La forma in movimento: la ricerca di Adalberto Sessa
Nel panorama dell’arte contemporanea e sperimentale italiana, la figura di Adalberto Sessa (Milano, 1954) si distingue per un percorso coerente e pionieristico, capace di intercettare il passaggio cruciale tra l’analogico e il digitale, traducendo le istanze storiche dell’astrattismo geometrico in flussi temporali e tecnologici passando per l’arte concreta, l’optical art fino ad approdare alla video art. Abbiamo fatto alcune domande all’ artista.
D: La sua iniziale formazione al Liceo Artistico di Brera la mette in contatto con Bobo Piccoli e l’atmosfera del Bar Giamaica. Che aria si respirava in quella Milano e come ha influenzato la sua urgenza di andare “oltre il quadro”?
Se devo essere sincero, gli anni della mia prima formazione sono stati tormentati. Dunque, più che fornirmi indicazioni precise, l’ambiente della Milano dell’epoca è stato per me un paesaggio, che non ha però attivamente contribuito al bisogno di andare “oltre il quadro”: esso è stato infatti frutto di una ricerca individuale, se non isolata; un’intuizione a partire dagli sviluppi dell’arte contemporanea che conoscevo. In questo senso, è vero, l’insegnamento di Piccoli era un valore aggiunto, poiché diretto e anticonformista.

D: Prima della svolta digitale, ci sono stati la camera oscura e il Super8. Che cosa ha conservato di quella fisicità della pellicola e della chimica fotografica quando anni dopo è approdato ai pixel?
Ciò che ho trattenuto dalla fotografia in particolar modo è intimamente legato, come si può intuire, all’idea di “multiplo”, essenziale per la mia prassi artistica e per la mia poetica. Della fotografia mi affascinava e mi affascina la sua essenza riproduttiva e, per di più, il suo lato manipolabile, anche nell’analogico. Riproducibilità e alterazione della realtà sono le cifre del fotografico che si avvicinano di più all’astrazione.
D: Sul finire degli anni Novanta, dopo una pausa, lei sceglie la computer art. Ha percepito subito il computer come la naturale estensione della sua ricerca geometrica o c’è stato un momento di “scontro” con la rigidità della macchina?
La lotta con la rigidità della macchina, parlando di computer art ma pure di animazione in generale, è connaturata all’utilizzarla artisticamente. Il computer è un medium, uno strumento, che occorre sapere usare e piegare ai propri scopi. Ciò può scoraggiare, specie durante lunghissime sessioni di animazione 3D e montaggio, ma è parte del gioco; e forse anche il suo bello.
D: Le sue opere video sono caratterizzate da un’estetica psichedelica e da colonne sonore ipnotiche. Che ruolo gioca la musica nelle sue opere? Cerca una corrispondenza matematica o puramente emotiva?
La musica ha sempre avuto un ruolo preminente nelle mie opere video; mi è sempre venuto spontaneo attivare la dimensione sonora piuttosto che affidarmi ai vuoti e ai silenzi. C’è però una differenza tra fasi. Nei miei primi video, cercavo una corrispondenza che si può effettivamente chiamare “matematica” tra immagine e suoni, quasi questi ultimi fossero un accompagnamento, una colonna sonora. Mentre con il passare del tempo ho scelto e montato le musiche in un voluto scollamento con le animazioni, al fine di aumentare il loro carattere astratto. Non c’è mai stato un intento di stimolazione psico-emotiva.
D: Nel 2019 lei decide di chiudere la stagione del video. Nel 2020 torna alla pittura acrilica su cartoncino ruvido. Cosa l’ha spinta a questo radicale “dietrofront” materico? Si trattava di una saturazione del mezzo digitale o del desiderio di ritrovare il limite fisico del supporto?
La decisione di utilizzare un medium diverso come la pittura è stata dettata non tanto da una saturazione totale del mezzo digitale, ma dalla sensazione di avere sperimentato a fondo con il video, di avere dato molto se non tutto. Inoltre, realizzare animazioni digitali comporta un impiego di tempo ed energie che, dal versante creativo, conduce a sforzi quasi più “fisici” del dipingere.
D: Guardando i suoi quadri acrilici attuali 100×70, si nota una continuità concettuale con le sue opere di video art. Come riesce il cartoncino a contenere lo stesso dinamismo e la stessa vibrazione cinetica del flusso video?
Questa è una domanda la cui risposta spetta probabilmente più allo spettatore e all’interprete. Suggerisco solo che, sempre dal versante creativo, questo effetto sorge dalla mia spinta a perpetuare con la pittura il medesimo tipo di ricerca di sempre, dunque anche quella con il video, incentrato sull’idea di dinamicità spaziotemporale delle forme multiple. Lo studio meditato e certosino dei pattern che dipingo non è decorativo, bensì propulsione alla meditazione sulla durata e sul movimento nell’arte.


