Cultura ed Eventi

Il senso del cinema. Luchino Visconti

Il capolavoro di Luchino Visconti (e altri film) alla luce della mostra milanese dedicata ai “Macchiaioli”

Se capitate a Milano avete ancora l’occasione di ammirare a Palazzo Reale la mostra dedicata ai “Macchiaioli” prorogata fino al 5 luglio. Lungi da me sostituirmi a chi è più esperto d’arte e ne scrive in questo spazio domenicale, il pretesto della mostra è il filo rosso che unisce alcune opere fondamentali della cinematografia – non solo italiana, visto che sono riconosciute in tutto il mondo per il loro valore cinematografico ed estetico – con la pittura di Signorini, Lega e Fattori, tra gli artisti di punta che hanno animato il periodo delle “macchie”, pittura assai diffusa nell’Italia nell’Ottocento e nata a Firenze all’interno del Caffè Michelangelo nel 1855, senza velleità di manifesti definiti come altri movimenti artistici ma con il preciso scopo di contrastare l’accademismo, lavorando sulle “macchie” di colore e creando forti contrasti di luce ed ombre, in riconoscibilissime trame di chiaroscuro. Il termine “macchiaioli” fu coniato da un giornalista della Gazzetta del Popolo nel 1861 che descrisse con disprezzo le opere dei pittori, i quali però fecero proprio quell’appellativo per identificarsi come gruppo.

Durante una visita alla casa di Arturo Toscanini, appassionato collezionista d’arte, il regista Luchino Visconti ammira il quadro di Telemaco Signorini “La toeletta del mattino” e rimane folgorato dal taglio di immagine così squisitamente cinematografico. Il quadro diventa così riferimento per una scena del magnifico melodramma storico (fu il primo film a colori realizzato dal regista, osteggiato all’epoca e bersagliato dalla censura, ma capace di un ampio riscatto a livello d’incassi visto che risultò uno dei titoli più visti in quell’anno) “Senso” (1954), con la citazione dell’interno dell’appartamento degli ufficiali austriaci, dove avviene il primo incontro tra la contessa veneziana Livia Serpieri (Alida Valli) e il tenente austriaco Franz Mahler (Farley Granger) protagonisti di una storia d’amore impossibile e drammatica nella Venezia ottocentesca, nel bel mezzo del conflitto tra Italia ed Austria.
L’inquadratura del film (ispirato dalla novella di Camillo Boito e scritto da Suso Cecchi d’Amico e lo stesso Visconti con collaborazioni di Carlo Alianello, Giorgio Bassani e Giorgio Prosperi, oltre all’intervento nei dialoghi di Tenneesse Williams e Paul Bowles), che utilizza anche altre citazioni pittoriche come il celebre “Il bacio” di Francesco Hayez, conservato alla Pinacoteca di Brera di Milano, nella scena ambientata nella Villa di Aldeno, riprende la tela di Signorini, con i soldati al posto delle prostitute e definisce quei legami spesso presenti tra pittura e cinema, due linguaggi vincolati all’immagine.

Meno espliciti, ma pur sempre presenti, i riferimenti alla pittura dei “Macchiaioli” nell’altro capolavoro viscontiano, il kolossal “Il Gattopardo” (1963), un film indimenticabile (soprattutto il sontuoso ballo finale, ricordato e citato in tantissime occasioni), Palma d’Oro al Festival di Cannes , tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con il cast internazionale composto da Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Romolo Valli, Ivo Garrani e Serge Reggiani e la storia che vede il principe Don Fabrizio di Salina testimone distaccato e malinconico della fine dell’aristocrazia, a seguito della sbarco di Garibaldi e dei suoi Mille a Marsala in Sicilia nel 1860.

La mostra milanese sottolinea proprio i riferimenti più velati ma sempre riconoscibili, nelle scene ambientate nel feudo agrigentino di Donnafugata e nei quartieri popolari di Palermo, di opere come “L’elemosina” e “La passeggiata in giardino” di Silvestro Lega, “Signora in giardino” di Vito d’Ancona, “Pescivendole a Lerici” di Telemaco Signorini e “La filatrice” di Vincenzo Cabianca, ma, soprattutto nelle sequenze di battaglia, di “Garibaldi a Palermo” di Giovanni Fattori (l’artista con il quale Visconti si sentiva maggiormente in sintonia per le sue rappresentazioni di stampo realistico), dove l’eroe a cavallo è circondato da soldati in azione, ma anche feriti e caduti, nel tratteggio di scene di guerra tipiche del pittore livornese che prediligeva la rappresentazione di un’umanità stanca e ferita, a scapito di rappresentazioni gloriose e retoriche.

Ultimo titolo in analisi è “La viaccia” di Mauro Bolognini (1961), melodramma contadino tratto dal romanzo “L’eredità” di Mauro Pratesi, interpretato da Jean-Paul Belmondo, Claudia Cardinale, Pietro Germi e Romolo Valli e ambientato nel 1885 in una tenuta, “La Viaccia”, andata in eredità ai figli dopo la morte del patriarca. Qui è la pittura di Telemaco Signorini ad insinuarsi nelle inquadrature grazie alla disposizione degli oggetti, l’articolazione degli spazi e il gioco delle luci, fino alla citazione esplicita della protagonista, la prostituta Bianca che si pettina, proprio come nel quadro ricordato all’inizio da dove è partito questo nostro breve “tour” tra sguardi pittorici e capolavori senza tempo del cinema.

Paolo Pagliarani