Come superare tre crisi globali senza ricorrere all’austerità? La Repubblica di San Marino è riuscita attraverso occupazione pubblica, distribuzione della ricchezza e contenimento istituzionale del conflitto
di Biagio Bossone
Il copione standard dell’aggiustamento economico è noto: smantellare lo Stato sociale, liberalizzare il mercato del lavoro, scaricare il costo sulle famiglie, e sperare che la crescita alla fine giustifichi i sacrifici. In gran parte del mondo occidentale, i cittadini hanno smesso di crederci; eppure nessuna alternativa credibile è emersa, in parte perché pochissime democrazie hanno visibilmente tentato una strada diversa. San Marino è tra queste.
La Repubblica di San Marino conta 32 mila abitanti e 61 chilometri quadrati. La sua scala, per molti osservatori, è già sufficiente a escluderla da qualsiasi discussione seria di politica economica comparata. È un argomento comodo, ma epistemicamente debole. Nei dibattiti europei sull’aggiustamento – dall’austerità greca alle riforme strutturali italiane – la piccola dimensione viene spesso evocata come esimente: “i piccoli non contano, non si può generalizzare”. Ma i sistemi piccoli e aperti, anche se non sono laboratori perfetti, sono ambienti in cui i meccanismi causali operano con minor rumore di fondo e con tempi di risposta più brevi, esattamente perché le variabili in gioco sono meno numerose e più visibili.
Come la maggior parte dei Paesi nel mondo, San Marino ha attraversato tre crisi in quindici anni – la crisi finanziaria globale, la pandemia, la frammentazione geopolitica – preservando coesione sociale e legittimità democratica. Prima ancora di queste, la piccola Repubblica aveva subito il tracollo del suo modello finanziario di lunga tradizione, legato al segreto bancario. Ignorare il caso di San Marino e di come sia riuscito a sopravvivere indenne a queste crisi, emergendone in condizioni persino migliori di salute, significa privarsi di informazioni utili proprio nel momento in cui le democrazie europee cercano alternative credibili all’austerità. La stampa italiana ha tradizionalmente liquidato San Marino come anomalia istituzionale, un paradiso fiscale travestito da Stato, un fossile medievale sopravvissuto per inerzia storica. La caricatura non era accurata allora, e non lo è neppure oggi.
Gli shock che avrebbero dovuto spezzarla. Dalla crisi finanziaria globale del 2008 fino alla pandemia e alla successiva frammentazione geopolitica, San Marino ha attraversato una sequenza di shock che avrebbe messo a dura prova economie ben più grandi. La crisi finanziaria ha provocato una brusca contrazione del settore bancario. L’inserimento nelle liste nere internazionali ha irrigidito le condizioni finanziarie e imposto severi vincoli reputazionali. Le rendite di lungo periodo legate al segreto bancario e alle asimmetrie fiscali sono evaporate rapidamente. Per un’economia piccola e fortemente aperta, l’effetto cumulativo di questi shock avrebbe dovuto essere destabilizzante.
Ciò che distingue San Marino non è l’aver evitato questi shock, ma l’averli assorbiti senza spezzarsi
Ciò che distingue San Marino non è l’aver evitato questi shock, ma l’averli assorbiti senza spezzarsi. L’aggiustamento non è avvenuto tramite un’unica leva di politica economica, ma attraverso una riallocazione dell’attività produttiva verso settori capaci di operare senza protezioni regolamentari o ambiguità reputazionali. La piccola dimensione ha ristretto il ventaglio delle opzioni praticabili, costringendo a scelte che le economie più grandi spesso rinviano.
Che cosa è successo davvero. Per anni il commento esterno, e quello italiano in particolare, ha ridotto San Marino a un paradiso fiscale con bandiera: arbitraggio regolamentare mascherato da sovranità. Quella narrazione coglie solo una parte della storia. Ben prima delle crisi, il Paese aveva costruito uno strato denso di manifattura e attività di servizio, strettamente integrato nelle catene del valore italiane ed europee. Misurata pro capite, questa base industriale mostra un grado di diversificazione notevole per un’economia di quella dimensione: meccanica di precisione, componentistica, elettronica e produzione biomedicale formano il nucleo di un’economia orientata all’export, dominata da piccole e medie imprese la cui competitività riposa su adattabilità, qualità e specializzazione di nicchia.
La rilevanza di questa base produttiva è spesso sottovalutata. Negli anni successivi alla crisi finanziaria, mentre il ridimensionamento del settore bancario esercitava un forte freno sulla crescita e assorbiva risorse pubbliche e private, la manifattura sammarinese ha continuato a rappresentare circa 1/3 del valore aggiunto nazionale, una quota straordinariamente elevata nel confronto internazionale. Per avere un termine di paragone, la manifattura pesa oggi per circa il 16-17% dell’economia italiana e per meno del 20% di quella tedesca. In altri termini, San Marino è riuscita a mantenere una struttura produttiva relativamente più industriale di quella di due tra le principali economie manifatturiere europee. È stata questa capacità competitiva, sostenuta dall’export e dalla specializzazione di nicchia, a impedire che il collasso del vecchio modello finanziario si traducesse in un declino economico permanente. Dopo tale collasso, San Marino è diventata una delle economie più manifatturiere d’Europa.
Una parte importante della spiegazione risiede proprio nelle caratteristiche delle economie di piccola scala. In questo ambiente, la piccola dimensione non comprime la produttività: la rafforza. Le catene decisionali sono corte non solo nel senso organizzativo, ma in quello informativo: chi decide conosce direttamente il fornitore, il cliente, il mercato di sbocco, senza che l’informazione si degradi salendo la gerarchia. La riallocazione settoriale è più rapida perché gli attori si conoscono e le reti informali accelerano la corrispondenza tra domanda e offerta di competenze. Nelle economie piccole, le opzioni di scarico dei costi sono più limitate che nelle grandi: la reputazione ha un peso strutturale maggiore e l’accesso al credito su larga scala è ridotto. La pressione, più che essere esternalizzata, tende a tradursi in aggiustamento reale: produttività, qualità, riorientamento del prodotto. Ma anche altri fattori sono risultati decisivi.
I tre pilastri dell’aggiustamento senza erosione democratica. Tre caratteristiche strutturali si sono rivelate decisive: l’occupazione pubblica, la distribuzione della ricchezza e il contenimento istituzionale del conflitto.
San Marino ha mantenuto un settore pubblico ampio e ben retribuito, che ha funzionato da stabilizzatore macroeconomico. Invece di essere compresso in nome della competitività – come prescrive il modello neoliberista sull’aggiustamento –, il pubblico impiego ha sostenuto la domanda aggregata e limitato la trasmissione degli shock alle famiglie. Il debito pubblico è aumentato nel periodo post-crisi, man mano che lo Stato assorbiva shock che altrove venivano scaricati sulle famiglie. Ma un debito più elevato può essere usato in due modi opposti: come leva temporanea per assorbire uno shock, mantenendo l’impegno a rientrare quando la crisi passa, oppure come alibi permanente per non intervenire, trasformando l’emergenza in pretesto per l’inazione. San Marino ha scelto la prima strada: nel medio termine, l’aggiustamento delle politiche e la gestione attiva del debito hanno preservato la sostenibilità fiscale, impedendo che l’espansione anticiclica si cristallizzasse in uno squilibrio strutturale. Il debito pubblico è stato trattato come strumento di stabilizzazione, non come sostituto delle riforme.
Ha contato anche la struttura distributiva. La ricchezza a San Marino è meno concentrata che in molte economie avanzate, e la proprietà della casa è assai diffusa e non orientata a forme speculative o di rendita. Le famiglie sono entrate nei periodi di stress con riserve patrimoniali reali, non con leva finanziaria: la diffusione della proprietà immobiliare, combinata con l’assenza di un mercato immobiliare a carattere speculativo su larga scala, ha limitato la trasmissione degli shock al consumo. Daron Acemoglu, Simon Johnson – premi Nobel per l’Economia 2024 – e James Robinson hanno identificato il nesso tra distribuzione della proprietà e qualità istituzionale: dove i buffer distributivi esistono, la pressione si converte in politica; dove non esistono, si converte in populismo.
Un debito elevato può essere usato come leva temporanea per assorbire uno shock, mantenendo l’impegno a rientrare quando la crisi passa, oppure come alibi per non intervenire, trasformando l’emergenza in pretesto per l’inazione
La politica migratoria ha rafforzato queste dinamiche. La mobilità del lavoro è stata gestita piuttosto che liberalizzata indiscriminatamente: l’afflusso di manodopera è stato calibrato sulle effettive necessità del tessuto produttivo, evitando sia le strozzature che avrebbero frenato la riallocazione settoriale, sia un eccesso di offerta che avrebbe compresso i salari nei momenti di maggiore vulnerabilità. Questo ha limitato la pressione al ribasso sulle retribuzioni e ridotto il conflitto distributivo proprio quando l’aggiustamento era inevitabile.
Infine, le tensioni distributive sono state negoziate all’interno di un denso sistema giuridico e politico, impedendo che l’aggiustamento degenerasse in crisi di legittimità. La coesione sociale ha funzionato meno come consenso che come contenimento.
Il settore bancario è rimasto l’eccezione: una volta rimossa la segretezza, diverse banche sono uscite dal mercato e quelle sopravvissute non hanno mai trovato un posizionamento competitivo stabile (a esclusione di un’unica realtà distintasi per dinamismo ed efficienza). La crisi del settore è stata causa di un forte depauperamento del Paese e costituisce il limite più reale e irrisolto della transizione.
Istituzioni, integrazione e disciplina sovrana. San Marino, pur rimanendo al di fuori dell’Unione europea, è funzionalmente integrata nello spazio economico italiano ed europeo. Questo assetto ibrido ha combinato disciplina, attraverso l’esposizione ai mercati e agli standard esterni, con flessibilità nel sequenziamento e nell’intensità delle politiche. La sovranità, in questo contesto, non ha significato isolamento dalla pressione, ma controllo su come quella pressione venisse assorbita. Nei sistemi piccoli, gli errori di politica economica diventano rapidamente evidenti: il costo del disallineamento persistente è più alto, e questo eleva la qualità media delle scelte.
Un segnale, non un modello. La lezione non è che San Marino abbia trovato una via indolore, ma che la distribuzione del dolore è una scelta politica, non una necessità tecnica. L’aggiustamento impone sempre dei costi. Quando questi ricadono sulle famiglie, attraverso insicurezza e deflazione patrimoniale, la legittimità democratica si erode. Quando invece vengono assorbiti collettivamente, attraverso istituzioni che mantengono visibile la catena delle responsabilità, la legittimità democratica viene preservata.
San Marino non offre un modello da copiare: la sua scala e la sua traiettoria storica sono assai specifiche. Ma la sua esperienza isola meccanismi che nelle economie più grandi operano in modo più diffuso e con ritardi più lunghi. In un’economia globale in cui l’aggiustamento sta tornando inevitabile, le democrazie si trovano di fronte a una scelta: inseguire la credibilità comprimendo lo Stato e scaricando i costi sociali oppure preservare la legittimità sostenendo la capacità istituzionale e l’equilibrio distributivo.
San Marino dimostra che la seconda strada non è solo praticabile: funziona. La vera domanda non è più se le democrazie possano aggiustarsi senza svuotarsi: è perché così poche abbiano scelto di provarci.
(Biagio Bossone è consulente di istituzioni finanziarie internazionali e banche centrali. È stato membro del Consiglio di amministrazione del Fmi e del Gruppo della Banca mondiale. In passato, ha ricoperto incarichi istituzionali nella Repubblica di San Marino)


