Politica

Michela Pelliccioni: “Il co-housing come strumento di politica abitativa è davvero una risposta ai bisogni dei sammarinesi?”

La legge sulla Pianificazione Territoriale Strategica introduce il co-housing come strumento sociale. Domanda legittima: È una scelta o una necessità travestita da visione? Partiamo da un fatto. San Marino non ha aggiornato il Piano Regolatore dal 1992. Trentaquattro anni. È un primato, ma non del tipo di cui vantarsi. Che ci fosse bisogno di una riforma urbanistica seria, moderna, capace di guardare oltre l’orizzonte del prossimo mandato — su questo nessuno discute.

La Pianificazione Territoriale Strategica è arrivata in aula con 57 articoli e 11 allegati, un lavoro che merita rispetto. Ma il rispetto non esclude le domande. E io ne ho una, precisa: il co-housing come strumento di politica abitativa è davvero una risposta ai bisogni dei sammarinesi, oppure è la risposta più comoda a un problema che la politica fatica ad affrontare di petto? La domanda non è polemica. È metodologica: mancano i dati.

Manca una vera analisi della domanda abitativa sammarinese, disaggregata per fascia d’età, per reddito, per composizione familiare. Non si può costruire “un’idea nuova per questo Paese” senza prima capire di quale Paese stiamo parlando, di quali persone concrete, di quali bisogni reali. Altrimenti si costruisce la bussola prima di sapere dove si vuole andare. Il problema non è il co-housing. È il contesto in cui lo inseriamo. Chiariamoci: il co-housing non è il demonio. In certi contesti funziona. Funziona dove esiste una domanda spontanea, dove le persone scelgono liberamente di condividere spazi perché trovano in quella formula un vantaggio reale. Funziona negli studentati — e l’ho detto anche in Aula — perché uno studente universitario ha esigenze specifiche di socialità e temporaneità. Funziona in certi progetti per anziani autosufficienti che vogliono non essere soli ma non hanno bisogno di assistenza. Non funziona come soluzione strutturale alla mancanza di alloggi accessibili.

Non funziona quando diventa il modo in cui lo Stato dice ai giovani: “Non riusciamo a garantirti una casa, ma ti offriamo la comunità.” Non funziona per gli anziani non autosufficienti, che non hanno bisogno di spazi condivisi — hanno bisogno di assistenza, di professionisti sanitari, di presenza costante. Confondere il bisogno di cura con il bisogno di socialità è un errore concettuale, non una scelta di stile. E allora la domanda torna, più precisa: a chi è rivolto il co-housing che questa legge introduce? Quali garanzie ci sono che resti una scelta volontaria e non diventi, nei fatti, il canale privilegiato — o peggio l’unico praticabile — per accedere all’abitazione pubblica? Chi gestisce le “comunità abitative”? Con quali criteri, con quale trasparenza, con quale responsabilità nei confronti di chi ci vive? Il linguaggio del progresso che nasconde la sostanza del problema

C’è un meccanismo che conosco bene, e che non è un vizio solo sammarinese. La politica, quando fatica a risolvere un problema strutturale, tende a ribattezzarlo. La precarietà abitativa diventa “mobilità residenziale”. L’impossibilità di comprare casa diventa “scelta ecologica per la condivisione”. La rinuncia all’autonomia diventa “comunità intergenerazionale”. Il linguaggio è seducente. Ma i sammarinesi non hanno bisogno di narrazioni più belle. Hanno bisogno di risposte più chiare. I modelli nord-europei da cui questa legge — dichiaratamente o implicitamente — trae ispirazione nascono in contesti radicalmente diversi dal nostro: società più individualiste, mercati immobiliari diversi, una cultura del welfare pubblico solida e stratificata. Importare quei modelli senza fare i conti con la nostra storia, con la struttura familiare sammarinese, con il rapporto identitario che la nostra comunità ha con la casa e la proprietà, significa applicare soluzioni pensate per altri a problemi che sono i nostri.

Un giovane sammarinese che vuole costruire una famiglia oggi porta già un carico enorme: lavoro precario, affitti alle stelle, genitori anziani da seguire, un sistema di welfare che spesso delega alla famiglia ciò che dovrebbe garantire lo Stato. Chiedergli, in aggiunta, di farsi carico di una convivenza con sconosciuti regolata da dinamiche assembleari non è solidarietà. È una responsabilità in più che lo Stato non ha saputo assumersi. Cosa chiedo, concretamente Non chiedo di cancellare il co-housing dalla legge. Chiedo qualcosa di più semplice e più esigente: che venga definito con precisione chirurgica per chi è pensato, che ne vengano stabiliti i criteri di accesso in modo trasparente, che siano previsti meccanismi di controllo reale sulla gestione delle comunità abitative, che sia garantita in modo esplicito la volontarietà della scelta. Senza questi elementi, si rischia di costruire uno strumento che sulla carta è innovativo e nella pratica è discrezionale. Il confine tra pianificazione e clientelismo, in materia di edilizia pubblica, può diventare sottilissimo. Qualcuno in aula lo ha detto prima di me. Lo condivido. E aggiungo: la risposta a quel rischio non è la fiducia nelle buone intenzioni: è la chiarezza delle regole. La solidarietà autentica non si costruisce con le etichette San Marino può e deve avere una legge urbanistica moderna. Questa riforma ha parti condivisibili — la rigenerazione urbana, il contenimento del consumo di suolo, l’attenzione alla sicurezza idrogeologica — e le sostengo senza riserve. Ma una legge che ambisce a costruire “una società capace di fare comunità” deve partire da una domanda onesta: quella comunità la stiamo costruendo perché le persone la vogliono, o perché non siamo stati capaci di dargli le condizioni per scegliere altro?

La solidarietà vera non si costruisce imponendo modelli abitativi nati dalla necessità economica e ribattezzandoli innovazione sociale. Si costruisce garantendo stipendi dignitosi, pensioni adeguate, assistenza pubblica agli anziani, accesso reale alla casa. Quando queste condizioni esistono, le persone scelgono liberamente. Anche il co-housing, se vogliono. Finché quelle condizioni non esistono, ogni narrazione entusiasta sul “abitare condiviso” rischia di essere — involontariamente, forse, ma concretamente — la storia più elegante che sappiamo raccontarci per non affrontare la storia vera.

C.s. – Michela Pelliccioni Consigliere indipendente