Mimmo Paladino a Milano. I dormienti
Mi avvicino in punta di piedi, vagamente intimidito. Trentadue figure umane assopite. Le osservo offrirsi allo sguardo. C’è qualcosa di provocatorio nella loro vulnerabilità. Chi è più indifeso di una persona che dorme? L’effetto è suggestivo e al tempo stesso mi confonde. Non faccio in tempo ad accorgermene, ed ecco che sono già inghiottito nell’universo del mito. Sembianti che ricordano Endimione, il pastore figlio di Ipno, desiderato da Selene, dea della Luna, o gli altri suoi figli visitatori dei nostri sogni, Fobetore, Fantaso e l’ineffabile Morfeo, che ogni notte ci introduce nel suo regno affollato di mostri e illusioni fantastiche.
La loro impassibilità di fronte a una totale esposizione al rischio apre a un’altra dimensione, li fa apparire come creature precipitate sulla terra da una realtà sconosciuta. La loro inermità è il loro enigma. Fa sempre così Paladino, ci mette di fronte a opere che sembrano piombate tra noi da chissà dove. Cavalli ancestrali su montagne di sale. Manichini combusti, distesi a pelo d’acqua. Portali di ceramica per i naufraghi del Mediterraneo. Enormi scudi pieni di scarpe e ombrelli e numeri. Anche i dormienti sembrano parlare la lingua del sogno – mito e sogno suonano le medesime corde –, avrebbe poco senso prenderli alla lettera, essendo piuttosto il simbolo di qualcosa che ignoriamo. Già dopo qualche minuto trascorso in mezzo a loro risulta evidente che si esprimono per oracoli, raccontano di una trascendenza, l’ombra imperscrutabile generata dalle loro stesse sagome. (…)
Tornando all’inopportunità dell’arte, quel Dante che compare più volte con il suo mantello rosso e la cuffia nel film La divina cometa mi fa venire in mente i versi del tredicesimo canto del Paradiso dedicati alla verità, là dove Tommaso dice che la luce di Dio arriva sempre ridotta e in qualche modo distorta nelle forme della natura. “Ma la natura la dà sempre scema,/similmente operando a l’artista/ ch’a l’abito de l’arte ha man che trema”. L’artista è inopportuno perché si spinge su una strada inesplorata, la sua mano esita perché dà forma a un’espressione inusitata, non si limita a copiare la natura, bensì la attraversa e la supera verso una dimensione ignota. Queste trentadue sculture non sono una prova di forza, al contrario sono il frutto di man che tremano. Non è facile avvicinarsi alla luce di Dio, forse la natura la dà sempre scema perché non indaga abbastanza l’oscurità. In questa direzione prendono senso le ombre create dalle opere che mi circondano, quell’oscurità a cui rimanda il loro sonno. (…)
Mauro Covacich
estratto da “La vigilanza dei dormienti“


