San Marino. Miriam Farinelli (RF) in Consiglio interviene sull’IA nell’organizzazione sanitaria: l’algoritmo assiste ma non sostituisce il giudizio clinico
Un argomento degli ultimi tempi, in tutti i settori e in tutto il mondo, riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. È un argomento difficile, ma che vorrei condividere con l’Aula per quel che riguarda l’organizzazione sanitaria gestita anche attraverso l’intelligenza artificiale. Il tema del rapporto fra intelligenza artificiale e governo della salute pubblica definirà l’agenda sanitaria dei prossimi decenni più di qualunque altra innovazione tecnologica precedente. Parlo da tecnico che ha esercitato ed esercita la professione clinica e da rappresentante politico chiamato, come tutti noi, a tradurre in norme, bilanci e scelte organizzative processi che la tecnologia rende possibili, ma che solo la politica può orientare, limitare o indirizzare al bene comune.
Dalla prospettiva clinica e istituzionale si possono valutare le opportunità straordinarie che l’intelligenza artificiale offre alla sanità, se dotata di una cornice regolatoria solida, di una governance pubblica consapevole e di un investimento serio in competenze. Non discutiamo se l’intelligenza artificiale entrerà nella sanità, perché vi è già entrata. Il punto fondamentale è se la politica saprà governarne l’ingresso con la stessa velocità, la stessa competenza e la stessa responsabilità con cui l’innovazione tecnologica si sta diffondendo. L’intelligenza artificiale, se ben governata, può rappresentare una delle risposte più efficaci alle criticità strutturali che da tempo affliggono il nostro sistema sanitario: la carenza di personale, l’invecchiamento della popolazione, la cronicizzazione delle patologie, l’enorme pressione sulla spesa pubblica. Pensiamo, ad esempio, alla medicina predittiva. La capacità di integrare dati clinici, comportamentali e ambientali apre la prospettiva di una medicina realmente proattiva, capace di anticipare la malattia anziché limitarsi alla cura. Prevenire significa curare meglio e anche curare con minore dispendio di risorse.
Consideriamo poi la gestione dei percorsi assistenziali e delle liste d’attesa. Non si tratta di fantascienza amministrativa. In molti Paesi sono stati avviati processi sperimentali con risultati incoraggianti, specie per la riduzione dei tempi di attesa per le prestazioni specialistiche. Un ottimo contributo può inoltre essere offerto alla ricerca farmacologica, utilizzando favorevolmente la nostra capacità organizzativa di piccolo Paese. Due ulteriori ambiti applicativi particolarmente rilevanti sono la telemedicina e il monitoraggio remoto dei pazienti cronici. In una popolazione che tende a invecchiare è possibile favorire la presa in carico domiciliare, permettendo ai pazienti anziani o fragili di rimanere più a lungo nel proprio contesto di vita. Va poi sottolineato il tema della responsabilità clinica e giuridica, una questione che tocca direttamente la fiducia dei cittadini e la serietà professionale degli operatori sanitari. C’è inoltre il tema della protezione dei dati personali e sanitari: senza garanzie rigorose di sicurezza informatica vi è il rischio concreto di violazioni della riservatezza e di un uso improprio di tali dati.
Vi è poi un rischio che definirei ancora prima che tecnico: quello della disumanizzazione della relazione di cura. La medicina non potrà mai essere soltanto un esercizio di elaborazione dei dati. È relazione, è ascolto, è quella componente di empatia clinica che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai replicare. È un rischio che la politica ha il dovere di scongiurare attraverso scelte organizzative consapevoli, senza lasciare tutto alla sola logica dell’efficienza tecnologica.
Di fronte a questi rischi, l’Unione Europea ha scelto la via della regolamentazione preventiva, con un impianto lungimirante per la protezione dei dati che disciplina il trattamento dei dati sanitari come categoria meritevole di garanzie rafforzate. Anche noi, piccolo Paese, dobbiamo essere pronti. Sarà responsabilità della politica investire nelle infrastrutture del dato pubblico e nella formazione del personale sanitario, integrando anche la formazione universitaria; preservare il principio della centralità della decisione umana, perché l’algoritmo assiste ma non sostituisce il giudizio clinico; rafforzare i presidi di vigilanza e di controllo; costruire la fiducia pubblica attraverso la trasparenza e il coinvolgimento dei cittadini. Gli investimenti iniziali significativi devono essere accompagnati da una rigorosa valutazione di impatto economico, capace di misurare nel tempo i risparmi generati. Il rischio, altrimenti, è che la sanità pubblica finisca per finanziare tecnologie costose e scarsamente validate, sottraendo risorse ad ambiti assistenziali prioritari.
L’intelligenza artificiale non è la panacea che alcuni annunciano, né la minaccia esistenziale che altri paventano. È uno strumento straordinariamente potente, il cui impatto sulla vita dei cittadini dipenderà interamente dalle scelte che noi, come legislatori, e gli amministratori da noi scelti sapremo compiere nei prossimi anni. Ogni grande trasformazione tecnologica ha posto la società di fronte alla stessa scelta: subire passivamente il cambiamento oppure governarlo attivamente, orientandolo verso il bene comune. L’intelligenza artificiale, su questo, non fa eccezione.


