Politica

In Consiglio prosegue l’esame del pdl sulla pianificazione territoriale (resoconto della seduta del 20 maggio 2026)

Consiglio Grande e Generale – sessione 13, 14, 15, 18, 19, 20 e 21 maggio 2026

Mercoledì 20 maggio 2026

Nella seduta del Consiglio Grande e Generale di mercoledì 20 maggio 2026, prosegue l’esame del Progetto di legge “Disposizioni sulla Pianificazione Territoriale Strategica – Norme per lo sviluppo e la valorizzazione del Territorio – Interventi straordinari con finalità sociali”.  

Paolo Crescentini (PSD) parla di una legge “coraggiosa, ambiziosa e indispensabile”, sostenendo che finalmente San Marino si dota di una nuova visione urbanistica dopo “34 anni di immobilismo”. Difende in particolare l’attenzione alla tutela del territorio, al rischio idrogeologico e alle politiche per la casa, sottolineando come studentati e nuove formule abitative possano offrire risposte concrete alle giovani coppie e ai cittadini. Gemma Cesarini (Libera) insiste soprattutto sul metodo, spiegando che il valore del progetto non sta nel risolvere immediatamente tutti i problemi, ma nel costruire “la bussola” per la pianificazione futura. Ricorda che per anni San Marino non è riuscito a intervenire sul Piano regolatore e sostiene che oggi si stiano finalmente definendo principi chiari: sostenibilità, qualità della vita, tutela ambientale e sicurezza del territorio. Giovanna Cecchetti (indipendente) definisce la riforma “un passo importante verso una pianificazione territoriale più moderna”, apprezzando la centralità data alla rigenerazione urbana, al contenimento del consumo di suolo e alla valorizzazione del patrimonio esistente. Michela Pelliccioni (indipendente), pur riconoscendo che il progetto rappresenta “un’idea nuova per questo Paese”, evidenzia una criticità di fondo: a suo giudizio manca una vera strategia territoriale costruita partendo da dati, analisi e coinvolgimento diffuso della comunità. Fabio Righi (D-ML) sposta il confronto sul piano politico e sostiene che la legge rischi di aumentare il peso della discrezionalità politica. A suo giudizio la pianificazione territoriale riguarda “uno dei poteri più delicati che la politica possa esercitare” e teme che il sistema costruito dal testo produca “meno certezza del diritto” e più dipendenza dalle decisioni dell’esecutivo. Arriva anche a mettere in guardia dal rischio che “il confine tra pianificazione e clientelismo diventi estremamente sottile”. Luca Lazzari (PSD) replica alle critiche sostenendo che proprio la ricerca per anni di “un piano definitivo” abbia finito per bloccare tutto. Difende invece l’approccio graduale della riforma e riconosce al Segretario di Stato Matteo Ciacci il merito di aver “rimesso in moto una macchina che stava ferma da troppo tempo”. Per Lazzari San Marino ha bisogno di “ricominciare a fare” perché “un Paese che non decide mai può sembrare prudente, ma in realtà sta soltanto invecchiando”. Giulia Muratori (Libera) rivendica la portata storica della riforma ricordando che il Piano regolatore vigente risale al 1992. Sostiene che il nuovo modello supera la rigidità del passato introducendo una pianificazione più dinamica e flessibile. Respinge le accuse di scarsa partecipazione e insiste sul fatto che la legge non rappresenti “il punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase”. Gian Carlo Venturini (PDCS) difende l’introduzione dei nuovi strumenti di pianificazione e dei piani tematici, spiegando che la loro funzione sarà quella di accompagnare gradualmente la trasformazione del territorio con maggiore capacità di adattamento rispetto al passato. Si sofferma anche sul dibattito relativo al Piano Boeri, riconoscendo che alcuni aspetti possano essere recuperati nei futuri strumenti di pianificazione, pur criticandone altri elementi, in particolare sul tema infrastrutturale e sulla gestione di alcuni indici edificatori. Venturini valorizza poi le nuove risposte introdotte sul fronte abitativo, come cohousing, comunità abitative e studentati, evidenziando la presenza di vincoli e meccanismi di controllo per evitare fenomeni speculativi. Il Segretario di Stato Matteo Ciacci rivendica il lavoro svolto da Governo e maggioranza e respinge le critiche sull’assenza di analisi preliminari. “Fare tutto per non fare niente non è mai stato l’obiettivo di questa maggioranza”, afferma, sostenendo che il progetto punta a costruire “una nuova grammatica” per il territorio insieme a risposte concrete ai bisogni sociali. Gaetano Troina (D-ML) critica invece il metodo seguito, ritenendo insufficiente il coinvolgimento della cittadinanza e contestando alla maggioranza di avere sottovalutato osservazioni dell’opposizione che poi, in diversi casi, sono state recepite. Secondo Troina la legge viene presentata come una riforma innovativa, ma in realtà recepisce molte pratiche già esistenti. Matteo Casali (RF) contesta soprattutto l’approccio tematico introdotto dalla legge, sostenendo che il territorio debba essere affrontato con una visione complessiva e non settoriale. A suo giudizio la pianificazione dovrebbe servire proprio a immaginare il futuro e indirizzarlo, non soltanto a rincorrere esigenze che emergono di volta in volta.

Inizia l’esame dell’articolato e subito – all’articolo 1 – si accende, durissimo, lo scontro tra maggioranza e opposizione. Nei confronti di quest’ultima arrivano accuse di “ostruzionismo”, respinte immediatamente al mittente. Dalibor Riccardi (Libera), in particolare, non nasconde l’insofferenza verso alcuni interventi delle opposizioni, definendoli “interventi strumentali” arrivando a sostenere che “forse qualcuno in maggioranza abbia ragione” nel voler ragionare su modifiche al regolamento consiliare. Giovanni Zonzini (Rete) reagisce immediatamente difendendo il diritto delle opposizioni a intervenire. “Se gridate all’ostruzionismo quando due consiglieri parlano a nome del proprio gruppo, allora cambiate il regolamento consiliare, anzi cambiate le leggi costituzionali e abolite direttamente il Parlamento”. Antonella Mularoni (RF) sostiene che il clima emerso in aula sia preoccupante e ribadisce che se davvero qualcuno volesse fare ostruzionismo sarebbe perfettamente in grado di farlo. Rivolgendosi direttamente a Riccardi aggiunge: “Nessuno la obbliga a stare in aula. Può anche fare altro”. Fabio Righi (D-ML) interviene con toni particolarmente duri e parla apertamente di una situazione che, a suo giudizio, avrebbe superato “ogni limite”. Rivolge un richiamo formale alle Reggenze chiedendo una tutela più forte del corretto funzionamento democratico e denuncia un clima che ritiene incompatibile con il rispetto istituzionale. “Non possiamo stare in un’aula in cui le istituzioni vengono continuamente piegate alle esigenze di qualcuno”, afferma. Il Segretario di Stato Matteo Ciacci prova a riportare il confronto su binari più concilianti. “Abbiamo fatto opposizione tutti”, afferma, aggiungendo che il dibattito “era assolutamente in linea con quello che deve essere lo spirito di un’aula consiliare: discutere nel merito degli articoli e confrontarsi”. Mirko Dolcini (D-ML) sottolinea che episodi di questo tipo starebbero diventando sempre più frequenti e richiama tutti al rispetto del ruolo delle opposizioni. “Invito tutti a rispettare la dignità dell’opposizione e i ruoli parlamentari”, afferma, chiedendo anche alle Reggenze di vigilare affinché venga mantenuto “un corretto equilibrio istituzionale”.

Con l’articolo 5 il confronto si sposta sul tema della partecipazione. Matteo Casali (RF) attacca la narrazione di una legge definita ampiamente condivisa e sostiene che il confronto preventivo con le opposizioni “non è minimamente avvenuto”. Critica inoltre la gestione della partecipazione pubblica, sostenendo che spesso le consultazioni vengano organizzate più come “passerelle e vetrine” che come veri momenti di confronto. Definisce alcuni articoli dedicati alla partecipazione una “cortina fumogena” e osserva che anche oggi esistono già strumenti normativi che però vengono spesso disattesi. Mirko Dolcini (D-ML) riconosce che il principio contenuto nell’articolo appaia “estremamente democratico”, ma chiede tempi certi per la sua attuazione. Sollecita il Governo a indicare una scadenza precisa o almeno un arco temporale entro il quale gli strumenti partecipativi promessi potranno diventare realtà. In assenza di date, avverte, il rischio è che restino soltanto dichiarazioni di principio “con il rischio che questi articoli siano inseriti soltanto per poter dire che ci sarà partecipazione”. Il Segretario Ciacci sostiene che gli articoli sulla partecipazione rappresentino “un elemento molto innovativo per la pianificazione e per l’assetto urbanistico del nostro territorio”. Spiega che il problema non sta tanto nelle norme quanto nella volontà politica di applicarle concretamente. “Se c’è volontà politica le cose si fanno”, afferma, ricordando come molte norme del passato siano rimaste “lettera morta”. Sui tempi di attuazione conferma la scelta di non inserire scadenze nella legge quadro, spiegando che la maggioranza è già al lavoro sui successivi strumenti urbanistici previsti dalla riforma.

Il confronto sull’articolo 10, dedicato alla pericolosità idrogeologica e sismica e alle misure di mitigazione dei rischi, si concentra soprattutto sul ruolo dei tecnici nelle verifiche di sicurezza, sul peso attribuito al Servizio Protezione Civile e sul livello di tutela che la nuova legge garantisce rispetto al passato. Matteo Casali (RF) critica il contenuto dell’articolo sostenendo che alcuni passaggi rischino di generare confusione e individua il nodo principale nel comma 3. Secondo Casali il risultato concreto è che “rimane tutto come oggi”. A suo giudizio il rischio è che continui a prevalere una logica nella quale, se un tecnico certifica la possibilità di intervenire, “allora si può costruire”, anche in situazioni territoriali delicate. Il Segretario di Stato Matteo Ciacci replica con fermezza, respingendo le critiche e chiedendo di “fermare subito la strumentalizzazione”. Difende l’impianto della norma sostenendo che “questa legge non fa un passo avanti, ne fa tre” e ribadisce che il nuovo sistema sia “molto più garantista” rispetto sia al passato sia al Piano Boeri. Richiama in particolare l’introduzione di un piano di tutela gerarchicamente superiore agli altri strumenti urbanistici e rivendica il ruolo del Servizio Protezione Civile, definendone il lavoro “impeccabile”.  Gaetano Troina (D-ML) torna invece sul nodo della responsabilità tecnica. Sostiene che il nuovo meccanismo finisca per trasferire sui tecnici privati una responsabilità molto rilevante, lasciando al Servizio Protezione Civile un ruolo di controllo che rischia di diventare troppo oneroso. A suo giudizio il sistema produce “uno scaricabarile”. Per Troina dovrebbe essere la pianificazione pubblica a stabilire chiaramente dove si possa costruire e dove no, senza demandare il processo al rapporto tra cittadino e tecnico incaricato. Nella replica conclusiva Ciacci ribadisce nuovamente la posizione del Governo, sostenendo che la legge introduca “più tutela, non meno tutela”. Respinge l’idea che si stia scaricando la responsabilità e chiarisce che il tecnico abilitato opera nel rispetto delle valutazioni e delle prescrizioni del Servizio Protezione Civile, che mantiene un ruolo centrale nel procedimento. 

Il confronto sull’articolo 15, dedicato agli strumenti di pianificazione, entra nel cuore della riforma urbanistica. Il Segretario di Stato Matteo Ciacci presenta l’articolo come “il cuore della norma”. Illustra il passaggio dal Piano Regolatore Generale del 1992 a un nuovo sistema costruito attorno al piano di tutela, definito come l’insieme delle “linee rosse” entro cui si inseriranno successivamente i diversi piani tematici. Difende la scelta sostenendo che il nuovo modello consentirà strumenti “più dinamici e più al passo con i tempi” e permetterà di intervenire sul territorio con maggiore efficacia. Matteo Casali (RF) critica invece con forza l’impostazione metodologica della riforma. Secondo il consigliere di Repubblica Futura il territorio deve essere affrontato “a livello globale, a livello generale”, perché urbanistica, servizi, verde, infrastrutture, residenza e produzione rappresentano aspetti strettamente collegati tra loro. Mirko Dolcini (D-ML) afferma che il nuovo approccio certifica una rinuncia politica rispetto all’obiettivo originario di costruire un nuovo Piano Regolatore Generale. “Non essendo riusciti a fare un Piano Regolatore Generale, invece di continuare a perseguirlo si è scelta la strada più semplice” commenta il consigliere di D-ML. Dolcini sostiene che soprattutto in un territorio piccolo come San Marino i temi legati ad abitabilità, ambiente e sicurezza dovrebbero essere affrontati contemporaneamente dentro una cornice comune. Nella replica Ciacci respinge nettamente la lettura dell’opposizione e ribalta il giudizio politico sul nuovo modello. “Quando sento parlare di fallimento io invece rivendico un successo della maggioranza”, afferma. Rivendica la scelta politica di avere trovato “una sintesi proficua” e critica la logica del “voler fare tutto per non fare niente”, che a suo giudizio avrebbe caratterizzato il territorio dal 1992 a oggi. 

Il confronto sull’articolo 18, dedicato ai piani tematici, entra nel merito della filosofia complessiva della riforma urbanistica e riporta al centro il principale elemento di scontro tra maggioranza e opposizione: il superamento del Piano Regolatore Generale come strumento unico e la scelta di una pianificazione costruita attraverso strumenti distinti e progressivi. Il Segretario di Stato Matteo Ciacci precisa che nella fase iniziale resterà in vigore l’impianto attuale attraverso il “rideposito” “spacchettato” degli allegati del Piano Regolatore Generale del 1992, ribadendo però che il nuovo sistema diventerà progressivamente più dinamico attraverso gli strumenti introdotti dalla legge e le nuove funzioni dedicate anche alle esigenze sociali. Secondo Matteo Casali (RF), se la base della nuova pianificazione resta comunque quella del vecchio PRG, allora la rivoluzione annunciata dalla maggioranza rischia di non esserci. Sostiene che urbanistica e territorio non possano essere affrontati per compartimenti separati, perché “ci sono problemi che attraversano più temi, ci sono soluzioni che attraversano più temi”. Torna quindi a difendere la necessità di uno strumento generale capace di tenere insieme aspetti urbanistici, economici, ambientali e culturali. Casali evidenzia inoltre un elemento politico ulteriore: la scomparsa delle aree a servizi dalla nuova impostazione urbanistica. Nella replica Ciacci sostiene che pretendere l’approvazione contemporanea di tutti i piani significherebbe semplicemente “riproporre il vecchio modello del Piano Regolatore Generale: un unico grande impianto, rigido e difficilmente aggiornabile”. Rivendica invece la scelta politica fatta dalla maggioranza di costruire “una cornice strategica unitaria attraverso strumenti differenti e flessibili”, che possano essere sviluppati gradualmente sulla base delle priorità emergenti. E sui terreni agricoli la linea del Segretario di Stato è netta: “Basta clientelismo. Con questa pianificazione noi perdiamo voti, perché diciamo chiaramente: i terreni agricoli non si sbloccano”.

Focus poi sull’articolo 20, dedicato ai Programmi Pluriennali di Attuazione (PPA). Il Segretario di Stato Matteo Ciacci spiega che il programma pluriennale serve a evitare che opere pubbliche già finanziate o avviate vengano fermate solo per un cambio politico. “Molto spesso progetti che sono partiti vengono fermati semplicemente perché cambia il colore politico o la bandierina politica”, afferma. Secondo Matteo Casali (RF) programmazione politica e pianificazione urbanistica devono restare separate. Critica inoltre la durata quinquennale del programma perché rischierebbe di vincolare le scelte degli esecutivi successivi e definisce il sistema “una invasione di campo molto pericolosa”. Gaetano Troina (D-ML) ricorda che l’articolo è stato molto discusso in Commissione e sostiene che il problema principale sia la possibilità di approvare il programma con semplice delibera del Congresso di Stato. “Lascia per l’ennesima volta troppa discrezionalità al Congresso di Stato”, afferma. Critica inoltre il vincolo temporale di cinque anni e il rischio che interventi semplicemente progettati possano diventare di fatto intoccabili. Nella replica finale Ciacci rivendica il lavoro fatto insieme alle opposizioni in Commissione e parla di “un buon punto di equilibrio”. 

I lavori vengono sospesi dopo l’esame dell’articolo 23. Riprenderanno domani, alle 9.00, dal comma 6 (Decreti – Delegati).

Di seguito un estratto dei lavori

Comma 12 – Progetto di legge “Disposizioni sulla Pianificazione Territoriale Strategica – Norme per lo sviluppo e la valorizzazione del Territorio – Interventi straordinari con finalità sociali” (presentato dalla Segreteria di Stato per il Territorio) (II lettura)

Paolo Crescentini (PSD): Intervengo dopo aver fatto tra l’altro la relazione di maggioranza e per questo ringrazio i colleghi per la fiducia, così come ringrazio il Segretario di Stato Ciacci per aver portato un provvedimento di legge perché, dopo 30 anni, finalmente abbiamo una nuova visione urbanistica del Paese. Era necessario andare in questa direzione, anche nel rispetto di quello che è stato il programma di governo presentato a inizio legislatura, programma che, tra le altre cose, prevede che la pianificazione urbanistica debba tenere conto di uno sviluppo integrale e sostenibile del territorio, che comprenda le dimensioni umane, ambientali, sociali ed economiche. Nel quadro generale dei problemi che dovrà risolvere tale pianificazione territoriale meritano particolare attenzione la tutela e la valorizzazione dei centri storici, che costituiscono un patrimonio prezioso e insostituibile della nostra Repubblica, e l’attuazione di politiche di recupero e riconversione urbanistica dell’edificato inutilizzato presente nelle aree strategiche del Paese. Ho tenuto a sottolineare questo aspetto del programma di governo perché questo provvedimento di legge va proprio in questa direzione: salvaguardia del territorio e, nello stesso tempo, risposte concrete e tempestive alle esigenze sociali che oggi sono particolarmente rilevanti. È un provvedimento che merita attenzione anche per quanto riguarda gli alloggi per le comunità abitative, la funzione abitativa collettiva, il cohousing e lo studentato. Lo studentato è una struttura di cui il Paese ha fortemente bisogno per dare risposte non solo all’Università di San Marino, che sta crescendo in maniera esponenziale – e di questo va dato merito al Rettore e a tutto lo staff universitario per gli eccellenti risultati ottenuti – ma anche perché uno studentato permette di liberare abitazioni che possono tornare utili alla collettività, alle giovani coppie e quindi ai sammarinesi. Non voglio dilungarmi troppo perché gran parte di quello che dovevo dire l’ho già espresso nella relazione di maggioranza. Dico semplicemente che questo era un provvedimento che serviva, utile e indispensabile. Una legge che ci prospetta una nuova visione del territorio sammarinese, una pianificazione che ha cura del territorio, che rispetta il rischio dei dissesti idrogeologici e che nello stesso tempo dà risposte alla cittadinanza. In un momento in cui esiste anche una difficoltà nel reperimento degli immobili, questa legge può dare nuova linfa, nuova energia, nuova vitalità, soprattutto per rispondere alle esigenze delle giovani coppie. Noi crediamo che questo provvedimento sia coraggioso, ambizioso e indispensabile per il nostro Paese, dopo 34 anni, permettetemi di dirlo, di immobilismo, nei quali si è andati avanti senza un’idea chiara di come pianificare il territorio. Oggi finalmente, nel rispetto anche del programma di governo che noi forze di maggioranza abbiamo presentato alla cittadinanza, attraverso questo provvedimento crediamo si possano dare finalmente le risposte che il Paese attende. Per questo, nel ringraziare ancora una volta il Segretario di Stato e la Segreteria Territorio per aver presentato questo progetto di legge, ribadisco il nostro pieno sostegno al provvedimento, così come abbiamo fatto durante i lavori della Commissione consiliare che lo ha esaminato in sede referente. Non vado oltre, Eccellenze. Mi riservo eventualmente di intervenire durante l’articolato ed esprimo ancora una volta il mio apprezzamento e il nostro apprezzamento per questo provvedimento di legge. 

Gemma Cesarini (Libera): Cercherò di riprendere un po’ il dibattito di ieri. È chiaro che ognuno qui fa la propria parte, sta nel gioco delle parti: chi interviene per la maggioranza e chi per le opposizioni. Però credo che dobbiamo fare uno sforzo un po’ più alto per chi ci ascolta da casa. È evidente che oggi, con questo progetto di legge, non andiamo a risolvere tutti i problemi del nostro territorio. Credo però che il valore più grande di questo progetto di legge stia innanzitutto nel metodo e nella visione che introduce. Quello che è stato fortemente criticato dall’opposizione è la mancanza di un approccio organico e di un metodo organico di intervento sulla pianificazione territoriale. Dobbiamo però essere onesti e guardare all’evidenza dei fatti: a San Marino per tanto tempo non siamo riusciti a intervenire sulla pianificazione territoriale. Da oltre 30 anni il nostro Piano Regolatore Generale è rimasto sostanzialmente fermo e forse questo è accaduto perché mancava un passaggio fondamentale: definire, ridefinire o richiamare chiaramente i principi guida, i criteri e la direzione politica entro cui muoversi. È evidente che per più di una legislatura abbiamo cercato di intervenire sul Piano Regolatore, anche rivolgendoci a professionalità di altissimo livello, ma ciò che non riuscivamo a trovare era una linea comune. Da qui nasce la necessità di cambiare metodo, perché prima ancora delle singole misure oggi stiamo finalmente costruendo la base della pianificazione strategica del territorio. Stiamo definendo criteri, principi, strategie e strumenti. Stiamo scrivendo quella che potremmo definire la bussola, le fondamenta di ciò che andremo a costruire, e questa ha una valenza politica enorme. Noi non stiamo promettendo una rivoluzione immediata, non stiamo dicendo che tutti i problemi del territorio si risolveranno con un unico intervento legislativo. Stiamo facendo qualcosa di molto più serio e più solido: stiamo avviando un processo di cambiamento, una direzione chiara e precisa. In questa legge troviamo criteri fondamentali come il rispetto dell’interesse pubblico, la sostenibilità e la qualità della vita, la tutela ambientale e paesaggistica, la priorità alla sicurezza idrogeologica, il rafforzamento della partecipazione e della trasparenza amministrativa. Troviamo inoltre strumenti di pianificazione coordinati, una visione sovraordinata di tutela e valorizzazione del territorio e un programma pluriennale di attuazione che collega la pianificazione alla concreta realizzazione degli interventi. È altrettanto importante il messaggio culturale che stiamo dando. Il territorio non può più essere considerato semplicemente uno spazio da occupare o consumare, ma un bene da tutelare, rigenerare e valorizzare. Ne è un esempio concreto la scelta di incentivare la riqualificazione dell’esistente e la rigenerazione urbana di aree degradate, come quella dell’ex Symbol o dell’ex Conceria, con una logica che non guarda solo al singolo edificio, ma alla qualità complessiva dello spazio urbano, all’integrazione con il contesto, agli spazi collettivi, al verde e alla vivibilità. Trovo altrettanto importante eliminare quegli incentivi che in passato hanno consentito di aumentare indice edificatorio e altezze con impatti molto pesanti sul nostro territorio. Accanto alla parte strategica e di principio, con questa legge affrontiamo anche un tema estremamente concreto: l’emergenza abitativa, l’emergenza casa, più in generale il tema della casa e non soltanto della prima casa, che è stato oggetto di dibattito anche ieri. Credo sia importante sottolineare un concetto: problemi complessi non si risolvono con misure semplicistiche. Con questo progetto di legge iniziamo a dare alcune risposte. Penso alla funzione abitativa collettiva che, attraverso bandi pubblici su aree di proprietà pubblica, punta ad aumentare l’offerta di alloggi, sostenere soprattutto le giovani coppie e contribuire anche a calmierare il mercato delle locazioni. Penso allo studentato universitario, privilegiando il recupero del patrimonio edilizio esistente: una scelta intelligente perché migliora i servizi agli studenti, genera indotto economico e allo stesso tempo può alleggerire la pressione sul mercato degli affitti. Penso anche ai modelli di cohousing, che rappresentano una risposta moderna ai bisogni abitativi e sociali, favorendo condivisione, coesione sociale e razionalizzazione dei costi. Io non ho competenze tecniche urbanistiche, lo dico con sincerità, ma credo che nella gestione dei processi ci sia un principio molto semplice, comune a tanti settori: prima di costruire bisogna sapere dove si vuole andare. E per affrontare un problema grande a volte bisogna anche scomporlo e iniziare ad analizzarlo un passo alla volta, cercando di risolverlo progressivamente, perché è evidente che l’approccio alla materia territoriale è rimasto bloccato per tantissimi anni. Oggi noi finalmente stiamo facendo proprio questo: stiamo definendo una direzione, un passo alla volta, certo, ma con una visione chiara, dopo decenni di immobilismo. Credo che già questo sia un cambiamento molto importante. Stiamo rimettendo in moto, per così dire, una capacità di governo del territorio che per decenni è rimasta bloccata 

Giovanna Cecchetti (indipendente): Intervengo anch’io a favore di questo progetto di legge sulla pianificazione territoriale per fare alcune considerazioni di carattere generale. Ritengo che questo progetto rappresenti un passo importante verso una pianificazione territoriale più moderna, più sostenibile e più vicina alle esigenze future del Paese. È una riforma ampia, strutturata e ambiziosa che prova finalmente a dare una visione organica e sostenibile dello sviluppo del territorio sammarinese, superando una logica frammentata che negli anni ha spesso reso difficile programmare interventi coerenti e di lungo periodo. Introduce principi che oggi sono indispensabili, quali la rigenerazione urbana, il contenimento del consumo del suolo, la sostenibilità ambientale, la sicurezza idrogeologica, la partecipazione dei cittadini e la valorizzazione del patrimonio storico e paesaggistico. Uno dei principali punti di forza del testo è l’impostazione generale: il territorio viene riconosciuto come patrimonio collettivo da tutelare non solo sotto il profilo urbanistico, ma anche ambientale, paesaggistico, sociale ed economico. Una visione estremamente importante, soprattutto per un Paese piccolo e peculiare come il nostro, dove ogni trasformazione territoriale produce inevitabilmente effetti molto rilevanti. Positivo è anche il forte richiamo alla rigenerazione urbana e al contenimento del consumo del suolo. La legge privilegia il recupero dell’esistente, la riqualificazione delle aree degradate, incentivando demolizione e ricostruzione, efficientamento energetico, valorizzazione del verde urbano e mobilità sostenibile. Questa scelta va nella giusta direzione, proprio perché il nostro territorio è limitato e fragile e non ci si possono permettere espansioni indiscriminate. La sfida è proprio questa: non espandere senza limiti, ma migliorare la qualità di ciò che già esiste. Apprezzo inoltre l’attenzione a temi che possiamo definire sociali. L’introduzione di strumenti come il cohousing, le comunità abitative e gli studentati dimostra la volontà di collegare le politiche territoriali ai cambiamenti demografici e alle nuove esigenze abitative, collegandole anche al tema del ripopolamento dei castelli periferici, elemento importante per mantenere equilibrio e vitalità sul territorio e contribuire al contempo alla crescita dell’Università. Sono segnali concreti di una pianificazione che prova a rispondere ai cambiamenti demografici e sociali del Paese. Altro aspetto indispensabile, in questa fase storica segnata dai cambiamenti climatici, è l’attenzione alla sicurezza idrogeologica e sismica, con verifiche tecniche, monitoraggi e strumenti di prevenzione che diventano parte integrante della pianificazione. Così come è importante il rafforzamento dei processi partecipativi, con il coinvolgimento dei cittadini, delle associazioni e delle Giunte di Castello nei percorsi di pianificazione, perché una buona pianificazione funziona meglio se riesce anche ad ascoltare il territorio. Entrando nel merito degli strumenti di pianificazione previsti dalla riforma, sono significativi i ruoli attribuiti ai piani tematici. Questi definiscono la visione complessiva del territorio, mentre i piani particolareggiati trasformano quella visione in interventi concreti e operativi. La scelta di articolare la pianificazione attraverso piani dedicati a settori specifici, dalla gestione delle risorse e del verde al rilancio del settore agricolo, dalle infrastrutture pubbliche al turismo e alla mobilità sostenibile, fino agli ambiti edilizi e produttivi, rappresenta un approccio moderno e più aderente alla complessità territoriale attuale. È un’impostazione positiva perché consente di affrontare in maniera specialistica e coordinata temi strategici che spesso nelle pianificazioni tradizionali rischiano di essere trattati in modo separato o residuale. Apprezzo in particolare l’attenzione dedicata alla gestione delle risorse ambientali, alla valorizzazione del settore agricolo, alla mobilità sostenibile e alla definizione degli ambiti edilizi produttivi, perché dimostra la volontà di collegare lo sviluppo economico, la tutela dell’ambiente e la qualità della vita all’interno di una visione unitaria del territorio. I piani tematici rappresentano quindi un importante strumento di programmazione, capace di dare indirizzi chiari e coerenti alle successive fasi attuative della pianificazione. Entrando più nel dettaglio dei piani particolareggiati, il progetto attribuisce loro un ruolo centrale nell’attuazione degli interventi di recupero, riqualificazione, nuova urbanizzazione e ristrutturazione agricola. Si tratta dello strumento attraverso cui le strategie generali di pianificazione diventano interventi reali sul territorio e rappresentano uno degli strumenti più concreti e operativi previsti dalla riforma. È positivo che il testo distingua varie tipologie di piani, dai centri storici agli insediamenti residenziali, dalle aree produttive agli interventi agricoli fino alle comunità abitative, perché ciò consente una pianificazione mirata e coerente con le caratteristiche dei diversi ambiti territoriali. Condivisibile è anche l’attenzione posta alla qualità urbana e ambientale. I piani particolareggiati dovranno infatti prevedere verde pubblico, percorsi ciclopedonali, sostenibilità ambientale, mitigazione dei rischi e un corretto inserimento degli interventi nel contesto territoriale. È un approccio moderno che punta non solo a costruire, ma a migliorare la qualità complessiva degli spazi urbani. Importante inoltre il fatto che alcuni interventi particolarmente impattanti, come quelli di rigenerazione urbana o quelli di utilizzo di crediti edilizi, siano obbligatoriamente sottoposti a piano particolareggiato, introducendo così maggiori garanzie di controllo pubblico e di valutazione complessiva degli interventi. Concludo ringraziando il Segretario al Territorio Ciacci, tutti i commissari che hanno discusso il progetto di legge nella Commissione preposta e anche le opposizioni, che giustamente hanno evidenziato le proprie preoccupazioni. È evidente che una riforma di questa portata presenti aspetti che meritano grande attenzione. Tuttavia il giudizio non può che essere positivo, perché è indubbio che questa legge introduca principi moderni, metta al centro sostenibilità e qualità urbana, valorizzi il patrimonio territoriale e provi a costruire una visione di lungo periodo per San Marino. Sarà importante applicarla con equilibrio, pragmatismo e capacità di ascolto, correggendo nel tempo eventuali criticità, ma senza perdere mai l’impostazione positiva che anima la riforma. 

Michela Pelliccioni (indipendente): Segretario, devo riconoscerlo: quello che viene presentato oggi è sicuramente un’idea nuova per questo Paese e segue un percorso del fare che effettivamente vi contraddistingue. Questo è il passaggio positivo che voglio fare in maniera costruttiva. Quello che però rappresenta l’elemento critico rispetto al mio intervento è che un percorso del fare positivo, soprattutto nell’ambito del territorio, che è un ambito fondamentale, il cuore pulsante di questo Paese, deve essere preceduto da una strategia. Una strategia che io, in questo provvedimento così importante, vedo mancare. Il primo punto dal quale vorrei partire è definire cosa sia la pianificazione strategica territoriale. La pianificazione strategica territoriale ha come scopo quello di individuare gli obiettivi socioeconomici di un Paese e le azioni per raggiungerli, ma attraverso il coinvolgimento della comunità. E allora andiamo per tappe, proprio parlando di questo coinvolgimento della comunità. A mio avviso si sarebbe dovuti partire da analisi e dati, perché per arrivare a questo progetto preliminare e fondamentale doveva esserci una raccolta di dati su demografia, economia, infrastrutture e ambiente, per capire quali fossero le criticità e i punti di forza da cui partire rispetto al territorio. Io non riesco a comprendere come si sia sviluppato questo progetto rispetto ai dati, perché obiettivamente non credo che una serata pubblica possa bastare per definire o cristallizzare le necessità e i dati dai quali partire. Credo che proprio sul territorio la politica non possa essere autoreferenziale. Creare una struttura senza un confronto con la parte economica e sociale, un confronto sostenuto da dati concreti, rischia di rendere molto difficile definire delle linee di indirizzo. Se sbaglio lo riconoscerò, ma credo che il lavoro preliminare avrebbe dovuto essere molto corposo e valutato sulla base dei dati, per poter poi costruire linee di indirizzo solide. Linee che sono abbastanza chiare. Si punta, giustamente e in parte condivido, sulla necessità di immobili a uso abitativo destinati alle famiglie, con affitti calmierati. Questo è sicuramente un punto fondamentale. Ma il tema importante è il come raggiungere questo obiettivo. Chi ha definito le linee di sviluppo di questo Paese? È un punto che più volte ho sottolineato: questo Governo, secondo me, è carente nel definire quale sviluppo e quale immagine vuole dare al Paese. E questa immagine deve poi riflettersi sul territorio. Scegliere linee più snelle di intervento può essere sicuramente un elemento positivo, ma senza un disegno chiaro e definito all’inizio il percorso diventa inevitabilmente più difficile. Voglio spiegare questo punto critico con esempi concreti. Il tema dello studentato è ottimo, ma l’Università è stata coinvolta in questo progetto? Lo dico perché credo sia fondamentale comprendere il come, il dove e il quanto. Qui è già stata data un’impostazione che punta a recuperare il patrimonio edilizio esistente, in linea con il progetto dello studentato. Però prima avrei voluto capire preliminarmente come si svilupperanno e dove saranno collocate le sedi universitarie. È vero che siamo un territorio piccolo, ma è anche vero che gli studenti che vengono qui a studiare non sempre hanno la possibilità di muoversi autonomamente. Abbiamo un numero crescente di iscritti e dobbiamo capire quale sarà l’impatto futuro rispetto ai progetti in corso. Sul trasporto pubblico non siamo in grado di gestire grandi numeri e quindi anche la dislocazione delle strutture credo fosse un punto di analisi molto importante da valutare. Abbiamo puntato anche sul cohousing. Bellissima l’idea in sé, però ho sempre posto alcuni dubbi. Dobbiamo valutare la sua fattibilità sul nostro territorio, considerando che questo progetto definisce il cohousing come uno degli obiettivi cardine. Mi piacerebbe capire se effettivamente sul nostro territorio questo progetto può funzionare. È stato avviato uno studio preliminare per capire se un’operazione del genere sia sostenibile? Perché il rischio concreto è quello di disperdere risorse importanti che magari potrebbero essere destinate ad altri punti altrettanto rilevanti. La funzione abitativa collettiva, il cosiddetto gruppo H, viene proposta come risposta strutturale alle esigenze abitative attraverso bandi pubblici. Tuttavia credo che anche il confronto sulla sinergia pubblico-privato meriti risposte più concrete e definite rispetto alle ambizioni del progetto. Quando parlo di dati devo purtroppo ampliare il ragionamento a una tendenza che la politica ha avuto in passato: utilizzare il territorio a scopo elettorale. Cercare di ampliare la discrezionalità politica in questo ambito rischia di continuare un percorso dove si insegue il bene di pochi invece dell’interesse collettivo. Posso comprendere che la proposta sia ambiziosa e presentata in totale buona fede, ma una volta approvato un progetto, il progetto rimane mentre la politica cambia. E se non cambiano certi meccanismi della politica, i rischi diventano più ampi. In ultimo, io avrei rafforzato gli elementi di monitoraggio con indicatori di performance e correttivi in corso d’opera. Non li vedo inseriti in questo progetto e invece li ritengo fondamentali. 

Fabio Righi (D-ML): Io chiaramente non sono, tra virgolette, un tecnico del territorio, quindi mi limiterò in questo dibattito a fare alcune considerazioni di natura politica e alcuni passaggi sul testo della legge e sul contenuto della relazione di opposizione. Partirei dal fatto che il punto centrale di questo progetto di legge non credo sia soltanto urbanistico. Credo abbia un risvolto profondamente politico perché quando si parla di pianificazione territoriale si parla di uno dei poteri più delicati che la politica possa esercitare: decidere chi può costruire, dove può costruire, quanto può costruire e con quali procedure. Io credo sia qualcosa di estremamente delicato. Ed è proprio qui che questo testo desta la preoccupazione principale. Questa legge viene presentata come una grande riforma della pianificazione territoriale, moderna, strategica, orientata alla sostenibilità, alla rigenerazione urbana e alla semplificazione. Ma leggendo attentamente il progetto di legge e confrontandolo anche con le considerazioni inserite nella relazione di opposizione emerge una realtà diversa, per non dire molto diversa, perché il vero effetto di questo provvedimento rischia di essere un altro rispetto ai proclami ai quali abbiamo assistito, che in linea teorica e generale possono anche essere condivisibili. Chi potrebbe essere contrario a una corretta pianificazione del territorio? Il problema è che questo progetto di legge, al di là dei proclami, va in una direzione diversa. È il classico caso in cui l’idea può essere buona, ma lo strumento perde efficacia. Di fatto è un progetto che aumenta enormemente gli spazi di discrezionalità politica nella gestione del territorio e non lo dice soltanto l’opposizione: lo dimostra la struttura stessa della legge. La relazione di minoranza parla infatti di spostamento del baricentro decisionale verso l’esecutivo, di riduzione della trasparenza e del controllo democratico, di interpretazioni discrezionali fino al rischio di distorsioni di natura politica nella gestione del territorio. E purtroppo basta leggere gli articoli della legge per capire che questi timori non sono teorici, ma molto concreti. Partiamo da un punto fondamentale: l’articolo 15. Introduce un sistema composto da piano di tutela, piani tematici, programmi pluriennali di attuazione e piani particolareggiati. In teoria dovrebbe essere una pianificazione moderna. In pratica però la legge spezzetta il governo del territorio in una molteplicità di strumenti successivi, rinviando continuamente le scelte vere a piani futuri, programmi, atti attuativi e decreti delegati. Cosa comporta questo? Comporta che il sistema diventi frammentato e fortemente dipendente da atti successivi. Questo produce un effetto molto chiaro che a noi preoccupa: viene meno la certezza del diritto e cresce invece il peso della discrezionalità politica. Più le decisioni vengono rinviate, più conteranno inevitabilmente le interpretazioni, le priorità dell’esecutivo, le decisioni della CPT, alla quale viene attribuito ulteriore potere, e gli atti amministrativi successivi. Questo è estremamente pericoloso, soprattutto in un contesto come quello sammarinese, dove la gestione del territorio negli anni non ha brillato e anzi ha spesso sollevato molte ombre. La relazione di opposizione parla infatti di spostamento del baricentro decisionale verso l’esecutivo. Pensiamo ai programmi pluriennali di attuazione, richiamati più volte nel testo: diventano di fatto uno strumento politico centrale nella definizione delle priorità territoriali. Oppure pensiamo all’articolo 10, sui temi delicatissimi del rischio idrogeologico, delle verifiche tecniche e della mitigazione dei rischi, che demanda gran parte della disciplina concreta a successivi decreti delegati del Congresso di Stato, e non a un organo tecnico. Anche qui meno regole rigide nella legge significano più discrezionalità futura dell’esecutivo. Ancora, l’articolo 18 introduce sei diversi piani tematici: verde, agricoltura, infrastrutture e turismo, ambiti edilizi, ambiti produttivi. Ma chi coordinerà realmente tutto il sistema? Un altro punto molto grave riguarda le definizioni urbanistiche introdotte dalla legge. L’articolo 4 inserisce concetti molto ampi: rigenerazione urbana, riuso, disintensificazione, aree edificabili di riserva, sostituzione urbana. Sono definizioni estremamente elastiche e senza parametri rigidi queste categorie possono prestarsi a interpretazioni molto estensive. La relazione parla chiaramente di ambiguità normative, norme subordinate a interpretazioni esterne al testo legislativo e rischio di applicazione discrezionale. Ed è qui il vero nodo politico. Una buona legge urbanistica dovrebbe essere incentrata sull’automatismo, sull’uguaglianza e sulla prevedibilità, diminuendo il peso politico. Qui invece il rischio è opposto. Più la norma è interpretabile, più diventa centrale il rapporto con il decisore politico. E allora il cittadino non si sentirà tutelato dalla regola, ma dipendente dall’interlocuzione, dall’accesso, dal rapporto politico, dal referente giusto. È qui che il rischio clientelare diventa estremamente concreto. Lo stesso problema emerge nelle cosiddette procedure semplificate. Semplificazione non significa sempre efficienza: in questo caso può significare anche maggiore discrezionalità. C’è poi un ulteriore elemento, quello dell’articolo 14, che attribuisce alle Giunte di Castello un ruolo formalmente importante ma sostanzialmente consultivo, perché il loro parere non è vincolante. Quindi, in estrema sintesi: meno partecipazione reale del territorio e più centralizzazione politica. Tutto questo mentre la legge crea nuovi organismi come l’Osservatorio Permanente, che oltretutto è di nomina prettamente politica. Si moltiplicano così i livelli decisionali e si rende meno chiara la catena delle responsabilità. Il problema di questa legge non è la volontà dichiarata, Segretario, che nei suoi tratti generali condivido, così come condivido il suo intervento iniziale. Il problema è il modello che si costruisce e, ancora di più, le mani nelle quali questo modello viene consegnato. I governi passano, ma rischia di restare un modello più frammentato, più centralizzato, più dipendente da atti successivi, da interpretazioni e da discrezionalità politiche. E quando la gestione del territorio dipende troppo dalla discrezionalità politica, abbiamo numerosi esempi che dimostrano come il confine tra pianificazione e clientelismo diventi estremamente sottile. Tengo a dire che questo non è un processo alle intenzioni, ma qualcosa di concreto. Ancora di più, Segretario, mi viene riferito che parallelamente alla Commissione che stava discutendo la legge qualcuno aveva già pensato di attivare una sorta di temporary store, nel quale c’era già la fila di persone che andavano con le piantine a colorare le lottizzazioni in vista dei futuri sblocchi. Questo è gravissimo. 

Luca Lazzari (PSD): Eccellenze e onorevoli consiglieri, dopo più di vent’anni nei quali San Marino non riusciva neppure a riaprire il tema della pianificazione territoriale, oggi finalmente abbiamo davanti un testo che non promette il grande piano miracoloso e non dice che con un solo atto si possa risolvere tutto. Fa una cosa diversa, che secondo me è più seria: spezza i problemi, li mette in fila, distingue i livelli. Le opposizioni sostengono che tutto andava trattato insieme, in modo organico. Ma è proprio questa la logica che per tanti anni ha bloccato tutto: aspettare il disegno totale, il piano definitivo, la soluzione perfetta. Questo progetto invece sceglie una strada graduale. La si può condividere o meno, ma almeno sceglie di partire. Introduce strumenti nuovi: il contenimento del consumo di suolo, la rigenerazione urbana, la tutela del territorio rurale, la partecipazione, l’Osservatorio permanente, il monitoraggio, le convenzioni, i bandi pubblici. Torna ad affrontare anche un problema grande e difficile, quello della casa. Un problema che non riguarda soltanto i giovani, ma anche gli studenti, le famiglie, i lavoratori, le persone sole e gli anziani. Anche qui vengono introdotti strumenti come il cohousing, lo studentato e le comunità abitative. C’è poi un altro punto per me decisivo. Questo progetto non è stato calato dall’alto. È passato attraverso un confronto politico in maggioranza, in Commissione, con gli uffici, e questo, su una materia delicata come il territorio, conta molto. Si può non condividere tutto, si può avere un’idea diversa, ma dire che questo progetto è soltanto fumo significa non voler vedere il punto politico principale: finalmente qualcuno prova a dare un ordine ai problemi invece di lasciarli tutti insieme, irrisolti. E questo è un merito. Ma c’è un merito ancora più grande che riconosco al Segretario di Stato Ciacci. San Marino è fermo da molti anni, non solo sul piano urbanistico. È fermo nel modo di pensare, nel modo di decidere, e questo è un problema grande. Abbiamo perso energia, abbiamo perso iniziativa. Prima abbiamo inseguito la scorciatoia della piazza finanziaria, poi abbiamo passato anni a gestire emergenze internazionali, liste, adeguamenti, direttive. Ci siamo infilati nelle stagioni del conflitto politico-istituzionale permanente e piano piano il Paese si è appesantito. Ci siamo abituati a una politica che spiega perché le cose non si possono fare invece di una politica che prova a fare le cose. Dentro questo quadro, secondo me, Matteo Ciacci si distingue. Che piaccia o no, rompe questa inerzia e rimette in moto una macchina che stava ferma da troppo tempo. Lo fa con un metodo che guarda anche all’umiltà: sta sul territorio, va a vedere le cose, si occupa della pianificazione territoriale ma anche del cantoniere, della manutenzione, delle criticità quotidiane. Qualcuno può dire che siano piccole cose. Io non la penso così, perché la politica è anche questo: servizio, presenza, attenzione. Se perdi il contatto con le piccole cose, poi non capisci più nemmeno quelle grandi. Credo che questo approccio abbia avuto un effetto positivo anche dentro la pubblica amministrazione. Ha responsabilizzato dirigenti e uffici, li ha resi protagonisti e ha creato una dinamica diversa. E non è una cosa banale. San Marino nella sua storia è stato capace di essere moderno, anche molto più moderno di Paesi grandi. Abbiamo creato le aziende autonome quando tanti territori non avevano ancora servizi pubblici organizzati. Abbiamo creato la SMAC quando il tema dei pagamenti elettronici non era ancora diffuso. Abbiamo costruito strumenti sociali e sanitari avanzati come la Carta Azzurra. Eravamo capaci di inventare. Negli ultimi anni questa capacità si è persa. Oggi almeno si vede un tentativo di recuperarla, uno slancio, una volontà di muovere le cose. E sinceramente io preferisco una politica che prova a fare, magari anche sbagliando qualcosa, rispetto a una politica immobile che non sbaglia mai perché non decide mai nulla. Queste sono le ragioni per cui voterò questo progetto. Non perché penso che ogni problema sia risolto, ma perché credo che vada nella direzione giusta e perché in questo momento San Marino ha bisogno di ricominciare a fare, con misura, con trasparenza, ma ricominciare. Perché un Paese che non decide mai può sembrare prudente, ma in realtà sta soltanto invecchiando. 

Giulia Muratori (Libera): Oggi affrontiamo in seconda lettura una delle leggi più importanti degli ultimi anni in materia di territorio. È una legge che non riguarda soltanto urbanistica e pianificazione, ma il modo in cui San Marino sceglie di governare il proprio sviluppo territoriale ed economico nei prossimi decenni. Lo abbiamo detto in tanti durante questo dibattito: per oltre trent’anni il nostro riferimento è stato il PRG del 1992, uno strumento nato in un’epoca con esigenze, problemi e una società completamente diversa rispetto a quella di oggi. In questi trent’anni tutti, almeno a parole, abbiamo riconosciuto la necessità di superare quel Piano Regolatore e aggiornarlo, ma nessuno è riuscito realmente a farlo. Non voglio attribuire responsabilità politiche specifiche, ma credo che negli anni il tema del territorio sia rimasto bloccato dentro strumenti ormai superati e dentro una difficoltà generale nell’aggiornare realmente il sistema di pianificazione. Il PRG è diventato nel tempo uno strumento rigido, difficile da aggiornare e spesso incapace di accompagnare l’evoluzione del Paese. Ogni modifica rischiava di trasformarsi in uno scontro politico e il risultato troppo spesso è stato l’immobilismo. Mi ha colpito la posizione di qualcuno che ha cercato di descrivere il Piano Strategico Territoriale come una scelta non innovativa, addirittura superata, facendo paragoni con territori limitrofi che starebbero tornando indietro. A me risulta l’esatto contrario. In Emilia-Romagna e in territori vicini a noi, come Rimini, i Comuni stanno adottando i PUG, strumenti urbanistici introdotti proprio per superare la rigidità dei vecchi piani regolatori degli anni Ottanta e Novanta. Sono modelli fondati sulla pianificazione strategica, sulla rigenerazione urbana, sulla riduzione del consumo di suolo, sugli aggiornamenti più rapidi e sui piani tematici flessibili: esattamente la filosofia che ispira il nostro Piano Strategico Territoriale. Nessuno sta rimpiangendo una pianificazione statica pensata oltre trent’anni fa. Il confronto oggi riguarda come rendere questi strumenti ancora più efficaci e semplici da applicare. Per questo le critiche sollevate ieri dall’opposizione appaiono profondamente contraddittorie. Mentre in Europa e nei territori vicini si superano i vecchi modelli per adottare strumenti dinamici e adattabili ai cambiamenti sociali, economici e ambientali, qui qualcuno vuole far credere che non ci sia innovazione e che ci stiamo inventando tutto. Con questa legge scegliamo invece di cambiare il metodo. Per chi ci ascolta da casa, cos’è il Piano Strategico Territoriale? È uno strumento moderno che non si basa su un unico piano monolitico. La differenza rispetto al PRG è che si tratta di una pianificazione costruita per livelli: prima il piano di tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio; poi i piani tematici; quindi i programmi pluriennali di attuazione; infine i piani particolareggiati. Significa una cosa molto concreta: se domani il Paese avrà bisogno di intervenire sulla mobilità, sulle infrastrutture pubbliche, sui servizi o sui nuovi bisogni abitativi, non sarà più necessario rimettere in discussione l’intero impianto urbanistico. Si potrà intervenire in modo mirato, ordinato e graduale, adeguando progressivamente il territorio all’evoluzione della società. Il cuore della legge è il Piano di tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio, che diventa lo strumento gerarchicamente sovraordinato della pianificazione. Questi elementi avranno carattere prescrittivo e prevalente rispetto ai piani tematici. Non era forse questo anche uno dei principi del Piano Boeri sul rischio idrogeologico? È profondamente scorretto sostenere che lo Stato voglia lavarsene le mani scaricando tutto sui tecnici. Nei temi ad alta complessità tecnica, come il rischio idrogeologico e sismico, è normale, come avviene negli ordinamenti moderni, che vi siano asseverazioni di tecnici abilitati. Questo però non elimina il controllo pubblico. La legge introduce il controllo del Servizio Protezione Civile e un sistema più rigoroso rispetto al passato. Non c’è meno tutela o meno responsabilità: c’è una più chiara definizione delle responsabilità tecniche e pubbliche, con un doppio livello di controllo che rende il sistema più serio e garantista. In attesa di adottare tutti gli altri piani si è sentita anche la necessità di introdurre risposte al problema dell’emergenza abitativa. Da qui nasce la funzione H, le comunità abitative sulle zone servizi pubbliche, il cohousing e gli studentati sulle aree pubbliche e private. Durante il lavoro in Commissione sono state introdotte modifiche migliorative importanti. Penso al rafforzamento dei vincoli. È stato aumentato a vent’anni il vincolo di mantenimento della funzione per cohousing e studentati nei casi di accesso agli incentivi. Per le comunità abitative resta il vincolo di destinazione per venticinque anni e viene rafforzata anche l’inalienabilità. Questo dimostra che il confronto c’è stato e che il testo è migliorato ascoltando osservazioni e contributi, anche dell’opposizione, con un obiettivo chiaro: evitare fenomeni speculativi e garantire la funzione sociale degli interventi. Ci viene contestato persino il tema degli studentati: “Quanti studentati volete fare?”. Francamente mi sembra una polemica priva di contenuto. Una legge urbanistica deve adeguarsi alle esigenze della comunità. Parliamo di studentati al plurale perché nessuno può sapere oggi quali saranno le esigenze future dell’Università, degli studenti e del Paese tra dieci o vent’anni. Oggi l’Università ha due sedi principali, nel centro storico e a Dogana. Oggi magari lo studentato serve vicino a quelle sedi, domani non sappiamo come si svilupperà l’Università. Ci auguriamo anzi che continui a crescere. Abbiamo introdotto anche precise garanzie: piani particolareggiati dove previsti, bandi pubblici per le aree pubbliche, convenzioni, controlli periodici e nei casi previsti anche il passaggio in Consiglio Grande e Generale. Nelle aree private, se si accede agli incentivi, almeno il 30% del valore dell’intervento dovrà essere destinato alla locazione a canone calmierato. Per gli studentati sono previste collaborazioni con l’Università e altri istituti di istruzione. Anche questo dimostra che non siamo di fronte a una liberalizzazione, ma a una regolamentazione seria di funzioni che oggi non esistevano. Altro elemento centrale della legge è la rigenerazione urbana e la riqualificazione dell’esistente. Il territorio è una risorsa limitata e non rinnovabile. Lo abbiamo sempre sostenuto e lo abbiamo tenuto presente in questo Piano Strategico. Per questo la legge privilegia recupero, riqualificazione, miglioramento energetico, verde, qualità urbana, riuso degli spazi degradati e riduzione del consumo di suolo. Non si tratta di costruire di più, ma di utilizzare meglio ciò che già esiste. Anche sul tema degli ecomostri si introduce finalmente una possibilità concreta di intervento: rigenerare, demolire, ricostruire e, quando necessario, trasferire diritti edificatori, sempre con convenzioni, garanzie, riduzione degli indici nelle aree di decollo e precisi passaggi istituzionali. È il modo scelto per affrontare situazioni che da troppo tempo restano irrisolte e che certamente non restituiscono un’immagine decorosa e qualificata di San Marino. Questa legge non rappresenta il punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase. È evidente che una legge quadro di questa portata non possa sostituire integralmente dall’oggi al domani il sistema attuale. Fino all’adozione dei piani tematici e del Piano di tutela resterà vigente il PRG del 1992. Ma il punto politico è un altro: questa legge costruisce finalmente il nuovo impianto che consentirà di superarlo. Dopo questa legge dovranno arrivare i piani di tutela e i piani tematici sui quali siamo già al lavoro. Le idee le abbiamo chiare: verde, agricoltura, infrastrutture pubbliche, turismo, mobilità sostenibile, ambiti edilizi e produttivi. Ma senza questa legge quel percorso non potrebbe nemmeno iniziare. Vengo alle conclusioni. Mi dispiace, come ricordava ieri anche il collega Morganti, che l’opposizione, pur avendo al proprio interno persone autorevoli su questi temi, abbia scelto una linea così rigida e contraria. Francamente ci saremmo aspettati più proposte di merito e un confronto più costruttivo. Una riforma di questa portata dovrebbe essere un terreno di confronto serio. Invece abbiamo sentito soprattutto critiche generiche e posizioni spesso pregiudiziali. Respingo inoltre l’accusa secondo cui questo percorso non sarebbe stato condiviso con la cittadinanza. Una serata pubblica di confronto c’è stata e ulteriori momenti di partecipazione accompagneranno il percorso dei prossimi piani tematici. Si può discutere delle scelte, ma al Segretario di Stato Ciacci si può dire tutto tranne che non abbia scelto confronto e condivisione. Credo che a qualcuno dia fastidio un fatto semplice: Libera, da forza di maggioranza, sta cercando di portare avanti insieme alla maggioranza gli impegni assunti con i cittadini, rispettando il programma di governo. Lo stiamo facendo mantenendo saldi i nostri valori: tutela del territorio, equità, trasparenza, risposta ai bisogni sociali. Ma ci assumiamo anche la responsabilità di trovare sintesi e soluzioni dentro una maggioranza, perché questo significa governare. E quando ci viene detto che siamo più concentrati sul processo elettorale, rispondo che il consenso si costruisce assumendosi responsabilità, non restando fermi. Noi oggi scegliamo di non lasciare San Marino fermo a logiche di oltre trent’anni fa. Scegliamo di governare le trasformazioni del territorio, non di subirle. Per questo sosteniamo e sosterremo con convinzione questa legge, perché San Marino ha bisogno di strumenti nuovi, moderni e flessibili e perché, dopo trent’anni, il territorio non può più aspettare. 

Gian Carlo Venturini (PDCS): In conclusione di questo dibattito credo sia doveroso innanzitutto ringraziare il Segretario, la maggioranza e i tecnici perché, dopo il confronto che c’è stato, si è riusciti ad arrivare alla definizione di un progetto di legge nuovo, moderno e più flessibile, come ricordava poco fa anche la collega che mi ha preceduto. Credo che dopo oltre trent’anni di vigenza dell’attuale Piano Regolatore, con tutti i suoi limiti e le sue problematiche, sia necessario fare una riflessione. Anche perché il Piano Regolatore vigente non ha ancora esaurito tutta la propria potenzialità edificatoria: dai dati riferiti dai tecnici della Segreteria emerge infatti che esiste ancora mediamente in ogni Castello una potenzialità edificatoria residua tra il 20 e il 25%. Ma questo non significa che si debba continuare a perseguire quel percorso e quell’impostazione. Credo invece che la cosa importante sia definire, come stiamo facendo, un nuovo strumento di pianificazione che inevitabilmente in questa fase preliminare non può che riprendere parte dell’impianto precedente. I primi 35-36 articoli vanno infatti a richiamare il vecchio Piano Regolatore e le sue tavole, perché non può esistere un vuoto normativo nel passaggio verso un nuovo strumento. Tuttavia la legge getta le basi e costruisce gli strumenti che consentiranno di arrivare a nuove forme di pianificazione che andremo poi a sviluppare e valutare nel prosieguo. Due considerazioni anche sulle critiche dell’opposizione rispetto al Piano Boeri. La mia posizione sul Piano Boeri è chiara da tempo e non significa certo che quel piano sia completamente da buttare. Anzi, credo che alcune delle cose positive elaborate in quel lavoro possano essere tranquillamente recepite e valutate dentro il nuovo strumento di pianificazione. Altre invece, a mio avviso, non possono essere condivise. Alcuni aspetti li ho evidenziati anche pubblicamente in una serata aperta alla cittadinanza. Ad esempio ho sempre ritenuto che quel piano fosse debole sul tema delle infrastrutture. Altro elemento riguardava l’incremento degli indici in alcune aree. In certi casi può essere una valutazione condivisibile, ma in altri non si comprendeva il criterio utilizzato. L’aspetto più delicato, però, riguardava il tentativo di far apparire pubblicamente che non vi fosse un incremento dell’occupazione di territorio, quando invece nuove aree edificabili erano previste, anche se sarà da comprendere nel dettaglio con quali criteri. In alcuni casi veniva sotto l’indice edificatorio a soggetti che avevano già convenzioni riconosciute e sottoscritte dalla stessa Segreteria del passato e che si sono ritrovati aree trasformate in verde o agricole a vantaggio di altri.Questo approccio demagogico, a mio avviso, non può essere recepito nei nuovi strumenti di pianificazione. Questo non significa che le parti valide del Piano Boeri non possano essere recuperate nei piani tematici che andremo a sviluppare. Venendo invece al nuovo strumento oggetto della discussione di oggi, la prima parte della legge costruisce i nuovi strumenti di pianificazione e introduce criteri importanti per avere uno strumento più snello, flessibile e più attuale, già adottato anche in realtà territoriali vicine alla nostra. Vengono introdotti i piani tematici che disciplineranno progressivamente le singole aree di intervento. Ma prima ancora di questi strumenti dovrà essere definito il piano di salvaguardia e tutela del territorio, che avrà valore superiore e sovraordinato rispetto agli altri piani tematici. Questo consentirà di fare valutazioni approfondite anche sulle aree a rischio idrogeologico, sulle frane e su tutti quegli interventi che potranno essere proposti utilizzando gli strumenti previsti dalla legge. La seconda parte della norma cerca invece di risolvere criticità e dare risposte concrete. Sono state introdotte nuove funzioni nelle aree di servizi pubbliche e private: cohousing, studentati e comunità abitative. Per le comunità abitative abbiamo scelto di prevedere aree pubbliche e vincoli di inalienabilità, oltre a vincoli temporali di vent’anni per studentati e cohousing e venticinque anni per le comunità abitative, proprio per evitare fenomeni speculativi o strumentalizzazioni. Altro elemento importante è che queste aree saranno assegnate attraverso bandi pubblici e successivamente regolamentate da convenzioni che arriveranno in Consiglio. Questo consentirà alle forze politiche, di maggioranza e opposizione, di conoscere, approfondire e valutare le proposte. Questi strumenti danno risposte immediate e permettono già oggi di costruire il percorso che porterà alla futura definizione dei piani tematici che cambieranno la pianificazione territoriale del Paese. Ho sentito anche alcune critiche sulle convenzioni stipulate che poi non vengono attuate. Credo che il problema non sia tanto da affrontare dentro questa legge, perché le convenzioni esistono, vengono registrate e hanno validità giuridica. Il problema riguarda spesso la fase attuativa successiva e il coordinamento tra uffici, soprattutto quando si tratta di completare convenzioni con atti notarili e cessioni di aree. È un tema che riguarda non solo le convenzioni urbanistiche ma anche altri atti deliberati dal Consiglio Grande e Generale che talvolta accumulano ritardi significativi. Ricordo pratiche deliberate dieci o quindici anni prima che ancora attendevano completamento. Sono problemi che vanno risolti nella fase applicativa, attraverso collaborazione e coordinamento tra uffici. Altro tema che abbiamo affrontato riguarda gli incentivi introdotti con il Decreto 51 del 2017, oggi abrogato. Mi riferisco alla possibilità di incrementare volume, altezza e indice edificatorio in cambio di riqualificazioni. In quel momento storico poteva essere uno strumento utile, anche in una fase di rallentamento dell’attività edilizia. Tuttavia nel tempo ha prodotto distorsioni. Esistono casi evidenti sul territorio. Uno fra tutti è l’edificio all’incrocio del bivio Torraccia, che ha beneficiato direttamente di quegli incentivi. Abbiamo ritenuto opportuno superare quel sistema perché in Commissione non concedevamo più quei benefici a chi aveva piani particolareggiati o interventi urbanistici in corso, mentre continuavano a permanere per interventi diretti senza un reale coinvolgimento della Commissione, della Segreteria o di strumenti convenzionali. Credo che questi interventi rappresentino risposte concrete e introducano strumenti di pianificazione territoriale più adeguati alla realtà attuale, dopo oltre trent’anni di vigenza del vecchio Piano Regolatore. Se utilizzati nel modo corretto, con i passaggi previsti dalla legge e con gli strumenti opportuni, potranno garantire tutela, salvaguardia e sviluppo del territorio, evitando, auspichiamo, distorsioni future. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Vado molto veloce anche perché avremo modo di affrontare tutto il dibattito successivamente. Un ringraziamento però ci tengo a farlo a tutti coloro che sono intervenuti, sia di maggioranza che di opposizione. Credo che non ci si possa nascondere dietro la portata di questo intervento e dietro a un obiettivo che vogliamo chiaramente raggiungere come maggioranza e Governo. Ha ragione chi è intervenuto negli ultimi interventi prima di me: questo è stato un lavoro di squadra. Senza una forte sinergia fra maggioranza e Governo questi progetti di legge evidentemente non potrebbero essere portati a compimento. A chi dice che bisognava fare ancora analisi, rispondo che se dopo trent’anni e dopo governi su governi ancora non abbiamo capito quali siano gli obiettivi strategici per il nostro Paese, allora questo mi preoccupa particolarmente. Io invece penso che questi obiettivi oggi siano chiari e penso che la Segreteria che ho l’onore di rappresentare abbia il dovere di avanzare una proposta. Ritengo sia del tutto legittimo farlo. Una proposta che poi è stata sintetizzata adeguatamente e per questo ringrazio davvero maggioranza e Governo per il lavoro di sintesi svolto. Ringrazio il consigliere Luca Lazzari del PSD per le belle parole che ha espresso nei miei confronti, ma credo che questo abbia sempre caratterizzato la forza delle forze riformiste: avere la volontà di cambiare le cose e produrre risultati. Libera, come il mio partito lo ha detto in maniera estremamente precisa, così come tanti altri colleghi, ma non vorrei eccessivamente politicizzare una legge che ha come obiettivo qualcosa di più alto. Lo si diceva prima: da un lato una programmazione, una pianificazione, una nuova grammatica; dall’altro obiettivi concreti da raggiungere per dare risposte a esigenze sociali che non possono più essere rinviate. Siamo certamente ambiziosi, ma anche molto realisti e profondamente ancorati alla realtà. Fare tutto per non fare niente non è mai stato l’obiettivo di questa maggioranza. Questa maggioranza l’abbiamo costruita per fare delle cose e per portare avanti un programma di governo che stiamo concretamente realizzando. Questa legge si inserisce esattamente in quella traiettoria. Chiudo il mio intervento con una considerazione più politica, perché sugli aspetti tecnici e sull’articolato avremo modo di entrare successivamente. Ringrazio ancora tutti perché anche da parte delle forze di opposizione sono arrivati interventi interessanti e spunti importanti che cercheremo di raccogliere e approfondire nel dibattito. 

Gaetano Troina (D-ML): Ho ascoltato con attenzione tutto il dibattito e sicuramente sono emerse visioni interessanti e idee interessanti, però ci sono alcuni aspetti che penso vadano ulteriormente sottolineati rispetto a quanto già detto ieri nel mio intervento, tra i primi di questo dibattito. Come rilevavo, la maggioranza nel proprio programma di governo prevedeva, prima di arrivare a questo intervento, l’istituzione di un gruppo di lavoro tecnico che avrebbe dovuto raccogliere le osservazioni di tutti gli organismi politici, della Commissione Quarta, del Consiglio, della CPT e poi formulare il progetto. Non solo. Oggi ci viene detto che c’è stato il confronto con la cittadinanza perché è stata fatta una serata pubblica. Però non stiamo parlando di un intervento marginale, di poca rilevanza, in un Castello della Repubblica, che sia sistemare una strada, un muretto o un marciapiede. Qui stiamo parlando del futuro territoriale del nostro Paese. Forse una sola serata pubblica come momento di confronto con la cittadinanza è un po’ poco. Mi si consenta di dirlo. Oltretutto ci viene contestato, come opposizione, di aver fatto critiche generiche, poco puntuali e poco dettagliate. Vorrei ricordare, visto che questa affermazione è arrivata da chi fa parte della Commissione, che su ogni singolo articolo abbiamo avanzato osservazioni pertinenti, studiate e ragionate. Tanto che, come voi stessi avete riconosciuto, in diversi casi le nostre proposte sono state recepite. Quindi forse le nostre non erano critiche generiche. Lo abbiamo detto più volte: i nostri interventi non sono serviti a migliorare un testo che non condividiamo, ma a tentare di mettere una pezza su quelli che riteniamo essere macro problemi della legge. Non potete quindi dirci che le nostre critiche erano generiche e poco pertinenti, perché altrimenti smentite voi stessi nel momento in cui riconoscete che alcune nostre proposte sono state accolte, soprattutto su temi rilevanti. Ricordo, per esempio, che ieri non avevate previsto che negli studentati ci dovessero andare gli studenti. Non mi sembra una questione da poco. Forse anche questa non era una critica generica o poco pertinente. Un altro aspetto che mi sembra importante sottolineare nel poco tempo che mi resta è questo: si parla di una riforma, ma dal mio punto di vista una riforma cambia, modifica, innova. Invece, come abbiamo avuto modo di dire ieri, quella che voi chiamate riforma è in gran parte un recepimento di prassi che già oggi vengono applicate. Quindi, dal nostro punto di vista, di realmente innovativo c’è poco. Se veramente volevate essere coraggiosi avreste fatto quello che avete scritto nel programma di governo. Proprio per questo questa legge, inevitabilmente, risulta molto politicizzata. Il potere della CPT è troppo forte, tanto che oggi alcune pratiche, se c’è il veto politico di qualcuno, in CPT non arrivano nemmeno. 

Matteo Casali (RF): Ci vorrebbe un giorno intero per replicare a tutte le osservazioni che sono state fatte, soprattutto dai banchi della maggioranza. Alcuni accenni però li faccio ora, poi durante l’articolato ci sarà occasione per approfondire ulteriormente. A mio modo di vedere, come abbiamo potuto ascoltare anche negli ultimi interventi, si continua a confondere surrettiziamente il concetto di pianificazione generale con quello di pianificazione statica. Chi ha mai detto che una pianificazione generale debba essere una pianificazione statica? Questa è soltanto una tecnica dialettica per cercare di far passare il messaggio che chi sostiene che i problemi vadano affrontati con una visione complessiva e non tematica abbia automaticamente una visione ingessata del territorio. Non è così. Un altro equivoco introdotto ad arte riguarda il tema dei livelli. Qui si confondono temi e livelli. Il problema, a nostro avviso, è un approccio tematico, non un approccio a livelli. Tra l’altro questo approccio a livelli sui piani tematici viene introdotto con una gerarchizzazione di un piano sugli altri. Ma il problema non è il livello, che peraltro è già tipico dell’attuale regime normativo, perché anche la normativa attuale prevede una gerarchia degli strumenti. Il problema è un approccio per temi che, essendo settoriale, non consente di abbracciare i problemi nella loro reale complessità. È stato detto: con un approccio tematico, se abbiamo un problema su un determinato tema, potremo affrontare soltanto il piano relativo a quel tema senza riportare in Consiglio Grande e Generale l’intero Piano Regolatore Generale. Peccato però che se, ad esempio, volessimo modificare qualcosa rispetto alla destinazione industriale di determinate aree – e ricordo che la nostra pianificazione identifica di fatto un’area industriale per Castello – potrebbe essere il caso di rivederla. Ma se volessimo farlo, in questa logica settoriale dovremmo contemporaneamente rivedere il piano industriale, il piano delle residenze e magari, se si inseriscono anche elementi ambientali, anche il piano del verde. Quindi capite bene che, se vogliamo intervenire con criterio dentro una logica tematica, dobbiamo comunque intervenire contemporaneamente su due, tre o quattro temi interconnessi. È proprio da qui che nasce la necessità di una visione generale. È stato detto anche: “Noi non sappiamo cosa sarà il nostro Paese tra dieci anni”. Ma la pianificazione dovrebbe essere esattamente questo: cercare di intuire dove andremo e indirizzare dove andremo. Altrimenti facciamo con la pianificazione territoriale quello che oggi spesso accade con le previsioni del tempo: non esiste più la previsione del tempo, esiste la constatazione del tempo. Nessuno ci dice più che tempo farà, ci dicono semplicemente che tempo c’è in questo momento. Ma siamo capaci tutti di constatare il tempo presente. Il salto che dovrebbe fare la politica è un altro: prevedere gli indirizzi futuri e, in una certa misura, cercare anche di orientarli. 

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Inizia l’esame dell’articolato

Articolo 1 – Principi ed obiettivi generali

Matteo Casali (RF): Quando nell’intervento generale dicevo che questa legge è una legge sostanzialmente inutile, mi riferivo proprio all’introduzione di articoli come questo. Al di là dei contenuti che poi andrò brevemente ad analizzare per punti, questo potrebbe tranquillamente essere il primo articolo di una legge sul Piano Regolatore Generale. Il Piano Regolatore Generale, in quanto strumento autoportante, non ha bisogno di uno strumento prodromico che detti indirizzi o modalità con le quali si fa la pianificazione urbanistica. In questo senso questa legge, come l’ho definita anche in precedenza, è inutile, perché uno strumento di pianificazione che è norma dello Stato, come la legge del 1992 e prima ancora quella del 1982, non ha bisogno di strumenti che dicano o ripetano concetti che possono già essere contenuti al suo interno. Per quanto riguarda alcuni punti che vengono definiti capisaldi del governo del territorio, ho anche alcune osservazioni da fare. Al punto A si parla di “messa in sicurezza del territorio assicurando la funzione idrogeologica”. Al di là del fatto che sul concetto di funzionalità idrogeologica si potrebbe discutere anche tecnicamente, il concetto è chiaro. Però da qui in avanti parte una sequenza di articoli in cui si parla continuamente di sicurezza idrogeologica fino ad arrivare a una situazione nella quale, nella logica del ripetere cento volte una cosa per farla diventare vera, si crea l’impressione che la tutela idrogeologica sia il pilastro centrale del Paese. Poi però, andando nel concreto, si scopre che nella sostanza cambia poco o nulla. Altro punto riguarda la promozione di maggiori livelli di conoscenza del territorio. Siamo tutti d’accordo? Forse non proprio. Perché se davvero in questi trent’anni avessimo fatto tutte le analisi che si dice di aver fatto, oggi non saremmo qui. In realtà non ne abbiamo fatte abbastanza. Gli indirizzi qualitativi possono anche essere condivisi, ma manca una base quantitativa seria. E poi permettetemi: può essere davvero un caposaldo del governo del territorio lo studentato? Perché qui si dice che lo studentato è uno dei pilastri del governo del territorio. Se dobbiamo giustificare tutto ciò che verrà dopo va bene, ma le leggi bisognerebbe anche scriverle bene. Si parla poi di riequilibrio nella distribuzione dei servizi pubblici. Abbiamo già visto però che nella pianificazione tematica le zone servizi scompaiono. Lo si scrive perché suona bene, ma poi nella sostanza il tema non viene affrontato. Si parla anche di attrattività di sistema, sviluppo turistico e altro ancora. Ma il problema è sempre lo stesso: servono indirizzi qualitativi, certo, ma serve soprattutto una visione. Qual è l’idea di Paese? Qual è il progetto che vogliamo mettere a terra anche con questa legge che io continuo a ritenere prodromica e inutile? Questo è il punto: nessuno oggi lo sa. 

Gaetano Troina (D-ML): Non ripeterò quanto detto dal collega Casali, che condivido, ma mi soffermo su altri aspetti che avevamo già avuto modo di sottolineare anche in Commissione e che emergeranno chiaramente nella disamina degli articoli successivi. In questo articolo vengono inseriti una serie di principi e dichiarazioni di intenti assolutamente condivisibili. Sono principi fondamentali e sacrosanti, ma poi andando a vedere il contenuto concreto degli articoli successivi emergerà che molti di questi principi non avranno alcuna attuazione concreta né verranno più richiamati. Sono stati inseriti come una cornice bella e interessante per il progetto di legge, ma senza un reale sviluppo successivo. Faccio alcuni esempi. Si parla di efficienza nell’uso dell’energia e delle risorse idriche e di riduzione della dipendenza dalle relative forniture. Questo progetto però non affronta questi temi. Si parla di incentivare interventi edilizi per favorire rigenerazione urbana e contrasto ai cambiamenti climatici. Anche questo provvedimento non entra realmente nel merito. Si parla di riduzione dei consumi energetici, di territorio rurale e capacità produttive agroalimentari. Ma questa legge tratta altro. Sono stati inseriti argomenti certamente importanti e fondamentali per un Paese, ma è come se nel bilancio dello Stato andassimo a ribadire che bisogna contrastare il cambiamento climatico, migliorare la produzione energetica e diventare indipendenti sul piano economico. Ogni legge dovrebbe fare riferimento nei propri principi alle finalità che poi affronta concretamente. Questo è un articolo che abbellisce il testo, ma che con il progetto di legge ha poco a che vedere. 

Dalibor Riccardi (Libera): Mi auguro che in questo momento ci siano tanti concittadini collegati, così possono capire anche la natura del lavoro che viene svolto in quest’aula. Sui principi generali siamo tutti d’accordo, lo abbiamo sentito anche dagli interventi dell’opposizione. Però sinceramente questi interventi strumentali stanno davvero stancando. Siamo all’articolo 1, sui principi generali. Io non penso assolutamente che una delle priorità del Paese sia cambiare il regolamento consiliare, ma ascoltando l’inizio di questo dibattito e anche l’ultimo Consiglio inizio a pensare che forse qualcuno in maggioranza abbia ragione. 

Giovanni Zonzini (Rete): Non ero nemmeno intervenuto in questo dibattito, ma dopo l’intervento del consigliere Riccardi mi viene voglia di intervenire su ogni articolo. Ci sono stati due interventi. Io penso che i consiglieri di opposizione abbiano diritto di esprimersi, anche sui principi generali. Il mio gruppo non era nemmeno intervenuto e questo voi lo chiamate ostruzionismo? Questo si chiama dibattito parlamentare. Capisco che ormai siate allergici a ogni forma di dibattito democratico, ma due interventi su un articolo non possono essere definiti ostruzionismo. Altro è l’ostruzionismo. Ripeto: non volevo nemmeno intervenire perché non seguo nello specifico questa materia, ma di fronte a certe affermazioni mi sembra impossibile non reagire e non rivendicare il diritto dei gruppi di opposizione a esprimere la propria posizione. Se gridate all’ostruzionismo quando due consiglieri parlano a nome del proprio gruppo, allora se le opposizioni non hanno più diritto di intervenire cambiate il regolamento consiliare, anzi cambiate le leggi costituzionali e abolite direttamente il Parlamento. Fate prima. 

Antonella Mularoni (RF): Io veramente non ho più parole perché in questa sessione consiliare stiamo vedendo di tutto. Mi ero anche cancellata dal dibattito generale e ribadisco una cosa: forse il consigliere Riccardi non sa cosa significhi davvero fare ostruzionismo, perché se vogliamo farlo davvero siamo perfettamente capaci. Se invece si pensa che bisogna venire in aula e stare tutti zitti, allora immagino che una delle prossime riforme del regolamento consiliare sarà quella di impedire ai consiglieri di intervenire, magari limitando tutto a due minuti e vietando di parlare su emendamenti e articoli. Perché da certe posizioni emerge un’idea del dibattito democratico che sinceramente mi preoccupa. E poi consigliere Riccardi, nessuno la obbliga a stare in aula. Può anche fare altro. Ognuno è libero di organizzarsi come vuole, ma noi consiglieri di opposizione continueremo a organizzarci nel rispetto del regolamento consiliare e a intervenire come riterremo opportuno. Non può essere qualcun altro a decidere che si perde troppo tempo e che quindi non si può più intervenire sugli articoli. Mi sembra davvero assurdo. 

Fabio Righi (D-ML): Non è un intervento tecnico sull’articolo, ma una replica a quanto accaduto. Credo sia doveroso intervenire perché ormai abbiamo la prova evidente che siamo andati oltre ogni limite. Qui non c’è più niente di normale. Faccio un richiamo formale alle Eccellentissime Reggenze, in qualità di supremi garanti dell’ordine democratico e dei principi costituzionali. Mi scuso se tiro in causa la Suprema Magistratura, ma ritengo che a questo punto sia necessario. Non possiamo stare in un’aula in cui le istituzioni vengono continuamente piegate alle esigenze di qualcuno. Si contesta la parola a consiglieri che non hanno nemmeno utilizzato tutto il tempo disponibile. E noi non sappiamo più a chi rivolgerci. La maggioranza ha preso una deriva che non si era mai vista. Se ti permetti di dire qualcosa vieni persino deriso in aula. Noi stiamo valutando seriamente se continuare a partecipare a lavori svolti in questo modo. Forse qualcuno penserà “meglio così”, ma noi siamo arrivati a questo punto. Si stanno accumulando episodi, atti e fatti che io in tanti anni di politica non avevo mai visto. Ti ridono in faccia i membri del Governo, ti ridono in faccia colleghi del Consiglio. Ma che situazione è questa? A chi dobbiamo rivolgerci perché ci sia un richiamo formale? Perché qui non stiamo più discutendo. Mi sembrava doveroso intervenire a tutela del collega del mio gruppo e più in generale del rispetto delle regole, del rispetto di quest’aula e della dignità di chi si impegna e prepara interventi. Se uno non vuole sentire certe cose può tapparsi le orecchie o anche non venire. Ma se si viene in aula per guardare nel vuoto o distrarsi allora è meglio stare a casa. Condivido soltanto una cosa detta dal consigliere Riccardi: mi auguro che tanti cittadini stiano ascoltando perché devono capire cosa sta accadendo. Non può passare il principio secondo cui chi ha i numeri può fare quello che vuole. Non è accettabile. Non è dignitoso. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Devo dire che, nonostante l’affetto e la stima che provo per il collega Riccardi, il dibattito sulla legge era assolutamente in linea con quello che deve essere lo spirito di un’aula consiliare: discutere nel merito degli articoli e confrontarsi. Abbiamo fatto opposizione tutti e credo che gli interventi siano stati condivisibili nel metodo. Ovviamente non ne condivido il merito, ma ritengo comunque apprezzabile l’approccio delle forze di opposizione. Capisco quindi anche l’ostilità emersa nei colleghi intervenuti ora. Ritengo però più produttivo limitarci a discutere l’articolato, come hanno fatto il collega Gaetano Troina e il collega Matteo Casali. 

Mirko Dolcini (D-ML): Volevo ringraziare il Segretario Ciacci perché condivido, o meglio, sono soddisfatto della risposta che ha dato. Da una parte ha chiarito come in effetti l’intervento del consigliere Riccardi sia stato in qualche modo ridimensionato e, dall’altra, ha ribadito un principio importante: l’atteggiamento dell’opposizione è un atteggiamento lecito e legittimo. Però evidentemente ogni tanto qualcuno non si comporta come dovrebbe. L’intervento del Segretario Ciacci, che ripeto ringrazio, lo ha appena dimostrato. Considerato che episodi di questo tipo stanno diventando sempre più frequenti, faccio riferimento, ad esempio, alla mozione d’ordine sull’ultima voce dell’ordine del giorno del precedente Consiglio, quando all’opposizione è stato impedito di illustrare in seconda lettura il proprio progetto di legge sul cosiddetto “caso bulgaro”. Visto che situazioni di questo tipo si stanno verificando sempre più spesso e considerato anche il clima che si è creato, nel quale viene criticata l’opposizione per il fatto di parlare troppo, tema che peraltro era già emerso anche in Commissione sul territorio, io credo sia necessario fare un richiamo generale. Invito tutti a rispettare la dignità dell’opposizione e i ruoli parlamentari. Faccio anche un appello alle Loro Eccellenze, che rappresentano il massimo organismo di garanzia dei principi costituzionali, affinché qualora dovessero emergere nuovamente situazioni simili si possa intervenire in qualche modo, anche semplicemente attraverso un ufficio di Presidenza, per comprendere ciò che sta accadendo e riportare il confronto all’interno di un corretto equilibrio istituzionale. 

L’articolo 1 è approvato a maggioranza

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Articolo 2 – La pianificazione territoriale e urbanistica: limiti, condizioni e vincoli

Matteo Casali (RF): Magari facciamo una bella mozione: non votiamo nemmeno l’articolato, tanto sappiamo già come andrà a finire questa legge. Limitiamoci a prendere atto che verrà approvata così com’è e non perdiamo nemmeno tempo nelle istituzioni. Lo dico in risposta al collega Riccardi. Siamo ancora dentro quel corpus di articoli introduttivi che, come dicevo prima, avrebbero potuto tranquillamente trovare collocazione in una legge di pianificazione generale. Anche qui però ci sono una serie di puntualizzazioni che avevamo già fatto in Commissione e che ritengo utile riportare anche all’attenzione del dibattito consiliare. Prosegue quell’escalation che avevo già anticipato sul tema della tutela idrogeologica. Al punto B si parla delle condizioni e dei vincoli derivanti dalle caratteristiche morfologiche o geologiche dei terreni che rendono incompatibile o limitano il processo di trasformazione. Continuiamo a parlare di tutela idrogeologica, ne parliamo sempre di più e forse più ne parliamo più ci convinceremo che questa tutela sarà davvero effettiva. Vedremo che non sarà così, ma intanto ci prepariamo a questo crescendo. Al punto C viene introdotto un altro elemento sul quale avevamo sollevato osservazioni anche in Commissione, cioè il concetto di degrado del suolo. Addirittura la legge andrà a stabilire per norma quali siano le aree degradate, indicando espressamente zone come l’ex Symbol e l’ex Conceria. Noi abbiamo sommessamente fatto presente che questo non è il modo corretto di operare. Al di là della questione lessicale, quando una norma tecnica introduce concetti qualitativi come “degrado”, dovrebbe essere molto più precisa e attenta al linguaggio utilizzato. Cos’è il degrado? Come si qualifica? Come si misura? Una norma tecnica, e in generale una norma, dovrebbe essere più rigorosa su questi aspetti. Qui invece si arriva addirittura a definire per legge quali siano le aree degradate. Un altro elemento che avevamo fatto presente in Commissione riguarda l’assenza di limiti temporali sui vincoli. Oggi ci viene detto che noi vorremmo mantenere il territorio immobile, fisso, cristallizzato. Eppure siamo stati proprio noi a sottolineare, in questa parte introduttiva e generale della legge, che forse inserire principi immutabili e fissarli in modo rigido dentro una norma tecnica rischia di produrre proprio quell’effetto di staticità che ci viene contestato. Non stiamo parlando di diritti fondamentali o principi costituzionali, ma di linee di intervento urbanistico che potrebbero e dovrebbero avere una capacità di adattamento nel tempo. Invece qui si ha quasi la volontà di scolpire nella pietra concetti e indirizzi che forse sarebbe stato più opportuno lasciare declinare negli strumenti attuativi di piano, cioè nei piani tematici. E lo ribadisco: il problema non è tanto che siano piani su livelli diversi, ma che siano piani tematici. 

L’articolo 2 è approvato a maggioranza

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Articolo 3 – Patrimonio territoriale

Gaetano Troina (D-ML): Su questo articolo faccio alcune considerazioni, ribadendo quanto già evidenziato in Commissione. A partire dall’utilizzo di alcune terminologie che continuano a lasciarci perplessi. Si parla infatti di una legge nella quale si afferma che il patrimonio territoriale è “intriso” di valori economici e sociali. Avevamo già chiesto chiarimenti su cosa si intendesse con questa espressione, perché francamente il patrimonio territoriale non ci sembra possa definirsi “intriso” di valori economici e sociali. Detto questo, abbiamo sottolineato che anche in questo caso ci sono formulazioni che lasciano perplessi. Ad esempio quando si parla di patrimonio culturale costituito da beni culturali e beni paesaggistici. Lo avevamo fatto presente anche in Commissione: la definizione di “beni paesaggistici” è una terminologia discutibile che andrebbe meglio precisata, perché dal punto di vista tecnico e giuridico lascia diverse perplessità. Più in generale ci sono alcune formulazioni di questo provvedimento che, pur essendo astrattamente comprensibili e lasciando intuire quale sia l’intenzione normativa, nel concreto rischiano di risultare di difficile applicazione. Si vanno infatti a disciplinare e regolamentare una serie di questioni che, nel momento in cui dovessero emergere problemi applicativi reali, rischiano di risultare eccessivamente generiche e prive di strumenti di tutela adeguati. Faccio un esempio concreto: cosa si intende esattamente per bene paesaggistico? Come viene tutelato? Qual è lo strumento giuridico che ne garantisce la protezione? Viene enunciato il principio, ma non emerge con chiarezza il successivo strumento di tutela. 

Matteo Casali (RF): Intervengo anch’io molto rapidamente per confermare le perplessità già espresse dal collega Troina e che avevamo evidenziato anche in sede di Commissione competente. Richiamo anche quanto avevo già sottolineato nel precedente intervento rispetto al lessico utilizzato. Quell’espressione “intriso di valori economici e sociali” non ci aveva convinto per niente. Poi ci è stato detto che la formulazione riprende una dicitura utilizzata anche in un contesto normativo dell’Emilia-Romagna. Diciamo che forse potremmo cercare di migliorare ciò che prendiamo a riferimento, invece che limitarci semplicemente a copiarlo. Per quanto riguarda invece la definizione di patrimonio territoriale, non ho particolari osservazioni se non sul punto A. Torna ancora una volta, in quella che ho già definito una sorta di crescendo rossiniano destinato poi a sgonfiarsi, il tema della tutela idrogeomorfologica. Un richiamo continuo che rischia di diventare più una dichiarazione ripetuta che un reale elemento innovativo della norma. 

L’articolo 3 è approvato a maggioranza

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Articolo 4 – Definizioni

L’articolo 4 è approvato a maggioranza

Matteo Casali (RF): In questo articolo vediamo elencare una serie di strumenti, un armamentario di definizioni. Attenzione: molte leggi contengono definizioni, non soltanto in questo ambito, che poi rischiano di risultare contraddittorie. Molte di queste, come ha detto lo stesso Segretario, sono definizioni “a futura memoria”. Non sapendo se saranno effettivamente utili o come verranno utilizzate in futuro, vengono comunque inserite. È interessante perché in Commissione è stato detto che il Piano Boeri non risolveva nulla. Noi però lo ribadiamo ancora una volta: non diciamo che il Piano Boeri fosse perfetto o la soluzione di tutti i mali, ma aveva il pregio di affrontare unitariamente i temi. Quindi da qui in avanti potrò parlare indifferentemente di Piano Boeri, pianificazione generale o pianificazione complessiva. Non stiamo facendo la deificazione di quello strumento che peraltro sarebbe ormai anche prossimo alla sua naturale scadenza. Eppure questa legge fa esattamente quello che si contestava al Piano Boeri: pone temi, introduce definizioni, mette concetti a futura memoria, ma non risolve i problemi. Faccio qualche esempio. Area di decollo e area di atterraggio. Questo era un meccanismo già previsto dal Piano Boeri per affrontare il tema del rischio idrogeologico e dei diritti acquisiti che qualcuno, anche nel dibattito generale, sosteneva sarebbero stati calpestati. Ancora: edificio incongruo. Torniamo sul lessico. Chi stabilisce quando un edificio è incongruo? Arriviamo poi al cohousing. Finalmente arriviamo al punto che sosteniamo da tempo. Cos’è il cohousing? È un modello abitativo. Questa è la definizione corretta. Non è una nuova funzione urbanistica e neppure una nuova tipologia edilizia. Definiamo anche cosa sia uno studentato. Corro rapidamente sul tema delle sostituzioni nelle aree ad alto degrado o nelle aree strategiche e degradate. Ancora una volta utilizziamo un linguaggio che non appare coerente con una norma tecnica e che lascia ampi spazi di discrezionalità, perché qui stabiliamo per legge cosa è degradato e cosa non lo è. Non è questo il modo corretto per incentivare neppure l’imprenditoria. Ultimo punto: la densificazione. Anche qui si parla di densificazione, proprio mentre si criticava l’approccio della pianificazione generale richiamato dal Piano Boeri. Anche qui emerge la densificazione. Personalmente posso essere d’accordo, purché venga adottata con la massima cautela. 

Gaetano Troina (D-ML): Anche in questo caso non ripeterò le osservazioni del collega Casali, che condividiamo, ma mi soffermo su alcuni aspetti che rischiano di aprire margini di discrezionalità se non adeguatamente circoscritti. Mi riferisco innanzitutto ai crediti edilizi. Rileggo la definizione perché la lettura molto veloce forse non ha consentito a chi ci segue da casa di coglierla pienamente. Si parla di capacità edificatorie espresse in metri quadrati riconosciute per compensare acquisizioni di aree soggette a vincoli espropriativi, interventi di riqualificazione urbanistica e ambientale o rilocalizzazione di immobili ricadenti in aree ad elevata pericolosità o soggette a vincoli sopravvenuti. Questo meccanismo nuovo, collegato alle cosiddette aree di decollo e aree di atterraggio, consente sostanzialmente di trasferire diritti edificatori da un lotto a un altro sulla base di esigenze sopravvenute. Se non adeguatamente delimitato e spiegato, questo concetto rischia di trasformarsi nella possibilità di spostare diritti edificatori quasi come in un gioco da tavolo, da un’area all’altra, sulla base di concessioni o accordi relativi alle aree di partenza e di destinazione. È un meccanismo nuovo che, così come formulato, rischia di presentare criticità. Un secondo tema riguarda le comunità abitative. Per cohousing e studentati vengono fornite definizioni e successivamente articoli specifici che ne disciplinano anche gli aspetti edilizi. Per le comunità abitative invece tutto viene rinviato a un futuro provvedimento del Congresso di Stato. La definizione contenuta nella legge è questa: “progetto immobiliare con lo scopo di incrementare l’offerta di abitazioni disponibili con l’obiettivo di garantire a tutti il diritto alla casa e fornire alloggi a condizioni più vantaggiose”. È certamente uno slogan condivisibile, ma non basta. Non si determinano requisiti, caratteristiche, funzionamento. Si introduce una nuova tipologia senza spiegare concretamente che cosa la sostanzierà. Anche questo, onestamente, ci appare poco trasparente. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Intervengo nel merito questa volta perché credo siano necessarie alcune precisazioni. È curioso che proprio nei due esempi richiamati dal consigliere che mi ha preceduto emergano invece elementi molto concreti che ritengo sia corretto evidenziare e che mi consentono anche di contestare alcune considerazioni fatte. Partiamo dalle aree di decollo e di atterraggio. È vero, abbiamo voluto introdurre questo principio e auspichiamo che venga adottato nei futuri piani tematici. Sapete una cosa? Già il Piano Boeri prevedeva le aree di decollo e di atterraggio, ad esempio per le aree a rischio idrogeologico. Ed è stato anche uno degli elementi che ha contribuito alle difficoltà di quel progetto. Però qui il principio non è affatto generico. È già introdotto concretamente nell’articolo 51 della norma, quello relativo alla rigenerazione speciale dell’ex Symbol e dell’ex Conceria, riprendendo anche strumenti che erano stati richiamati in precedenti pianificazioni. Lo dico soprattutto per chi ci segue da casa, che probabilmente non è interessato alla lettura tecnica dell’articolato ma ai contenuti concreti. Quando abbiamo affrontato i casi ex Symbol ed ex Conceria, anche con il contributo dei consiglieri Troina e Casali in Commissione, abbiamo condiviso una priorità: decoro, funzioni sociali e riqualificazione. Abbiamo detto che se quegli obiettivi devono essere raggiunti può essere necessario anche ridimensionare determinati interventi. Quella quota edificatoria eventualmente ridotta o demolita può essere trasferita altrove. Faccio un esempio concreto. Se nell’ex Conceria oggi esistono potenzialmente 75 appartamenti previsti e, per garantire qualità urbana, parcheggi, marciapiedi e adeguati servizi, si stabilisce che ne debbano essere realizzati soltanto 50, quella volumetria residua non si perde ma viene trasferita su un’altra area dell’Eccellentissima Camera. Ecco come un principio viene tradotto in uno strumento concreto e operativo. Anche sul tema delle comunità abitative basta proseguire nella lettura del testo per trovare tutte le risposte rispetto alle definizioni e al funzionamento. Comprendo la volontà di evidenziare possibili elementi di criticità, ma il richiamo alla presunta fumosità del progetto non trova riscontro negli strumenti concreti introdotti dalla legge. 

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Articolo 5 – Partecipazione

Matteo Casali (RF): Temo che questo dibattito finirà per risolversi in un dialogo tra me e il Segretario Ciacci, come forse era prevedibile. A proposito della fumosità dell’intervento, qui si inaugurano tre o quattro articoli di cortina fumogena relativi agli aspetti comunicativi, di partecipazione e quant’altro. Consentitemi una piccola digressione sul tema della partecipazione rispetto a quello che è stato il reale coinvolgimento, perché anche nel dibattito generale abbiamo parlato di una legge definita ampiamente condivisa. Quando si cambiano regole del gioco così importanti, il primo coinvolgimento dovrebbe essere quello parlamentare, cioè delle forze che in una democrazia rappresentativa rappresentano, come dice la parola stessa, parti del Paese. È importante evidenziare anche a chi ci ascolta che questo confronto preventivo o in itinere con la Segreteria di Stato, che oggi rivendica partecipazione e confronto, non è minimamente avvenuto. E detto questo, se la partecipazione doveva essere quella già vista in altre occasioni, fatta di messaggi dell’ultimo minuto o telefonate dell’ultimo minuto, allora tanto meglio che sia chiaro a tutti. La maggioranza che oggi dice di avere fatto ogni forma di condivisione non ha fatto nulla. I confronti sono avvenuti massicciamente tra Governo e maggioranza, spero, mentre i dibattiti pubblici che sono stati magnificati si sono concretizzati in un incontro pubblico dove, da quanto mi è stato riferito, si è stati più attenti alle passerelle e alle vetrine che ai contenuti, arrivando anche a togliere la parola a chi esprimeva opinioni fuori dal coro. Ma torniamo all’articolo. La partecipazione nella nuova pianificazione, le cui magnifiche sorti e progressive vengono oggi declamate, dovrebbe garantire la massima partecipazione della popolazione. Attraverso cosa? Lo vedremo. Attraverso linee guida che il Congresso di Stato, quando riterrà opportuno, emanerà. Quindi oggi inseriamo un principio che speriamo trovi attuazione futura tramite linee guida del Congresso di Stato, ma intanto lo mettiamo qui in bella vista, in modo pomposo, perché faccia bella figura davanti alla cittadinanza. Io però evidenzio sommessamente che già oggi esistono strumenti previsti dalla normativa per garantire la condivisione, penso ai piani particolareggiati con serate pubbliche oppure alle Giunte di Castello che rappresentano le realtà locali e che già oggi vengono completamente disattese. La gestione del territorio è autoreferenziale. Le serate pubbliche, quando vengono fatte, vengono spesso organizzate soltanto per poter dire di averle fatte, così nessuno può contestare nulla. Anche il coinvolgimento delle tanto richiamate Giunte di Castello, che sulla carta vogliamo valorizzare, avviene spesso in CPT in maniera sommaria e a volte poco rispettosa. Ricordo, ad esempio, il caso dell’intervento del trenino alla stazione portato avanti nonostante il parere contrario della Giunta di Città. 

Mirko Dolcini (D-ML): In continuità con quanto detto dal collega che mi ha preceduto, effettivamente questo articolo appare estremamente democratico perché sostiene che debbano essere creati strumenti per un’effettiva partecipazione delle persone alle valutazioni, comprese quelle ambientali. Però chiederei al Segretario Ciacci se riesce a dare una data indicativa entro cui questi strumenti potranno effettivamente vedere la luce. Non dico necessariamente di inserirla nella legge, anche se si sarebbe potuto fare, come tante volte abbiamo fatto in altri casi. Penso ad esempio alla Commissione sul caso bulgaro, dove è stata indicata una scadenza precisa. Anche qui forse sarebbe stato opportuno inserire delle date. Perché senza una tempistica restano soltanto dichiarazioni di principio, con il rischio che questi articoli siano inseriti soltanto per poter dire che ci sarà partecipazione, salvo poi che questa partecipazione non venga realmente attuata. Gli esempi non mancano. Penso anche al tema del referendum sull’Accordo di associazione. Le dichiarazioni di principio ci sono spesso, ma poi nella sostanza non accadono le cose. Chiedo quindi una data o almeno un arco temporale. Diversamente rischiamo di parlare del nulla. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Credo invece che questo articolo, così come quelli successivi, rappresenti un elemento molto innovativo per la pianificazione e per l’assetto urbanistico del nostro territorio. Tra l’altro è molto collegato a ciò che avviene nei territori limitrofi al nostro. Anche qui tutto dipende dalla volontà di dare attuazione concreta agli strumenti. Perché se c’è volontà politica le cose si fanno. Noi abbiamo tantissime norme, dal Piano Regolatore del 1992 alla legge sul paesaggio del 1995 e potremmo andare avanti a lungo, che contengono principi e strumenti poi rimasti lettera morta. Se invece c’è volontà, come stiamo dimostrando, le cose possono essere realizzate. Anche rispetto ai tempi, abbiamo scelto di non inserirli perché crediamo che in una legge quadro che ha l’ambizione di riorganizzare la grammatica urbanistica del Paese sarebbe stato poco opportuno sia dal punto di vista stilistico sia da quello normativo e legislativo. Ma siamo convinti che con lo stesso impegno con cui abbiamo lavorato fino a oggi come maggioranza porteremo a casa questa legge e ci metteremo al lavoro, anzi ci siamo già messi al lavoro, sul piano di tutela e sui successivi piani tematici. 

L’articolo 5 è approvato a maggioranza

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Articolo 6 – Garante della comunicazione e della partecipazione

Matteo Casali (RF): Questo articolo, come è stato fatto notare anche in Commissione Quarta, è l’apoteosi di quello che dicevo prima: una serie di provvedimenti fumosi, di facciata, veri e propri specchietti per le allodole. Perché? Perché viene istituito un garante che dovrebbe garantire l’utenza, il richiedente, il lato pubblico e quant’altro. Un garante che però viene istituito all’interno dell’UPTE, l’Ufficio Pianificazione Territoriale ed Edilizia, che di fatto è una delle parti in causa rispetto a un eventuale procedimento di garanzia. Quindi la cosa veramente assurda è che all’interno dello stesso ufficio rispetto al quale il privato che non si sentisse garantito dovrebbe rivolgersi per essere tutelato, viene identificata la figura di garanzia. A parte il fatto che non viene specificato quali poteri possa avere, quali obblighi abbiano le parti nei confronti di questo garante, non viene scritto nulla. Ma addirittura il garante viene identificato dentro la struttura dalla quale l’utente dovrebbe essere eventualmente garantito. Vi rendete conto della vacuità di questo provvedimento? Ad esempio, tra i compiti riportati nell’articolo, il garante deve fornire a chiunque lo richieda informazioni sui contenuti degli strumenti di pianificazione, sugli esiti delle valutazioni territoriali e ambientali e sulle osservazioni pervenute. Ma a chi dovrà chiedere autorizzazione questo garante per inoltrare tali informazioni? Al dirigente dell’UPTE, cioè al dirigente che dirige proprio quella struttura rispetto alla quale il cittadino dovrebbe essere garantito. Quindi non c’è alcuna terzietà del garante nell’impostazione di questo articolo. Non ci sono strumenti concreti che il garante può utilizzare per garantire davvero ciò che dovrebbe garantire. Non ci sono obblighi da parte delle controparti o della controparte pubblica rispetto a eventuali richieste formulate dal garante. Siamo davanti a un provvedimento di facciata, pensato esclusivamente per richiamare una ventilata garanzia che nei fatti, così come nell’articolo precedente e vedremo anche in quelli successivi, non esiste. Tutto rimane tragicamente come prima, come oggi, dove purtroppo l’opacità resta alla base degli strumenti di governo del territorio. 

Guerrino Zanotti (Libera): Devo dire una cosa al collega Casali. Lei ha lavorato nella pubblica amministrazione, è stato dirigente e nell’esercizio delle sue funzioni non credo abbia mai abusato del proprio ruolo andando a ledere diritti dei cittadini coinvolti da decisioni che potevano dipendere da lei. Io credo, siccome la conosco bene, che lei abbia svolto il suo ruolo con onestà vera, non soltanto intellettuale. Penso di conoscerla abbastanza da poterlo dire con convinzione. E credo che questo principio valga, fino a prova contraria, anche per tantissimi altri dipendenti pubblici, forse per tutti. Quindi il fatto che un dipendente pubblico possa svolgere un ruolo di garanzia non mi scandalizza. Quel dipendente resta un pubblico ufficiale, deve garantire accesso agli atti, rispetto delle norme, tutela dei diritti oggettivi e soggettivi. Per questo faccio fatica a condividere questa visione così negativa rispetto alla possibilità che un dipendente pubblico possa svolgere in modo onesto, trasparente e garantire quella terzietà anche se inserito in un’unità organizzativa coinvolta nei procedimenti. Io credo che questa possibilità esista e possa essere garantita anche da un dipendente pubblico che opera dentro una struttura amministrativa interessata dalle questioni disciplinate dalla norma. È chiaro che sarebbe stato forse più lineare istituire figure totalmente terze, esterne all’amministrazione. Però è anche vero che non possiamo continuare ad appesantire i costi della macchina pubblica oltre quanto già fatto negli anni precedenti. 

Gaetano Troina (D-ML): Comprendo l’intervento del collega che mi ha preceduto e trovo astrattamente corretto il principio di individuare figure interne all’amministrazione senza istituire continuamente nuovi enti, perché effettivamente ne abbiamo tanti, forse anche troppi. Tant’è che, come ricordava anche ieri il collega Casali e come vedremo successivamente parlando dell’Osservatorio, noi stessi abbiamo proposto laddove possibile di semplificare utilizzando organismi già esistenti. Però qui rischiamo di creare un corto circuito. Perché il dipendente pubblico individuato per svolgere il ruolo di garante dovrà essere un dipendente dello stesso ufficio coinvolto nel procedimento. E questo potrebbe creare situazioni difficili. Qualora il garante non coincidesse con il dirigente dell’ufficio, il dipendente che svolge la funzione di garante potrebbe trovarsi in contrasto con la visione del dirigente responsabile del procedimento. E questo lo metterebbe inevitabilmente in difficoltà, proprio per il rapporto gerarchico esistente. Se si vuole individuare un dipendente o un funzionario che possa svolgere serenamente questa funzione, allora forse non dovrebbe essere scelto all’interno dell’ufficio direttamente coinvolto nel procedimento. Potrebbe essere individuato in un altro ufficio, che non abbia un ruolo diretto rispetto al procedimento oggetto della norma. Questo lo abbiamo detto in Commissione e lo ribadiamo oggi. Perché altrimenti rischiamo di creare problemi reali. Comprendiamo lo spirito della norma, comprendiamo anche il senso dell’intervento del collega Zanotti, ma continuiamo a pensare che non abbia senso individuare questa figura proprio dentro uno degli uffici principali coinvolti nella pianificazione territoriale. Questo è il nostro convincimento e lo ribadiamo con forza. Speriamo che ci possa essere una revisione di questo passaggio e soprattutto speriamo che, se l’articolo verrà approvato così com’è, non si verifichino le problematiche che abbiamo evidenziato perché sarebbero purtroppo difficili da risolvere. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Ho apprezzato l’intervento del collega Zanotti perché ha chiarito bene di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di dirigenti pubblici, di uffici che fino a prova contraria credo svolgano al meglio il proprio ruolo e la propria attività all’interno della pubblica amministrazione. Detto questo, io credo invece che sia corretto che il garante della comunicazione e della partecipazione sia individuato proprio all’interno del personale dell’UPTE, perché deve avere contezza e conoscenza della disciplina che riguarda la pianificazione territoriale. Solo avendo piena consapevolezza e piena conoscenza delle materie trattate potrà garantire, in maniera distinta dal responsabile del procedimento, quelle finalità, quelle funzioni e quegli obiettivi contenuti in questo articolo. 

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Articolo 7 – Osservatorio Permanente in materia di pianificazione territoriale e urbanistica

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Anche questo è uno strumento che introduciamo con lo scopo di avere una fotografia istantanea e continuativa del nostro territorio, anche in vista di una pianificazione tematica che, come abbiamo sempre detto, è più dinamica, più veloce e quindi rende assolutamente essenziale avere strumenti di monitoraggio. Ricordo anche una proposta interessante che era arrivata dalle forze di opposizione in Commissione, cioè introdurre nello stesso organismo anche l’Osservatorio immobiliare. Come ricorderete ne abbiamo discusso e abbiamo deciso di mantenere separati i due ambiti, perché qui parliamo specificamente di materia urbanistica, di impegni convenzionali e di strumenti finalizzati a calibrare le discipline della pianificazione territoriale. Quando invece parliamo di Osservatorio immobiliare affrontiamo un altro ambito. Stiamo già lavorando anche su quello. Abbiamo realizzato una duplice statistica catastale e introdotto recentemente Immobile Web, dove ogni cittadino può contribuire fornendo dati utili a comprendere come venga utilizzato il patrimonio immobiliare del territorio: se un immobile è sfitto, affittato o utilizzato per altre funzioni. Abbiamo però deciso di tenere distinti i due strumenti anche per una maggiore praticità e in accordo con gli uffici competenti. Voglio ricordare, visto che si è parlato tanto di partecipazione e coinvolgimento, che questo testo è stato ampiamente approfondito dal Dipartimento Territorio e Ambiente e non solo. 

Gaetano Troina (D-ML): Esattamente come ricordava il Segretario, nell’ambito della Commissione abbiamo depositato un emendamento proprio per trasferire a questo Osservatorio permanente anche le funzioni dell’Osservatorio del mercato immobiliare. Per due ragioni molto semplici. La prima è quella già richiamata poco fa dal collega Zanotti: invece di creare nuove sovrastrutture, complicare e articolare ulteriormente il sistema con nuovi organismi, si poteva lavorare utilizzando meglio quelli già esistenti. Se esiste già un osservatorio, perché crearne un altro? La seconda ragione riguarda la composizione. Diversi dirigenti inclusi nell’Osservatorio del mercato immobiliare sono gli stessi che andrebbero a comporre questo nuovo Osservatorio. Sarebbe stata quindi, dal nostro punto di vista, una semplificazione. Stiamo parlando di organismi che svolgono funzioni di monitoraggio e controllo di determinate situazioni. Sarebbe stato possibile razionalizzare senza creare ulteriori strutture e senza attribuire ai dirigenti ulteriori organismi da seguire oltre a quelli esistenti. Invece si è scelto di mantenere in vita l’altro Osservatorio, quello del mercato immobiliare, che salvo aggiornamenti diversi non ci risulta sia mai stato convocato dalla sua istituzione nel 2023, e contestualmente si decide di crearne uno nuovo che svolge attività molto simili. Se lo scopo è mostrare a livello comunicativo che si stanno facendo molte cose, istituendo nuovi organismi per controllare o monitorare, poi però bisogna fare i conti con la realtà. Questi organismi rischiano di funzionare con difficoltà perché si vanno a sovraccaricare dirigenti e funzionari di nuove incombenze e nuove convocazioni. Se riusciamo ad accorpare funzioni e creare meno organismi, razionalizzando, dal nostro punto di vista sarebbe meglio. 

Matteo Casali (RF): Forse nello scambio di prima con il Banco della Reggenza non sono riuscito a farmi comprendere. Avevo chiesto la possibilità di intervenire per fatto personale, essendo stato citato direttamente dal consigliere Zanotti. Ne approfitto ora molto rapidamente. Io non gradisco essere citato direttamente nella mia storia personale, che molti conoscono e che certamente non interessa chi ci ascolta, anche se ringrazio il consigliere Zanotti per gli attestati di stima che so essere sinceri. Volevo soltanto chiarire che il mio ragionamento non riguardava possibili comportamenti scorretti o aspetti di corruttela riferiti ai dipendenti pubblici e so bene che il consigliere Zanotti non intendeva attribuirmi nulla di questo genere. Io semplicemente ritengo che una legge debba introdurre principi generali e astratti. La figura del garante così come introdotta non è sufficientemente libera da condizionamenti semplicemente per il contesto nel quale viene collocata. E dissento dal Segretario quando sostiene che dovesse essere individuata lì perché deve conoscere la materia urbanistica. No. È un garante. Come ricordava anche il consigliere Troina, senza duplicazioni e senza nomine esterne alla pubblica amministrazione si sarebbe potuta individuare una figura in un’altra articolazione dell’amministrazione. Vengo poi all’Osservatorio permanente. Potrebbe anche essere una buona idea. Il problema è che ancora una volta siamo davanti a uno strumento di facciata. Mi chiedo: che poteri ha? Chi lo presiede? A chi riferisce? Con quale frequenza si convoca? Quali strumenti operativi ha a disposizione? C’è una semplice enunciazione. E questo è un peccato perché strumenti di osservazione che raccolgano dati e informazioni potrebbero avere una funzione utile. Ma qui ci troviamo davanti a una formulazione approssimativa. Noi avevamo proposto addirittura un possibile accorpamento con strumenti già esistenti. Se leggete l’articolo vedrete che questo Osservatorio non ha strumenti, non ha obblighi, non genera obblighi e non dispone di veri poteri operativi. Ha detto il Segretario che scatta fotografie del territorio. Bene, le scatta, le mette nell’album e poi se le guarda da solo. 

L’articolo 7 è approvato a maggioranza

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Articolo 8 – Strumenti cartografici per la pianificazione territoriale

L’articolo 8 è approvato a maggioranza

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Articolo 9 – Tutela del patrimonio territoriale

Gaetano Troina (D-ML): Anche su questo articolo riprendo alcune considerazioni già fatte in Commissione, perché ci sono diversi passaggi che, dal punto di vista lessicale, rischiano di risultare poco comprensibili e soprattutto poco attuabili. Si parla innanzitutto del fatto che gli strumenti di pianificazione territoriale devono prevedere misure atte a garantire un adeguato grado di tutela della percezione delle singole componenti da parte della popolazione e nel rispetto dell’identità paesaggistica della Repubblica di San Marino. Ora, cosa si intende con “percezione delle singole componenti da parte della popolazione”? Perché se ho ben compreso quanto viene scritto, ogni singolo intervento o passaggio in materia di pianificazione strategica territoriale dovrebbe essere illustrato, spiegato e accompagnato da strumenti tali da garantire che venga effettivamente compreso dalla popolazione. Se è questo il significato, sarà interessante vedere come verrà concretamente attuato. Altro tema riguarda l’identità paesaggistica della Repubblica di San Marino. Dove è classificata? Dove viene identificata? Cosa significa esattamente questo concetto? Anche questo è certamente un principio bello da enunciare, ma nel concreto non si comprende cosa significhi né come possa essere applicato. Poi si parla di nuovi insediamenti, interventi di sostituzione dei tessuti insediativi e mutamenti di destinazione d’uso, stabilendo che debbano essere assicurati alcuni principi. Anche qui ritorna il tema della sicurezza idrogeologica che, come diceva il collega Casali, viene continuamente enunciato ma senza comprendere concretamente come verrà garantito, soprattutto in assenza di uno specifico piano tematico dedicato alla sicurezza idrogeologica. Altro aspetto che avevamo già evidenziato in Commissione riguarda il tema della qualità degli insediamenti. Ci piacerebbe capire chi valuta la qualità di un insediamento e sulla base di quali criteri. Si dice che deve essere garantita la qualità degli insediamenti. Bene. Ma secondo quali parametri? Chi decide se un nuovo intervento edilizio o una trasformazione siano qualitativamente adeguati oppure no? Ci rendiamo conto che ci sono moltissimi passaggi di questa normativa che lasciano margini di discrezionalità molto ampi e, considerato che il sistema viene fortemente accentrato dal punto di vista decisionale e politico, questo rischia di attribuire un potere enorme. Si potrà dire che un intervento qualitativamente va bene oppure no senza parametri realmente definiti. Forse anche così i cittadini potranno rendersi conto che questa legge non è poi così chiara come viene raccontata. 

Matteo Casali (RF): Condivido pienamente le osservazioni fatte dal collega Troina e mi concentro soltanto su alcuni aspetti. Stiamo arrivando al culmine di quello che avevo definito il crescendo rossiniano sulla sicurezza idrogeologica che naturalmente viene ribadita anche in questo articolo. Però attenzione. Il comma 2 dice che in caso di nuovi insediamenti devono essere garantite la sicurezza geologica e la sicurezza idrogeologica. Forse qualcuno, scrivendo questo articolo, ha pensato a tutti quegli insediamenti autorizzati nel tempo dallo Stato in aree caratterizzate da instabilità idrogeologica e ai gravi dissesti che tali autorizzazioni hanno poi prodotto, sia sui patrimoni privati sia sui problemi che oggi lo Stato si trova a dover affrontare. Perché oggi i privati dicono allo Stato: “Tu mi hai autorizzato a costruire in quelle aree e adesso ti assumi la responsabilità dei dissesti che ne derivano”. È interessante quindi questa sfumatura: nei nuovi insediamenti bisogna garantire la sicurezza idrogeologica. Addirittura il testo dice che deve essere garantita in ogni caso. Ribadisco poi un altro concetto. Vedo presenti anche i colleghi di Rete. Quando si dice che in ogni caso devono essere garantiti l’accesso alle acque e la disponibilità dell’energia, ricordo che proprio i colleghi di Rete avevano presentato in Commissione Quarta un progetto sul diritto all’acqua e al diritto all’energia che probabilmente affrontava questi temi in modo molto più strutturato rispetto a quanto stiamo cercando oggi di approvare. Lo sottolineo anche rispetto a chi spesso dice che le opposizioni non portano idee o fanno soltanto critiche sterili. Su questi temi l’opposizione ha lavorato e ha avanzato proposte nelle sedi legislative, salvo poi vederle puntualmente respinte. Ultimo tema: il lessico. Anche qui ritorna continuamente il concetto di qualità degli insediamenti. Qualità, degrado, valori qualitativi: termini che vengono continuamente richiamati ma che non sono definiti. Forse perché non sono definibili. È difficile mettere la qualità dentro una norma. Anzi, direi impossibile. Dire semplicemente per legge che deve essere garantita la qualità è una formulazione lessicalmente e tecnicamente discutibile. Bisognerebbe invece introdurre strumenti che producano qualità intrinsecamente e non limitarsi a dichiararla per legge. Per questo credo che ci sia anche una certa ingenuità tecnica nell’impostazione lessicale della norma. 

L’articolo 9 è approvato a maggioranza

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Articolo 10 – Pericolosità idrogeologica e sismica e misure di mitigazione dei rischi

Matteo Casali (RF): Si parla di documenti di verifica della pericolosità. Quali sono questi documenti? Si parla di individuare e disciplinare le invarianti strutturali e le condizioni di equilibrio rispetto alle quali valutare gli effetti degli interventi previsti. Insomma, di confusione ad arte qui se ne fa parecchia. Ma il punto vero, dove finalmente casca l’asino, è il comma 3. Si dice che i tecnici abilitati certificano l’adeguatezza delle indagini e attestano la compatibilità degli interventi progettuali rispetto agli esiti delle verifiche di pericolosità, nonché la coerenza delle misure di mitigazione rispetto agli scenari di rischio possibili. Cosa significa questo? Significa che rimane tutto come oggi. Se io ho un tecnico che mi certifica una costruzione su un fronte o un versante instabile, in aree che tutti sappiamo non dovrebbero essere oggetto di edificazione o che dovrebbero essere oggetto di opere pubbliche complessive, come oggi stanno rivendicando persone che si trovano in situazioni drammatiche, allora continua tutto come prima. Qui si dice semplicemente che, se il tecnico certifica, allora si può costruire. Evidenzio che questa era la posizione del Segretario di Stato Canti nella scorsa legislatura e anche quella del tecnico Diego Marsetti, consulente della precedente Segreteria, quando si discuteva del Piano Boeri. Mentre autorevoli esponenti dell’attuale maggioranza sostenevano, a mio avviso correttamente, che interventi puntuali non potessero contrastare fenomeni che riguardano in modo diffuso il nostro territorio. Qui cade la narrazione sulla sicurezza idrogeologica tanto sbandierata. E cade anche il paravento del decreto geotecnico. Il decreto geotecnico non serve a nulla. Le norme tecniche sulle costruzioni sono sovranazionali, così come quelle antisismiche. Pensate davvero di poter intervenire con un decreto su norme tecniche che vengono utilizzate in Italia o sugli Eurocodici europei? Qui non c’è alcun doppio controllo. Ci saranno pratiche presentate con procedure amministrative, così come già oggi avviene per l’antisismica, ma questo non garantisce nulla 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Fermiamo subito la strumentalizzazione, perdonatemi, perché quando sento questi interventi credo che un punto fermo vada messo. Sul tema idrogeologico chiarisco subito una cosa, poi mi taccio perché interverranno anche altri colleghi. Questa legge non fa un passo avanti, ne fa tre. Questa legge è molto più garantista rispetto a quanto prevedeva il Piano Boeri. Da questo punto di vista è molto più garantista di ciò che esisteva prima perché introduciamo un piano di tutela specifico gerarchicamente superiore a tutto il resto. Punto primo. Punto secondo: qui stiamo parlando di un procedimento amministrativo svolto dal Servizio Protezione Civile, che già oggi adotta una serie di procedure precise e puntuali anche in ambito idrogeologico e che lavora in maniera impeccabile. Potrei fare nomi e cognomi delle persone che operano all’interno del Servizio Protezione Civile. Questo continuo mettere in discussione l’amministrazione pubblica, come poco fa è stato fatto con l’UPTE e ora con la Protezione Civile, sinceramente non lo condivido. E sulla politica della precedente legislatura voglio essere molto chiaro. Non ho difficoltà a dire che le cose buone sono state portate avanti e quelle meno buone no. È stato fatto il nome di Marsetti e qui lo smentisco categoricamente. La linea del tecnico Marsetti è stata completamente superata in questa legislatura. Grazie alla nostra volontà politica sono partiti interventi come Scala Malagola. Perché Marsetti tecnicamente proponeva una terra armata. Noi abbiamo fatto una paratia. Dove le scelte precedenti funzionavano siamo andati avanti, dove non eravamo d’accordo abbiamo cambiato approccio, anche lavorando insieme al Segretario Canti in Congresso di Stato. Quindi davvero non capisco di cosa stiamo parlando. 

Gaetano Troina (D-ML): Non entro nel merito dei cantieri aperti perché non seguendoli direttamente non sono nelle condizioni di fare valutazioni. Certamente di cantieri ne abbiamo moltissimi aperti e mi auguro di vederne anche qualcuno concluso. Detto questo torno sull’articolo e su due aspetti già richiamati anche dal collega Casali. Il primo riguarda il comma 3, dove si stabilisce che siano i tecnici abilitati a certificare l’adeguatezza delle indagini e ad attestare la compatibilità progettuale rispetto agli esiti delle verifiche di pericolosità e alle misure di mitigazione. Quindi viene sostanzialmente trasferita per legge sul tecnico la responsabilità di dire che è stato fatto tutto il possibile e che i rischi siano accettabili. È il tecnico che si assume la responsabilità di dire che lì si può costruire. E la verifica di quanto dichiarato dal tecnico viene demandata al Servizio Protezione Civile. Questo è il tema che avevo già evidenziato nel dibattito generale. Si carica il Servizio Protezione Civile di un onere enorme: verificare tutte le dichiarazioni dei singoli tecnici riguardo alla pericolosità o meno dei progetti. A nostro avviso è uno scaricabarile. Dovrebbe essere lo Stato, nell’ambito della pianificazione territoriale strategica, a dire chiaramente: “In quell’area, dal punto di vista idrogeologico o sismico, non si costruisce”. Invece qui si ribalta il meccanismo. Si dice al cittadino: vai dal tuo tecnico, fatti dire se si può fare e poi la Protezione Civile controllerà caso per caso. Vi rendete conto del corto circuito che si crea? Un conto è avere un’amministrazione che conosce il proprio territorio e indirizza i cittadini. Un altro è dire: decidilo tu con il tuo tecnico e poi vedremo cosa succede. Perché se quel tecnico tra dieci anni non c’è più, va in pensione o cambia attività e la casa crolla, di chi è la responsabilità? Non si sa. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Ribadisco ancora una volta con convinzione che qui c’è più tutela, non meno tutela. Onestamente faccio fatica ad ascoltare ancora processi alle intenzioni. Noi stiamo rafforzando una procedura che già oggi viene adottata quotidianamente in materia territoriale. La stiamo rendendo più solida e la stiamo ulteriormente rafforzando attraverso questo articolato. La parte urbanistica poi verrà affrontata nel piano tematico. Quando sento dire “chi si prende la responsabilità”, la risposta è chiara: la responsabilità è del tecnico abilitato che opera conformemente a quanto valutato dal Servizio Protezione Civile e che dovrà eventualmente rivedere, revisionare o adeguare il progetto alle prescrizioni impartite dalla Protezione Civile stessa. Procedure che saranno ulteriormente disciplinate anche attraverso il decreto delegato che introduciamo con questo articolato. 

L’articolo 10 è approvato a maggioranza

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Articolo 11 – Politiche per gli ambiti territoriali urbani e rurali

Matteo Casali (RF): Dopo l’uscita, la sfuriata del Segretario rispetto al mio intervento precedente, si vede che evidentemente abbiamo toccato un nervo scoperto. Stavo per chiedere la replica per fatto personale, ma non vorrei esasperare ulteriormente i toni. Chiedo però alle Loro Eccellenze, cortesemente, di richiamare eventuali toni sopra le righe, perché se iniziamo con gli urli al microfono e con espressioni come “ma cosa stai dicendo?”, allora rischiamo davvero di andare a finire male. Io sto cercando di fare riflessioni pacate. Però che la politica Marsetti-Canti, o comunque la si voglia definire, sia stata superata, questo il Segretario Ciacci ce lo racconta, perché gli interventi puntuali che Canti giustificava attraverso il consulente Marsetti sono esattamente gli interventi puntuali che oggi si continuano a fare nelle aree di dissesto idrogeologico in virtù dell’articolo che abbiamo appena approvato. La politica Marsetti-Canti continua imperterrita. E questo vale anche su altri temi. Malgrado promesse, smentite, accelerazioni e prese di posizione del Segretario, anche sul tema rifiuti, se non se n’è accorto, siamo tornati esattamente alle impostazioni originarie. Lo dicono anche le cronache della Commissione Quarta rispetto al modello di raccolta dei rifiuti sul territorio. Quindi si metta il cuore in pace e faccia anche un esame di coscienza. Non mi piace nemmeno essere chiamato in causa in modo scorretto per presunti giudizi sull’amministrazione che io non ho mai espresso. Anzi, al contrario, in più occasioni ho manifestato apprezzamento per il lavoro dell’amministrazione e di alcune sue articolazioni anche al di fuori di questo dibattito. Quindi non tollero che venga detto che io esprimo giudizi contro l’amministrazione, che stimo e che in alcune sue articolazioni probabilmente conosco anche molto bene. Venendo invece al merito dell’articolo, qui si apre il tema degli ambiti territoriali e degli ambiti rurali. Credo che, come emerso anche recentemente nella Commissione Politiche Territoriali, oggi noi abbiamo un problema conoscitivo di tutto ciò che sta fuori dalle aree pianificate. In Commissione sono emerse situazioni molto chiare. Esiste un edificato che si trova fuori dalle aree pianificate, le cosiddette aree bianche, cioè quelle che non risultano colorate nello zoning dell’attuale Piano Regolatore Generale, che peraltro continuerà a restare in vigore anche dopo questa legge. Ecco, il primo problema che abbiamo è un problema conoscitivo: dobbiamo censire quelle aree, contarle, capirle. Richiamo anche quanto detto dal consigliere Pellicioni nel dibattito generale. Mancano ancora molti dati conoscitivi sugli aspetti rurali e sugli insediamenti rurali. Noi dobbiamo capire cosa c’è realmente sul territorio per poi classificare la provenienza dei vari manufatti edilizi e disciplinare correttamente gli interventi, perché molto spesso quei manufatti cambiano destinazione d’uso e finiscono per servire funzioni completamente diverse da quelle originarie. 

Ecc.Reggenza: Una precisazione. Quando i toni si alzano la Reggenza non esita a richiamare, questo è poco ma sicuro, e lo facciamo con equilibrio. Non credo quindi sia necessario un richiamo alla Reggenza. Va bene alzare la mano e chiedere che la Reggenza intervenga per riportare ordine nella situazione, ma credo sia giusto precisare che ogni volta che si rende necessario siamo pronti a intervenire. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: La ringrazio anche per la precisazione doverosa fatta poco fa, perché quando l’opposizione svolge i propri attacchi io ascolto sempre con tranquillità, ma credo di avere anch’io il diritto di dare delle risposte. E se queste risposte generano qualche sollecitazione, soprattutto quando sono supportate da fatti concreti, come nel caso di Marsetti, capisco che possano dare fastidio, ma credo che ve ne dobbiate fare una ragione. Se ne deve fare una ragione il consigliere Casali, così come forse dovrebbe chiarire meglio i suoi interventi. Perché quando sul tema idrogeologico sostiene che esista un vulnus nell’articolo precedente, l’articolo 10, inevitabilmente chiama in causa anche il Servizio Protezione Civile, anche se lui ritiene di no. Però apprezzo che lo abbia chiarito e ne prendo atto. Per quanto riguarda invece il contenuto dell’articolo 11, non ho particolari osservazioni. Il mio era semplicemente un richiamo metodologico. E auspico che, anche se il clima si scalda un po’, non ci si debba risentire troppo, perché anch’io potrei richiamare molti attacchi ricevuti dall’opposizione, spesso sterili, strumentali e non corrispondenti al vero. Potrei richiamare molti fatti avvenuti in Commissione Quarta, ma mi fermo qui 

L’articolo 11 è approvato a maggioranza

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Articolo 12 – Tutela e valorizzazione del territorio rurale

L’articolo 12 è approvato a maggioranza

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Articolo 13 – Rigenerazione e riuso dei tessuti urbani

Matteo Casali (RF): Con questo articolo si chiude il capo dedicato agli ambiti territoriali e agli ambiti rurali, dove, credo sia chiaro a tutti, si è fatta una panoramica di principi, di propositi, di desideri, ma sostanzialmente nulla di concretamente applicabile nella declinazione di quello che poi speriamo verrà. Ho un po’ la sensazione che qui stia accadendo qualcosa che può succedere anche in altri ambiti progettuali, ad esempio nell’edilizia. Mi riferisco alla bioedilizia, disciplina contro la quale non ho nulla, anzi ritengo abbia introdotto tantissime innovazioni importanti a livello concettuale. Però a volte accade che, quando non si sa a quale linguaggio architettonico appellarsi, la bioedilizia, che dovrebbe essere un principio ispiratore, diventa essa stessa il linguaggio architettonico. Qui stiamo assistendo, a una scala diversa, allo stesso fenomeno. In realtà non abbiamo un’idea chiara e allora costruiamo una panoramica di tre articoli nei quali vengono inseriti concetti, principi, indirizzi e desideri. Alcuni anche particolari, come quello relativo all’evitare la realizzazione di insediamenti isolati nel territorio rurale. Ma il territorio rurale andrebbe prima identificato. Perché se il territorio rurale coincide con le attuali zone agricole, allora sappiamo bene che insediamenti consolidati all’interno delle aree agricole oggi non esistono, oppure si fanno soltanto insediamenti consentiti dalle norme di sostegno all’agricoltura. Diversamente, semplicemente non si costruisce. Quindi alla fine abbiamo un po’ di tutto, una cornice quasi bucolica che però finisce per nascondere la mancanza di una reale idea di territorio e di un vero progetto territoriale. 

L’articolo 13 è approvato a maggioranza

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Articolo 14 – Soggetti preposti al governo del territorio

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Ci tengo a rimarcare una questione, che auspico sia non soltanto formale ma anche sostanziale per il futuro: una particolare centralità e importanza delle Giunte di Castello. Personalmente, e comunque nelle linee di indirizzo che diamo come Segreteria al Territorio, siamo sempre molto orientati rispetto a ciò che richiedono le Giunte di Castello, dagli asfalti fino alle opere pubbliche. Credo che, arrivando anche alle materie che abbiamo affrontato qui, come i piani particolareggiati, i programmi pluriennali di attuazione e anche le iniziative di incontri pubblici, le Giunte abbiano un ruolo importante. Devo dire che in questo senso a volte è anche utile politicamente avere la copertura della Giunta di Castello sulle scelte che vengono fatte sul territorio, perché credo siano spesso funzionali e prodromiche alla realizzazione di determinati progetti. Vi faccio un esempio concreto. Abbiamo riqualificato Piazza Tini a Dogana, nella zona adiacente al confine di Stato, e da una condivisione importante con la Giunta di Castello di Serravalle è nata anche l’ipotesi di una modifica della viabilità che porterà, se ritenuto opportuno insieme agli organismi competenti, a ragionare in quella direzione. Cosa significa questo? Significa che dal confronto con le Giunte frequentemente si alza anche il livello della riflessione sul territorio, che poi viene coadiuvata dall’ottima organizzazione dell’Azienda dei Lavori Pubblici che tecnicamente fornisce il supporto necessario per attuare legittimi indirizzi politici che però devono sempre collimare con valutazioni tecniche, che non possono mai essere dimenticate. 

Matteo Casali (RF): Se si fosse scritto il comma 1 a termini rovesciati sarebbe stato sufficiente e si sarebbe fotografata la reale gerarchia dei soggetti che intervengono e purtroppo anche a seguito di questa legge continueranno a intervenire a pieno titolo e a mani libere sul territorio. Il comma 1, rovesciato, sarebbe stato: Commissione Politiche Territoriali, Congresso di Stato, Consiglio Grande e Generale quando può e come può. Questa è la reale gerarchia dei soggetti che intervengono sul territorio. Poi c’è la narrazione. Le Giunte di Castello, alle quali si attribuisce addirittura un ruolo centrale. Udite, udite. Quante volte nelle parole, e anche questo passaggio non fa eccezione, abbiamo attribuito alle Giunte di Castello un ruolo centrale? Le Giunte di Castello sono citate in decine di leggi, ma alla fine non sono minimamente valorizzate. Anzi, spesso sono l’ultima ruota del carro. Allora bisognerebbe smettere di illudere questa istituzione attribuendole a parole valori che nessuno poi ha realmente intenzione di riconoscerle. Darglieli per legge e poi, nei fatti, non dare gambe agli strumenti applicativi significa disattendere questi principi e svuotare sistematicamente queste istituzioni. Magari se poi le amministrazioni locali non sono neppure allineate politicamente, tanto meglio. Il Segretario ha detto addirittura che la copertura politica delle Giunte qualche volta fa anche comodo, perché avere le spalle coperte aiuta. Ha citato esempi di interventi territoriali. Però è interessante che quando quei pareri sono negativi allora non contano più. Contano solo quando coprono le spalle. Quando invece, come nel caso del prolungamento del trenino alla stazione, la Giunta di Castello aveva espresso un parere non solo negativo ma addirittura censorio, allora in quel caso la Giunta non conta. Una Giunta che conta a corrente alternata. Così come tante altre istituzioni del nostro Paese. Ho citato più volte anche le Istanze d’Arengo, che chiaramente sono un’altra cosa. Noi dovremmo prendere questi strumenti, rivederli seriamente e probabilmente alle Giunte dare anche meno poteri nominali, ma rendere quei poteri effettivi. Questa purtroppo è un’ulteriore presa in giro delle Giunte di Castello. E non è un caso che a chi detiene il potere vero sia dedicato un comma di due righe, mentre a chi dovrebbe far intendere che con la nuova legge conterà di più vengano dedicati tre commi e quattro sottopunti. Purtroppo la realtà sarà ben diversa. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Simpatica questa ricostruzione del collega Casali, che quando entra nel merito delle cose è anche particolarmente incisivo. Devo dire però che sul tema delle Istanze d’Arengo e delle Giunte di Castello condivido che sarebbe auspicabile una revisione complessiva di questi strumenti e organismi. Per quanto riguarda invece le Giunte nell’ambito della pianificazione territoriale, come ben sa, nei piani particolareggiati esiste sempre un parere dedicato delle Giunte. Quando parlavo di copertura politica mi riferivo proprio a questo: avere la Giunta dalla propria parte consente di lavorare adeguatamente e portare a casa determinati progetti, dalla revisione della viabilità fino agli interventi progettuali. Non è un elemento di poco conto. Faccio due esempi concreti. Il primo è il trenino, già richiamato dal collega Casali. Se la Giunta fosse stata davvero contraria al prolungamento del trenino di 140 metri, il Capitano di Castello Alberto Simoncini non sarebbe con me il 15 giugno all’inaugurazione del prolungamento. Perché? Perché la Giunta chiedeva semplicemente una cosa: che non venissero ridotti né gli spazi di sosta per i residenti né quelli per i pullman. E infatti in quell’area promiscua siamo riusciti a garantire entrambe le esigenze. È vero che la Giunta aveva espresso perplessità rispetto all’ipotesi progettuale, ritenendo auspicabile destinare risorse ad altri interventi, ma non aveva espresso un parere contrario alla soluzione definitiva. Questo per onore di cronaca. Altro esempio: Torrazza e l’aviosuperficie. Pensate davvero che dopo quarant’anni di espropri, senza un accordo territoriale con la Giunta di Castello di Domagnano, si possa fare anche solo un metro di asfalto per il prolungamento dell’aviosuperficie? È impossibile. Altro esempio ancora: Villa Filippi. Domani incontro la Giunta di Montegiardino. Possiamo pensare di non esercitare il diritto di prelazione senza un accordo proficuo con la Giunta? Io penso di no. Se veniamo agli aspetti concreti, e non fumosi o astratti, vediamo che le Giunte contano eccome, se le vuoi fare contare. Se invece le calpesti, magari utilizzando metodi che a noi non appartengono, forse vinci sui giornali, ma poi i progetti non partono. A me invece interessa fare partire i progetti più che vincere sui giornali. 

L’articolo 14 è approvato a maggioranza

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Articolo 15 – Strumenti di pianificazione

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Qui siamo un po’ nel cuore della norma, perché andiamo a rivedere la grammatica della pianificazione. Si passa dal Piano Regolatore Generale del 1992 a una gerarchia di strumenti differente. Il piano di tutela lo abbiamo già citato: le linee rosse entro le quali si inseriranno successivamente i vari piani tematici che si incastreranno in una modalità che riteniamo più dinamica e più al passo con i tempi. Comprendo le critiche arrivate dalle opposizioni su questo punto e le rispetto, ma ritengo che questa scelta possa consentirci sia in quest’Aula, perché i piani tematici arriveranno qui, sia negli organismi competenti, di portare a casa risultati e cambiamenti sul territorio che credo ne abbia certamente bisogno. 

Matteo Casali (RF): Come diceva il Segretario, questo è un po’ il cuore del provvedimento perché declina la pianificazione tematica. Come abbiamo avuto modo di dire, noi riteniamo, in termini metodologici, che il nostro territorio debba essere affrontato a livello globale, a livello generale. Perché? Per due ragioni. La prima è che le tematiche territoriali, l’urbanistica, sono una disciplina complessa, fatta di interrelazioni, fatta di problemi che riguardano più aspetti: i temi insediativi della produzione, quelli della residenza, quelli del verde, dei servizi, delle infrastrutture. Un approccio settoriale e tematico a questi aspetti, a nostro modo di vedere, corre il rischio di perdere di vista problemi importanti che riguardano diversi ambiti contemporaneamente. Ho già fatto l’esempio di un progetto edilizio: non è possibile affrontare separatamente il tema dei tappeti, il tema dei bagni, il tema delle finestre. Occorre fare un progetto dell’edificio. Anche a livello urbanistico si corre il rischio, settorializzando, di perdere la visione complessiva. Tanto più quando una cornice generale è necessaria. Così come un piano tematico degli infissi può essere fatto quando progetto un edificio, ma deve comunque presupporre l’esistenza di un progetto generale a monte. Solo dopo posso settorializzare la scelta degli infissi, la loro dimensione, il loro acquisto. Tutto deve però rientrare in una cornice. E qual è la cornice nella quale rientrerà questo spezzettamento in tematismi? Il PRG del 1992. I piani tematici domani, dopo l’approvazione di questa legge, saranno semplicemente i vari tematismi ritagliati con le forbici dai vari colori che compongono il PRG del ’92. Cosa cambia? Nulla. E che possibilità avremo di cambiare quella cornice, se non intervenendo contemporaneamente su più piani tematici? Infatti anche l’ultimo articolo, che era stato presentato in prima lettura in modo sbagliato, dice che se temi dello stesso livello gerarchico si contraddicono, prevale quello che ha la competenza specifica su quella materia. Ma il problema non è questo. Se c’è un problema intertematico che riguarda più aspetti, quei temi devono essere affrontati insieme. Devono essere affrontati contemporaneamente. Noi quindi contestiamo questo approccio. Dicevo che ci sono due filoni di contestazione. Il primo è metodologico. Il secondo è territoriale. Il Piano Regolatore Generale è uno strumento che è già stato adottato più volte anche dai nostri predecessori. Risulta incomprensibile come oggi la politica non riesca ad adottare uno strumento di carattere generale. Prima annotazione tecnica: il programma pluriennale di attuazione, inserito tra gli strumenti di pianificazione, è un errore da segnare e sottolineare, perché i programmi pluriennali di attuazione non sono strumenti di pianificazione, ma strumenti di programmazione. Questa distinzione chi scrive le leggi dovrebbe almeno conoscerla. 

Mirko Dolcini (D-ML): Anche noi di Domani Motus Liberi volevamo evidenziare come questo articolo, che possiamo definire uno degli articoli centrali perché dà la visione dell’intero articolato, rappresenti un approccio che noi contestiamo. Perché lo contestiamo? Per le ragioni che spiegava anche il collega che mi ha preceduto. Ho sentito dire questa mattina che per anni si è cercato di fare un Piano Regolatore Generale e non ci si è riusciti. Ecco, secondo me questo approccio certifica proprio quella sconfitta. Non essendo riusciti a fare un Piano Regolatore Generale, invece di continuare a perseguirlo si è scelta la strada più semplice, una strada ambigua e non corretta. Il Piano Regolatore Generale era davvero lo strumento necessario. Certo, i fatti hanno dimostrato che era difficile attuarlo, ma non impossibile. Invece ci si è rinunciato creando questo sistema di sovrapposizioni e di interventi per singoli temi. Però soprattutto in un territorio così piccolo, aspetti come abitabilità, sicurezza e ambiente dovrebbero essere valutati tutti insieme sulla base di vincoli generali uguali per tutti. Perché altrimenti il rischio è quello che abbiamo sempre evidenziato: l’eccessiva discrezionalità. Una discrezionalità che emerge già nella prima parte della legge quando si parla, ad esempio, del confronto con il pubblico senza prevedere termini o date precise. Oppure quando si richiama continuamente la qualità, che però rimane una parola vuota se non si chiarisce sulla base di quali parametri tecnici venga definita e ricercata. Quindi, per concludere, questo articolo, che rappresenta il metodo e il centro della legge, certifica il fallimento di non essere riusciti a realizzare un Piano Regolatore Generale che invece sarebbe stato necessario per garantire limiti chiari per tutti i cittadini e per evitare il rischio concreto di discrezionalità. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Quando sento parlare di fallimento io invece rivendico un successo della maggioranza. Un successo nell’aver ricercato una sintesi proficua, nel non aver abdicato alla logica del voler fare tutto per non fare niente, cosa che invece dal 1992 a oggi è avvenuta sul territorio. Tra l’altro, forse il Piano Boeri non è stato letto bene. Io ho avuto la fortuna di leggerlo. Il Piano Boeri, a parte alcune scelte molto concrete sul dissesto idrogeologico e sullo spostamento dei diritti acquisiti, rimandava anch’esso molte questioni a ulteriori pianificazioni. Quindi leggiamo anche i piani urbanistici dei territori limitrofi, i piani territoriali regionali dell’Emilia-Romagna, guardiamo cosa avviene altrove. Quando si parla di qualità, ad esempio, ricordo sommessamente che esistono strumenti attuativi e che esiste anche un Testo Unico dell’edilizia che definisce cosa significa qualità, come deve essere strutturata una facciata, come devono essere costruiti gli edifici anche dal punto di vista qualitativo. Quando si entra nel merito delle questioni bisognerebbe mettere in fila anche conoscenza e competenze tecniche. Comprendo la critica politica di metodo, la comprendo sinceramente, ma non la condivido. Semplicemente perché nell’ambito di questa maggioranza è stata fatta una scelta: una revisione degli strumenti urbanistici che fossero più al passo con i tempi rispetto al vecchio Piano Regolatore. Quindi sì, rivendico il metodo, la sintesi politica e anche questo successo. Tecnicamente vi invito a guardare non solo gli articoli successivi ma tutto il complesso normativo che il nostro Paese ha già oggi e che, se applicato davvero, darebbe risultati straordinari. Faccio un esempio semplicissimo. Nel Testo Unico esistono già strumenti molto efficaci. L’articolo 120 letto insieme all’articolo 56 ci consente già oggi di intervenire con incisività sugli edifici fatiscenti, rafforzando il ruolo degli uffici preposti. Molto spesso la disciplina c’è già, le sanzioni ci sono già, le segnalazioni si possono già fare. Occorre applicarle meglio. Anche il Piano Boeri, che pure rivendico come lavoro importante nel quale sono state investite risorse e non buttate, era composto da norme generali e astratte che poi richiedevano comunque applicazione concreta. E sarà proprio nell’applicazione, anche attraverso un maggiore coinvolgimento della Commissione Politiche Territoriali, che daremo concretezza a questa nuova pianificazione. 

L’articolo 15 è approvato a maggioranza

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Articolo 16 – Piano di tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio

Matteo Casali (RF): Il cosiddetto piano di tutela, che nelle intenzioni di questa legge dovrebbe essere il piano sovraordinato a tutti gli altri piani tematici, che invece sono sostanzialmente parificati in termini di livello, rappresenta esattamente il punto sul quale noi contestiamo l’aspetto metodologico, e lo contestiamo anche nei fatti, nella concreta applicazione. Perché se il Segretario avesse detto: “Noi abbiamo questa visione di approccio al territorio”, e noi ne avessimo un’altra, allora saremmo di fronte a due impostazioni entrambe legittime e rispettabili. Per noi quella tematica, soprattutto così coniugata, presenta tantissimi rischi, ma teoricamente potrebbero essere due visioni sullo stesso piano. Però questo vale se, e solo se, quei tematismi fossero stati almeno la prima volta promulgati tutti insieme. Questo era un emendamento che avevamo fatto in Commissione e che è stato rigorosamente bocciato. Perché altrimenti manca quella visione generale, quella matrice dalla quale occorre partire per poi eventualmente suddividere i tematismi. Questa matrice non c’è. E siccome una matrice è necessaria, un collante che tenga insieme questi tematismi, dove la andiamo a cercare? Nel PRG del ’92. Che quindi gioco forza diventa l’imprinting, lo stampo, la matrice, la cornice generativa di quelli che saranno i prossimi provvedimenti. Perché è da lì che partiamo. E infatti vediamo che d’ora in poi, quando iniziamo a declinare i vari piani tematici, anche questo piano di tutela e salvaguardia, troveremo continui rimandi a leggi già esistenti, in realtà al PRG del ’92, prendendo per buone quelle zonizzazioni che il PRG del ’92 contiene e che vengono semplicemente spacchettate. Sul Piano Boeri si può dire tutto, ma almeno qualche carta l’ha sporcata, Segretario. Voi non avete neanche sporcato la carta, avete preso i tematismi e li avete ritagliati. Adesso, che il Piano Boeri fosse insufficiente si può sostenere, ma quantomeno delle tavole, delle scelte, delle ipotesi c’erano. Io le ho viste, le ho intraviste. Quindi dire che enunciava soltanto principi mi sembra un po’ forte. Ci dite che abbiamo normative perfette e allora teniamo il PRG del ’92 così com’è. L’ha detto il Segretario: abbiamo normative perfette. Io ricordo sommessamente la ormai morta legge 103 del 1990 sulla tutela degli edifici di rilevante interesse storico, ambientale e culturale, dove si identificavano anche quelli che erano i nuclei storici già ereditati dal piano precedente. Bene, lì c’era scritto “tutela”. Noi ogni mese alteriamo, a mio modo di vedere anche illegittimamente, quella disciplina facendo declassazioni in Commissione Politiche Territoriali e portando edifici da ristrutturazione a demolizione e ricostruzione. Per dire quanto pesa davvero la parola “tutela”.

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Chiarisco una cosa, perché forse mi sono espresso male. Sul Piano Boeri, e poi smetto di parlarne, secondo quello che ho avuto modo di vedere, e non è che io capisca molto, il Piano Boeri aveva messo a nudo le criticità e le problematiche del territorio. Ad esempio sulle aree da rigenerare faceva un elenco preciso e puntuale che per me è stato illuminante. Alcune aree le abbiamo già sistemate, altre le individuava chiaramente e diceva che lì sarebbe stato necessario aprire strumenti più rapidi per intervenire. Alcune cose le stiamo facendo anche senza avere fatto il Piano Boeri. Seconda questione: la declassazione e il piano di tutela. Consigliere Casali, concordo che oggi la disciplina delle declassazioni sia frequente. Direi frequente. Ma questo vale con tutti i governi. Io declassazioni le ho viste anche con Augusto Michelotti. Ne ho viste tante. Anche legittimamente. Però ricordiamoci una cosa: abbiamo un parere vincolante della Commissione Monumenti e abbiamo un parere vincolante del Comitato Tecnico Scientifico. O noi a queste commissioni diamo il peso che meritano, oppure cancelliamole. Poi possiamo anche inventarci che la Commissione Monumenti non conta più nulla e dire che la tutela o la declassazione sono una vergogna. È legittimo sostenerlo. Però anche qui mi sembrerebbe un po’ riduttivo e anche un po’ demagogico continuare a ripetere questo. Facciamo una scelta di campo: aboliamo la Commissione Monumenti oppure lasciamola lavorare, perché davvero svolge un grande lavoro. 

L’articolo 16 è approvato a maggioranza

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Articolo 17 – Contenuti del Piano di tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio

Matteo Casali (RF): Ormai è diventato un dialogo a due fra me e il Segretario. Mi dispiace, ma spero che almeno questo confronto possa essere utile a qualcuno per approfondire questi temi e valutare anche le diverse posizioni possibili su una materia così importante. Siamo ai contenuti del piano di tutela, ma prima faccio un piccolo passo indietro perché prima il Segretario mi ha sollecitato sul tema della Commissione Monumenti. Il tema non è “o sì o no”, “o gettone o non gettone”. Il tema è sempre lo stesso: le istituzioni dovrebbero funzionare ed essere rispettate sempre, così come dovrebbero essere rispettati i pareri degli uffici. Noi abbiamo visto in CPT, anche recentemente, pareri contrari su pratiche che poi non cambiano nel contenuto, ma cambia il parere. Questa è la cornice generale. E aggiungo che nel caso della legge 103, a mio modo di vedere, applichiamo in maniera distorta il fatto che una Commissione vada a modificare un elenco fatto per legge. Lì non c’è parere che tenga di nessuna Commissione, perché una legge fatta dal Consiglio Grande e Generale dovrebbe essere cambiata dal Consiglio Grande e Generale. Mi avete detto che esistono sentenze importanti in materia, io ancora non le ho viste. Chiudo questa parentesi e vengo al tema dell’articolo. Il Segretario ha già anticipato la nostra critica, perché la conosce. Una pianificazione che si propone di lavorare per tematismi cosa fa? Fa un grande calderone nel piano della tutela mettendo dentro tutto ciò che riguarda la tutela. I calanchi, le torri, gli edifici storici, mi deve spiegare cosa ci azzeccano insieme alle aree a rischio idrogeologico e sismico. Certo, sono tutti elementi soggetti a tutela, ma sono tutele diverse, strumenti diversi, fattispecie diverse. Io non vorrei che anche qui ci fosse un po’ la voglia di confondere le acque, perché nel piano di tutela con le torri, gli edifici storici e i calanchi ci finiscono anche le aree a rischio idrogeologico e sismico. Noi avevamo detto: facciamo un piano tematico dedicato anche a quelle aree, così questi indirizzi, oggi contenuti qui in modo generico, possono essere declinati meglio da un punto di vista tecnico. Questo emendamento è stato respinto in modo netto. Perché? Perché noi non vorremmo che il tema della sicurezza idrogeologica, messo insieme ai cavallucci marini, ai panda, alle fragole e alle mele, finisse per confondersi. Noi riteniamo che questa impostazione non sia solo metodologicamente poco corretta, ma che addirittura, in una legge che si propone di lavorare per tematismi, si finisca per fare un calderone di tematismi che nulla hanno a che vedere l’uno con l’altro. Se davvero volevate procedere con una logica tematica, noi lo abbiamo detto chiaramente: non c’era bisogno di cambiare il piano di tutela, bastava fare un piano tematico sulla sicurezza idrogeologica, per dare una declinazione tecnica a ciò che qui viene solo indicato in termini generali. Naturalmente tutto questo è stato bocciato. Ultimissima considerazione: non sono del tutto convinto che l’invariabilità di valori e principi sia sempre qualcosa di sano. Oggi sì. Domani, chissà. 

Aida Maria Adele Selva (PDCS): Non volevo inserirmi nel dibattito tra il consigliere Casali e il Segretario di Stato. Però volevo fare una precisazione perché chi ci ascolta potrebbe aver interpretato in modo non corretto alcuni passaggi. Nell’articolo si dice che gli elaborati del piano di tutela, salvaguardia e valorizzazione possono essere modificati attraverso le procedure di approvazione previste dall’articolo 26. E l’articolo 26, che vedremo più avanti, prevede il passaggio in Consiglio Grande e Generale. Le modifiche avvengono su proposta degli uffici, ma questo non significa che gli uffici scavalchino il Consiglio. Volevo semplicemente chiarire questo punto e solo per questo mi sono permessa di inserirmi nel proficuo dibattito tra il Segretario e il consigliere Casali. 

Matteo Zeppa (Rete): Qui si parla della CCM. Lei saprà bene che alcuni mesi fa, come Consiglio dei Dodici, ci siamo trovati davanti a una situazione nella quale lo Stato non aveva esercitato il diritto di prelazione su un immobile e il Congresso di Stato aveva evidentemente valutato che non valesse la pena intervenire. Quell’operazione era stata fatta con un parere negativo della CCM. Noi, come Consiglio dei Dodici, abbiamo chiesto chiarimenti al Congresso di Stato sul perché di quella scelta. Si può anche comprendere la decisione, ma chiedevamo un’integrazione e una spiegazione maggiore, proprio per migliorare il rapporto tra organismi dello Stato. Da una parte c’è una delibera del Congresso di Stato che rinuncia a un immobile, dall’altra c’è un parere negativo, seppure non vincolante, della CCM. Noi quella risposta non l’abbiamo ricevuta. Avevamo chiesto semplicemente un’esplicitazione ulteriore. Segretario, glielo riconosco, lei ha un pragmatismo positivo anche sui temi territoriali, forse un po’ meno sull’esposizione mediatica, ma questo è un gusto personale. Però su questi aspetti, proprio perché a volte ci troviamo in situazioni nelle quali bisogna raccordare gli organismi dello Stato, chiediamo che quando lo Stato vende un immobile con un parere negativo della CCM, il Congresso di Stato informi il Consiglio dei Dodici spiegando perché ha assunto quella decisione. Credo sia una normale interazione tra organismi dello Stato. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Credo che un piano che vada a chiarire tutti gli aspetti che riguardano il nostro territorio sia molto importante e come maggioranza e Governo abbiamo fatto questa valutazione. Sul tema della CCM chiarisco una cosa. Prima la mia era una battuta. Io ritengo che la Commissione Monumenti sia estremamente importante. Facevo prima l’esempio della Scala Malagola. Uno dei motivi per cui abbiamo rivisto alcune progettualità è stato proprio un parere negativo della CCM. In quel caso è stato rivisto un progetto. Quindi massimo rispetto per la Commissione Monumenti. Ritengo anche, molto concretamente, che proprio per il ruolo che svolge sarebbe giusto prevedere un gettone, così come per altre Commissioni. Chiudo la parentesi. Rispetto alla proposta del collega Zeppa, la considero giusta. Sul caso dell’ex immobile della Gendarmeria di Borgo Maggiore, il Consiglio dei Dodici aveva chiesto le motivazioni del mancato esercizio del diritto di prelazione. In quel caso le ragioni erano economiche: non c’erano le condizioni per riqualificare l’immobile con somme così importanti. Un po’ come sta avvenendo oggi per Villa Filippi. Sarebbe bellissimo recuperarla, ma costa 520 mila euro acquistarla e altri due milioni rimetterla a posto. Credo comunque che nel caso citato le motivazioni fossero già state integrate, ma mi prendo senza problemi l’impegno di rendere ancora più dettagliate queste delibere ogni volta che il diritto di prelazione non viene esercitato nonostante ci sia un parere favorevole della Commissione Monumenti. Aggiungo anche che in questa legislatura abbiamo introdotto una prassi nuova: quando la CCM dice che non c’è interesse storico, il Congresso di Stato non deve più deliberare ulteriormente. Se la Commissione autorevole dice che non c’è interesse storico, la vendita può procedere direttamente. Se invece la Commissione dice che c’è interesse storico, allora le valutazioni diventano strategiche, economiche e infrastrutturali. E in quel caso credo che la proposta del consigliere Zeppa sia assolutamente condivisibile. 

L’articolo 17 è approvato a maggioranza

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Articolo 18 – Piani Tematici

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Parliamo dei piani tematici, che al momento sono questi sette e che partiranno di volta in volta anche sulla base di scelte che verranno fatte da un punto di vista politico. Nelle more dell’approvazione dei piani tematici c’è il rideposito, lo ripeto, “spacchettato” degli attuali allegati al PRG del 1992, perché in questa fase, lo abbiamo detto più e più volte, il deposito di questa norma non va a modificare l’attuale assetto. Quindi stiamo parlando di uno strumento statico in questa prima fase, mentre diventa dinamico nella seconda parte della norma, dove introduciamo la funzione H per le aree servizi e tentiamo di dare più celermente risposta a delle specifiche esigenze sociali. 

Matteo Casali (RF): Nelle stesse parole del Segretario emerge quello che stiamo dicendo da tempo: “ridepositiamo spacchettato il Piano Regolatore del ’92”. E qui ci state dicendo che questa sarebbe la prima vera rivoluzione della pianificazione dopo 34 anni. Ma se ridepositiamo spacchettato il PRG del ’92, allora quello sarà comunque l’imprinting della pianificazione da qui in avanti. E guardate che dentro questo articolo questa cosa c’è scritta, c’è proprio questo afflato di fondo. Perché si dice che i piani tematici riguardano settori complementari. Signori, nella progettazione in generale e nell’urbanistica in particolare la complementarità dei settori non è una complementarità geometrica. Non è che 45 gradi sono complementari con 135 gradi e insieme fanno 180. La complementarità è sfumata. Ci sono problemi che attraversano più temi, ci sono soluzioni che attraversano più temi. Perché si chiama Piano Regolatore Generale? Forse qualcuno dimentica cosa significa la parola “generale”. Significa coniugare scelte generali che riguardano più temi e più ambiti, cercando di mettere a terra un progetto Paese dal punto di vista culturale, urbanistico, economico. È questo che manca da 34 anni, altro che pianificazione tematica. Questo afflato si vede anche nel comma 3. Le scelte pianificatorie devono tenere conto delle interrelazioni tra gli ambiti in cui sono suddivisi i piani tematici. Ma se questi piani tematici non vengono valutati contemporaneamente e almeno la prima volta approvati contemporaneamente, come è possibile tenere conto di queste interrelazioni? Anche qui evidenziate voi stessi il problema di questo approccio, soprattutto se manca un momento generativo comune, cioè una considerazione complessiva del territorio nel suo insieme. E lo ripeterò fino allo sfinimento: data la dimensione del nostro territorio, questa non è una sfida impossibile. Non lo è dal punto di vista pratico. Probabilmente ci sono altre ragioni, magari politiche, ma quello è un altro discorso. E a proposito di ragioni politiche, evidenzio anche un’altra cosa. Nei tematismi, come avevo già detto, sono sparite le aree a servizi. Se il PRG del ’92 aveva qualcosa di valido erano proprio quei baluardi. Ricordo, ad esempio, l’area del tiro a volo di Murata, con le sue varie destinazioni, ma che rimaneva un’area destinata ai servizi per la cittadinanza. Qui non si può negare che sia successo qualcosa. Finalmente spariscono proprio quelle aree che da anni un alleato politico aveva sempre contestato e sulle quali aveva sempre voluto intervenire. Le aree a servizi non esistono più. Avete spacchettato tutto. L’unica cosa che avete fatto sparire è quella. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: . Dire che tutti i piani tematici dovrebbero essere approvati contemporaneamente significa, di fatto, riproporre il vecchio modello del Piano Regolatore Generale: un unico grande impianto, rigido e difficilmente aggiornabile. Capisco la critica, ma la scelta che abbiamo fatto è diversa, diametralmente opposta. Abbiamo scelto di introdurre una cornice strategica unitaria attraverso strumenti differenti e flessibili. Poi, sulla base delle priorità del momento, secondo logiche che sono politiche ma anche tematiche, andremo di volta in volta ad approfondire e sviluppare i piani tematici individuati, completando questa pianificazione in modo graduale, con strumenti più veloci, più snelli, ma garantendo sempre forme adeguate di confronto e tempi che tutelino tutte le parti, compresa quest’Aula. Voglio chiarirlo ancora una volta: non c’è una contrapposizione politica interna alla maggioranza. Però se continuiamo a dire che il Piano Regolatore del 1992 è superato, che non ha funzionato, allora qualcosa va cambiato. Basta guardare il territorio per capire che qualcosa non ha funzionato. Cambiare tutto nello stesso momento avrebbe significato probabilmente aspettare ancora troppo tempo. E sulle aree a servizi non facciamo dietrologie. Capisco la strumentalizzazione politica, capisco anche il riferimento agli interessi, ma noi quegli interessi li abbiamo affrontati individuando funzioni chiare che rispecchiano esigenze sociali che vogliamo tutelare. E aggiungo una cosa. Quando si parla di interessi in questo Paese, l’interesse più diffuso del cittadino medio è che il proprio terreno agricolo diventi edificabile. E allora basta clientelismo. Con questa pianificazione noi perdiamo voti, se devo dirla tutta, perché diciamo chiaramente a chi in passato si è sentito promettere che quel terreno agricolo sarebbe diventato edificabile, magari dopo averlo pagato come fosse già edificabile: no, i terreni agricoli non si sbloccano. Noi insistiamo sulle esigenze sociali. Questa è la rivoluzione sobria che vogliamo mettere in campo. Non continuare a raccontare che faremo il Piano Regolatore un giorno. Noi abbiamo fatto delle scelte. Qualcuno magari resterà deluso, qualcuno ce lo dice già oggi. Mi scrivono: “Peccato Segretario, speravo che quel terreno agricolo si sbloccasse”. Ma non è così. Lo diciamo chiaramente. E quando sento parlare di interessi sulle aree a servizi, permettetemi di dire che gli interessi veri stanno sui terreni agricoli che per anni sono stati venduti come se fossero già edificabili, perché qualcuno pensava che si potesse continuare a costruire all’infinito. 

L’articolo 18 è approvato a maggioranza

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Articolo 19 – Contenuti dei Piani Tematici

Matteo Casali (RF): Il contenuto dei piani tematici. Allora, qui si continua ad equivocare, Segretario, artatamente, rispetto a una pianificazione generale uguale rigido e una pianificazione tematica uguale flessibile. Non è così. Generale vuol dire generale, non vuol dire rigido. Generale vuol dire che si prendono in considerazione contemporaneamente e nella maniera più ampia possibile i temi, i problemi e le soluzioni. Non vuol dire rigido. State surrettiziamente cercando di far passare la questione che chi vuole una pianificazione generale vuole una pianificazione rigida, vuole una pianificazione che prenda in considerazione i temi in modo non settoriale. Guardi cosa le dico: se lei ritiene che poi i temi debbano eventualmente essere spacchettati, va bene, ma ci deve essere un momento generativo comune. Questo momento generativo non può essere il PRG del ’92. Dite che gli interessi li avete placati. Però c’è anche un vostro comunicato sul vostro organo di informazione che dice che il Piano Regolatore Generale non si può fare in forma generale, cioè non spacchettata a temi come state cercando di fare voi, perché la politica non riesce a reggere alle pressioni degli interessi. Allora mettetevi d’accordo: o questi interessi li avete placati oppure a questi interessi soccombete, come io temo. Io noto che il piano di gestione delle risorse del verde assomiglia più a un piano ecologico che a un piano del verde. Sul piano tematico del rilancio del settore agricolo ci sono enunciati che, finché non si sporca della carta, è difficile commentare. Però ci sono formulazioni che potrebbero anche essere pericolose. Parlare di disciplina delle modifiche delle aree di pertinenza degli edifici da parte di soggetti diversi dall’imprenditore agricolo, io forse ho capito cosa vuole dire il Segretario e penso sia una questione posta in buona fede, ma detta così potrebbe essere anche un enunciato molto pericoloso. Poi c’è il piano delle infrastrutture pubbliche, dove vengono tirati dentro i programmi pluriennali di attuazione. Ma dire che nel piano delle infrastrutture pubbliche ci stanno interventi che devono essere previsti nei programmi pluriennali di attuazione crea confusione. I programmi pluriennali di attuazione non sono strumenti di pianificazione, sono strumenti di programmazione e ogni esecutivo avrà il suo. Non si possono confondere le acque. Infine, lo spacchettamento delle zone a servizi. Le zone a servizi spariscono e diventano “zone degli ambiti edilizi con servizi annessi”, “zone degli ambiti produttivi con servizi annessi”. Sparisce quello che fino a oggi è stato un baluardo rispetto agli appetiti e alle speculazioni. Vedremo che fine farà. Io non sono per niente confidente 

L’articolo 19 è approvato a maggioranza

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Articolo 20 – Programmi Pluriennali di Attuazione – PPA

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Qui abbiamo introdotto il vecchio programma pluriennale di attuazione delle opere, quello che si faceva anche in passato, ma per una ragione molto chiara. Noi riteniamo, come maggioranza e per il metodo che ci siamo dati, che sia poco utile e anche assai dispendioso ricominciare sempre da capo quando parliamo di infrastrutture strategiche o opere pubbliche. Molto spesso progetti che sono partiti vengono fermati semplicemente perché cambia il colore politico o la bandierina politica: l’aveva fatto Canti, l’aveva fatto Michelotti, l’aveva fatto qualcun altro. Mi riferisco agli ultimi Segretari di Stato. Io credo che questo sia un approccio sbagliato. Per questo abbiamo voluto riprendere il programma pluriennale delle opere, che riteniamo possa essere utilmente portato avanti. Durante i lavori della Commissione, grazie a un confronto proficuo con le forze di opposizione, abbiamo affrontato il fatto che gli interventi per i quali siano già state eseguite opere o siano già stati deliberati stanziamenti non possano essere rimossi dal PPA prima della scadenza. Se noi abbiamo già stanziato somme, le abbiamo già messe a bilancio o addirittura sono già partiti i lavori o avviata l’esecuzione delle opere, che senso ha lasciare una cattedrale nel deserto? Portiamo avanti quell’opera a prescindere. Credo sia un modo intelligente, non dico innovativo, ma sicuramente intelligente di approcciarsi alle opere pubbliche e alla possibilità di portare avanti infrastrutture strategiche. 

Matteo Casali (RF): I programmi pluriennali di attuazione, i PPA, come ho già avuto modo di dire, non sono strumenti di pianificazione. Un conto è la pianificazione territoriale, un conto è la programmazione. La programmazione è in capo a ciascun esecutivo. La programmazione, che non è pianificazione, non può diventare pianificazione. C’è un errore metodologico. E c’è anche un rischio. Perché nel momento in cui la programmazione la si vuole fare diventare strumento di pianificazione, ecco che la delibera del Congresso di Stato entra negli strumenti di pianificazione, mentre bisogna tenere distinti la programmazione, che ogni esecutivo fa legittimamente, e la pianificazione. Sono due ambiti diversi. Nell’ambito della pianificazione ciascun esecutivo farà la propria programmazione, anche eliminando gli interventi che cambiato il Governo non si ritengono più prioritari. Noi avevamo fatto un emendamento, naturalmente bocciato. Avevamo detto: volete mantenere questo assetto che noi contestiamo? Bene, ma allora questo PPA non può valere cinque anni. Perché così si arriva al fatto che un esecutivo condiziona quello successivo. Ogni esecutivo ha il diritto, assumendosene la responsabilità davanti alla cittadinanza, di dire che un progetto lo porta avanti oppure lo mette nel cestino. Addirittura il testo iniziale diceva che non si potevano modificare gli interventi anche solo se progettati. Pensate un po’. Quelli che ci parlano di rigidità e ci dicono che la pianificazione generale è troppo rigida avevano scritto un testo che prevedeva che un’opera semplicemente progettata, magari appena abbozzata dall’ufficio progettazione, dovesse per forza essere realizzata. Se non ci fossimo stati noi delle opposizioni, sarebbe passato così. Bastava sporcare della carta e le cose si facevano. A nostro avviso questo è un errore metodologico che porta con sé rischi importanti, perché questa entrata dalla porta sul retro della programmazione nella pianificazione, attraverso delibere del Congresso di Stato, non solo è metodologicamente scorretta ma è anche una invasione di campo molto pericolosa.

Gaetano Troina (D-ML): Questo è un articolo che in effetti è stato ampiamente dibattuto in Commissione, proprio per le ragioni evidenziate dal collega. Tant’è che noi avevamo proposto in prima battuta addirittura l’abrogazione dell’articolo e, in subordine, una modifica con le questioni che sollevava il collega Casali. Siccome si tratta di un programma pluriennale di attuazione, quindi non di un provvedimento spot sul singolo caso ma di uno strumento che vincola a tutti gli effetti la pianificazione strategica territoriale del Paese, dal nostro punto di vista il fatto che venga adottato con semplice delibera lascia per l’ennesima volta troppa discrezionalità al Congresso di Stato. Noi avevamo proposto che venisse adottato tramite decreto delegato. Comprendevamo che l’iniziativa dovesse partire dal Congresso, ma almeno ci sarebbe stato un passaggio in Consiglio Grande e Generale per la ratifica. Dobbiamo fare proposte compatibili con gli strumenti normativi che abbiamo. Siccome il regolamento non andava bene, la nostra proposta era il decreto delegato. Anche questo purtroppo non è stato accolto. Sottolineo poi il tema della durata. Vincolare la validità a cinque anni, indipendentemente dalla durata delle legislature, significa che un programma adottato da un Governo con semplice delibera, senza passare in Aula, continua a produrre effetti a prescindere dalla durata del Governo stesso e dalle priorità che quel Governo si era dato. E quei cinque anni non decorrono neppure dall’avvio effettivo dei lavori, ma dalla progettazione. Basta che sia stata poggiata la penna per progettare e quell’intervento diventa di fatto blindato. Con tutte le problematiche che possono nascere nei passaggi fra legislature diverse. Questo era uno degli articoli più delicati, lo abbiamo discusso a lungo in Commissione e secondo noi rischia di lasciare troppa discrezionalità al Congresso di Stato senza il minimo controllo parlamentare, considerato che stiamo parlando di ciò che per cinque anni diventerà intoccabile nella pianificazione strategica del nostro territorio. E questo alla faccia di chi dice che i nostri emendamenti erano generici o poco pertinenti. Qui le nostre proposte erano molto precise. 

Segretario di Stato Matteo Ciacci: Io invece riconosco, diversamente da quanto si vuole far passare, che questo articolo è stato certamente migliorato grazie al lavoro svolto insieme tra maggioranza e opposizione in Commissione. Credo ci sia stato un buon punto di equilibrio attraverso una proposta di mediazione che ha migliorato il testo. Oggi sostanzialmente diciamo che se sono partiti i lavori o sono già stati deliberati gli stanziamenti allora non è il caso di eliminare quell’infrastruttura da quelle strategiche contenute nel piano pluriennale di attuazione. Questo non è il metodo di qualcuno. Mi sembra semplicemente il buon padre di famiglia, il buon amministratore. Se c’è un progetto che parte, mi pare logico portarlo avanti. Se io avessi fermato l’ascensore di Borgo, che era già lì con il cantiere pronto, oggi avremmo avuto un cantiere aperto per anni. Invece lo inaugureremo fra qualche mese. Questo è il primo esempio che mi è venuto in mente. Quindi non è il metodo di qualcuno. Mi sembra buon senso amministrativo. Poi c’è anche una contraddizione in quello che è stato detto. Da una parte Casali dice che il Congresso ha il diritto di decidere cosa portare avanti e cosa buttare nel cestino. Dall’altra si dice che non va bene fare il piano pluriennale di attuazione per delibera perché il Governo è troppo potente e servirebbe il decreto delegato. Io credo invece che il testo, rispetto anche alle posizioni che ho sentito, grazie al lavoro fra maggioranza e opposizione abbia trovato un buon equilibrio. E questo bisogna riconoscerlo senza se e senza ma. 

L’articolo 20 è approvato a maggioranza

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Articolo 21 – Contenuti del Programma Pluriennale di Attuazione

Matteo Casali (RF): E qui c’è proprio il pastrocchio della sovrapposizione fra la pianificazione e la programmazione. A parte il fatto che l’esercizio di cercare contraddizioni nella minoranza avrebbe una sproporzione immane rispetto all’esercizio equivalente che potremmo fare noi nel ricercare le contraddizioni contenute in questo testo di legge. Ma chiusa la parentesi, il problema è proprio questo. Ci si dice: siete incoerenti perché da un lato rivendicate il diritto dell’esecutivo di poter fare quello che vuole in termini di priorità di intervento, però dall’altro dite che con delibera interviene nella pianificazione. Allora delle due l’una: o ha autonomia o non ha autonomia. No, Segretario, questa è una posizione che lei sa essere surrettizia. Perché se si confondono gli ambiti, quello della pianificazione, come voi state facendo, e quello della programmazione, allora la delibera nelle mani del Congresso di Stato diventa uno strumento improprio, perché con delibera si può intervenire sul territorio. Se invece i piani pluriennali sono strumenti di programmazione, come dovrebbero essere, allora è più che lecito che rimangano nelle competenze, nella discrezionalità e nella disponibilità del Congresso di Stato. È proprio una divisione concettuale, metodologica oserei dire. Qui invece si fa una grossa confusione. Tanto è vero che nei PPA si dice che il Congresso di Stato, ricordo tramite delibera, sarà lui a dire quali piani particolareggiati con destinazione residenziale o produttiva, quindi con un ambito meramente pianificatorio, dovranno prendere avvio. Ma questo non è un piano pluriennale di attuazione. Lo è nel senso della programmazione, ma non deve esserlo nel senso della pianificazione. L’indicazione delle aree di edilizia pubblica e di altri interventi significa che il Congresso di Stato interviene impropriamente nella pianificazione con uno strumento che dovrebbe essere soltanto programmatico, di programmazione, utilizzando la delibera. Questa è la confusione. Questa è la cortina fumogena alzata dietro la quale cosa ci sarà dentro questi PPA lo scopriremo solo vivendo. Lo scopriremo solo vivendo. Ma certamente sarà uno strumento nuovo, snello, come piace a voi, perché a voi piace la snellezza. Però quella snellezza che vi lascia le mani libere. Snello per intervenire sul territorio equivocando fra quello che dovrebbe essere uno strumento meramente prioritario e cronologico e invece uno strumento di pianificazione, cioè di intervento diretto, di mani sul territorio. Questa è la posizione, che non è per nulla contraddittoria. 

L’articolo 21 è approvato a maggioranza

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Articolo 22 – Finanziamento delle opere pubbliche inserite nel Programma Pluriennale di Attuazione

L’articolo 22 è approvato a maggioranza

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Articolo 23 – (Piani Particolareggiati)

Matteo Casali (RF): Il territorio si divide essenzialmente in due categorie: le zone dove è consentito l’intervento diretto, cioè quelle nelle quali le caratteristiche del mio intervento, gli indici, le distanze dai confini, le altezze, sono disciplinate direttamente dalla norma, e invece le zone a piano particolareggiato. Questo vuol dire che il mio intervento da privato cittadino è subordinato all’approvazione o alla variazione di uno strumento urbanistico, di un piano che non è grande come il Piano Regolatore o come i piani tematici, ma è sufficientemente grande per inserire l’area dove io interverrò dentro un ambito che deve essere trattato in maniera omogenea in termini di indirizzi, di scelte e quant’altro. Questa è la distinzione tra intervento diretto e piano particolareggiato. Chi fa i piani particolareggiati? Chi li approva? La CPT, la Commissione Politiche Territoriali, che anziché approvarli con linee generali di intervento da decenni interviene a stralcio. Cioè la logica della pianificazione attuativa è sovvertita. Si continua a chiedere l’indice per il proprio lotto, semplifico, e l’indice per il proprio lotto viene regolarmente attribuito dalla CPT. Questo è il meccanismo, a grandissime linee e semplificato, tramite il quale noi diciamo che la CPT ha uno strapotere sul territorio. Bene. Qui subentra il fatto che avevamo in mano il meccanismo per almeno calmierare questa modalità con cui la politica ha fatto clientela, perché voi capite che è la politica direttamente che interagisce con il privato che chiede e la politica dà, nelle segrete stanze della Commissione Politiche Territoriali, magari anche nelle segrete delle Segreterie di Stato prima di arrivare in CPT. Bene. Questa politica oggi in Commissione, il Segretario, aveva in mano la possibilità per almeno calmierare questo meccanismo. Non lo ha fatto. Non lo ha fatto. Il Segretario ha confermato, fra il serio e il faceto, che in Commissione Politiche Territoriali con una sgomitata e con una leccata si ottiene tutto. È stata confermata questa modalità. Noi avevamo almeno proposto un emendamento che poteva calmierare questa cosa, regolarmente bocciato. Cercare almeno di non aprire i piani particolareggiati prima che non sia trascorso un anno dall’ultima apertura del piano particolareggiato, perché noi in CPT i piani particolareggiati li cambiamo mese dopo mese. Altro tema, questo più marginale. Io mi chiedo come la penetrazione dei tematismi, perché anche i piani particolareggiati saranno spacchettati in tematismi, la gestiremo in CPT, visto che adesso le aree saranno divise in piani particolareggiati dell’industria, piani particolareggiati della residenza, etc.

Dalibor Riccardi (Libera): Intervengo nel merito di questo articolo perché un po’ anch’io mi intrometto nella discussione tra il Segretario e il consigliere Casali, ma perché secondo me, rispetto all’aspetto tecnico, nulla da eccepire. Però io credo che nell’aspetto pratico di come viene descritto questo articolo, lo ha detto benissimo il consigliere che mi ha preceduto, oggi ci sono interventi diretti, dove si può intervenire direttamente, e ci sono i piani particolareggiati. Dal mio punto di vista, e poi seguiranno gli articoli successivi, vengono identificati i piani. Già oggi nei piani particolareggiati, soprattutto per quanto riguarda ad esempio le zone agricole, c’è il parere della CRAA e nelle zone storiche il parere della CCM. Ma aggiungerei che negli articoli successivi, nell’identificazione dei piani tematici, lo abbiamo letto anche all’inizio, oggi per andare a intervenire ci sono ulteriori vincoli. Bisogna tenere conto anche della mobilità, dell’impatto ambientale, di tutta una serie di cose che poi vengono specificate. Quindi dal mio punto di vista si limita ulteriormente il potere eventualmente in capo alla politica di poter intervenire in Commissione Politiche Territoriali su questo articolo. Questo voglio dire: identificando confini e limiti che oggi forse sono un pochino più liberi. Quindi questo per dire che, a dispetto di quello che si possa pensare, secondo me in alcuni casi questo provvedimento e questa legge vincolano un pochino di più il potere politico a quelle che sono le norme nero su bianco. 

L’articolo 23 è approvato a maggioranza

Alle 15.00 i lavori vengono sospesi. Riprenderanno domani alle ore 9.00 dal comma 6 (Ratifica Decreti – Delegati)