In ricordo di Edgar Morin, uno degli ultimi grandi maestri del pensiero contemporaneo
Il 29 maggio 2026, a Parigi, si è spento a 104 anni Edgar Morin, uno degli ultimi grandi maestri del pensiero contemporaneo. Più che un filosofo o un sociologo, Morin è stato una bussola per un’umanità smarrita nelle proprie stesse invenzioni.
Con lui non scompare solo un testimone del Novecento, ma un uomo che ha saputo guardare al futuro con l’inesauribile curiosità di un eterno ragazzo. La sua è stata una vita densa, nata all’anagrafe come Edgar Nahoum, cresciuta tra le fila della Resistenza francese – dove scelse il nome di battaglia “Morin” – e maturata tra le aule universitarie, la sociologia dei media e l’ecologia profonda.
Il suo lascito più grande, racchiuso nella monumentale opera de Il Metodo, è la teoria della “complessità” (pensée complexe). Morin ha combattuto per tutta la vita contro la frammentazione del sapere. In un mondo che tende a iperspecializzarsi, a isolare le discipline e a dividere la realtà in compartimenti stagni, ci ha ricordato che tutto è connesso: la scienza non può essere separata dall’etica, l’individuo dalla società, l’uomo dalla natura. Diceva che la separazione dei saperi finisce per “prosciugare la nozione stessa di umanità”.
Per la scuola e il mondo dell’educazione è stato una vera e propria stella polare. Testi straordinari come La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro hanno ridefinito il modo di intendere l’insegnamento. Morin non voleva accumulatori di nozioni, ma menti aperte, capaci di accogliere l’incertezza, di sviluppare lo spirito critico e di abitare la complessità del mondo senza averne paura.
Ciò che rendeva Morin una figura profondamente amata era però la sua straordinaria umanità. Il suo approccio non era mai freddo o cattedratico. Faceva del dubbio e dell’autocritica gli strumenti quotidiani di una riflessione che non si è mai stancata di cercare soluzioni per la “policrisi” globale. Nonostante avesse attraversato le pagine più buie del secolo scorso e guardasse con lucidità alle contraddizioni del presente, non ha mai ceduto al cinismo. La sua è sempre stata una filosofia della speranza, intesa non come cieco ottimismo, ma come coraggio civile e amore per l’essere umano.
Oggi il vuoto che lascia è immenso, ma la sua scommessa sul futuro rimane aperta. Ci lascia in eredità il compito più difficile e affascinante: continuare a pensare il mondo nella sua interezza, unendo i frammenti della nostra conoscenza per riscoprire, finalmente, ciò che ci rende umani.


