronto avverrà sicuramente tra la prima e la seconda lettura. Anche sulla questione della sede redigente all’interno del mio partito, il Psd, ci sono riflessioni in corso perché sentiamo che qualcosa non gira come dovrebbe, ma io ribadisco l’invito: non abbandoniamo i tavoli e rimaniamo nel confronto per trovare un regolamento che sia il più possibile condiviso.
Giuseppe Maria Morganti (Libera): Io vorrei fare una riflessione partendo da un termine fondamentale per i principi della democrazia: la garanzia della democraticità del dibattito. L’aula consiliare è il momento clou in cui queste garanzie devono essere assolutamente rispettate e quando si tratta di approvare delle leggi, oltre al dibattito democratico, occorre rispettare altri principi come la ponderazione e la trasparenza. Nei sistemi di democrazia parlamentare esiste sempre un doppio dibattito sulle questioni; i sistemi basati sul bicameralismo hanno addirittura due organi differenti che discutono le decisioni in due fasi diverse. Il nostro sistema monocamerale è invece caratterizzato dal doppio dibattito sul principio di approvazione delle leggi. Su questo tema centrale dobbiamo fare una riflessione molto profonda perché la proposta di portare in commissione tutta la materia legislativa in sede redigente mi sembra una decisione davvero impegnativa. Io chiederei che questa riflessione venisse fatta a 360 gradi, perché una doppia discussione sulle regole che tutti i cittadini devono rispettare è assolutamente indispensabile. Credo che ci siano altri limiti in questo progetto presentato in prima lettura; io appartengo a una forza di maggioranza e ho sottoscritto questo provvedimento, ma l’ho fatto con un’intenzione precisa: dobbiamo lavorare sul regolamento perché c’è la necessità, che anche le opposizioni dovrebbero riconoscere, di strutturare meglio i lavori del Consiglio Grande e Generale per renderli più produttivi e dar loro maggiore forza e autorevolezza. Siamo tutti impegnati intorno a questa necessità e quindi benvenga un ragionamento sul regolamento, ma serve assolutamente condivisione. Molti interventi di maggioranza hanno ribadito che la condivisione è fondamentale su un argomento strategico come quello delle “regole del gioco”. Non possiamo arrivare alla seconda lettura senza che ci siano stati dei confronti veri e reali, non approssimativi. Io ricordo bene le riunioni che citava prima il consigliere Zeppa riguardo al regolamento del 2018: facemmo almeno una trentina di incontri, restando a discutere fino a mezzanotte o all’una per analizzare ogni singolo provvedimento. Magari quella riforma non è stata la migliore possibile, ma è stata una riforma assolutamente condivisa e questo è un valore. Nel 2021 invece, trovandomi allora in minoranza, ho vissuto l’approvazione di un progetto di legge che non è stato discusso a sufficienza. La posizione di Libera è chiara: siamo favorevoli a un ragionamento sul regolamento consiliare, ma non si può procedere con la seconda lettura finché non ci sarà una reale condivisione o finché non saranno state esperite tutte le fasi del confronto politico, in particolare con le opposizioni. Questo confronto serve anche all’interno della stessa maggioranza. La procedura legislativa a cui tengo molto non è una semplice questione tecnica, ma contiene le regole fondamentali della democrazia che vanno rispettate. La democrazia non è un processo semplice che si può ridurre al puro efficientismo; anzi, spesso la democrazia fa a pugni con l’efficientismo perché richiede approfondimento, studio, ricerca e analisi. Non possiamo relegare il ruolo di un’assemblea parlamentare al puro tecnicismo; sarebbe la fine dello Stato e della nostra tradizione, e io a questa fine non voglio partecipare. Vorrei parlare anche degli altri punti, ma mi rendo conto che con i tempi attuali è difficile approfondire i ragionamenti fino in fondo; già il regolamento attuale limita molto questa possibilità e lo dico con tutto il cuore.
Manuel Ciavatta (Pdcs): Io cercherò di fare esattamente quello che il consigliere Giuseppe Maria Morganti ritiene quasi impossibile, ovvero spiegare sinteticamente in pochi minuti questo progetto di legge, così che anche la cittadinanza possa capire bene di cosa stiamo parlando. Il primo punto fondamentale che proponiamo riguarda l’analisi degli emendamenti da parte dell’ufficio di segreteria, con un’attenzione particolare alla loro effettiva copertura economica. Io penso che questo passaggio sia necessario perché troppo spesso gli emendamenti vengono presentati con l’unico scopo di rallentare i lavori dell’aula; per questo chiediamo una verifica tecnica più approfondita e corretta su ogni proposta. Il secondo punto prevede che il passaggio dei progetti di legge in commissione avvenga ordinariamente in sede redigente anziché referente, una procedura che in realtà è già possibile attivare oggi. Questo significa che la legge arriva in prima lettura qui in Consiglio Grande e Generale, poi passa in commissione per essere emendata proprio come avviene ora, ma la differenza sostanziale si vede in seconda lettura. In quell’occasione si farà il dibattito e si potranno riportare in aula quegli emendamenti che in commissione non sono stati né approvati né bocciati con una maggioranza di almeno nove consiglieri su quindici. La vera novità è che, invece di votare ogni singolo articolo — compresi quelli già emendati o quelli su cui non ci sono modifiche, evitando di riaprire interventi per ogni consigliere — si procederà all’approvazione della legge nel suo complesso. Secondo me non è affatto un problema gravissimo, anche perché, ripeto, la procedura redigente è già prevista dal nostro regolamento. Il terzo elemento riguarda la diminuzione dei tempi di parola: abbiamo proposto che in prima lettura si passi da sei a tre minuti. Io credo che la prima lettura non debba essere intesa come l’analisi minuziosa del progetto, come purtroppo facciamo spesso oggi, ma dovrebbe servire principalmente per rivolgere domande sui contenuti a chi presenta il testo; per questa funzione tre minuti sono più che sufficienti. In commissione, poi, vogliamo cambiare le modalità di analisi degli emendamenti, e qui è bene spiegarsi con chiarezza perché abbiamo fatto questa proposta. Oggi, per ogni singolo emendamento, il presentatore ha cinque minuti e ogni altro consigliere ne ha quattro; questo significa che per discutere un solo emendamento, con un’opposizione di quindici o sedici persone, se ne va via un’ora intera. Vi sembra normale impiegare cento o duecento ore solo per analizzare gli emendamenti di una minoranza in una legge come quella del bilancio? È una situazione insostenibile. Noi proponiamo di concedere cinque minuti per ogni gruppo consigliare per ogni emendamento; in questo modo la discussione durerebbe circa mezz’ora, garantendo il confronto senza mettere il bavaglio a nessuno. Infine, c’è la cosiddetta “votazione taglione”: se ci sono centinaia di emendamenti, la maggioranza può decidere, dopo due giorni di dibattito, di eliminare con una sola votazione quelli che ritiene superflui e procedere con il resto dei lavori. Questo serve davvero a rendere tutto più efficiente. Pensate alla finanziaria: vi sembra normale dover fare le notti in bianco perché la gente che lavora non può stare in Consiglio per sei giorni consecutivi, mattina, pomeriggio, sera e notte? Se guardiamo alla prospettiva europea, dovremo approvare cinquanta o sessanta leggi all’anno; se non acceleriamo i ritmi, quest’aula non ce la farà mai. Noi abbiamo cercato la condivisione proponendo di incontrarci prima ancora di depositare il progetto, ma purtroppo non è stato possibile. Tuttavia, questo testo è stato firmato in modo convinto da tutte le forze di maggioranza, con l’impegno da parte di tutti di confrontarsi comunque con l’opposizione. Non cerco una posizione mediana tanto per farla, ma voglio trovare una soluzione che sia effettivamente utile. Ricordo che nel 2018 fu introdotto un monte-tempo di quaranta minuti per gruppo, una scelta condivisa che però portò quel governo a non concludere nulla e a cadere; infatti, il governo successivo, con Rete e Domani Motus Liberi, ha subito modificato quelle regole. Oggi pensiamo che quelle modifiche non bastino più. Io credo che sia venuto meno il buon senso in quest’aula: non si è mai visto prima che una legge andasse avanti dopo che il primo articolo era stato bocciato, o che si intervenisse su ogni singolo comma di leggi composte da sessanta articoli. Prima del 2016 l’opposizione si limitava a pochi emendamenti e poi lasciava passare la legge se era importante per il Paese; questo è il nostro intento, fare le leggi che servono alla Repubblica.
Gian Nicola Berti (Ar): Io desidero intervenire ricollegandomi a quanto esposto poco fa dal consigliere Ciavatta. Noi assistiamo sistematicamente a una situazione anomala: quando qualcuno è contrario a una legge, presenta emendamenti abrogativi non solo del testo generale, ma di ogni singolo articolo. In questo modo chi è contrario diventa paradossalmente un proponente, acquisendo lo stesso diritto di parola di chi invece propone qualcosa di nuovo. Io penso che questa sia un’assoluta anomalia, perché chi è contrario dovrebbe esprimere la propria posizione nel dibattito consiliare senza godere di una posizione privilegiata come se fosse l’autore del testo. Sono proprio queste distorsioni che hanno spinto quarantaquattro consiglieri di quest’aula a lavorare per mesi su un approfondimento necessario per modificare il regolamento. Dopo aver trovato un accordo tra noi, abbiamo aperto il confronto anche alle opposizioni, ma purtroppo non abbiamo ricevuto alcuna disponibilità; hanno preferito alzare subito bandiera bianca e gridare che la maggioranza vuole limitare il diritto di parola. Io dico chiaramente che non vogliamo affatto mettere il bavaglio a nessuno. Il nostro obiettivo è rendere il dibattito consiliare più costruttivo e utile, non solo per chi parla, ma anche per i 60 membri dell’aula che stanno ad ascoltare. A volte è davvero stucchevole dover ascoltare le stesse cose ripetute per l’ennesima volta, quando sarebbe normale passare ad altri argomenti una volta espresse le diverse opinioni. Senza questo spirito costruttivo, si lede il diritto di un governo e di una maggioranza che hanno ricevuto un mandato elettorale dai cittadini di portare a esecuzione il proprio programma. Impedire a chi governa di agire è profondamente antidemocratico. Tra l’altro, questo regolamento viene presentato a metà legislatura ed entrerà in vigore forse a fine anno, quindi i maggiori effetti positivi ne beneficerà probabilmente il prossimo governo, chiunque esso sia; noi agiamo solo nell’interesse della collettività. Riguardo alla natura della legge, io penso che non abbiamo scritto l’ovvio semplicemente perché è scontato: se si modifica una legge qualificata, come abbiamo ribadito decine di volte nella relazione e nel progetto, è evidente che la modifica possa avvenire solo attraverso una legge qualificata. Abbiamo forse peccato nel non ripeterlo esplicitamente nel titolo, ma il contenuto parla chiaro. Mi fa sorridere che nella legge del 2020, firmata anche da autorevoli esponenti che oggi siedono in opposizione, il termine “legge qualificata” non compaia nemmeno una volta; eppure l’aula intera e la Reggenza di allora ritennero correttamente che si trattasse di una legge qualificata perché andava a modificare una fonte di quel tipo. Quindi, per favore, non prendiamoci in giro. Io capisco bene che forse alzare i toni della polemica possa aiutare ad avere più seguito presso la cittadinanza o serva magari per farsi scrivere qualche articolo compiacente su qualche giornale amico, però, obiettivamente, credo che il vero problema di cui dovremmo occuparci sia un altro. Secondo me esiste una velata disonestà intellettuale nel dibattito consiliare che fa molto male alla qualità del nostro lavoro, alla qualità del confronto e alla profondità del dibattito stesso. Lo ha ricordato poco fa anche il consigliere Lorenzo Bugli: il vero nodo è proprio questa mancanza di onestà intellettuale all’interno del confronto. È una sensazione che purtroppo si avverte chiaramente, perché questa voglia costante di attribuire il peggio possibile all’avversario politico permea sistematicamente ogni nostra discussione. Noi oggi ci fermiamo qui, la seduta consiliare di giugno si sospende e termina. Io sinceramente non so ancora quando avverrà il secondo passaggio di questa legge, lo valuteremo a tempo debito, però voglio dire una cosa importante: da domani, se voi dell’opposizione vorrete davvero portare il vostro contributo a degli interventi che hanno l’unico scopo di migliorare ed elevare la qualità del dibattito in quest’aula, noi siamo assolutamente pronti a ricevervi. È un impegno che tutte e quattro le forze politiche di maggioranza hanno portato avanti insieme in modo convinto. Sotto questo progetto di legge, infatti, c’è la firma di tutti i partiti della coalizione, compresi quei consiglieri che voi definite “bravi” solo perché hanno mostrato delle aperture sull’importanza del confronto. Ma attenzione, perché quel confronto ve lo abbiamo proposto noi tutti insieme come maggioranza; non è che qualcuno lo ha proposto per poi tirarsi indietro. Noi siamo rimasti fermi sulla volontà di confrontarci: ci siamo incontrati una volta e voi vi siete alzati abbandonando il tavolo, mentre la seconda volta avete ritenuto addirittura di non presentarvi affatto. Questo mi dispiace molto. Spero sinceramente che vogliate tornare sui vostri passi, perché la nostra disponibilità come maggioranza è assolutamente confermata. Io credo che non si possa aggiungere molto altro, se non che tutti quanti dovremmo essere finalmente concordi sull’importanza di creare delle regole efficaci. Dobbiamo rendere la qualità del dibattito consiliare più soddisfacente, non tanto e non solo per chi siede qui dentro, ma soprattutto per i cittadini che ci ascoltano da fuori.
I lavori si concludono verso le 15


