Consiglio Grande e Generale: via libera alla Commissione d’inchiesta su affare bulgaro e “piano parallelo” (report della seduta del 19 maggio 2026)
Nella seduta del Consiglio Grande e Generale di martedì 19 maggio 2026, prosegue l’esame dell’articolato del Progetto di Legge Costituzionale per l’istituzione di una Commissione Consiliare d’Inchiesta su presunte responsabilità politiche o amministrative riguardanti la vendita di partecipazioni dell’Ente Cassa di Faetano alla Società San Marino Group ed il “Piano Parallelo”, presentato dai Gruppi Consiliari di Maggioranza e dal Consigliere Indipendente Giovanna Cecchetti. Nel corso dei lavori, il Consiglio Grande e Generale si ferma per commemorare la figura del giudice Lamberto Emiliani. La Reggenza, aprendo il momento di raccoglimento, esprime “profondamente rattristati dalla notizia della scomparsa del giudice Lamberto Emiliani” e rivolge alla famiglia “i sentimenti di cordoglio e di partecipazione nostri personali, di tutti i membri del Consiglio Grande e Generale e di tutte le istituzioni sammarinesi”
Il dibattito sull’articolo 3 si concentra sul tema della presidenza e della vicepresidenza della commissione. Lo scontro politico ruota attorno alla richiesta avanzata dalle opposizioni di prevedere almeno una forma di garanzia attraverso l’attribuzione della presidenza o della vicepresidenza ai gruppi di minoranza. Emanuele Santi (Rete contesta il fatto che venga disciplinata la sostituzione del presidente senza specificare chiaramente come venga nominato il vicepresidente. Santi insiste sulla necessità che entrambe le figure vengano definite immediatamente al momento della costituzione della commissione e rivendica che, in una commissione sbilanciata cinque a tre, “almeno la presidenza debba essere riservata all’opposizione”. Massimo Andrea Ugolini (PDCS) difende invece il testo della maggioranza e ritiene sufficiente un impegno politico verbalizzato. Spiega che la maggioranza è disponibile a nominare contestualmente presidente e vicepresidente già nella prima seduta e aggiunge che “per noi non è un problema lasciare anche la vicepresidenza alle forze politiche di opposizione”. Nicola Renzi (RF) accusa apertamente la maggioranza di voler mantenere “un assoluto controllo” sulla commissione. Secondo Renzi, la scelta di bocciare sia la presidenza all’opposizione sia l’emendamento subordinato sulla vicepresidenza dimostra che la commissione “sta nascendo già morta o comunque totalmente orientata”. Guerrino Zanotti (Libera) prova a riportare il confronto su precedenti esperienze istituzionali ricordando che il testo dell’articolo è identico a quello della commissione d’inchiesta del 2019. Sottolinea che anche allora presidente e vicepresidente vennero nominati contestualmente e conferma che la maggioranza non ha problemi ad assegnare la vicepresidenza all’opposizione. Fabio Righi (D-ML) insiste però sulla differenza sostanziale rispetto al passato: la precedente commissione era paritetica. Per questo giudica “vergognoso” che oggi la maggioranza voglia mantenere sia la superiorità numerica sia la presidenza, arrivando a parlare di una commissione “blindata nella composizione, blindata nelle votazioni, blindata nel perimetro di indagine”. Matteo Rossi (PSD) respinge invece le accuse dell’opposizione. Definisce “retorico” il tema della presidenza di garanzia: “abbiamo fatto proposte di buon senso proprio a testimonianza del fatto che non si vuole blindare nulla. La nota verbale per noi è sacrosanta e verrà rispettata al cento per cento” garantisce Rossi. Gian Nicola Berti (AR) accusa invece l’opposizione di alimentare tensioni e sostiene che la maggioranza voglia semplicemente “accertare la verità” senza colori politici. Pur rivendicando che “la presidenza ci spetti di diritto”, apre però a una possibile mediazione sulla vicepresidenza all’opposizione. Dopo un lungo confronto, la discussione sembra infine orientarsi verso una mediazione. La nuova formulazione dell’articolo, frutto del confronto tra i gruppi consiliari, stabilisce che la commissione designerà il presidente tra i membri di maggioranza e il vicepresidente tra quelli di opposizione già nella prima seduta utile.
Il confronto sull’articolo 4, dedicato alle finalità della commissione d’inchiesta, si sviluppa soprattutto attorno al perimetro dell’indagine. Gian Nicola Berti (AR) illustra l’emendamento della maggioranza, che rispetto alla stesura originale dell’articolo introduce il tema “dell’arrivo del gruppo bulgaro nella Repubblica di San Marino”. Spiega che l’obiettivo è eliminare qualsiasi dubbio sul fatto che la commissione possa indagare anche sull’arrivo del gruppo bulgaro e sul cosiddetto piano parallelo. Nicola Renzi (RF) riconosce che sul mandato della commissione “sono stati fatti passi avanti importanti rispetto alla prima elaborazione della legge”, ma considera comunque troppo limitativa la formulazione della maggioranza. Spiega che l’opposizione ha scelto una formulazione più ampia per permettere di approfondire tutta la vicenda. Emanuele Santi (Rete) definisce l’articolo originario della maggioranza “molto deficitario, se non addirittura miope”, accusandolo di concentrarsi quasi esclusivamente sul piano parallelo. Santi insiste sul fatto che la commissione debba ricostruire l’intera vicenda: “dall’arrivo dei bulgari, a chi ha portato avanti le trattative, a quali siano stati gli elementi autorizzativi dei vari organismi”. Fabio Righi (D-ML) accusa la maggioranza di voler “vincolare il perimetro e vincolare le finalità” dell’indagine e afferma che il vero nodo sia capire “chi ha introdotto Del Vecchio all’interno dell’Ente Cassa, chi ne ha favorito l’elezione, chi ha portato gli investitori, chi doveva spartirsi le tangenti”. Secondo Righi, il rischio è che il piano principale della vicenda venga soltanto “sfiorato”. Maria Luisa Berti (AR) respinge con decisione le accuse dell’opposizione e sostiene che “basta una semplice lettura del testo per comprendere quanto i poteri di indagine siano in realtà i più generali possibili”. Rivendica che il testo della maggioranza non contiene limiti temporali e accusa invece l’opposizione di aver introdotto una delimitazione indicando il 2023 come punto di partenza dell’indagine. Secondo Berti, questo dimostrerebbe che la volontà della maggioranza è quella di “fare piena luce sui fatti”. L’emendamento della maggioranza viene approvato, quello delle opposizioni respinto e l’articolo 4, così modificato, passa a maggioranza.
Il dibattito sull’articolo 5, dedicato all’avvio e alla durata della commissione d’inchiesta, si trasforma in uno dei confronti più duri dell’intera discussione consiliare. Al centro dello scontro politico c’è soprattutto il momento in cui la commissione dovrà iniziare i propri lavori e il rapporto tra l’attività della commissione politica e quella dell’autorità giudiziaria. Gian Nicola Berti (AR), illustrando l’emendamento della maggioranza, ribadisce “il concetto della preminenza della fase inquirente” sostenendo che il tribunale, essendo composto da soggetti privi di appartenenza politica, garantisca maggiore terzietà rispetto a una commissione parlamentare. Berti spiega che il primo obiettivo è evitare “sovrapposizioni o conflitti di attribuzione tra commissione politica e indagini giudiziarie” che potrebbero compromettere il lavoro degli inquirenti. Nicola Renzi (RF) presenta invece la proposta dell’opposizione, basata su un avvio immediato dei lavori articolato in due fasi. La prima, dedicata alla compravendita della banca e ai fatti fino all’ottobre 2025; la seconda, successiva, relativa al cosiddetto piano parallelo. L’opposizione propone anche una mediazione: far partire la commissione dal primo giugno 2026. Giovanni Zonzini (Rete) contesta duramente la logica della maggioranza, definendola contraddittoria. Ricorda che nel 2019, durante la commissione CIS, non si pose il problema della contemporaneità tra indagini giudiziarie e lavori politici. Poi attacca direttamente l’impostazione della maggioranza: “O il lavoro della commissione costituisce un pericolo per l’indagine giudiziaria e allora non si deve sovrapporre, oppure non costituisce alcun problema”. Il Segretario di Stato Rossano Fabbri interviene spiegando che nel sistema sammarinese non esistono norme che regolino il parallelismo tra commissioni parlamentari e attività giudiziaria. Per questo, secondo Fabbri, “la soluzione ideale sarebbe quella di far partire la commissione al termine della fase inquirente”. Aggiunge però che il primo settembre rappresenta già una mediazione politica, fondata sull’ipotesi che entro quella data il tribunale abbia completato almeno le attività investigative più delicate. Giuseppe Maria Morganti (Libera) invita l’opposizione a riconoscere i passi avanti fatti dalla maggioranza. Ricorda che inizialmente si parlava di avviare la commissione addirittura nel 2027 e che ora si è arrivati al primo settembre 2026. Secondo Morganti, questo dimostra che all’interno della maggioranza “il confronto si è sviluppato molto”. Fabio Righi (D-ML) accusa però la maggioranza di totale incoerenza. Ricorda che proprio esponenti della maggioranza avevano rivendicato nel 2019 il ruolo della commissione CIS nel supplire a un tribunale allora considerato bloccato. “È tutto surreale”, afferma, sostenendo che oggi si voglia semplicemente rinviare una commissione che qualcuno “non vorrebbe far partire mai”. Manuel Ciavatta (PDCS) respinge l’idea di aver sostenuto che in passato “il tribunale non andava bene”, precisando invece che, nel caso CIS, “il tribunale era bloccato e non indagava su questioni riguardanti Banca CIS”. Secondo Ciavatta oggi il contesto è completamente diverso, perché “il Tribunale è tornato nella pienezza delle proprie funzioni”, con tutti gli organici coperti e strumenti investigativi pienamente operativi. Per questo, spiega, la maggioranza ritiene necessario rispettare il lavoro della magistratura evitando interferenze da parte della politica. Al termine del confronto l’Aula approva l’impostazione della maggioranza sull’avvio della commissione d’inchiesta. Il testo definitivo stabilisce che, con riferimento all’attività d’inchiesta prevista dall’articolo 4, la commissione potrà iniziare i propri lavori solo dopo la conclusione della fase inquirente svolta dall’Autorità giudiziaria e comunque non oltre il 1 settembre 2026. Una volta avviata, la commissione dovrà concludere i propri lavori entro sei mesi, riferendo al Consiglio Grande e Generale attraverso una dettagliata relazione finale. Il termine potrà essere prorogato per ulteriori sei mesi, ma soltanto per motivate esigenze e previa deliberazione del Consiglio Grande e Generale.
Respinto anche l’emendamento modificativo delle opposizioni sull’articolo 6 (“regolamentazione dell’attività”). Nel dibattito sull’articolo 7, dedicato alle specifiche operative della commissione, Enrico Carattoni (RF) torna sul tema delle audizioni e chiede che venga chiarito definitivamente che tutti i soggetti convocati dalla commissione — compresi segretari di Stato, magistrati ed esponenti istituzionali — debbano testimoniare sotto giuramento. “Non devono più esistere ambiguità”, afferma, riferendosi alle discussioni nate nelle precedenti commissioni d’inchiesta. Matteo Zeppa (Rete) interviene con toni molto critici, sostenendo che il dibattito sulla commissione d’inchiesta stia mostrando “cosa significhi la non politica”. Richiama le notizie che in quelle ore circolano in Aula sul possibile nuovo stop da parte dell’EFTA al percorso negoziale di San Marino con l’Unione Europea e descrive un Consiglio costantemente “attaccato ai telefoni” nel tentativo di ottenere conferme. Per Zeppa questo è il vero tema politico del momento: “è evidente che esiste una guerra contro San Marino” e la politica sammarinese non starebbe comprendendo fino in fondo la portata della situazione. Gian Nicola Berti (AR) si dice in larga parte d’accordo con Zeppa e riconosce che San Marino si trova “vittima di una situazione forse più grande di noi”. Secondo Berti, la commissione potrebbe servire anche a dimostrare che non esistono responsabilità delle istituzioni sammarinesi nella vicenda. Sottolinea poi come il vero nodo politico sia il comportamento della Bulgaria sul percorso di associazione europea, auspicando che la commissione lavori “con serenità, equidistanza e rispetto delle istituzioni e del Paese”.
Sull’articolo 8, relativo al regime delle sedute, Fabio Righi (D-ML) ironizza sul titolo stesso dell’articolo sostenendo che rappresenti perfettamente l’impostazione della maggioranza. Critica il fatto che le eventuali sedute pubbliche possano essere decise soltanto “con una votazione a maggioranza della commissione”, parlando di una commissione “a maggioranza, presieduta dalla maggioranza e votata a maggioranza”. Gerardo Giovagnoli (PSD) respinge le accuse ricordando che il testo riprende esattamente le stesse regole già utilizzate nella commissione del 2019. Invita quindi l’opposizione a non spingere troppo la polemica parlando di derive antidemocratiche. Mirko Dolcini (D-ML) replica sottolineando che la differenza fondamentale rispetto al 2019 è che allora la commissione era paritetica, mentre oggi la maggioranza controlla numericamente l’organismo. Proprio questa differenza, secondo Dolcini, cambia completamente anche il significato delle votazioni sulla pubblicità o meno delle sedute.
L’articolo 8 viene approvato a maggioranza. Successivamente viene respinto anche l’emendamento aggiuntivo dell’opposizione sull’articolo 8-bis, con cui si chiedeva di inserire una norma di rinvio esplicita al regolamento consiliare per evitare conflitti interpretativi tra la nuova legge costituzionale e la normativa esistente sulle commissioni d’inchiesta.
Nel finale spazio alle dichiarazioni di voto. Nicola Renzi (RF) sostiene che l’opposizione avrebbe voluto una commissione identica alle ultime tre istituite a San Marino, cioè paritetica, per dare “un messaggio univoco” in un momento delicato per il Paese. Secondo Renzi, invece, la maggioranza ha imposto fin dall’inizio una commissione “con una maggioranza dotata della golden share, cinque membri alla maggioranza e tre all’opposizione”. Critica poi le incompatibilità inserite nel testo, sostenendo che siano state “disegnate ad hoc per estromettere qualcuno dell’opposizione”, e accusa la maggioranza di voler utilizzare la commissione anche per equilibri politici interni. “La maggioranza vuole essere maggioranza anche dentro la commissione d’inchiesta”, afferma, sostenendo che questo contraddica gli appelli all’unità del Paese pronunciati durante il dibattito. Mirko Dolcini (D-ML) parla di “delusione” per una commissione rimasta non paritetica e sostiene che il dibattito abbia lasciato irrisolti molti nodi. Secondo Dolcini, l’impostazione scelta dalla maggioranza rischia di concentrare l’attenzione soltanto sulla seconda parte del cosiddetto “caso bulgaro”, lasciando in ombra l’origine delle trattative, i possibili episodi corruttivi e le eventuali coperture politiche. Critica anche le incompatibilità introdotte nella legge, definite “requisiti costruiti su misura per decidere chi deve stare e chi no”, e torna ad attaccare la mozione d’ordine con cui la maggioranza aveva impedito la discussione del progetto di legge presentato dall’opposizione, giudicandola “una forma di arroganza istituzionale”. Emanuele Santi (Rete) ripercorre la nascita della commissione ricordando che l’iniziativa era partita proprio da un ordine del giorno dell’opposizione presentato nel febbraio 2026. Sottolinea le divisioni interne alla maggioranza già emerse allora e parla di “forte imbarazzo” rispetto a una vicenda che coinvolge chat, pressioni e rapporti tra esponenti politici e soggetti legati all’operazione bancaria. Secondo Santi, la scelta di partire con una commissione cinque a tre dimostra che “qualcuno vuole già tenersi la possibilità di andare avanti a colpi di maggioranza”. Sulla data del primo settembre osserva che, dopo le dichiarazioni del segretario Canti sulla fine delle indagini entro maggio, “questa data non ha più alcun senso”. A nome della maggioranza interviene Michele Muratori (Libera), che respinge le accuse rivolte dall’opposizione e sostiene che durante il dibattito “si sia detto fin troppo”, rischiando di compromettere la serenità necessaria ai lavori della futura commissione. Difende la scelta della non pariteticità spiegando che una composizione quattro a quattro avrebbe prodotto “distorsioni” nella rappresentanza delle forze politiche presenti in Consiglio. Muratori rivendica inoltre la piena legittimità della mozione d’ordine utilizzata per bloccare il progetto di legge dell’opposizione, definendola “uno strumento democraticamente previsto”. Respinge poi l’idea che la maggioranza voglia sabotare la commissione o rinviarne i lavori: “Non siete solo voi a cercare la verità”, afferma rivolgendosi all’opposizione, sostenendo che l’obiettivo della maggioranza sia “far emergere eventuali responsabilità politiche e accertare la verità, per salvaguardare le istituzioni e il nostro Paese”. Conferma infine il voto compatto della maggioranza a favore del progetto di legge. Il progetto di legge è messo in votazione e approvato a maggioranza.
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Successivamente inizia l’esame, in seconda lettura, del Progetto di legge “Disposizioni sulla Pianificazione Territoriale Strategica – Norme per lo sviluppo e la valorizzazione del Territorio – Interventi straordinari con finalità sociali” Il Segretario di Stato Matteo Ciacci rivendica il lavoro svolto “in maniera sinergica tra governo e maggioranza” e accusa le opposizioni di aver portato avanti una narrazione “spesso distorta e falsa”. Ciacci spiega che l’obiettivo è superare definitivamente l’impostazione del PRG del 1992 con una pianificazione per temi, mantenendo però centrale la tutela paesaggistica, ambientale e idrogeologica. Difende poi le nuove funzioni introdotte dalla legge, come studentati, cohousing e comunità abitative, sostenendo che servano a rispondere all’emergenza casa e a costruire nuove opportunità per giovani e famiglie. “San Marino deve cambiare paradigma”, afferma, spiegando che il Paese deve diventare un luogo dove i giovani possano costruire il proprio futuro.
Guerrino Zanotti (Libera) sottolinea che il vecchio PRG è stato “rattoppato con decine di varianti” e che nessun governo negli ultimi trent’anni era riuscito a sostituirlo. Difende la scelta della pianificazione tematica spiegando che realizzare oggi un nuovo PRG richiederebbe anni di lavoro e rischierebbe di lasciare irrisolti problemi urgenti come gli affitti, il degrado urbano e gli alloggi per studenti. Secondo Zanotti la legge introduce finalmente strumenti concreti: cohousing, studentati, comunità abitative e vincoli anti-speculazione molto rigidi. Tommaso Rossini (PSD) definisce la legge “molto importante” perché affronta temi rimasti fermi per trent’anni. Mette l’accento soprattutto sul diritto alla casa, sul cohousing per anziani e sullo studentato, considerato uno strumento fondamentale per rafforzare l’università sammarinese. Rossini richiama anche il problema degli edifici abbandonati, citando l’Hotel Excelsior come esempio di immobile degradato che potrebbe essere recuperato per finalità sociali o abitative. Molto duro invece l’intervento di Matteo Casali (RF), che accusa Libera di aver tradito il proprio programma elettorale, nel quale prometteva un nuovo piano regolatore. “Qui siamo di fronte, tanto per cominciare, a una promessa disattesa”, afferma. Casali sostiene che la legge sia “vuota, pericolosa e certamente inutile” e critica la scelta di sostituire una visione urbanistica complessiva con una pianificazione “tagliata a fette per temi e settori”. Sostiene che la legge rafforzi la discrezionalità e il potere politico della Commissione Politiche Territoriali. Gaetano Troina (D-ML) insiste sulle contraddizioni interne alla maggioranza e ricorda che il programma di governo prevedeva la creazione di un gruppo tecnico per definire il futuro territoriale del Paese, gruppo che — sostiene — “non è mai stato istituito”. Critica poi l’impianto della funzione H, le comunità abitative e la quantità di aspetti demandati a regolamenti futuri del Congresso di Stato. “Studentati forse uno, comunità abitative non si sa bene cosa siano, cohousing da capire”, sintetizza polemicamente. Emanuele Santi (Rete) parla apertamente di “riesumazione del PRG del ’92” e sostiene che la legge mantenga intatto il sistema di discrezionalità politica della Commissione Politiche Territoriali. Santi critica soprattutto la funzione H e il rischio che, attraverso studentati, cohousing ed edilizia sociale, si aprano nuove possibilità speculative sul territorio. “Questo progetto di legge mantiene nelle mani della politica la possibilità di esercitare clientelismo, discrezionalità e favorire chi, con una sgomitata e una leccata nelle sedi giuste, può ottenere vantaggi e fare speculazione”, afferma.
Dalibor Riccardi (Libera) difende invece con forza il progetto e lo definisce “un momento storico”. Sostiene che dal 1992 non ci sia mai stata “una revisione organica, seria e chiara” della normativa urbanistica e rivendica il fatto che il testo sia stato elaborato “in casa”, senza consulenze esterne. Difende inoltre le nuove funzioni abitative e il principio secondo cui “la casa è un diritto sociale, non una merce”. Secondo Riccardi, la legge rappresenta “un salto di qualità” capace di unire “semplificazione, giustizia sociale e visione strategica”. Enrico Carattoni (RF) critica la legge sostenendo che tradisca le promesse fatte in campagna elettorale sul nuovo Piano Regolatore Generale. Ricorda che il territorio sammarinese paga ancora gli effetti del PRG del 1992 e accusa la maggioranza di aver abbandonato una visione complessiva del territorio, come quella rappresentata dal progetto Boeri, per sostituirla con “un progetto spot” fatto di interventi scollegati tra loro. Barbara Bollini (PDCS) sostiene il progetto spiegando che introduce strumenti moderni per affrontare esigenze attuali come edilizia sociale, studentati e cohousing. Sottolinea che il nuovo modello punta a ridurre il consumo di suolo, favorire rigenerazione urbana e sostenibilità, mantenendo centrale la tutela ambientale. Giuseppe Maria Morganti (Libera) afferma che la legge recuperi proprio uno dei principi centrali del piano Boeri: la tutela del territorio come elemento prioritario. Difende cohousing e studentati come risposte concrete all’emergenza abitativa e alla crescita universitaria, invitando a non partire dal presupposto che la riforma produrrà automaticamente effetti negativi. Sara Conti (RF) critica la scelta della maggioranza di rinunciare a un Piano Regolatore Generale unitario per sostituirlo con piani tematici e interventi settoriali. Sostiene che il rischio sia quello di riproporre “sotto un altro nome la stessa frammentazione decisionale” del passato e accusa Libera di avere cambiato posizione rispetto agli anni trascorsi all’opposizione. Aida Maria Adele Selva (PDCS) difende invece la pianificazione per temi, sostenendo che un territorio piccolo e limitato come San Marino permetta comunque una visione d’insieme anche attraverso piani distinti. Ribadisce che il piano di tutela e valorizzazione sarà lo strumento principale per preservare identità territoriale, paesaggio e qualità della vita, ricordando anche alcune criticità che, a suo giudizio, caratterizzavano il piano Boeri. Maria Katia Savoretti (RF) giudica il progetto di legge una “fotocopia” del vecchio PRG del 1992 e sostiene che continui a mancare una vera ricognizione complessiva del territorio. Critica il rinvio di molte decisioni a futuri regolamenti e accusa la maggioranza di aver cambiato posizione rispetto alle battaglie sostenute in passato quando si trovava all’opposizione.
Di seguito un estratto dei lavori
Comma 11:
a) Progetto di legge Costituzionale “Istituzione di una Commissione Consiliare d’inchiesta sul presunto ‘piano parallelo’ finalizzato a provocare pressione sull’Autorità Giudiziaria Sammarinese per la revoca di provvedimenti cautelari adottati su somme sequestrate nell’ambito del tentativo di acquisizione della Banca di San Marino, ricorrendo alla minaccia di ostacoli al percorso sammarinese di Associazione Europea” (presentato dal Gruppo Consiliare di Alleanza Riformista) (II lettura)
b) Progetto di legge Qualificata “Istituzione di una commissione consiliare d’inchiesta su responsabilità politiche, istituzionali e amministrative nella vicenda relativa alle trattative che hanno avuto luogo nel 2024 e nel 2025 finalizzate all’acquisto della quota di maggioranza delle azioni di Banca di San Marino e ad eventuali azioni correlate, condotte successivamente” (presentato dai Gruppi Consiliari Repubblica Futura, Domani-Motus Liberi e Movimento Civico RETE) (II lettura)
c) Progetto di Legge Costituzionale “Istituzione di una Commissione Consiliare d’Inchiesta su presunte responsabilità politiche o amministrative riguardanti la vendita di partecipazioni dell’Ente Cassa di Faetano alla Società San Marino Group ed il c.d. “Piano Parallelo”” (presentato dai Gruppi Consiliari di Maggioranza e dal Consigliere Indipendente Giovanna Cecchetti) (II lettura)
Articolo 3 – Presidente
Sono stati presentati due emendamenti modificativi da parte delle opposizioni
Gian Nicola Berti (AR): Articolo 3, titolo: Presidente. Tra i consiglieri nominati membri della commissione, in rappresentanza dei gruppi consiliari di maggioranza e di minoranza, la commissione, nella prima seduta utile, designa il proprio presidente. Il presidente convoca e presiede le sedute, rappresenta la commissione nei suoi rapporti con l’esterno e con gli altri soggetti istituzionali. Comma terzo: in caso di assenza o di impedimento, il presidente è sostituito dal vicepresidente o, in assenza di quest’ultimo, dal consigliere più anziano nella carica e, in caso di pari anzianità, da quello più anziano di età. Non ci sono emendamenti da parte della maggioranza su questo articolo 3
Emanuele Santi (Rete): A nome delle forze di opposizione leggo i due emendamenti che abbiamo presentato, uno in subordine dell’altro. Il primo, che modifica l’articolo 3, recita: ‘Il presidente e il vicepresidente vengono designati secondo quanto previsto dall’articolo 48, comma 5, della legge qualificata 3 agosto 2018 numero 3 e successive modifiche. Il presidente è individuato tra i commissari designati dai gruppi consiliari di minoranza, il vicepresidente nominato tra i commissari designati dai gruppi consiliari di maggioranza’. In subordine abbiamo presentato, sempre all’articolo 3, quest’altra riscrittura: ‘Il presidente e il vicepresidente vengono designati secondo quanto previsto dall’articolo 48, comma 5, della legge qualificata 3 agosto 2018 numero 3 e successive modifiche. Il presidente è individuato tra i commissari designati dai gruppi di maggioranza. Il vicepresidente è nominato tra i commissari designati dai gruppi consiliari di minoranza’. Rispetto all’articolo 3, noi abbiamo rilevato che la stesura della maggioranza prevede che il presidente venga nominato alla prima seduta, ma nell’articolo non vi è alcun riferimento al fatto che anche la nomina del vicepresidente venga fatta subito. La questione viene trattata, per noi, in maniera un po’ superficiale, perché si dice che, in caso di assenza o impedimento del presidente, subentra il vicepresidente oppure il consigliere più anziano, ma non viene spiegato come il vicepresidente venga eletto o individuato. Noi riteniamo invece che le figure di presidente e vicepresidente debbano essere indicate e individuate immediatamente, nel momento in cui vengono nominati gli otto membri della commissione, così da avere due ruoli ben definiti. Nella stesura della maggioranza, e qui lo chiedo direttamente alla maggioranza stessa, questo ruolo diventa un po’ ballerino, perché si dice che in caso di assenza o impedimento il presidente è sostituito dal vicepresidente, ma non viene spiegato come il vicepresidente venga eletto e individuato. Noi chiediamo quindi che presidente e vicepresidente vengano eletti e individuati al momento della formazione della commissione. Non è una questione da poco. Chiediamo inoltre, nel primo emendamento, che il presidente sia espresso dall’opposizione e il vicepresidente dalla maggioranza. Credo che, anche alla luce dei numeri previsti in questa commissione, cioè cinque consiglieri di maggioranza e tre di opposizione, almeno la presidenza debba essere riservata all’opposizione. Questa è la nostra prima richiesta e riteniamo sia lecita. Sarebbe diverso se la commissione fosse paritetica, quattro e quattro, ma dal momento che è composta da cinque membri di maggioranza e tre di opposizione, chiediamo che la presidenza venga destinata all’opposizione. Con l’emendamento subordinato, visto che abbiamo capito che volete andare avanti sulla disparità numerica, vi chiediamo almeno che, se il presidente sarà designato dalla maggioranza, la vicepresidenza venga indicata subito e sia destinata all’opposizione. Ci tengo inoltre a ribadire che, nella stesura della legge prodotta dalla maggioranza, la questione della sostituzione del presidente deve essere specificata meglio. A nostro avviso il vicepresidente non deve essere individuato nel momento in cui il presidente è assente. Deve essere individuato al momento della nomina della commissione, così che, in caso di impossibilità del presidente, ci sia immediatamente una figura ben definita a sostituirlo, senza dover ricorrere al consigliere più anziano. Questo ruolo può essere definito fin dall’inizio, già al momento della nomina. Sulle altre due possibilità, chiediamo almeno che la vicepresidenza venga destinata all’opposizione.
Massimo Andrea Ugolini (PDCS): Noi siamo per rimanere con l’impostazione dell’articolo così come presentato nel testo originale. Possiamo tranquillamente mettere a verbale, senza andare a modificare l’articolo, che c’è un impegno a nominare, nella prima seduta, sia il presidente sia il vicepresidente in maniera congiunta. Per noi non è un problema lasciare anche la vicepresidenza alle forze politiche di opposizione. Crediamo che un impegno verbale sia sufficiente, senza dover intervenire sull’articolato, che riteniamo corretto così come depositato nel testo originale.
Nicola Renzi (RF): Proseguiamo con la strada delle innovazioni, perché si fa una legge per istituire una commissione d’inchiesta e vediamo che l’impegno sulla nomina del solo vicepresidente lo si mette a verbale. Più andiamo avanti nella lettura di questi articoli e di questi emendamenti, più si capisce bene qual è lo spirito istitutivo di questa legge: un assoluto controllo da parte della maggioranza, che sembra veramente terrorizzata da quello che possa succedere nell’affrontare in maniera equanime e scevra da condizionamenti e preconcetti i lavori di questa commissione. Noi abbiamo proposto una cosa molto semplice: visto che avete già deciso che la composizione deve essere squilibrata a favore della maggioranza, quindi cinque membri per la maggioranza e tre per l’opposizione, e lo avete stabilito ieri bocciando ogni nostra proposta, abbiamo formulato un’ulteriore proposta di garanzia, cioè quella di riservare la presidenza all’opposizione. Tra l’altro è una cosa quasi formale, perché il presidente si ritroverebbe comunque con una maggioranza già scritta, quella di cinque membri contro tre. Bene, anche su questo non c’è stata nessuna disponibilità da parte vostra, e neppure sul nostro emendamento subordinato, dove vi chiediamo semplicemente di stabilire che almeno la vicepresidenza sia riservata all’opposizione, cosa che è successa anche nell’ultima commissione d’inchiesta. Quello che emerge è che, anche in buona fede, qualcuno della maggioranza, ad esempio da Libera, ieri è arrivato a suggerire un gentlemen agreement, dicendo che poi alla fine le cose si faranno insieme. Però intanto oggi la maggioranza ci dice che vuole avere cinque componenti su otto, rispetto ai tre dell’opposizione, che vuole avere assolutamente il presidente e che l’opposizione non può averlo, e che forse, forse, ci sarà un impegno a verbale sulla vicepresidenza. Più si va avanti e più si capisce che questa commissione d’inchiesta sta nascendo già morta o comunque totalmente orientata. È anche interessante vedere le dinamiche dell’aula: ci sono due o tre pasdaran della maggioranza che devono mantenere il totale controllo su tutto quello che accade e riescono a imporre la loro volontà su qualunque argomento e su qualunque punto, arrogandosi delle scelte e di fatto spossessando il Consiglio Grande e Generale della possibilità di avere un dialogo sereno e magari anche produttivo. Va così e, ovviamente, alla fine della discussione di questo articolato dovremo trarre tutte le conseguenze del caso.
Guerrino Zanotti (Libera): Sono andato a rivedermi il testo di legge che ha istituito la commissione d’inchiesta nel 2019 e devo dire che la formulazione dell’articolo 3 è esattamente la stessa, nel senso che non è cambiato nulla. In quell’occasione c’è stata comunque la disponibilità da parte dei membri della commissione ad arrivare alla nomina e all’elezione del presidente e contestualmente anche della figura del vicepresidente, così come oggi è stato chiesto che venga messo a verbale. Ribadiamo quindi la disponibilità da parte di tutta la maggioranza ad arrivare a definire le figure del presidente e del vicepresidente, così come è avvenuto nella scorsa commissione d’inchiesta. Contestualmente alla nomina del presidente avverrà anche quella del vicepresidente e da parte nostra non c’è nessun problema affinché questa figura venga individuata tra i componenti della commissione appartenenti ai gruppi di opposizione.
Fabio Righi (D-ML): Ho ascoltato con attenzione anche l’intervento che mi ha preceduto e mi permetto un consiglio: io partirei dalla lettura del progetto di legge, credo dall’articolo precedente, cioè quello relativo alla composizione della commissione. È vero che la formulazione è identica a quella della precedente commissione, ma c’è una differenza sostanziale di fondo: quella commissione era paritetica. A fronte di una commissione paritetica ci può stare che la presidenza venga nominata dalla maggioranza. Qui invece sta succedendo qualcosa rispetto a cui ormai non ci stupiamo più di niente. Io credo e resto convinto che di tutta questa vicenda debbano essere interessati gli organismi internazionali, perché forse da soli non ce la possiamo fare rispetto all’utilizzo distorto che si continua a fare di qualsiasi cosa, facendola passare come normale. La cosa incredibile che sta succedendo oggi è che questa commissione nasce non paritetica, quindi con la maggioranza che mantiene la maggioranza, ma pretende anche di nominare certamente la presidenza e forse anche la vicepresidenza, al di là delle note verbali di cui ci fidiamo molto poco. In questo modo ci si garantisce, in caso di parità di voti, anche il voto doppio del presidente, perché la regola dovrebbe essere questa: in caso di stallo e di voto paritario, il voto decisivo spetta al presidente. È quindi l’ulteriore blindatura di una commissione che evidentemente qualcuno vuole far nascere blindata. Blindata nella composizione, blindata nelle votazioni, blindata nel perimetro di indagine e blindata nei tempi, perché deve andare come vi è più comodo e raccontare la storia nel modo che vi è più utile. Quale altro commento fare rispetto a questo? Che è vergognoso, ve lo abbiamo già detto più volte. Andiamo avanti e tutto quello che emergerà permetterà di fare riflessioni politiche e arricchirà ulteriormente i dettagli di questa incredibile storia, nella quale noi abbiamo sempre più il sospetto che qualcuno stia facendo non gli interessi dello Stato, ma i propri interessi e quelli di qualcun altro. Ecco perché abbiamo presentato questi emendamenti: perché proveremo fino alla fine quantomeno a migliorare anche solo di uno zero virgola il delirio a cui stiamo assistendo. I nostri emendamenti prevedono la nomina della presidenza in capo alla minoranza e direi che sarebbe il minimo, oltre alla previsione per legge della vicepresidenza. Ma non è qualcosa di cui ci si possa accontentare, perché noi avevamo pensato che questi emendamenti potessero essere discussi e confrontati in un tavolo con la maggioranza, non certo nel clima e nelle condizioni create dalla mozione che avete presentato e dall’atteggiamento costante che avete tenuto su questa normativa e sul suo articolato. Ricapitoliamo quindi: commissione d’inchiesta completamente sbilanciata sulla maggioranza perché non paritetica, nella quale la maggioranza pretende di avere anche la presidenza per garantirsi il voto decisivo anche in caso di parità. E solo perché a voce ci dite che forse si andrà in una certa direzione, vi tenete comunque le mani libere anche sulla vicepresidenza, così da poter arrivare fino in fondo anche su quella.
Matteo Rossi (PSD): Non mi sembra che l’opposizione sia così incline a far partire a settembre questa commissione d’inchiesta, visto che ogni motivo, come dicevamo ieri, diventa un pretesto per Aventino e barricate. Il discorso della presidenza all’opposizione mi sembra qualcosa di totalmente retorico. È bello il concetto della presidenza di garanzia e tutto quello che volete, però il collega Massimo Ugolini è stato presidente della Commissione Giustizia nella legislatura 2016-2019 e ricorda bene quanto il presidente d’opposizione abbia potuto incidere nelle dinamiche della commissione stessa. A volte sembra davvero un utilizzo retorico di qualcosa di campato per aria. Sul tema della vicepresidenza, la proposta fatta dal collega e che come maggioranza sottolineiamo è una proposta di buon senso, va incontro alle richieste dell’opposizione, così come ieri abbiamo fatto altre proposte di buon senso proprio a testimonianza del fatto che non si vuole blindare nulla. La nota verbale per noi è sacrosanta e verrà rispettata al cento per cento. Il consigliere Righi dice che la maggioranza potrebbe garantirsi anche il voto doppio del presidente e quindi, in caso di parità, far prevalere la propria arroganza e la propria forza. Io ricordo invece che già nella legge istitutiva delle commissioni d’inchiesta è previsto che possano esserci più versioni della relazione finale se non si trova un accordo. Tra i tanti emendamenti che avete proposto, trovo interessante il punto 9, dove si specifica addirittura che, in caso di disaccordo sul testo della relazione del presidente da presentare al Consiglio Grande e Generale, ciascun commissario individualmente o in associazione con altri può presentare relazioni separate. È una previsione quasi pleonastica, però dimostra ulteriormente la nostra buona fede e la volontà di far partire questa commissione. È una cosa che poi potremo anche valutare nel dibattito successivo. Rimando quindi al mittente tutte le speculazioni che i colleghi stanno facendo. Lavoriamo per far partire questa commissione.
Sara Conti (RF): A me sembra di vedere questa maggioranza un po’ in difficoltà e, sinceramente, li capisco, perché è molto difficile sostenere le affermazioni e le motivazioni che si vogliono far passare per credibili. State procedendo con un confronto con la precedente legge istitutiva della commissione d’inchiesta facendo sostanzialmente cherry picking: l’articolo che vi fa comodo viene preso così com’è, come in questo caso, mentre ciò che non vi va bene, come la pariteticità, allora si può modificare. Oppure, ad esempio, l’incompatibilità derivante dall’appartenenza a un collegio sindacale non era presente prima e quindi non la dobbiamo reinserire. Colleghi e colleghe, non voglio mancarvi di rispetto, ma sinceramente siete poco credibili. È chiaro che l’intento è quello di imbavagliare l’opposizione, ma questo ormai non ci stupisce più. Non lo state facendo soltanto con questa legge, ma con molti altri atti e continuamente. Noi vi abbiamo chiesto semplicemente di esplicitare una garanzia: dal momento che avete scelto di non procedere con una commissione paritetica e di mantenere la maggioranza numerica all’interno della commissione, vi chiediamo almeno di garantirci la vicepresidenza o, ancora meglio, la presidenza, in nome di quel famoso patto fra gentiluomini di cui tanto parlate. È evidente che anche questa richiesta non può essere accolta, perché altrimenti vi trovereste forse qualche bastone tra le ruote rispetto a un intento che ormai è chiaro: mandare tutto alle ortiche. Ebbene, signori, credo che ormai sia evidente anche a chi ci ascolta da fuori. Noi cercheremo comunque, con i soli tre membri che avremo nella commissione, di garantire che la verità venga fuori per quella che è e non per come voi volete farla passare.
Michele Muratori (Libera): Rispondo volentieri alla collega Sara Conti. Noi non ci sentiamo in difficoltà, anche perché credo che tutta la maggioranza abbia manifestato chiaramente, già nella giornata di ieri, la volontà e la necessità di avviare questa commissione. Tant’è che abbiamo accolto una proposta trovando una mediazione anche sulla data limite entro cui far partire i lavori della commissione. Per quanto riguarda l’aspetto della pariteticità, non vorrei tornarci sopra, ma non è una blasfemia la decisione presa dalla maggioranza. Faccio un esempio: noi siamo una forza politica di dieci consiglieri e abbiamo gli stessi membri rappresentanti nella commissione rispetto a Rete o Motus, che hanno tre o quattro consiglieri. Con la pariteticità avremmo addirittura avuto due membri di una componente che rappresenta la metà dei consiglieri rispetto alla forza politica che rappresento io come Libera. Non stiamo parlando di follie o di cose inenarrabili, stiamo semplicemente andando nella direzione che anche il buon senso ci indica. Detto questo, la richiesta della presidenza mi sembra assolutamente provocatoria. È legittimo che l’opposizione la chieda, ma va da sé che, come avviene anche nelle altre commissioni permanenti del Parlamento, la vicepresidenza è sostanzialmente automatica per l’opposizione. È una prassi già insita nell’uso e nel buon senso che ci siamo sempre dati. Mi sembra quindi che si stia discutendo di una questione che, di fatto, è già acquisita. Sarebbe ridondante, se non addirittura pleonastico, riportare ulteriormente questa previsione nel testo. Il collega Ugolini, capogruppo della Democrazia Cristiana, lo ha già sottolineato nel suo intervento e lo ha fatto mettere anche a verbale. Mi sento tranquillamente di ribadirlo anche a nome della forza politica che rappresento: se, come riteniamo normale, la presidenza sarà espressa dalla maggioranza, l’opposizione avrà tranquillamente la vicepresidenza.
Gaetano Troina (D-ML): Penso che sia doveroso sottolineare, visto che qualche collega continua a tirare fuori il discorso di quozienti, proporzionalità e rappresentatività, che il numero dei membri della commissione si può decidere a tavolino. Se quindi il problema sono le quote di partecipazione delle singole forze politiche, come è stato fatto per le riforme istituzionali, poteva essere fatto anche per qualunque altro tipo di commissione. Nulla impediva di definire in maniera diversa i quozienti di partecipazione, considerato che la maggioranza avrebbe comunque mantenuto la maggioranza dei membri all’interno della commissione. Tra l’altro, proprio in quella commissione fu decisa anche la copresidenza. Perché allora non prenderla in considerazione anche qui, se questo è il problema? Tutti sappiamo che la vicepresidenza, nella sostanza, non esercita alcun reale potere, perché il vicepresidente svolge le sue funzioni soltanto nel caso straordinario in cui il presidente non possa essere presente. Garantire quindi la vicepresidenza all’opposizione, in una commissione dove il vicepresidente non svolge alcun ruolo concreto, è poco utile e non ha alcun significato politico. In una commissione dove la maggioranza ha già la maggioranza numerica dei membri, vuole anche il presidente e si garantisce pure il voto doppio, consentitemi di dire che è un insieme di prerogative che di fatto ha già scritto la sentenza, perché così è già tutto deciso, già tutto impostato e già adeguatamente ricondotto entro i confini e il recinto che la maggioranza vuole dare a questa commissione. Diciamo pure che avete già deciso tutto, magari avete già scritto anche la relazione finale, così all’opposizione non rimane altro che prendere atto di quello che la maggioranza decide e fa, magari avendo già stabilito a tavolino chi deve entrare nella commissione, chi no e quali debbano essere le prerogative dei singoli commissari. Forse avete già deciso anche quali conclusioni dovranno emergere alla fine. Signori, non si fanno così le commissioni d’inchiesta.
Antonella Mularoni (RF): Vorrei partire sottolineando una questione che mi pare di importanza primaria. Ieri la scelta fatta dalla maggioranza ha costituito un elemento di rottura grave nei rapporti fra maggioranza e opposizione. Già nella scorsa sessione consiliare avevamo percepito la volontà di non far arrivare all’esame dell’articolato alcuni progetti. Mi dispiace, segretario Canti, perché fanno fare a lei la vittima sacrificale per tutto, mentre altri membri del governo sono impegnati altrove, in missione oppure vengono qui, dicono due sciocchezze e poi se ne vanno. Quindi, per certi aspetti, meglio che ci sia soltanto lei. Però, visto che è segretario alla Giustizia, vorrei sollevare attenzione su questo aspetto, anche perché è collegato a questo emendamento. Non potete poi lamentarvi se fuori da qui qualcuno inizia a interrogarsi sugli sviluppi che sta avendo il nostro sistema democratico. Se passa questo principio, da oggi in poi potrete bloccare tutti i progetti dell’opposizione con il non passaggio all’esame dell’articolato. Detto questo, è evidente che in questo modo avete incrinato anche un possibile rapporto di fiducia. Non si possono fare gentlemen agreement quando la fiducia non esiste più e noi ormai non crediamo più alla vostra buona fede, anche per il modo in cui state portando avanti l’esame di questo progetto di legge. Non si può nemmeno scrivere che la vicepresidenza spetta all’opposizione. Per il presidente vi siete preoccupati di dire chiaramente che deve essere un membro della maggioranza, per il vicepresidente invece no. Ditemi allora qual è la logica. Se non lo aveste scritto neppure per il presidente, uno avrebbe anche potuto discuterne. Penso che purtroppo la deriva con la quale stiamo costruendo le fondamenta di questa commissione d’inchiesta, che dovrebbe accertare fatti importanti per la vita della comunità, faccia sì che queste fondamenta vacillino già dall’inizio. Senza un forte rapporto di fiducia tra maggioranza e opposizione, quello che nascerà sarà probabilmente un prodotto ad uso e consumo della maggioranza, dove il partito di maggioranza relativa vuole blindare la commissione per fare emergere soltanto ciò che interessa a lui e non il resto. Facciamo due più due e il risultato è evidente. Le altre commissioni d’inchiesta sono sempre state fatte diversamente. Qui invece ogni scelta va nella stessa direzione e guai a toccare il treno in corsa. Per questo non ci fidiamo e riteniamo che anche questo articolo dimostri chiaramente le vostre intenzioni. Ripeto: abbiamo presentato non solo l’emendamento principale sulla presidenza, che uno potrebbe anche considerare provocatorio, ma nemmeno l’emendamento subordinato siete disposti ad accoglierlo, se non con una dichiarazione verbale. E dovremmo fidarci di voi? Ma figuriamoci.
Matteo Casali (RF): Prendo spunto dagli ultimi interventi per evidenziare che la richiesta della presidenza, a mio modo di vedere, non ha nulla di scandaloso né di provocatorio. Anzi, potrebbe rappresentare un elemento di riequilibrio rispetto allo squilibrio causato dalla scelta di non avere una commissione paritetica. Potrebbe essere un modo per colmare almeno in extremis quella mancanza di equilibrio. Abbiamo infatti deciso, contrariamente alla prassi, di istituire una commissione d’inchiesta non paritetica. È stato detto che anche una commissione paritetica non sarebbe stata realmente tale perché la presidenza sarebbe comunque rimasta in capo alla maggioranza. Bene, allora, se vogliamo davvero tentare di ridare un minimo di equilibrio a questo organismo, non vedo nulla di assurdo nel considerare la presidenza all’opposizione. Potrebbe essere una garanzia estrema che la maggioranza concede all’opposizione. Lo stesso vale, in subordine, per la vicepresidenza. Devo dire la verità: mi colpisce un po’ la posizione del “dovete fidarvi”, soprattutto dopo che ieri un segretario di Stato ci ha detto chiaramente che non esiste fiducia fra maggioranza e opposizione ed è proprio per questo che la commissione non viene fatta paritetica. Allora mi sembra curioso che, quando si tratta di voi, la fiducia non ci sia, mentre quando si tratta di noi dovremmo semplicemente fidarci. Repetita iuvant: se davvero ritenete di concedere almeno la vicepresidenza all’opposizione, come dite essere naturale, allora fissiamolo nero su bianco nel nostro emendamento. Quanto alla logica della conta, se davvero si fosse voluto arrivare a una mediazione sugli aspetti di pariteticità, una formulazione si sarebbe potuta trovare, anche con soluzioni non scontate come quelle suggerite dal collega Troina, ad esempio la copresidenza. Infine, mi colpisce che le commissioni passate vengano citate selezionando soltanto le parti che fanno comodo. Ci viene detto che anche la commissione precedente non nominava il vicepresidente e prevedeva un presidente di maggioranza. Grazie, ma quella commissione era paritetica. Non è intellettualmente onesto prendere dalle precedenti commissioni soltanto gli elementi che fanno comodo, dimenticando tutto il resto. Noi stiamo ragionando di una situazione completamente diversa e in modo diverso dovremmo affrontarla.
Gian Nicola Berti (AR): Devo dire che purtroppo il clima non è cambiato e assistiamo, come sempre, ai fuochi d’artificio di questa opposizione. Abbiamo appena sentito la consigliera Antonella Mularoni dire che la commissione d’inchiesta sarà composta da dieci membri. Abbiamo sentito il consigliere Conti dire addirittura che la maggioranza starebbe mettendo il bavaglio all’opposizione. Io credo che tutti i cittadini che ci ascoltano da casa si rendano conto che, semmai, l’unico bavaglio è quello imposto alla maggioranza, che per poter portare avanti i lavori ed arrivare alle votazioni è costretta a limitare gli interventi dei propri membri, perché altrimenti non si andrebbe avanti. Ed è antipatico anche per noi, perché molti consiglieri di maggioranza non possono esprimere fino in fondo la loro opinione. Ma va bene così: l’importante è continuare a garantire il diritto di parola alle opposizioni. Abbiamo sentito poi il consigliere Troina sostenere che questa maggioranza sarebbe già arrivata alle conclusioni. A me sembra invece che, leggendo certi emendamenti presentati ieri, qualcun altro sia già arrivato alle conclusioni. Non certo questa maggioranza, che ha un approccio assolutamente laico e continua a dire che non farà sconti a nessuno, né alla maggioranza né all’opposizione, e che vuole semplicemente accertare la verità. E la verità non ha un colore politico. Noi riteniamo importante questo principio, mentre qui si cerca soltanto di speculare sulla vicenda per finalità di tornaconto elettorale. Abbiamo presentato alcuni emendamenti cercando di andare incontro all’opposizione e quasi mi viene da dire che forse dovremmo ripensarli, tornare indietro e ritirarli. Però, una volta preso un impegno, noi saremo coerenti e continueremo a esserlo. Sulla presidenza riteniamo che ci spetti di diritto. Sulla vicepresidenza i miei colleghi si sono già espressi favorevolmente rispetto alla possibilità che venga attribuita all’opposizione. Forse l’opposizione potrebbe cercare di essere più collaborativa, responsabile e costruttiva nell’approccio a questa normativa sulla commissione. Non sta andando così, ma cercheremo comunque di farlo noi, perché chi ha più responsabilità deve anche metterci più ragionevolezza. Da questo punto di vista credo che l’unico emendamento davvero accoglibile possa essere il punto due del subemendamento dell’opposizione, quello che prevede che il presidente sia individuato tra i commissari designati dai gruppi consiliari di maggioranza e il vicepresidente tra i commissari designati dai gruppi consiliari di minoranza. Questa, secondo me, è una soluzione che potrebbe coniugare entrambe le posizioni. Infine, al consigliere Casali voglio dire che, se si richiama il regolamento consiliare, allora bisogna prenderlo tutto intero, dall’inizio alla fine, e vedere che anche noi siamo pienamente nel solco del regolamento quando parliamo della composizione della commissione
Gerardo Giovagnoli (PSD): Il consigliere Berti ha fatto finalmente una proposta che credo possa essere raccolta. Personalmente non apprezzo questo battibecco continuo e prolungato, quindi faccio una raccomandazione sia alla minoranza sia alla maggioranza. Alla minoranza dico di smettere di utilizzare una terminologia costantemente accusatoria nei confronti della maggioranza, soprattutto quando si parla di questioni che rientrano nelle nostre corde e rispetto alle quali credo che nessuno abbia intenzione di occupare contemporaneamente sia la presidenza sia la vicepresidenza, anche se non è scritto esplicitamente. Cerchiamo quindi di riportare il confronto su un piano più ragionevole. D’altra parte dico anche alla maggioranza che, siccome queste volontà politiche credo siano chiare, il fatto che vengano messe nero su bianco rappresenta comunque una garanzia e rimane un elemento visibile. Per questo non credo ci si debba arrovellare troppo su questioni che, tutto sommato, sono sensate.
Iro Belluzzi (Libera): Ringrazio per gli ultimi due interventi, probabilmente anche perché rappresentano un richiamo alla maggioranza e un tentativo di evitare contrapposizioni esterne che fanno soltanto male alla classe politica e alla credibilità di tutti noi. Stiamo parlando di una commissione d’inchiesta da ieri e ne parliamo ormai da non so quante sessioni consiliari per trovare uno strumento che faccia chiarezza e accerti responsabilità all’interno di una vicenda nella quale, probabilmente, la politica attiva, quella dei consiglieri e dei segretari di Stato, ha avuto poco a che fare o comunque responsabilità molto limitate. Certamente non ha avuto la responsabilità della gestione di una banca, perché basterebbe leggere i verbali dei consigli di amministrazione per comprendere tante cose su come siano andate realmente. Io però mi preoccupo di un altro aspetto. Possibile che al nostro interno riusciamo a parlare soltanto di noi e non riusciamo a vedere quello che sta accadendo davvero? Questa non è la commissione d’inchiesta CIS, non è la commissione sulla casa da gioco, tutte vicende interne nelle quali si potevano attribuire responsabilità a segretari di Stato, partiti o gruppi di potere. Qui ci stiamo giocando, se ancora non lo avete capito, il futuro della Repubblica. Non si tratta di stabilire chi ha torto o chi ha ragione, ma di capire come questa vicenda verrà letta dall’esterno e quali effetti potrà avere su una situazione estremamente delicata per il nostro territorio. Certo, ci sono responsabilità di chi ha aperto le porte a determinati soggetti senza avere la capacità di gestire rapporti tra realtà piccole come la nostra e grandi potenze economiche. Questo va detto. Ma mentre discutiamo tra di noi di relazioni già scritte, di maggioranza e opposizione che si accusano a vicenda, io mi auguro sinceramente che non arrivi davvero una batosta tale da farcela ricordare a lungo. Cerchiamo quindi di trovare il modo di chiudere questo momento così increscioso del dibattito consiliare e di lavorare per quello che possiamo fare davvero per il nostro Paese.
Mirko Dolcini (D-ML): Io volevo solo chiedere al consigliere Belluzzi, visto che ha detto che c’è al massimo una piccola responsabilità dei consiglieri qui dentro sul caso Banca di San Marino, a cosa facesse riferimento nello specifico.
Gian Nicola Berti (AR): In questo momento stavamo interloquendo con qualcuno dell’opposizione per verificare una possibile mediazione. Noi abbiamo detto che poteva bastare una nota verbale, anche perché, non disciplinandolo espressamente, si applicherebbe comunque il regolamento che prevede che la vicepresidenza sia attribuita all’opposizione e quindi, dal nostro punto di vista, questo era già implicito. Però, per maggiore chiarezza, potremmo recepire il punto due del subemendamento dell’opposizione, quello che ho letto prima. Potrebbe essere una mediazione costruttiva che va a risolvere il problema.
Emanuele Santi (Rete): In effetti, introdurre una modifica verbale quando si dice che probabilmente l’articolo 3 non è scritto correttamente significa che il collega Berti ha colto nel segno. A nostro avviso bisognerebbe specificare chiaramente che sia il presidente sia il vicepresidente vengano nominati contestualmente al momento della costituzione della commissione. Noi avremmo preferito la soluzione dell’emendamento principale, cioè la presidenza all’opposizione e la vicepresidenza alla maggioranza. Devo però rimarcare un fatto: in una commissione paritetica, anche se in passato a volte la presidenza era stata attribuita all’opposizione, la questione era diversa. In una commissione cinque a tre, invece, almeno la presidenza all’opposizione sarebbe stata dovuta. Questo è il punto politico. Tuttavia, se la volontà della maggioranza è quella di accogliere almeno il subemendamento nella sua parte finale, allora possiamo convergere su quella formulazione, definendo che sia il presidente sia il vicepresidente vengano designati immediatamente e che il presidente sia individuato dalla maggioranza e il vicepresidente dall’opposizione. Almeno prendiamo atto di questo punto. Quindi non so se possiamo votare direttamente il subemendamento oppure se sia necessario predisporre un nuovo emendamento che concili meglio il testo con l’articolato.
Nicola Renzi (RF): Dopo il dibattito e le varie vicissitudini, pare che la maggioranza abbia deciso di convergere sull’accoglimento del nostro emendamento subordinato, che sancisce e mette per iscritto quantomeno la vicepresidenza in capo ai gruppi di opposizione. Per questo motivo, per recepire questo principio, abbiamo dovuto modificare sia il testo della legge presentata dalla maggioranza sia il nostro emendamento subordinato. Se non ci sono contrarietà, Eccellenza, darei lettura del testo depositato. Emendamento modificativo del comma 1 dell’articolo 3: ‘La commissione, nella prima seduta utile, designa il proprio presidente tra i consiglieri nominati membri della commissione in rappresentanza dei gruppi consiliari di maggioranza, nonché il vicepresidente tra i consiglieri nominati membri della commissione in rappresentanza dei gruppi di opposizione’.
Emendamento delle opposizioni modificativo dell’articolo 3: respinto
Emendamento concordato da maggioranza e opposizioni: approvato all’unanimità
L’articolo 3, comprensivo dell’emendamento, è messo in votazione e approvato a maggioranza
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Articolo 4 – Finalità
Emendamento della maggioranza modificativo del comma 1
Emendamento modificativo delle opposizioni
Gian Nicola Berti (AR): La commissione avrà il compito di individuare eventuali responsabilità politiche e/o amministrative di soggetti che hanno gravitato intorno alla questione riguardante la vendita di partecipazioni dell’Ente Cassa di Faetano alla società San Marino Group e il cosiddetto piano parallelo, con speciale ma non esclusivo riferimento: alle azioni indebite volte a interferire con l’autorità di vigilanza nel processo di valutazione finalizzato al rilascio del benestare alla cessione della partecipazione dell’Ente Cassa di Faetano; all’eventuale commissione o conflitti di interesse di esponenti politici o aziendali delle persone giuridiche coinvolte e ad indebite pressioni da parte degli stessi, anche esercitate attraverso soggetti terzi o privati, nell’operazione di vendita delle partecipazioni dell’Ente Cassa di Faetano; ad indebite pressioni volte a indurre le autorità sammarinesi a compiere atti sotto la minaccia di ripercussioni negative nel percorso della Repubblica di San Marino verso l’accordo di associazione con l’Unione Europea. La maggioranza ha presentato un emendamento modificativo del comma 1. Al momento del suo insediamento la commissione avrà il compito di individuare eventuali responsabilità politiche o amministrative di soggetti che hanno gravitato intorno alla questione riguardante la vendita di partecipazioni dell’Ente Cassa di Faetano alla società San Marino Group. Fin qui il testo rimane identico alla precedente formulazione dell’articolo 4. Viene invece aggiunto il riferimento all’arrivo del gruppo bulgaro nella Repubblica di San Marino e al cosiddetto piano parallelo, con speciale ma non esclusivo riferimento a quanto già previsto nel testo. Con questo emendamento abbiamo voluto togliere qualunque dubbio alle opposizioni, che evidentemente hanno sostenuto per molto tempo che la maggioranza volesse lasciare delle aree d’ombra sulle quali la commissione non avrebbe dovuto indagare. Noi riteniamo invece, anche con il testo precedente, che la commissione dovesse approfondire ogni aspetto della vicenda, dal suo prologo fino a ciò che è diventato il piano parallelo, anche perché riteniamo che all’interno di tutta questa vicenda ci siano comportamenti assolutamente leciti, legittimi e corretti, ma anche altri che certamente non lo sono. Qualcuno parlava dei fighters: ebbene, anche noi siamo molto curiosi di sapere chi siano questi fighters e di accertarne eventualmente l’identità. Vogliamo approfondire tutto nel modo più trasparente e corretto possibile. Credo quindi che questo articolo 4 sulle finalità possa integrare tutti gli aspetti che effettivamente possono essere di interesse di tutte le forze politiche.
Nicola Renzi (RF): Il tema del mandato e dell’oggetto dell’indagine è certamente uno degli aspetti sui quali sono stati fatti passi avanti importanti rispetto alla prima elaborazione della legge, cioè rispetto al testo inizialmente depositato e poi ritirato da Rf, nel quale vi era una definizione molto più ristretta dell’ambito di indagine e c’erano vincoli molto più stringenti, perché tutto era rimandato alle risultanze delle indagini della magistratura e all’eventuale presenza di rinvii a giudizio di esponenti politici coinvolti nella vicenda. Da lì la maggioranza ha formulato altre proposte che certamente migliorano il testo. Noi però abbiamo una visione un po’ diversa. Riteniamo che l’elencazione puntuale dei tre punti previsti dalla maggioranza sia limitativa. Intanto c’è anche una questione formale, perché nel testo della maggioranza, laddove si parla di responsabilità politiche o amministrative di soggetti che hanno gravitato intorno alla questione riguardante la vendita delle partecipazioni dell’Ente Cassa, probabilmente si potrebbe trovare una formulazione migliore. Noi abbiamo cercato di essere più ampi, definendo due grandi ambiti di indagine. Il testo che proponiamo dice: ‘La commissione ha il compito di individuare eventuali responsabilità politiche, istituzionali e amministrative relative alla vicenda delle trattative finalizzate alla cessione della quota di maggioranza delle azioni di Banca di San Marino a partire dall’anno 2023 ed eventuali azioni correlate condotte successivamente, con particolare riferimento al cosiddetto piano parallelo’. La data del 2023 l’abbiamo inserita anche a seguito del confronto avuto con la maggioranza, che sembrava voler delimitare il periodo di indagine senza andare troppo indietro nel tempo, ma naturalmente è un elemento modificabile. Secondo noi questa formulazione è più utile perché non incardina l’indagine nei tre punti individuati dalla maggioranza e lascia invece maggiore libertà e sensibilità alla commissione nel definire il perimetro di approfondimento. Rispetto ai passi avanti che la maggioranza ha fatto, anche su nostra sollecitazione, questo non è certo il punto su cui arriveremo allo scontro totale, perché ci sono altri aspetti ben più problematici.
Ecc.Reggenza: Comunichiamo ai consiglieri che la Reggenza desidera prendere due minuti per commemorare la figura del giudice Lamberto Emiliani. Se possiamo alzarci tutti insieme. Profondamente rattristati dalla notizia della scomparsa del giudice Lamberto Emiliani, desideriamo esprimere alla famiglia i sentimenti di cordoglio e di partecipazione nostri personali, di tutti i membri del Consiglio Grande e Generale e di tutte le istituzioni sammarinesi. Nel rendere omaggio alla sua memoria ne ricordiamo con stima e gratitudine l’esemplare dedizione e l’ossequio con i quali ha svolto i prestigiosi incarichi che è stato chiamato a ricoprire, offrendo un contributo autorevole e prezioso in seno al Tribunale di San Marino. A noi e all’intero Paese resterà come importante lascito l’esempio del suo profondo attaccamento alla Repubblica, alle sue istituzioni e ai suoi valori, unitamente alle doti, all’esperienza e all’impegno che ha voluto sempre mettere a servizio del Paese. Rinnoviamo la nostra più sentita vicinanza a tutti i familiari. Grazie a tutti per questo momento, che crediamo fosse assolutamente doveroso.
Emanuele Santi (Rete): Il collega Renzi ha già spiegato le ragioni per cui abbiamo depositato un emendamento anche all’articolo 4, perché quando si parla di finalità, in un progetto di legge di questa natura, si parla della parte più importante, cioè della definizione precisa del perimetro d’azione della commissione d’inchiesta. L’articolo 4, così come era stato depositato originariamente dalla maggioranza, a nostro avviso era molto deficitario, se non addirittura miope, perché, se lo si rilegge, si parla soltanto di azioni indebite volte a interferire con l’autorità di vigilanza, del rilascio del benestare alla cessione della partecipazione dell’Ente Cassa, di eventuali conflitti di interesse e di indebite pressioni. In sostanza, le finalità originarie riguardavano quasi esclusivamente il piano parallelo o comunque solo una parte della vicenda. Noi invece riteniamo che la vicenda debba essere affrontata nella sua interezza. Per questo avevamo proposto una completa riscrittura dell’articolo 4, prevedendo che la commissione avesse il compito di individuare eventuali responsabilità politiche, istituzionali e amministrative relative alla trattativa finalizzata alla cessione della quota di maggioranza delle azioni di Banca di San Marino a partire dal 2023 e ad eventuali azioni correlate condotte successivamente, con particolare riferimento al piano parallelo. Per noi questa formulazione ricomprendeva tutto. È chiaro che già il fatto che, nel vostro emendamento, abbiate aggiunto il riferimento all’arrivo del gruppo bulgaro nella Repubblica di San Marino rappresenta un passo avanti importante e sicuramente positivo. Però è evidente che le finalità così come erano state inizialmente scritte risultavano monche e troppo indirizzate verso una sola parte della vicenda. Noi riteniamo invece che debba essere indagato tutto: dall’arrivo dei bulgari, a chi ha portato avanti le trattative, a quali siano stati gli elementi autorizzativi dei vari organismi, chi ha spinto l’operazione, quali dinamiche si siano sviluppate in Banca Centrale, quale ruolo abbia avuto il Congresso di Stato e poi naturalmente tutta la vicenda del piano parallelo. A nostro avviso le finalità così come le avevate scritte rischiavano di indirizzare l’indagine soltanto verso un aspetto, mentre noi pensiamo che debba essere approfondita tutta la vicenda.
Fabio Righi (D-ML): Anch’io intervengo per ribadire alcuni concetti e confermare le ragioni per cui abbiamo presentato, come opposizione, l’emendamento all’articolo 4. La formulazione proposta dalla maggioranza, pur partendo da un’impostazione apparentemente generale e parlando di ‘speciale ma non esclusivo riferimento’, finisce comunque per tracciare una strada, una rotta, un perimetro e un argine rispetto all’attività della commissione. Per carità, tutto assolutamente coerente con quanto questa maggioranza sta portando avanti: si vincolano i componenti, si vincola la presidenza, si vincola il perimetro e si vincolano le finalità. Ormai lo diciamo con tranquillità: evidentemente questa non è più la sede nella quale si vuole davvero discutere di una vicenda che ha dell’incredibile, del vergognoso e dell’assurdo. Noi però, fino alla fine, cercheremo comunque di dare il nostro contributo, nel tentativo almeno di limitare questa situazione. Dicevo quindi che il perimetro delineato dalla maggioranza mal si concilia con la necessità di fare piena luce sulla vicenda, che non riguarda soltanto alcuni soggetti nominati o non nominati. Qui c’è una situazione che ci avete presentato in maniera sfacciata, nella quale è evidente che esiste un filo rosso che collega soggetti, enti e autorità. Lo avete detto voi stessi nei plurimi interventi fatti a questi microfoni, quelli che peraltro ci hanno preoccupato di più, quando si è parlato di interferenze con il potere giudiziario e così via. Per questo riteniamo che delimitare l’indagine nel modo proposto dalla maggioranza sia limitativo. Tutti sanno che i decaloghi e gli elenchi, anche quando dettagliati, rischiano inevitabilmente di escludere qualcosa. Se manca una clausola di apertura vera, il rischio è che l’attività della commissione venga limitata. Ecco perché nell’emendamento dell’opposizione si parla in generale di tutti i fatti, le attività e le vicende che coinvolgono il caso specifico: quindi il progetto principale, quello che prevedeva la vendita dell’Ente e dell’istituto bancario con tanto di tangenti, che per noi rappresenta il primo vero focus, e poi il piano parallelo che arriva successivamente e che, peraltro, presenta profili diversi, considerato che il tribunale ha già annullato alcuni provvedimenti che lo riguardavano. Il piano principale, invece, nel testo della maggioranza viene appena sfiorato. E invece bisogna capire chi ha introdotto Del Vecchio all’interno dell’Ente Cassa, chi ne ha favorito l’elezione, chi ha portato gli investitori, chi doveva spartirsi le tangenti, perché si parlava al plurale e quindi evidentemente non di una sola persona. Bisogna capire quali istituzioni sono state coinvolte, perché il presidente dell’Ente Cassa sosteneva che, se non fosse stata approvata l’operazione, ci si sarebbe messi contro il governo, Banca Centrale, il CCR e la Segreteria Finanze. Per questo la formulazione che proponiamo è più ampia, perché riteniamo che lo spettro dell’indagine debba toccare anche tutti questi aspetti.
Maria Luisa Berti (AR): Francamente sembra che parliamo due lingue diverse. Invito tutti coloro che ascoltano questo dibattito a leggere attentamente l’emendamento presentato dalla maggioranza, perché basta una semplice lettura del testo per comprendere quanto i poteri di indagine siano in realtà i più generali possibili. Non corrisponde assolutamente al vero ciò che poco fa è stato sostenuto dai consiglieri di opposizione. L’intendimento della maggioranza è quello di svolgere una verifica a 360 gradi sull’intera vicenda e, anzi, viene quasi il sospetto che, al di là di ciò che si dice da alcuni banchi dell’opposizione, non ci sia realmente la volontà di fare un’indagine completa. Lo dico perché l’emendamento dell’opposizione introduce un limite temporale all’indagine, facendola partire dal 2023, mentre nel nostro testo i poteri di indagine non hanno alcuna limitazione temporale. Questo dimostra chiaramente la volontà della maggioranza di attribuire alla commissione il compito di un accertamento il più efficace e ampio possibile. Credo che non ci sia dimostrazione più evidente della semplice lettura del nostro emendamento per capire quanto l’intenzione della maggioranza sia quella di fare piena luce sui fatti e di accertare eventuali responsabilità politiche in questa vicenda. Mi sento quindi di dissentire totalmente da quanto rappresentato dall’opposizione, perché la nostra volontà è esattamente l’opposto di ciò che ci viene attribuito.
Nicola Renzi (RF): Mi sembra che stiamo un po’ esagerando. Mi dispiace che la consigliera Maria Luisa Berti non abbia ascoltato il mio intervento di presentazione dell’emendamento, perché credo sia stato molto chiaro. Ho detto esplicitamente, e credo che sia registrato, che l’anno 2023 ci è stato indicato nell’unico confronto avuto con la maggioranza. Qualcuno della maggioranza ci ha addirittura detto: ‘Ma quanto volete andare indietro?’. Tant’è che noi abbiamo inserito il riferimento al 2023 proprio cercando di venire incontro a quella richiesta. E non solo. Nell’illustrazione dell’emendamento ho anche detto chiaramente che, se il 2023 non fosse stato considerato congruo, si poteva tranquillamente mettere un’altra data. Noi inizialmente avevamo fatto riferimento all’arrivo dei bulgari, poi qualcuno della maggioranza ci ha fatto notare che questi soggetti giravano a San Marino già da tempo e quindi abbiamo detto: scegliete voi la data che ritenete più opportuna. La preoccupazione che ci era stata rappresentata era che la commissione non potesse trasformarsi in un’indagine generale su tutta la storia di Banca di San Marino. Per questo abbiamo inserito il 2023, che ci era stato indicato come l’anno presumibile dell’avvicinamento dei bulgari a San Marino. Se vogliamo fare polemiche sterili possiamo anche farle, ma non venite a dire che siamo noi a non voler fare chiarezza, perché questo è completamente falso. Noi vogliamo approfondire tutto. Ho anche riconosciuto che la maggioranza ha fatto diversi passi avanti sul tema dell’oggetto della commissione, ma non accettiamo che vengano attribuite all’opposizione intenzioni che non esistono.
Mirko Dolcini (D-ML): Vista questa continua diatriba tra maggioranza e opposizione, vorrei cercare di essere intellettualmente il più onesto possibile. È vero che l’articolo 4, così come redatto dalla maggioranza, non è specificamente limitato a una sola parte della vicenda, perché effettivamente il testo parla di un compito generale della commissione con ‘speciale ma non esclusivo riferimento’ ad alcune situazioni. Quindi formalmente l’arco dell’indagine è ampio. Però in Parlamento le parole sono importanti e quando si usa l’espressione ‘speciale ma non esclusivo riferimento’ si sta comunque indicando una rotta, una direzione precisa. E questa direzione riguarda soprattutto quello che io considero il secondo tempo della vicenda: le azioni indebite volte a interferire con l’autorità di vigilanza, i conflitti di interesse e le indebite pressioni. Io l’altro giorno ho paragonato tutta questa storia a un film. Quello su cui la maggioranza vuole concentrare l’attenzione è soltanto il secondo tempo del film, mentre il primo tempo riguarda i primi contatti, il modo in cui sono nate le trattative, se queste siano state regolari o influenzate dalla politica, e da quale politica. Riguarda anche il ruolo di Del Vecchio e il fatto che abbia agito o meno in autonomia. Il rischio, quando si indica una direzione così precisa, è che si mandi un messaggio politico altrettanto preciso. E questo avviene peraltro in una commissione non paritetica, dove la maggioranza ha già il controllo numerico, la presidenza e tutto il resto. Per questo, se davvero ritenete che il vostro articolo sia ampio quanto il nostro, allora non capisco perché non possiate accettare direttamente il nostro testo, anche solo come gesto per recuperare rispetto a quella che abbiamo considerato una scortesia istituzionale, cioè la mozione d’ordine che ha impedito la presentazione del nostro progetto di legge.
Gian Nicola Berti (AR): È vero che Nicola Renzi, presentando il suo emendamento, ha detto di essere disponibile a mettere una data diversa, però il problema è che una data l’ha comunque inserita e quindi c’è un limite oltre il quale evidentemente non si vorrebbe andare. Diversamente, nel nostro caso non esiste alcun limite, perché noi vogliamo approfondire tutti gli aspetti della vicenda: sia il tentativo di corruzione, o la corruzione eventualmente portata a compimento, che riguarda il tentativo di corrompere esponenti dell’Ente per favorire l’acquisizione della maggioranza della banca da parte della San Marino Group, sia il cosiddetto piano parallelo che coinvolgerebbe la politica. Da questo punto di vista credo che abbiamo definito finalità assolutamente omnicomprensive rispetto a qualunque aspetto della vicenda. È chiaro che ci saranno aspetti con eventuale rilevanza criminale, aspetti privi di rilevanza e aspetti con rilevanza politica. È logico che il solco degli approfondimenti della commissione dovrà essere soprattutto politico, andando a verificare se qualcuno, forte del proprio peso istituzionale o dei poteri dello Stato, ne abbia eventualmente fatto un abuso. Lo abbiamo detto chiaramente con i riferimenti a Banca Centrale, alle procedure autorizzative previste dalla legge e agli altri soggetti coinvolti. Abbiamo cercato di essere il più precisi possibile e, nel fare questo, abbiamo lasciato aperta qualunque ipotesi di approfondimento. Poi c’è chi cerca di ridimensionare la portata del nostro articolo, ma basta leggere i due testi per rendersi conto che le cose stanno in maniera molto diversa rispetto a quanto viene raccontato da qualcuno dell’opposizione.
Nicola Renzi (RF): Più che ribadire che la data del 2023 l’abbiamo inserita su richiesta della maggioranza, nel corso di un incontro, e che dopo averla proposta abbiamo anche detto di essere disponibili a mettere qualunque altra data, non so davvero cosa aggiungere. Va bene così, evidentemente non c’è proprio possibilità di comunicare.
L’emendamento della maggioranza è messo in votazione e accolto.
L’emendamento delle opposizioni è messo in votazione e respinto.
L’articolo 4, così come emendato, è messo in votazione e approvato a maggioranza.
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Articolo 5 – Avvio e termine
Emendamento modificativo della maggioranza
Emendamenti modificativi delle opposizioni
Gian Nicola Berti (AR): La commissione potrà iniziare i propri lavori solo dopo la conclusione della fase inquirente svolta dall’autorità giudiziaria e comunque non oltre il 31 gennaio 2027. Dovrà concludere i propri lavori riferendo al Consiglio Grande e Generale con una dettagliata relazione entro sei mesi dal suo avvio, prorogabili di ulteriori sei mesi per motivate esigenze con deliberazione del Consiglio Grande e Generale. Noi ribadiamo il concetto della preminenza della fase inquirente, quindi del lavoro svolto dal tribunale, anche perché l’ho già spiegato più volte: il tribunale, a differenza della commissione politica, è composto da soggetti che non hanno appartenenze politiche e quindi garantiscono maggiore terzietà rispetto alle indagini. Per questo riteniamo che debba essere privilegiato l’accertamento dei fatti da parte dell’autorità giudiziaria e che il tribunale debba poter procedere il più avanti possibile o addirittura completare la propria fase inquirente prima dell’avvio della commissione. Nel testo originario avevamo indicato la data del 31 gennaio 2027, poi, alla luce delle richieste dell’opposizione che sosteneva di voler iniziare i lavori il prima possibile, siamo arrivati a proporre un termine più breve, sostituendo quella data con il primo settembre 2026. Oggi siamo a maggio e, considerando i tempi tecnici necessari per costituzione, votazioni e avvio delle attività, siamo comunque vicinissimi all’inizio dei lavori. Resta però estremamente importante che il tribunale riesca ad ultimare almeno una parte delle sue indagini il prima possibile, perché il rischio di sovrapposizioni o conflitti di attribuzione tra commissione politica e indagini giudiziarie potrebbe compromettere il buon esito delle indagini stesse, cosa che assolutamente non vogliamo. Abbiamo quindi ritenuto, sempre con l’intento di venire incontro all’opposizione, che questo termine potesse rappresentare una mediazione. E forse questi termini possono essere anche uno stimolo rivolto all’autorità giudiziaria per dare la massima priorità a questo caso e cercare di ultimare le indagini prima possibile, così da consentire alla commissione di iniziare i propri lavori senza il rischio di inquinare il quadro probatorio, le indagini, le posizioni degli imputati, degli indagati o delle parti offese, alle quali riteniamo debba essere garantito il massimo rispetto e la massima tutela.
Nicola Renzi (RF): Illustro rapidamente i nostri emendamenti. L’articolo prevede che la commissione avvii immediatamente i propri lavori articolandoli in due fasi: una prima fase da iniziare subito dopo l’insediamento, dedicata all’esame dei fatti e degli atti fino al mese di ottobre 2025; una seconda fase, da iniziare nell’ottobre 2026, dedicata ai fatti e agli atti successivi al novembre 2025. La commissione dovrebbe concludere i propri lavori entro il 31 gennaio 2027, depositando entro tale termine la relazione conclusiva o le eventuali relazioni conclusive. Inoltre, la commissione sarebbe tenuta ad aggiornare periodicamente il Consiglio Grande e Generale in seduta segreta qualora emergessero elementi significativi che coinvolgano direttamente o indirettamente membri del Consiglio Grande e Generale o del Congresso di Stato. Già da questo si capisce quale fosse, secondo noi, il modo corretto di affrontare la questione: incardinare subito una commissione d’inchiesta che, in virtù dei suoi poteri, potesse riferire al Consiglio qualora emergessero evidenze importanti che richiedessero un intervento o una riflessione politica. Non certo lasciare chiavette o documenti in Commissione Giustizia senza che vi sia poi alcun potere concreto di intervenire. Noi ci siamo detti che la commissione doveva partire immediatamente, ma, se qualcuno riteneva che vi potessero essere sovrapposizioni con il lavoro del tribunale, soprattutto sulla parte relativa al piano parallelo, allora si poteva distinguere il lavoro in due fasi. La prima avrebbe riguardato i fatti fino al primo arresto relativo alla sospetta tangente e quindi tutta la vicenda della compravendita della banca. Su questo la commissione potrebbe già lavorare da subito: capire chi ha preso i soldi, come siano stati trasferiti, dove siano finiti, se qualcuno ne fosse a conoscenza, come si siano comportati gli organismi della banca e se membri della politica fossero consapevoli di certe operazioni. Solo successivamente, in un secondo step da avviare nell’ottobre 2026, si sarebbe affrontato il cosiddetto piano parallelo. Poi però è accaduto che il segretario Canti sia venuto in aula a comunicarci che le indagini finiranno entro fine maggio. A quel punto ci siamo detti che, se questo è quanto ci viene comunicato dal segretario alla Giustizia, allora dal primo giugno la commissione potrebbe tranquillamente insediarsi senza alcuna preoccupazione di sovrapposizione. E comunque queste preoccupazioni erano già state superate con la nostra proposta delle due fasi di lavoro. Per questo abbiamo presentato anche un emendamento subordinato, identico a quello della maggioranza ma con la data del primo giugno al posto del primo settembre, proprio sulla base di quanto comunicato dal segretario alla Giustizia.
Giovanni Zonzini (Rete): Torniamo a un problema di logica. La maggioranza sostiene che, in questo caso specifico, la commissione d’inchiesta non debba sovrapporsi temporalmente ai lavori dell’autorità giudiziaria, perché ciò potrebbe inquinare o compromettere le indagini della magistratura. Tralasciamo pure il fatto che le stesse forze che oggi sono maggioranza non si posero questo problema nel 2019 con il caso CIS, quando la commissione d’inchiesta lavorava parallelamente alle indagini della magistratura e anzi fornì elementi utili ai successivi rinvii a giudizio. Ma l’assurdo logico della vostra posizione è nel testo stesso. Voi dite che la commissione deve iniziare i propri lavori solo al termine dell’inchiesta della magistratura. Però aggiungete che, se al primo settembre 2026 la magistratura non avrà ancora terminato le indagini, la commissione inizierà comunque a lavorare. Ora, esiste il principio del terzo escluso: o i lavori della commissione possono inquinare le indagini della magistratura oppure non possono. Se il rischio esiste, perché dovrebbe cessare improvvisamente il primo settembre 2026? Se iniziare a giugno o luglio sarebbe un problema, perché dal 2 settembre quel problema non esisterebbe più? O il lavoro della commissione costituisce un pericolo per l’indagine giudiziaria e allora non si deve sovrapporre, oppure non costituisce alcun problema. Tertium non datur. Non esiste una terza possibilità. Non si può sostenere contemporaneamente che a giugno o luglio l’avvio della commissione sarebbe gravissimo per le indagini e che invece dopo il primo settembre non lo sarebbe più. Se avete onestà intellettuale, dovete rendervi conto anche voi che questa posizione è logicamente assurda.
Massimo Andrea Ugolini (PDCS): La nostra impostazione rimane la stessa: riteniamo che i lavori della commissione debbano partire al termine della fase inquirente, come previsto nel testo depositato, e comunque non oltre il 31 gennaio 2027. Nel confronto con l’opposizione è stato ritenuto che quel termine fosse troppo lontano e allora si è ragionato sull’anticipo al primo settembre 2026. Ma, come spiegato dal consigliere Berti, se anche questo deve diventare motivo di polemica, non c’è problema: ritiriamo l’emendamento e torniamo al testo originario. L’impostazione è chiara: lasciamo che la magistratura completi il proprio lavoro, che vi siano archiviazioni, rinvii a giudizio o eventuali condanne, e poi la commissione d’inchiesta potrà lavorare disponendo di un quadro molto più ampio di elementi e approfondendo eventuali responsabilità politiche o amministrative. Tuttavia abbiamo detto che, in un’ottica di confronto, si poteva comunque fissare un termine massimo al primo settembre 2026, così da far partire i lavori anche nel caso in cui la magistratura non avesse ancora completato la propria attività. Ma se anche questo deve diventare oggetto di accuse e contestazioni da parte dell’opposizione, allora non c’è nessun problema a ritirare l’emendamento e mantenere l’impostazione originaria.
Segretario di Stato Rossano Fabbri: A ulteriore specificazione di quanto già detto dal capogruppo della Democrazia Cristiana, è normale che in una situazione come questa, dove non esiste un regolamento che disciplini la concomitanza tra i lavori del tribunale e quelli della commissione d’inchiesta, si pongano dei problemi. In altri ordinamenti esistono norme che, in caso di parallelismo tra inchiesta parlamentare e giudiziaria, limitano gli ambiti di competenza della commissione parlamentare. Nel nostro ordinamento invece queste regolamentazioni non esistono e quindi, in assenza di strumenti che consentano di limitare gli ambiti dell’inchiesta parlamentare o rinviare determinate attività, la soluzione ideale sarebbe quella di far partire la commissione al termine della fase inquirente o delle indagini preliminari. Tant’è vero che il progetto originario era ancorato proprio alla conclusione delle indagini. Dopodiché, per ragioni politiche e anche per venire incontro alle richieste dell’opposizione, si è ipotizzato il termine del primo settembre 2026. Questo anche sulla base del presupposto che, nell’arco dei prossimi mesi, le attività che potrebbero creare maggiori sovrapposizioni, come le audizioni o le assunzioni testimoniali, vengano completate dal tribunale. Le indagini infatti vanno avanti già da diversi mesi e si presume che, dal primo settembre in poi, eventuali attività residue riguardino soprattutto rogatorie o aspetti finali di completamento dell’inchiesta. L’idea quindi è quella di ridurre il più possibile il rischio che la commissione politica possa interferire o creare problemi all’attività inquirente. Ripeto però che, in assenza di una regolamentazione specifica, la soluzione ideale resterebbe quella di attendere la conclusione della fase inquirente. Per accordo politico si era arrivati al primo settembre, ma se anche questo deve diventare motivo di scontro, allora si può tranquillamente tornare alla formulazione originaria.
Matteo Casali (RF): Dico la verità: queste minacce del tipo ‘allora torniamo al testo originario’ mi sembrano persino un po’ puerili. È chiaro che per noi è meglio anticipare i lavori al primo settembre piuttosto che lasciarli al gennaio successivo. Noi saremmo stati addirittura favorevoli a far partire subito la commissione, senza tanti formalismi. Però è anche evidente che, se qualcuno vi fa notare la contraddizione della vostra posizione, la risposta non può essere: ‘Allora porto via il pallone’, come fanno i bambini. Vi si fa notare un’incoerenza e voi rispondete che allora non si fa più nulla. Francamente è un atteggiamento che nel migliore dei casi appare una minaccia un po’ infantile. Il segretario dice che si presuppone che entro il primo settembre il tribunale abbia concluso determinate attività. Ma allora forse basta chiederlo al segretario Canti, visto che lui aveva parlato addirittura di fine maggio. Noi, proprio per venirvi incontro, avevamo pensato a una soluzione articolata in due fasi, che risolveva alla radice il problema della sovrapposizione. La commissione si sarebbe occupata inizialmente dei fatti fino all’ottobre 2025, quindi degli aspetti corruttivi legati alla compravendita della banca, e solo in una seconda fase del cosiddetto piano parallelo. Anche noi quindi abbiamo cercato un punto di mediazione, mentre qui sembra che soltanto la maggioranza faccia concessioni. Il problema della sovrapposizione, a nostro avviso, semplicemente non esiste, così come non esisteva nelle precedenti commissioni d’inchiesta. La vera ragione per cui oggi questo tema viene sollevato è stata detta in maniera anche piuttosto esplicita da un autorevole esponente della maggioranza: nel 2019 il tribunale non stava bene alla politica, mentre oggi sì. Alla faccia della separazione dei poteri e della non ingerenza della politica nella magistratura. Ma la politica non dovrebbe preoccuparsi se il tribunale le sta bene o male: la politica deve occuparsi della politica e il tribunale della giustizia. Finché questo concetto non entrerà davvero nella testa di tutti, probabilmente non andremo da nessuna parte.
Aida Maria Adele Selva (PDCS): Solo per precisare una cosa, perché il collega Casali ha ribadito che oggi il tribunale starebbe bene alla maggioranza mentre prima non stava bene. Più colleghi hanno spiegato perché, a nostro avviso, la commissione d’inchiesta dovrebbe iniziare dopo la conclusione delle indagini del tribunale. Io ribadisco questo concetto. È stato detto che, per venire incontro all’opposizione, si è anticipata la data al primo settembre. Io mi auguro davvero che entro quella data il tribunale riesca ad aver concluso almeno la parte principale delle indagini, perché ritengo che la sovrapposizione sarebbe deleteria. E qui c’è un elemento fondamentale che continuo a ritenere diverso rispetto al 2019: allora l’istituto bancario coinvolto era già sostanzialmente saltato per aria, mentre oggi parliamo di una banca operativa che deve continuare a lavorare e che deve essere messa nelle condizioni di poter operare con serenità. La fiducia dei correntisti e anche l’immagine del Paese all’estero sono aspetti fondamentali. Per questo non possiamo dire che le condizioni siano le stesse del passato. Lo ribadisco: per me la commissione non dovrebbe sovrapporsi alle indagini proprio per la delicatezza del momento e per le condizioni completamente diverse rispetto a quelle del 2019. Poi ognuno farà le proprie valutazioni, ma credo che questo aspetto debba essere chiaro anche ai cittadini.
Giuseppe Maria Morganti (Libera): Per dire che non capisco perché l’opposizione, quando ottiene dei risultati, non voglia in qualche maniera valorizzarli. Oggettivamente il tema della necessità di iniziare prima i lavori della commissione d’inchiesta ha caratterizzato il dibattito praticamente da sempre ed è una sollecitazione che legittimamente l’opposizione ha avanzato, ma non solo l’opposizione: anche all’interno della maggioranza questo confronto si è sviluppato molto. Tant’è vero che si è passati da una prima impostazione che prevedeva l’avvio dei lavori in primavera, poi al primo gennaio e adesso al primo settembre. Questo significa che sono stati fatti passi avanti notevoli su questa questione. Anche il tema posto dal consigliere Zonzini rispetto alla possibile non coincidenza temporale fra la conclusione delle indagini preliminari e l’avvio della commissione non è così semplice da affrontare, se non lo si guarda anche sotto un profilo politico e diplomatico. Il messaggio è chiaro: questo Paese ha bisogno che le indagini su questa vicenda siano il più rapide possibile. Abbiamo già detto quali conseguenze stiamo subendo e ci auguriamo anche che le decisioni in sede europea possano essere favorevoli alla Repubblica di San Marino, perché siamo arrivati addirittura a dover modificare alcune delle nostre politiche più importanti. Quindi abbiamo bisogno che questo lavoro venga concluso anche dalla magistratura. Credo quindi che il percorso fatto dalla maggioranza, anche faticosamente e attraverso un lungo dibattito, debba essere riconosciuto.
Fabio Righi (D-ML): Stiamo discutendo di questo punto e ascolto gli interventi come se fino a questo momento non fosse successo niente e non fosse stato detto niente. Si continua a dire che non ci si vuole sovrapporre al tribunale e che non si vuole interferire con il suo lavoro, ma il cambio di rotta rispetto all’impostazione originaria lo avete fatto voi: prima avete detto che la commissione sarebbe partita alla fine delle indagini, poi avete introdotto una data e poi avete ristretto ulteriormente i tempi. E quando si ricorda che nella precedente commissione d’inchiesta quella commissione si è quasi sostituita al tribunale, non siamo stati noi a dirlo: lo ha detto il vicesegretario del partito di maggioranza relativa, spiegando che allora il tribunale era bloccato e che la commissione servì a sbloccarlo. Lo avete detto voi, non ce lo siamo inventato noi. Ed è proprio qui che emerge tutta l’incoerenza e l’assurdità del vostro ragionamento. Se l’impostazione è quella di non sovrapporsi al tribunale, e già dovreste spiegare perché oggi sostenete il contrario di ciò che avete sostenuto in passato, allora quella posizione dovrebbe essere coerente fino in fondo. Invece siete voi stessi a mettere delle date, siete voi stessi a dichiarare che le indagini finiranno a maggio e poi, quando noi proponiamo di iniziare dal primo giugno, dite che non si può. È tutto surreale. Io capisco che per qualcuno questa commissione non dovrebbe partire mai e questo è comprensibile. Ma mi chiedo come le altre forze politiche possano continuare a sostenere una narrazione così assurda e inspiegabile. Credo che fuori da quest’aula il Paese stia ridendo per non piangere, perché ci sarebbe davvero più da piangere. E provo a fare anche un ragionamento politico: capisco la forza politica maggiormente coinvolta, che probabilmente non può fare altro che arrampicarsi sugli specchi. Ma gli altri? Come fanno a sostenere ancora tutto questo? Ma vi rendete conto di quello che state discutendo e di quello che state proteggendo? Secondo me avete completamente perso il lume della ragione.
Gian Nicola Berti (AR): È veramente spettacolare assistere a questo campionato mondiale di arrampicata sugli specchi, anche se devo dire che il consigliere Righi è stato il primo a cadere. Il suo intervento è stato francamente imbarazzante. Quantomeno il consigliere Zonzini, nell’arrampicata sugli specchi, ci ha messo un po’ più di stile, ricorrendo persino a qualche elemento di carattere scientifico. Scherzi a parte, io spero davvero che stiate scherzando, perché altrimenti il problema diventa serio. Se ci state prendendo in giro, ormai ci siamo abituati, ma il problema è che state prendendo in giro chi ci ascolta. Ancora una volta abbiamo cercato di venire incontro alle vostre istanze. Noi restiamo convinti che il tribunale debba finire per primo il proprio lavoro, perché è un organo terzo, a differenza vostra che addirittura avete già le sentenze scritte con l’elenco dei condannati in prima, seconda e terza istanza. È imbarazzante leggere certi emendamenti che avete presentato, tanto che per fortuna li avete ritirati. Invito soprattutto gli avvocati a rileggere la nostra Dichiarazione dei Diritti per capire quanto quegli emendamenti fossero privi di senso. Le possibilità sono due: o si inizia subito oppure si aspetta una certa data, ma noi riteniamo importante consentire al tribunale di lavorare in piena autonomia. Se l’aula ritiene di voler iniziare subito, lo voti e la commissione partirà subito. Diversamente, se la maggioranza dell’aula ritiene che il tribunale, che ha aperto le indagini, scoperto i fatti e lavorato sui fatti, debba avere una preminenza, allora accettate questa preminenza del tribunale, anche perché tutto parte da lì e siamo nel loro campo. Abbiamo quindi il dovere di rispettare il lavoro dei magistrati, cosa che purtroppo vedo mancare sempre di più in quest’aula.
Antonella Mularoni (RF): Noi il rispetto per gli altri organi dello Stato lo abbiamo sempre avuto e continuiamo ad averlo, anzi forse molto più di altri presenti in quest’aula. Io capisco che a qualcuno piaccia che il vicesegretario della Democrazia Cristiana abbia dichiarato pubblicamente che in passato andava bene che la politica interferisse con l’attività del tribunale attraverso le commissioni d’inchiesta perché allora il tribunale non andava bene, mentre oggi non si può interferire perché il tribunale invece va bene. Peraltro, va bene fino a un certo punto, perché abbiamo sentito anche il collega Berti criticare sentenze del giudice d’appello civile e persino attaccare il giudice di Strasburgo. Quindi il rispetto per la magistratura sembra esistere soltanto quando le decisioni coincidono con quello che qualcuno vuole sentirsi dire. Il rispetto per la magistratura, cari colleghi, ce l’abbiamo molto più noi dell’opposizione che voi della maggioranza. Detto questo, la differenza di posizione è politica e può essere rispettabile. Noi riteniamo che la commissione d’inchiesta abbia funzioni diverse da quelle del tribunale e, considerato che il segretario Canti ha annunciato pochi giorni fa che l’istruttoria terminerà a fine maggio, pensavamo che i termini da noi proposti fossero più che congrui. La commissione avrebbe potuto iniziare a lavorare senza alcun rischio di interferenza. Se poi voi volete spostare ulteriormente in avanti la data, evidentemente avrete altre informazioni che noi non abbiamo. Noi ci basiamo soltanto sui dati oggettivi e sulle dichiarazioni del segretario di Stato alla Giustizia. Quanto al tema della delicatezza di Banca di San Marino, mi permetto di osservare che la banca esiste oggi ed esisterà anche fra sei mesi o fra un anno. Se il problema è la delicatezza della situazione, allora quella delicatezza esiste oggi come esisterà domani. Noi diamo per scontato che tutti i consiglieri abbiano a cuore il sistema bancario e finanziario del Paese. Però ricordo bene che quando noi siamo all’opposizione abbiamo sempre dimostrato maggiore attenzione di quanta ne abbiano dimostrata altre forze politiche quando, stando all’opposizione, sparavano a zero contro il sistema bancario e finanziario preoccupando investitori e risparmiatori. Quindi queste lezioni non le accettiamo.
Manuel Ciavatta (PDCS): Devo replicare perché è stato chiamato in causa il vicesegretario della Democrazia Cristiana, cioè il sottoscritto. Io non ho detto che il Tribunale non andava bene. Ho detto che il tribunale era bloccato e non indagava su questioni riguardanti Banca CIS. E mi sembra che la Commissione d’Inchiesta su Banca CIS abbia dimostrato che il tribunale era effettivamente bloccato e che vi fosse quantomeno un magistrato che utilizzava avvisi di garanzia per demolire la vigilanza di Banca Centrale. Voglio essere molto chiaro: ci sono ancora gradi di giudizio aperti per il commissario Buriani e quindi fino a sentenza definitiva vale la presunzione di innocenza. Però oggi esistono già due gradi di giudizio che hanno evidenziato accertato responsabilità a suo carico, quindi io non sto inventando nulla, mi limito a richiamare fatti. Proprio perché il tribunale allora non lavorava su quella situazione, quella Commissione d’Inchiesta fu importante, proprio perché grazie a quella Commissione partirono anche procedimenti penali. Oggi però la situazione è diversa: il Tribunale è tornato nella pienezza delle proprie funzioni, con tutti i riconoscimenti internazionali, tutte le posizioni giudiziarie sono coperte e gli strumenti investigativi vengono utilizzati correttamente. Noi vogliamo rispettare questo lavoro. Quanto ai documenti del procedimento in corso, che sono stati desecretati e consegnati in Commissione Giustizia, dovevano servivano a dare a tutte le forze politiche la possibilità di capire a che punto fossero le indagini. È stata l’opposizione a chiedere di avere contezza di quei documenti quando il Congresso di Stato ha ricevuto quel materiale in quanto parte lesa nel procedimento giudiziario. Il governo ha quindi deciso di condividere gli atti con tutte le forze politiche in Commissione Giustizia proprio per garantire trasparenza. Poi voi avete preferito non consultarli e leggere gli atti pubblicati sui siti internet. È una scelta legittima, ma non potete dire che non ci sia stata la volontà di permettere alle forze politiche di comprendere ciò che stava accadendo e lo stato delle indagini.
Emanuele Santi (Rete): Credo che per chi ci ascolta sia necessario fare un piccolo riassunto. Questa commissione d’inchiesta deve indagare su vicende che hanno date ben precise: gli arresti legati alla compravendita dell’Ente Cassa sono avvenuti nell’ottobre 2025, mentre il comunicato del presidente Canzio che denunciava il cosiddetto piano parallelo è del febbraio 2026. Allora io mi chiedo: se questa maggioranza e questo governo vogliono davvero fare chiarezza, perché nella prima stesura avete fissato il termine al 31 gennaio 2027? La gente queste cose le ha capite: voi non volete la chiarezza, volete dilazionare i tempi, buttare la palla in calcio d’angolo, aspettando magari che cambino delle situazioni. Ma una commissione d’inchiesta che deve indagare dopo un anno o un anno e mezzo sui fatti, quando invece potrebbe partire subito, non è accettabile. Tant’è che noi avevamo proposto una soluzione anche ragionevole: partire subito con l’indagine sulla fase antecedente agli arresti del 2025, perché quella parte della vicenda è già compiuta e non c’è più nulla da sovrapporre o confondere con le indagini del tribunale, lasciando invece al tribunale il tempo necessario per completare il lavoro sul piano parallelo. Quindi, la scelta del settembre 2026 poteva persino sembrare un compromesso accettabile. Però quel compromesso crolla nel momento in cui il segretario Canti, non più tardi di quindici giorni fa, viene qui a dire che le indagini saranno chiuse entro maggio 2026. A quel punto dovete spiegarmi perché la commissione debba partire a settembre, cioè quattro mesi dopo. Non c’è più alcun alibi sulla sovrapposizione con il tribunale. Noi abbiamo avuto la sensibilità di dire: lasciamo al tribunale il compito di accertare le responsabilità penali e nessuno vuole mettergli i bastoni tra le ruote. Ma se le indagini finiscono a maggio, allora la commissione deve partire subito. Sono fatti di un anno o un anno e mezzo fa: quando vogliamo iniziare ad indagarli? Perché la verità è che qualcuno ha paura che emerga davvero qualcosa.
Maria Luisa Berti (AR): Non c’è assolutamente alcuna volontà di nascondere qualcosa e invito il consigliere Santi a rileggere attentamente il testo dell’emendamento. L’emendamento dice che la commissione potrà iniziare i propri lavori solo dopo la conclusione della fase inquirente svolta dall’autorità giudiziaria e comunque non oltre il primo settembre 2026. Questo significa che, se le indagini si concluderanno prima, come potrebbe accadere a fine maggio secondo quanto riferito dal segretario alla Giustizia, la commissione potrà essere immediatamente insediata e partire subito con i propri lavori, senza attendere il primo settembre. Il primo settembre rappresenta semplicemente il termine ultimo entro cui la commissione deve iniziare la propria attività. Quindi penso che il testo sia molto chiaro e che non ci sia nulla da interpretare. Se la fase istruttoria si conclude prima, la commissione può partire immediatamente.
Gaetano Troina (D-ML): Penso che questo dibattito stia raggiungendo livelli davvero imbarazzanti. E devo registrare che, dai banchi della maggioranza, intervengono sempre gli stessi esponenti, mentre molti altri restano in silenzio e subiscono questo dibattito. Ci piacerebbe capire se non intervengono perché non vogliono o perché sono imbarazzati, dato che oggettivamente la situazione è imbarazzante. Io torno a fare una domanda molto semplice, che ho già posto più volte e alla quale non è mai stata data risposta: perché proprio il primo settembre? Perché non il 15 agosto, il 7 luglio o il 29 giugno? Qual è la ragione logica che vi ha portati a scegliere quella data precisa? Se avete indicato il primo settembre come termine ultimo, nonostante ci sia stato detto che le indagini finiranno a maggio, significa forse che avete altre informazioni oppure che vi aspettate qualcosa nel frattempo. Altrimenti questa scelta non si spiega. Al netto delle legittime differenze politiche tra maggioranza e opposizione, è evidente che alcuni esponenti della maggioranza difendono questo provvedimento a spada tratta, mentre altri restano completamente in silenzio. E stiamo parlando di una commissione che dovrà fare chiarezza su un tema delicatissimo e che potrebbe persino portare il Paese a dover affrontare risarcimenti milionari. Sarebbe quindi opportuno che la maggioranza iniziasse a rispondere seriamente alle domande che poniamo, invece di limitarsi a chiudersi nel silenzio o nelle contraddizioni.
Enrico Carattoni (RF): Voglio partire da un’osservazione sull’intervento del consigliere Morganti, che in qualche modo ha rivendicato il fatto che grazie all’intervento di Libera si sia arrivati ad anticipare i lavori della commissione rispetto alla versione originaria. Questo conferma che all’interno della maggioranza esistono sensibilità diverse e forse anche tensioni interne molto più forti di quanto non appaia all’esterno. Ma il punto centrale è un altro. Io continuo a vedere un enorme controsenso rispetto sia ai precedenti storici sia alla stessa narrativa che oggi la maggioranza propone. Da un lato ci viene detto che il tribunale deve venire prima di tutto e che non ci si deve sovrapporre alla magistratura. Però non si comprende che esistono due piani distinti: quello giudiziario e quello dell’accertamento politico. Se questi due piani sono distinti, allora possono tranquillamente procedere parallelamente, come è già successo nel 2019. Ed è falso dire che allora non esistevano indagini pendenti. Quando partì la commissione d’inchiesta su Banca CIS c’erano già procedimenti aperti, come il caso Titoli del 2017, e altri procedimenti partirono durante o dopo i lavori della commissione. Quindi la narrativa secondo cui allora non ci sarebbero state sovrapposizioni è semplicemente falsa. E aggiungo un’altra cosa: se voi dite che la commissione non deve interferire con il tribunale e poi fissate il primo settembre come data ultima, allora anche questa scelta diventa una forma di pressione nei confronti della magistratura. È come dire al tribunale: finite le indagini entro il 30 agosto, perché dal primo settembre la commissione partirà comunque. Quindi o sapete già che le indagini finiranno entro quella data oppure state semplicemente spostando in avanti la palla di qualche mese, magari per rinviare ancora tutto dopo l’estate. Questa è la realtà dei fatti.
Gian Nicola Berti (AR): Credo che il dibattito sia sostanzialmente un confronto tra due barricate diverse: da una parte chi vuole l’inizio immediato degli accertamenti della politica sulla politica e dall’altra chi, come noi, ha un approccio più garantista e ritiene prioritario l’accertamento della verità attraverso gli strumenti propri della fase inquirente. Non credo ci possa essere una mediazione che riesca a risolvere in maniera pienamente soddisfacente questo dilemma per tutte le parti. Probabilmente ci renderemo conto di come stanno davvero le cose quando avremo in mano gli atti del tribunale. Ma quel momento non può essere immediato, perché per entrare in quei contesti, interrogare persone eventualmente indagate e svolgere approfondimenti, è necessario coordinarsi con l’autorità giudiziaria. Queste sono le ragioni principali per cui riteniamo che l’accertamento politico di fatti con rilevanza politica non debba inquinare le prerogative dell’autorità giudiziaria. Del resto, per i reati esistono le prescrizioni e quindi il giudice ha il dovere di procedere rapidamente, mentre le scorrettezze della politica non si prescrivono. Da questo punto di vista possiamo anche attendere qualche mese in più senza che cambi nulla. Se qualcuno si è comportato male, lo si accerti subito o tra qualche mese: poco cambia. Credo però che l’impostazione dell’articolo e anche dell’emendamento presentato dalla maggioranza rappresentino un approccio rispettoso delle istituzioni. È un emendamento che, lo ribadisco, non è affatto contraddittorio, ma che cerca semplicemente di abbreviare i tempi di avvio dei lavori nel tentativo di venire incontro alle richieste dell’opposizione. Se però anche questo emendamento viene letto in maniera così negativa, allora forse anche in maggioranza dobbiamo chiederci se abbiamo fatto bene ad andare incontro alle istanze dell’opposizione, perché riceviamo soltanto critiche. E questo dovrebbe farci riflettere.
Nicola Renzi (RF): Questo era evidentemente uno degli altri temi cruciali della commissione. A me interessa soprattutto ribadire quale fosse stata la nostra proposta iniziale, perché credo sia importante chiarirlo bene. Noi crediamo davvero che il lavoro della magistratura debba restare separato e autonomo e che possa poi eventualmente servire come base di approfondimento per la commissione. Allo stesso tempo riteniamo che non debba esserci alcuna intromissione, pressione o influenza della politica nei confronti della magistratura. Proprio per questo avevamo proposto un doppio step nell’avvio dei lavori: una prima fase dedicata alla presunta dazione di denaro, alla presunta tangente e a tutti i possibili condizionamenti legati alla compravendita della banca; e una seconda fase, successiva, dedicata invece al cosiddetto piano parallelo, rispetto al quale si sarebbero poi valutate prove, testimonianze e documenti raccolti. Questa era la nostra proposta. Poi è intervenuta la dichiarazione del segretario Canti, che ha comunicato che le indagini sarebbero terminate entro fine maggio. Da lì è nata la nostra proposta subordinata, cioè quella di far partire la commissione dal primo giugno.
Gli emendamenti delle opposizioni sono respinti
L’emendamento della maggioranza è approvato
L’articolo 5, così come emendato, è approvato a maggioranza
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Articolo 6 – Regolamentazione dell’attività
Emendamento modificativo proposto dalle opposizioni
Enrico Carattoni (RF): Do lettura dell’emendamento. ‘L’articolo 6 è modificato come segue: la commissione, dotata dei poteri di cui all’articolo 49 della legge qualificata 3/2018 e successive modifiche, si doterà di un proprio regolamento interno al fine di disciplinare sia l’attività e il funzionamento sia le modalità operative per l’acquisizione delle prove. Comma 2: l’audizione dei testimoni avverrà secondo le combinatorie previste dalla procedura penale. Comma 3: la commissione procederà nei propri lavori autonomamente rispetto ad eventuali indagini in corso promosse dall’autorità giudiziaria. Comma 4: alla commissione non potrà essere opposto alcun segreto rispetto alla richiesta di atti o documenti giudiziari, anche esteri, pervenuti mediante assistenza giudiziaria. Comma 5: prima del deposito della relazione conclusiva o delle relazioni conclusive, la commissione deve procedere all’ascolto dei soggetti che vengano citati nella relazione stessa. Comma 6: la commissione si può avvalere della collaborazione dell’autorità giudiziaria, degli organi di vigilanza di BCSM e dell’AIF. Comma 7: la commissione potrà udire il dirigente del tribunale o i magistrati responsabili dei vari servizi di sicurezza, controllo e vigilanza dello Stato, nonché richiedere relazioni ai medesimi. Comma 8: coloro che siano stati chiamati in causa su un fatto determinato, una volta depositata la relazione conclusiva, qualora sia stato aperto un procedimento penale in relazione a tali fatti, hanno diritto di chiedere al giudice inquirente, nel rispetto dello stato degli atti del procedimento stesso, di poter prendere visione degli atti oggetto del procedimento, ribadita la riservatezza e la segretezza degli atti della commissione ed esclusa la facoltà di ottenere copia degli atti medesimi. Comma 9: in caso di disaccordo sul testo della relazione da presentare al Consiglio Grande e Generale, ciascun commissario, individualmente o in associazione con altri, ha facoltà di presentare separate relazioni’. Quest’ultimo comma 9, che ad alcuni potrà apparire pleonastico, deriva invece da una ragione anche formale. Noi oggi stiamo approvando una legge costituzionale, quindi di rango superiore rispetto alla legge qualificata. Il mio rilievo nasce proprio dal fatto che il potere di istituire una commissione d’inchiesta è conferito dalla Dichiarazione dei Diritti, che attribuisce il potere di indagine non solo alla magistratura ma, in alcuni casi limitati, anche al Parlamento attraverso la commissione d’inchiesta. I lavori della commissione sono disciplinati in linea generale dal regolamento consiliare, che è una legge qualificata. Se oggi approviamo una legge costituzionale di rango superiore, che disciplina la commissione e non prevede espressamente la possibilità di depositare più relazioni, rischiamo di creare un corto circuito normativo. Per questo riteniamo opportuno ribadire anche in questa legge la possibilità di presentare relazioni separate. È una tutela che speriamo non debba essere utilizzata, perché l’auspicio è sempre quello di arrivare a una relazione condivisa, ma se così non fosse è giusto che anche l’opposizione o i singoli commissari possano presentare un proprio documento conclusivo.
L’emendamento delle opposizioni è respinto
L’articolo 6 è approvato a maggioranza
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Articolo 7 – Specifiche
Emendamento modificativo proposto dalle opposizioni
Enrico Carattoni (RF): Do lettura dell’emendamento. ‘L’articolo 7, comma 2, è così modificato: la commissione può riferire tramite il proprio presidente al Consiglio Grande e Generale in relazione all’avanzamento dei lavori, formulando indirizzi, risoluzioni, proposte e suggerimenti, e ha potere di audizione, nelle modalità di cui al secondo comma dell’articolo 6 della presente legge, nei confronti del dirigente del tribunale, dei magistrati, dei responsabili dei vari servizi di sicurezza, controllo e vigilanza dello Stato, nonché dei membri del Congresso di Stato e del Consiglio Grande e Generale, e può richiedere relazioni e riferimenti ai medesimi’. Questo emendamento nasce da un’ambiguità che si è verificata nei lavori delle precedenti commissioni, perché il potere di audizione è stato interpretato in maniera differente. Deve essere chiaro che chiunque venga audito davanti alla commissione d’inchiesta deve prestare giuramento e che, in caso di falsità, omissioni o reticenze, vi siano le relative conseguenze penali. Non devono più esistere ambiguità del tipo: il segretario di Stato viene ma può non giurare, il magistrato viene ma può non giurare, l’esperto di Banca Centrale viene ma può non giurare. O esistono limiti tassativamente previsti dal codice che vietano l’acquisizione della testimonianza di un soggetto che non la può rendere, come nel caso di professionisti, medici o altri soggetti tutelati, oppure deve essere chiaro fin d’ora che tutti gli altri sono obbligati a testimoniare sotto giuramento. Siccome in passato sono sorte diverse ambiguità durante i lavori delle commissioni, abbiamo ritenuto necessario intervenire su questo aspetto per renderlo ancora più chiaro e attuale.
Matteo Zeppa (Rete): Io volutamente non sono intervenuto durante il dibattito sugli emendamenti, perché credo che anche oggi maggioranza e opposizione abbiano dimostrato cosa significhi la non politica: da una parte la volontà della maggioranza di andare ostinatamente nella direzione voluta da qualcuno nell’istituire questa commissione d’inchiesta, dall’altra quella dell’opposizione di cercare di far ragionare. Adesso c’è un’attività febbrile in aula, perché pare che ci sia stato nuovamente un diniego da parte dell’EFTA sul percorso negoziale di San Marino. L’altro giorno dicevo che si stava celebrando la messa per il Paese e oggi si dimostra che la politica non sa guardare a 360 gradi ciò che accade. C’è una battaglia politica portata avanti da una parte della maggioranza, è evidente la Democrazia Cristiana, che deve difendere il fortino e continua ostinatamente a decidere col pollice alzato o abbassato cosa fare. Addirittura qualcuno arriva a dire che forse si è andati troppo incontro alle opposizioni. Io credo invece che abbiamo sbagliato tutti in questo giorno e mezzo di dibattito, perché è evidente che esiste una guerra contro San Marino ed è altrettanto evidente che la politica non è in grado di gestire le priorità del Paese. Non sarà nemmeno in grado di gestire questa commissione d’inchiesta, proprio perché abbiamo visto un’aula continuamente attaccata ai telefoni nel tentativo di avere conferme sulla notizia che anche oggi l’EFTA avrebbe bloccato il nostro percorso negoziale. E allora ditemi: di cosa stiamo parlando? Stiamo discutendo del sesso degli angeli mentre il Paese è sotto attacco da parte di una nazione che risponde agli interessi di un imprenditore privato. Questo è il dato politico di oggi.
Gian Nicola Berti (AR): Vorrei semplicemente esprimere rispetto e condivisione rispetto a quanto detto dal consigliere Zeppa, perché credo che abbia dato l’approccio più sensato a ciò che sta succedendo. Siamo vittime di una situazione forse più grande di noi, nella quale le forze in campo sono decisamente superiori alle nostre, eppure non riusciamo nemmeno a trovare un momento di condivisione per difendere insieme gli interessi del Paese. Io credo che la commissione possa essere anche un modo per accertare i fatti e dimostrare eventualmente che non esistono responsabilità sammarinesi o delle autorità sammarinesi in questa vicenda. Quello che forse dovremmo chiederci tutti è come sia possibile che la Bulgaria non spieghi le motivazioni per le quali continua a rallentare il percorso di associazione europea di San Marino. Questo è probabilmente l’aspetto più imbarazzante, rispetto al quale forse siamo estranei ma rispetto al quale abbiamo difficoltà persino a chiedere conto agli altri Paesi europei di ciò che la Bulgaria sta facendo. Io spero che la commissione possa partire il prima possibile e che lavori con serenità, equidistanza e rispetto delle istituzioni e del Paese, elementi che ho apprezzato nelle parole del consigliere Zeppa.
Matteo Casali (RF): Cerco di restare nell’ambito dell’articolo in discussione, anche se chi oggi invoca il Paese sotto attacco e critica le piccolezze sulle quali ci si accapiglia è lo stesso che poi fa formalismi sulle date e guarda continuamente al calendario per rinviare l’avvio della commissione. Questo dimostra che certe situazioni dovrebbero partire subito. Venendo all’emendamento, esso introduce un elemento di chiarezza volto a eliminare un’ambiguità che si è verificata in passato nell’interpretazione delle audizioni dei segretari di Stato nelle commissioni d’inchiesta. Anche i segretari di Stato devono essere sottoposti alle stesse regole di tutti gli altri soggetti auditi dalla commissione. Credo che questo sia un atto dovuto e che questa sorta di deferenza nei confronti dei governanti di turno debba essere superata. Evidenzio inoltre che, nel precedente emendamento dell’opposizione, avevamo previsto anche l’impossibilità di opporre qualsiasi forma di segreto alla commissione. L’una e l’altra previsione, cioè l’obbligo per i segretari di Stato di testimoniare alle stesse condizioni degli altri e il divieto di opporre segreti alla commissione, sarebbero stati elementi decisivi di equità e giustizia per garantire il buon lavoro della commissione stessa. Di fronte a una commissione che deve accertare dei fatti, non possono esistere posizioni di privilegio né possibilità per qualcuno di sottrarsi all’obbligo di chiarire le circostanze invocando il proprio ruolo o forme di segreto.
Enrico Carattoni (RF): Registro il fatto che su questo tema non ci sia stato alcun intervento da parte della maggioranza, che immagino sia oggi impegnata e affaccendata da altre vicende. Però sia chiaro fin d’ora che nessuno dovrà azzardarsi a trovare escamotage o cavilli per far sì che ci siano testimoni che possono raccontare frottole e altri invece costretti a testimoniare sotto giuramento. Tutti coloro che saranno auditi dovranno prestare giuramento obbligandosi a dire la verità. Questo è il risultato che deriva da questo scarno dibattito.
L’emendamento delle opposizioni è respinto
L’articolo 7 è approvato a maggioranza
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Articolo 8 – Regime delle sedute
Gian Nicola Berti (AR): Comma primo: le sedute della commissione sono generalmente segrete, tuttavia possono essere dichiarate pubbliche su decisione a maggioranza della commissione stessa. Comma secondo: le sedute della commissione si tengono in una sala di Palazzo Pubblico o in altra sede che garantisca un idoneo svolgimento dei lavori. Comma terzo: le funzioni di segretario verbalizzante della commissione sono svolte da un funzionario dell’Ufficio di Segreteria Istituzionale. Per la redazione del verbale si applicano, per quanto compatibili, le disposizioni di cui al Titolo Ottavo del Regolamento del Consiglio Grande e Generale. Comma quarto: i membri della commissione e i funzionari verbalizzanti della stessa sono tenuti al segreto istruttorio.
Fabio Righi (D-ML): Mi permetto soltanto alcune considerazioni molto veloci. Intanto mi viene da dire che non c’è titolo più azzeccato di questo rispetto all’articolo: ‘Regime delle sedute’. È davvero un titolo perfetto, perché al comma 1 si dice che le sedute possono eventualmente essere rese pubbliche, guarda caso, con una votazione a maggioranza della commissione. Quindi rafforziamo ulteriormente il concetto: si può far sapere alla popolazione ciò che accade soltanto se la maggioranza, in una commissione a maggioranza, presieduta dalla maggioranza e votata a maggioranza, decide di rendere pubbliche alcune sedute. Mi sembra tutto estremamente coerente e, francamente, credo che si commenti da solo.
Gerardo Giovagnoli (PSD): Questo atteggiamento di accuse infondate basate su presupposti di antidemocraticità dovrebbe allora essere rivolto nello stesso modo anche al governo del 2019, perché questo articolo richiama esattamente gli stessi quattro commi previsti allora. È una cosa banale: di cosa stiamo parlando? Va bene la polemica, ma non possiamo tirare le cose fino a questo punto. Le leggi si scrivono così. E poi, se la commissione fosse stata paritetica, come si sarebbe fatto? Davvero, di cosa stiamo parlando? Si può stirare una polemica, ma non fino a questo punto.
Mirko Dolcini (D-ML): Solo per ribadire quello che si è sentito anche in sottofondo: il consigliere che mi ha preceduto non sapeva più come rispondere al fatto che la commissione del 2019 era paritetica. Ed è proprio questa la differenza sostanziale. Se la commissione era paritetica, era completamente diverso anche il tema della possibilità di decidere sulla segretezza o meno delle sedute attraverso una votazione di maggioranza.
L’articolo 8 è approvato a maggioranza
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Emendamento aggiuntivo di un articolo 8-bis proposto dalle opposizioni
Enrico Carattoni (RF): Quanto non previsto dalla presente legge si rinvia a quanto disciplinato dal Titolo Quinto, Capo Secondo, della Legge Qualificata 3/2018 e successive modifiche. Questo è in linea con quanto ho detto nel mio intervento precedente relativamente all’emendamento dell’articolo 6. Data la qualità della legge che si è scelta, la preoccupazione è proprio quella di un possibile conflitto interpretativo, perché questa legge, essendo sovraordinata rispetto alla legge qualificata che disciplina il regolamento consiliare e istituisce le commissioni d’inchiesta, potrebbe creare difficoltà applicative. Per questo ritengo che una norma di rinvio, una norma di chiusura, sia opportuna per evitare ambiguità interpretative da parte di coloro che saranno poi chiamati a lavorare all’interno della commissione.
L’Emendamento aggiuntivo di un articolo 8-bis proposto dalle opposizioni è respinto
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Articolo 9 – Entrata in vigore
L’articolo 9 è approvato a maggioranza
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DICHIARAZIONI DI VOTO
Nicola Renzi (RF): Per qualcuno probabilmente è stata una perdita di tempo, per qualcuno un dibattito sterile. Per noi invece è stata la rappresentazione della realtà delle cose, così come purtroppo le vediamo da qualche tempo in quest’aula: un vero e proprio muro contro muro nel quale anche solo ottenere una piccola sospensione per verificare se si potesse trovare un accordo è stato complicato e difficile. Noi avremmo voluto una commissione d’inchiesta né più né meno come le ultime tre insediate nel nostro Paese, quindi una commissione paritetica che, in un momento tanto delicato per San Marino, potesse dare un messaggio univoco: se ci sono cose da accertare, comprendere e chiarire, lo si faccia con la dignità della parità delle armi fra maggioranza e opposizione. Questo però è stato minato fin dal principio ed è stato lo scoglio assolutamente irremovibile. La maggioranza ha imposto fin dal primo giorno, e ricordiamo anche che sull’ordine del giorno che avevamo presentato il 17 febbraio scorso una forza politica, insieme a qualcun altro, votò contro l’istituzione della commissione d’inchiesta, e quella forza politica era la Democrazia Cristiana. Dal giorno successivo è partito il mantra: la commissione doveva nascere non paritetica ma con una maggioranza dotata della golden share, cinque membri alla maggioranza e tre all’opposizione. Una cosa completamente difforme rispetto alle ultime tre commissioni d’inchiesta del nostro Paese, al netto del fatto che possano piacere o meno. E questo cambiamento dovreste spiegarlo voi, perché francamente le argomentazioni portate non sono state convincenti. La maggioranza ha voluto e preteso di essere maggioranza anche dentro la commissione d’inchiesta e poi è bello sentire gli appelli al fare squadra, allo stare tutti uniti, al Paese sotto attacco. Certo, tutte cose verissime. Però la risposta è: proprio per questo la maggioranza vuole essere maggioranza e l’opposizione opposizione. Intanto dateci la maggioranza nella commissione d’inchiesta, che è proprio quella che dovrebbe capire perché il Paese è sotto attacco, chi ci ha portato in questa situazione così complicata. Però voi volete farlo con la maggioranza dentro la commissione, perché non sia mai che una composizione quattro a quattro possa fare qualche passo avanti in più nell’accertamento della verità. Questo è stato il primo punto. Poi abbiamo discusso anche dell’ambito di applicazione della commissione e lì qualche passo avanti c’è stato, tanto che non abbiamo dovuto combattere troppo sull’emendamento relativo alle finalità. Ma non basta, perché abbiamo visto che la maggioranza ha voluto decidere anche chi dell’opposizione potesse o meno entrare nella commissione. Approfitto qui per dire che io avevo già comunicato al mio gruppo consiliare, fin da febbraio, che non era mio interesse entrare nella commissione e non l’avrei fatto, anche per l’impegno enorme richiesto da quei lavori. Però abbiamo fatto una battaglia di principio: la maggioranza non può venire qui, con la forza dei numeri, a decidere anche per l’opposizione, puntando il dito contro alcuni consiglieri dell’opposizione e spianando invece la strada ai propri membri. Le incompatibilità sono state disegnate ad hoc per estromettere qualcuno dell’opposizione e consentire invece a qualcuno della maggioranza di partecipare. Io faccio una scommessa: scommettiamo che il consigliere presentatore del testo di legge per la maggioranza, cioè Gian Nicola Berti, sarà poi membro della commissione d’inchiesta? Poi magari mi sbaglio, la mia storia politica è piena anche di errori e sconfitte, come quella di tanti altri. Siamo quindi arrivati a una composizione squilibrata nei numeri, in cui la maggioranza ha scelto chi può entrare e chi no, giocando con le date e con i requisiti. Abbiamo dovuto discutere persino delle tempistiche, e quella discussione sarebbe stata sterile se non ci fosse stata la dichiarazione del segretario Canti che ci ha comunicato quando finiranno le indagini, altra cosa che lascia francamente sgomenti. Insomma, dobbiamo chiederci se questa commissione d’inchiesta sarà davvero utile al Paese oppure se sarà un’altra commissione nata su presupposti sbagliati e con regole sbagliate, magari utile solo a far partire certe dinamiche politiche per puntellare una maggioranza o crearne una nuova. Questo a noi non interessa. Noi siamo convinti che la commissione dovesse servire da un lato ad accertare la verità sulle responsabilità politiche, istituzionali e amministrative legate all’impasse che stiamo vivendo e dall’altro a dare un messaggio autentico di unità del Paese. Purtroppo questo non è stato possibile. Ci troviamo ancora una volta davanti a un muro contro muro, con una maggioranza sempre più arroccata nella propria torre, scollegata dalla realtà del Paese, che esercita la forza e l’arroganza dei numeri dentro quest’aula e ci conduce, a nostro avviso, in una direzione completamente sbagliata. Se questo è quello che volete, noi non possiamo condividerlo. Ci dispiace davvero, perché un presupposto diverso sarebbe stato molto utile per tutti e avrebbe rappresentato un vero messaggio della politica, una politica che non formula accuse preconcette né si autoassolve in anticipo e che soprattutto non va già alla ricerca di capri espiatori. Mi ha colpito molto nel dibattito sentire quasi dire che poco male se si dovranno sacrificare uno o due soggetti afferenti al partito di maggioranza pur di mantenere determinate posizioni di potere e di governo. Non credo che la ricerca di capri espiatori sia il modo migliore per affrontare la realtà dei fatti e una situazione che ogni giorno dimostra sempre di più la propria gravità.
Mirko Dolcini (D-ML): Arriviamo alla fine di un dibattito non partecipato, partecipato da pochi. Evidentemente ci sono problemi all’interno della maggioranza: alcuni esplicitati, altri che invece non vengono sollevati ma che rimangono. Nell’opposizione invece c’è delusione, perché dopo questo ampio dibattito la commissione è rimasta non paritetica e quindi viene meno un certo equilibrio rispetto a quelle che saranno le decisioni della commissione. C’è una data d’inizio che sarebbe il frutto di compromessi, ma l’unica cosa chiara è che quella data non è chiara, perché non si comprende perché debba esserci la tagliola del primo settembre con il rischio che vi sia comunque una sovrapposizione con le indagini penali, che è poi il motivo per cui inizialmente la maggioranza sembrava voler rinviare tutto addirittura al 2027. C’è poi un oggetto e una finalità della commissione che riguardano soltanto una seconda fase del cosiddetto caso bulgaro. Non si affronta invece la parte iniziale: come sono nate le trattative, come si è sviluppata la corruzione, chi vi abbia realmente partecipato, se vi siano stati scudi, ombrelli o coperture. È vero che l’articolo 4 dice che ci sarà uno specifico interesse sulla seconda parte ma non in maniera esclusiva e quindi teoricamente si potrebbe parlare anche del resto. Però, come dicevo prima, le parole di un Parlamento sono importanti. Se si specifica che si può parlare di tutto ma si pone l’attenzione soprattutto su certi argomenti, allora si sta indicando una rotta precisa. E il rischio è proprio quello di distogliere l’attenzione dalla prima parte dell’inchiesta. Poi si è discusso anche dei requisiti di incompatibilità ed è emerso che, più che criteri finalizzati a evitare conflitti di interesse, sembrano requisiti costruiti su misura per decidere chi deve stare e chi no, più sulla base di appartenenze politiche o ideologiche che di reali incompatibilità. E poi c’è il peccato originale: la mozione d’ordine che ha impedito all’opposizione di discutere il proprio progetto di legge. Si è detto che il regolamento lo consente. Certo, il regolamento prevede la facoltà di presentare una mozione d’ordine nelle seconde letture, ma non imponeva di utilizzarla in questo caso. E nella pratica di questi sei anni in cui siedo in Consiglio è stata una cosa assolutamente irrituale, una forma di arroganza istituzionale. Per tutti questi motivi, Motus Liberi è deluso dal dibattito ed è deluso da questa commissione d’inchiesta. Per questo motivo voteremo contro la commissione voluta dalla maggioranza in questi termini, perché non sono termini corretti, non sono termini orientati alla ricerca della verità, ma soltanto ad annacquare il caso bulgaro.
Emanuele Santi (Rete): Credo che i colleghi dell’opposizione che mi hanno preceduto abbiano già spiegato bene la nostra amarezza per come si è concluso questo dibattito e soprattutto per come si concluderà questo progetto di legge. Voglio ribadire che si tratta di un progetto nato da un nostro ordine del giorno, presentato dall’opposizione al termine del dibattito del febbraio 2026, appena tre mesi fa, con cui chiedevamo l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Quella era stata la partenza. E di fronte a quell’ordine del giorno, la maggioranza non ne presentò uno proprio e votò in ordine sparso: qualcuno sparì nei meandri del Palazzo, qualcuno non votò, qualcuno si astenne, qualcuno votò a favore. Insomma, all’interno della maggioranza c’era una confusione totale. È evidente che su questa vicenda esiste un forte imbarazzo nella maggioranza, un imbarazzo che permane ancora oggi, perché affrontare il tema della vendita della banca significa inevitabilmente confrontarsi con le chat emerse pubblicamente in questi mesi, dalle quali risultano interazioni, pressioni, personaggi che hanno spinto e altri che hanno interagito, a nostro avviso in maniera non appropriata rispetto ai ruoli che ricoprivano. Credo che anche qualche segretario di Stato dovrebbe chiedere conto ad altri segretari di Stato del perché in certe chat siano così presenti e attivi alcuni membri del Congresso di Stato. Oggi arriviamo alla conclusione di questo percorso e, di fatto, questa commissione partirà a settembre, nella peggiore delle ipotesi. Però noi non possiamo essere soddisfatti. Chiedevamo innanzitutto una commissione paritetica. Lo stesso consigliere Berti e la sua forza politica, alla conclusione del primo dibattito, proprio perché non avevano trovato una posizione unitaria, depositarono un progetto di legge che prevedeva una composizione cinque a cinque. E gliene ho dato atto per onestà intellettuale. Oggi però venite qui a difendere una composizione cinque a tre e qualcosa bisogna dirlo, perché da vent’anni le commissioni d’inchiesta vengono fatte in maniera paritetica. Le ultime tre o quattro sono state tutte paritetiche. Sono partite tra mille difficoltà ma poi, una volta dentro la commissione, maggioranza e opposizione si spogliano della casacca politica e cercano di collaborare. Io ci sono stato nell’ultima e posso dirlo. Il dibattito può essere anche duro, ma alla fine nelle ultime commissioni si è arrivati a relazioni unitarie e votazioni unanimi. Se invece il presupposto di questa commissione è partire già con cinque membri della maggioranza e tre dell’opposizione, con un presidente eletto dalla maggioranza, allora significa che qualcuno vuole già tenersi la possibilità di andare avanti a colpi di maggioranza. Perché chi ha partecipato a queste commissioni sa che, alla fine, maggioranza e opposizione vengono meno di fronte agli atti, ai documenti e alle deposizioni, che hanno un solo significato oggettivo. Se invece il criterio è avere qualcuno in più per poter eventualmente ‘aggiustare’ le cose a colpi di maggioranza, allora questo non va bene. Anche sulle incompatibilità siete andati indietro nel tempo: prima al 1999, poi al 2016. Ma questa vicenda nasce nell’ambito dell’ultima legislatura, nelle trattative del 2024. Potete dire quello che volete, mettere le incompatibilità dove vi pare, ma un lettore attento capisce benissimo che quelle date servono ad eliminare personaggi scomodi dell’opposizione, come il capogruppo di Repubblica Futura o quello di Domani Motus Liberi. Siamo in quattordici e già ce ne togliete due: il campo si restringe. Anche sulla partenza della commissione voglio essere chiaro. La data del gennaio 2027 non era soddisfacente nemmeno per voi. Il compromesso del primo settembre può sembrare una mediazione ragionevole vista dall’esterno, quasi che qualcuno nella maggioranza abbia cercato di anticipare rispetto a chi voleva rinviare tutto alle calende greche. Però questa data non ha più alcun senso dopo le dichiarazioni del segretario Canti, che è venuto qui a dire che le indagini finiranno entro maggio. Se le indagini terminano a maggio e voi fissate comunque settembre, allora vuol dire che qualcuno vuole ancora prendere tempo. Gli arresti sono stati fatti nell’ottobre 2025, il comunicato sul presunto colpo di Stato del presidente Canzio è del febbraio 2026. Quando lessi quel comunicato mi preoccupai seriamente e molte persone mi telefonarono chiedendo cosa stesse succedendo e quando si sarebbe fatta chiarezza. E oggi quelle stesse persone ci chiedono perché la politica voglia prendere in mano questo dossier un anno o un anno e mezzo dopo i fatti. Hanno ragione quando pensano che si stia cercando di dilazionare, aspettando che cambino le dinamiche o che il mirino venga spostato altrove. E un po’ lo abbiamo già visto: prima si indaga da una parte, poi si va da un’altra, poi si smette di approfondire certi aspetti senza capire bene perché. Io mi auguro che la commissione parta davvero entro il primo settembre e che si riesca a lavorare in maniera seria. Però, se i presupposti sono quelli di una maggioranza che si impone con la forza dei numeri e che può decidere chi audire e chi no, allora il patto tra gentiluomini rischia già di saltare in partenza. Spero comunque che si faccia un lavoro decente e che vengano accertate le responsabilità politiche, anche alla luce delle notizie che arrivano da Bruxelles. Perché quando dicevamo che portare avanti un’operazione di questo tipo con quel gruppo, nel momento in cui stavamo chiudendo l’accordo di associazione, era pericoloso, non lo dicevamo solo noi ma anche qualcuno della maggioranza. Prima si doveva mettere in salvo l’accordo e poi eventualmente fare certe trattative. Alla luce di quanto accaduto, chi ha voluto portare avanti questa operazione nonostante il rischio per l’accordo di associazione ha una responsabilità politica. E non venite a dire che abbiamo già fatto processi o emesso sentenze. Nessuno qui ha l’anello al naso. Le dinamiche che si sono sviluppate in quest’aula negli ultimi due anni le abbiamo vissute tutti. Per questo mi auguro davvero che si faccia chiarezza, perché ciò che sta succedendo in questi giorni non è accettabile. Ci siamo messi nella peggior condizione possibile e probabilmente qualcuno questa condizione l’ha voluta, forse proprio chi remava contro l’accordo di associazione fin dall’inizio. Io questa cosa non riesco ad accettarla e faccio appello anche ai membri della maggioranza affinché abbiano il coraggio di puntare il dito contro chi ha avuto la responsabilità politica di portare avanti questa trattativa in maniera nefasta. Per questo, pur avendo fortemente voluto questa commissione d’inchiesta, noi non siamo nelle condizioni di votare questo progetto di legge.
Michele Muratori (Libera): Interverrò a nome di tutta la maggioranza e farò una dichiarazione di voto unica. Cercherò magari di non utilizzare tutto il tempo a disposizione, anche perché effettivamente è stato un dibattito particolarmente lungo e si è detto tantissimo, forse anche troppo. Parto rispondendo ai colleghi dell’opposizione che mi hanno preceduto, in particolare all’ultimo intervento del consigliere Emanuele Santi, che ha sostenuto che non siano state fatte sentenze o lezioni. Io invece credo esattamente il contrario: penso che in questo dibattito si sia detto fin troppo e che, nel momento in cui in Parlamento si gettano ombre ancor prima che una commissione d’inchiesta inizi i propri lavori, non si renda un grande servizio al Paese. Le commissioni d’inchiesta devono lavorare con la massima serenità per poter analizzare in maniera asettica tutti i documenti che verranno prodotti al loro interno. Partecipare a una commissione d’inchiesta è sicuramente un onore, ma è anche un onere, perché la responsabilità di chi ne fa parte è altissima. Auguro il miglior lavoro possibile e un lavoro proficuo a chi parteciperà alla commissione. Ci sono poi altri aspetti del dibattito ai quali vorrei replicare. Si è parlato molto della commissione paritetica. Noi crediamo che mantenere la proporzionalità fosse la soluzione migliore, perché la pariteticità avrebbe creato delle distorsioni. Il collega Renzi, legittimamente, ha parlato di una commissione composta da quattro membri di maggioranza e quattro di opposizione. Ma questo avrebbe significato, con le proporzioni presenti in quest’aula, che tutte le forze politiche avrebbero avuto un membro in commissione e che, guarda caso, Repubblica Futura avrebbe avuto addirittura due membri. Ora, una forza politica che rappresenta otto consiglieri non può avere il doppio dei rappresentanti rispetto a partiti che hanno più del doppio dei parlamentari, come la Democrazia Cristiana, oppure il partito che rappresento io o ancora il PSD, che ha i vostri stessi numeri ma si sarebbe ritrovato con la metà dei partecipanti. Questa è la prima grande discrasia della soluzione proposta dall’opposizione e per noi non era assolutamente percorribile. È stata citata anche la mozione d’ordine presentata ieri dalla maggioranza. Credo che l’opposizione, così come legittimamente utilizza strumenti di ostruzionismo o rallentamento su provvedimenti che contesta, debba riconoscere che la mozione d’ordine è uno strumento pienamente previsto dal regolamento. È vero che magari in passato è stato utilizzato raramente, ma resta uno strumento democraticamente previsto. Inoltre, il progetto di legge dell’opposizione si sovrapponeva praticamente in tutto a quello che stavamo già discutendo e avremmo semplicemente raddoppiato i tempi del dibattito, cosa che non ritenevamo opportuna per un passaggio così importante come l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Il collega Renzi ha parlato di perdita di tempo. Io invece credo che i due giorni pieni trascorsi in aula, oltre al dibattito iniziale di venerdì, non siano stati affatto una perdita di tempo. Quello che stiamo istituendo è un passaggio estremamente importante per salvaguardare le nostre istituzioni e fare chiarezza. Ben venga quindi un dibattito articolato, anche se in alcuni passaggi si è arrivati davvero a questioni di lana caprina, come quella relativa al presidente e al vicepresidente, che rientra nella normalità delle cose e di quanto già avvenuto in altre commissioni d’inchiesta. C’è stato poi il tema dell’inizio dei lavori della commissione. Noi avevamo previsto una certa data, voi volevate partire subito e alla fine abbiamo trovato un punto d’incontro nel termine del primo settembre. Quella data non era stata messa per buttare la palla in avanti o per perdere tempo, ma per tutelare e salvaguardare il lavoro che il tribunale sta portando avanti in questo momento. Credo infatti che avviare una commissione d’inchiesta mentre è ancora in corso una fase istruttoria non sia funzionale al risultato che tutti vogliamo ottenere. Il messaggio che l’opposizione ha cercato di far passare in questi giorni è che la maggioranza voglia sabotare la commissione o mandarla a monte. Ma il nostro intento è esattamente opposto. Non siete solo voi a cercare la verità. Tutta la maggioranza è qui e voterà compatta questo progetto di legge proprio perché anche noi vogliamo far emergere eventuali responsabilità politiche e accertare la verità, per salvaguardare le istituzioni e il nostro Paese. Per questo la maggioranza voterà compatta il progetto di legge e auguriamo fin da ora buon lavoro agli otto membri della commissione.
Michela Pelliccioni (indipendente): Volevo soltanto annunciare, così come avevo già fatto per l’ordine del giorno, che per motivi professionali non parteciperò alla votazione.
Il progetto di legge è messo in votazione e approvato a maggioranza.
Comma 12 – Progetto di legge “Disposizioni sulla Pianificazione Territoriale Strategica – Norme per lo sviluppo e la valorizzazione del Territorio – Interventi straordinari con finalità sociali” (presentato dalla Segreteria di Stato per il Territorio) (II lettura)
Paolo Crescentini (PSD), relatore di maggioranza: Onorevoli Membri del Consiglio Grande e Generale,
porto all’attenzione dell’Aula la relazione al progetto di legge “Disposizioni sulla pianificazione territoriale strategica – norme per lo sviluppo e la valorizzazione del territorio – interventi straordinari con finalità sociali”.
Il testo, licenziato dalla IV Commissione Consiliare Permanente al termine di un confronto approfondito e costruttivo, viene oggi sottoposto alla seconda lettura del Consiglio Grande e Generale. Il lavoro svolto ha consentito di integrare significativamente l’impianto normativo, grazie al contributo di tutti i gruppi consiliari ed al supporto dei tecnici della Segreteria di Stato per il Territorio e dell’Ufficio di Segreteria Istituzionale.
A distanza di oltre trent’anni dall’approvazione dell’ultimo Piano Regolatore Generale, il progetto di legge si pone l’obiettivo di rinnovare il sistema della pianificazione territoriale, sulla base di principi di legalità, trasparenza, partecipazione e semplificazione dell’azione amministrativa, nonché di fornire risposte concrete e tempestive a esigenze sociali oggi particolarmente rilevanti.
Le principali finalità del provvedimento possono essere così sintetizzate:
- introdurre nuovi strumenti di pianificazione territoriale;
- affrontare le sfide sociali, ambientali ed economiche, promuovendo la rigenerazione urbana e il contenimento del consumo di suolo e favorendo scelte che consentano di migliorare la qualità della vita delle generazioni presenti e future;
- definire un assetto gerarchico e coordinato della pianificazione, procedendo con il Piano di tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio, per Piani Tematici tra loro complementari, dando seguito alle scelte pianificatorie con Programmi Pluriennali di Attuazione e alla loro attuazione mediante i piani di dettaglio, ossia i Piani Particolareggiati.
Tra gli elementi qualificanti del progetto di legge si segnala l’introduzione della “Funzione Abitativa Collettiva” (Gruppo H), finalizzata a rispondere in modo strutturale alle esigenze abitative. Essa prevede l’incremento dell’offerta di alloggi – in particolare attraverso tipologie edilizie come case in linea e a schiera – mediante bandi pubblici su aree di proprietà pubblica, con l’obiettivo di sostenere le giovani coppie e contribuire alla riduzione dei canoni di locazione.
Nello stesso ambito si inseriscono gli interventi relativi allo studentato universitario. La crescita significativa della popolazione dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino, unitamente alle attività di alta formazione, convegni, seminari e campus estivi, rende necessario prevedere soluzioni adeguate, privilegiando il recupero del patrimonio edilizio esistente. Ciò consentirà di migliorare l’offerta di servizi per gli studenti e, al contempo, di incidere positivamente sul mercato della locazione.
Ulteriore ambito di intervento è rappresentato dal co-housing, quale modello abitativo fondato sulla condivisione di spazi e servizi. Tale soluzione, oltre a favorire la coesione sociale, consente una razionalizzazione dei costi e l’introduzione di servizi integrati a beneficio delle diverse fasce della popolazione. Oltre alla condivisione di spazi funzionali (cucina, lavanderia, laboratori, ricreativi (sale per pranzi e riunioni, sale lettura, aree relax), giardini e orti, possono essere previsti servizi particolari di assistenza alla persona, trasporto o attività doposcuola, a seconda delle fasce di età coinvolte, con effetti positivi anche sul piano economico.
Passando all’esame dell’articolato, il progetto di legge si struttura in otto Titoli.
Il Titolo I definisce i principi generali della pianificazione territoriale e del governo del territorio, individuando criteri quali interesse pubblico, sostenibilità e qualità della vita, nonché i principi dell’azione amministrativa. Viene attribuita priorità alla sicurezza idrogeologica e alla tutela ambientale e paesaggistica.
Il Titolo II introduce le strategie per la qualità urbana, rurale ed ecologico-ambientale, con misure volte alla tutela del territorio, alla riduzione del consumo di suolo e alla valorizzazione delle aree rurali e delle loro vocazioni.
Il Titolo III disciplina gli atti di governo del territorio e definisce gli strumenti di pianificazione. In particolare, il “Piano di tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio” assume il ruolo di strumento sovraordinato, mentre i Piani Tematici consentono una pianificazione settoriale coordinata.
Il Programma Pluriennale di Attuazione rappresenta il raccordo tra pianificazione e realizzazione degli interventi, che include aree residenziali e produttive, aree destinate ad edilizia sociale, pubblica o convenzionata e tutti gli interventi prioritari, per consentire il coordinamento delle opere pubbliche, per il cui finanziamento è prevista la pubblicazione di bandi che favoriscono lo sviluppo di forme di partenariato pubblico/privato, mediante atti di convenzionamento, che dovranno essere approvati in Consiglio Grande e Generale. L’avvio della pianificazione tematica consentirà, in maniera coerente e coordinata, di favorire lo sviluppo del territorio tenendo conto dei vincoli individuati nel “Piano di tutela salvaguardia e valorizzazione del territorio”, consentendo risposte efficaci nel rispetto della qualità della vita e della tutela ambientale.
I Titoli IV e V regolano i procedimenti di formazione e approvazione degli strumenti di pianificazione, introducendo strumenti di semplificazione quali la Conferenza dei Servizi e rafforzando i meccanismi di partecipazione e trasparenza.
Il Titolo VI disciplina l’attività di convenzionamento, definendo criteri e modalità, nonché le forme di acquisizione di valore pubblico a favore dell’Eccellentissima Camera.
Con il Titolo VII si apre la parte immediatamente applicativa del provvedimento, con misure finalizzate a rispondere alle emergenze abitative e sociali. In questo ambito si inserisce anche la disciplina degli “Alloggi per Comunità Abitative”, attuabile esclusivamente su aree pubbliche in zone servizi attraverso bandi e convenzioni approvate dal Consiglio Grande e Generale, in coerenza con i principi già espressi in precedenti iniziative legislative.
L’articolo 51 prevede incentivi per interventi di insediamento della Funzione Abitativa Collettiva, finalizzati in modo particolare alla riqualificazione di edifici esistenti. Sono inoltre previsti interventi di rigenerazione urbana su aree degradate, tra queste rientrano i siti “Ex Symbol” ed “Ex Conceria”, attraverso azioni strategiche di interesse pubblico, volte a:
a) rigenerazione complessiva degli spazi, non limitata al singolo edificio;
b) miglioramento della qualità urbana;
c) integrazione nel contesto esistente, anche mediante elementi di arredo urbano, piazze, giardini e spazi collettivi.
Il Capo V “Modifiche al Decreto Delegato 24 maggio 2017 numero 51” dispone, tra l’altro, che nei casi di demolizione e ricostruzione di edifici in zona agricola, al fine di favorire la riqualificazione del patrimonio esistente, la sicurezza stradale ed il miglioramento fondiario, una maggiore flessibilità negli spostamenti dell’area di sedime.
Viene, altresì, abrogato l’incentivo che ha permesso di aumentare l’indice edificatorio e l’altezza degli edifici ricostruiti determinando un forte impatto negativo sul nostro territorio, anche da un punto di vista paesaggistico ed ambientale.
L’ultimo Titolo afferisce alle norme attuative, norme transitorie, al fine di garantire continuità amministrativa e certezza del diritto nella fase di passaggio al nuovo sistema.
Eccellenze,
Colleghi Consiglieri,
il progetto di legge pone al centro la tutela, la salvaguardia e la valorizzazione del territorio, rafforzando al contempo la partecipazione e la trasparenza dell’azione amministrativa.
La “Funzione Abitativa Collettiva” rappresenta una risposta concreta alle esigenze di giovani, famiglie, studenti e popolazione anziana, attraverso strumenti innovativi e controllati, in grado di prevenire fenomeni speculativi e garantire l’interesse pubblico.
Il provvedimento coniuga l’esigenza di affrontare le attuali emergenze sociali e abitative con una visione di sviluppo sostenibile per il Paese.
Per tali ragioni, invito l’Aula ad approvarlo.
Gaetano Troina (D-ML), relatore di minoranza: Eccellentissimi Capitani Reggenti,
Onorevoli Membri del Consiglio Grande e Generale,
La Commissione Consiliare IV ha esaminato il progetto di legge in materia di pianificazione strategica territoriale, approvandolo in sede referente con il voto favorevole della sola maggioranza e il voto fortemente contrario delle forze di opposizione.
La presente relazione di minoranza intende illustrare le ragioni di tale contrarietà, maturate nel corso dei lavori della Commissione e ulteriormente consolidate attraverso l’analisi dell’articolato, in coerenza con le posizioni espresse anche nel confronto pubblico sviluppatosi nelle settimane precedenti.
Il provvedimento interviene su un ambito particolarmente delicato per la Repubblica, incidendo direttamente sulla sicurezza dei cittadini, sulla qualità dello sviluppo e sulla sostenibilità complessiva del sistema Paese. Proprio per questa ragione sarebbe stato necessario un testo normativo caratterizzato da chiarezza, coerenza, visione strategica e condivisione: elementi che non si riscontrano nella formulazione attuale.
Valutazioni sul metodo
Le criticità del progetto di legge emergono già sotto il profilo del metodo seguito durante l’esame in Commissione.
Il confronto si è rivelato limitato nella sostanza. Gran parte degli emendamenti presentati dalle forze di opposizione, in particolare quelli di maggiore sostanza e risolutivi, sono stati respinti in modo pressoché sistematico, senza un effettivo approfondimento nel merito.
Tali proposte hanno tuttavia consentito di far emergere con chiarezza alcune lacune dell’impianto normativo e, in più casi, hanno evidenziato una carenza di approfondimento su temi sensibili e delicati da parte del Governo e della maggioranza.
In ogni caso, una piccola parte di questi emendamenti è stata accolta, a conferma della fondatezza delle criticità sollevate. Ciò nonostante, le problematiche più rilevanti e strutturali del provvedimento sono rimaste irrisolte, lasciando invariati i principali elementi di debolezza del testo.
Nel prosieguo dei lavori è inoltre emersa una gestione non sempre lineare dell’iter, con modifiche anche rilevanti introdotte nel corso delle sedute senza adeguato deposito preventivo, nonché con chiarimenti e reinterpretazioni intervenuti contestualmente alla discussione degli articoli.
A ciò si è aggiunto un andamento dei lavori complesso sotto il profilo organizzativo e del clima. In più fasi si sono registrati momenti di tensione significativa, in particolare nelle fasi conclusive, con discussioni tecniche protrattesi in orari avanzati, con la volontà di alcuni commissari di maggioranza di concludere speditamente a qualunque costo, con evidenti ripercussioni sulla qualità del confronto.
Permane comunque una criticità di fondo: l’assenza di un adeguato supporto istruttorio. Non è stato infatti messo a disposizione un quadro conoscitivo aggiornato e strutturato del territorio, capace di giustificare in modo puntuale le scelte normative. Nel dibattito è emersa con chiarezza la necessità di una ricognizione complessiva del patrimonio territoriale quale presupposto di ogni intervento riformatore.
Valutazioni di merito
Entrando nel merito, l’impostazione complessiva della legge appare al tempo stesso frammentata e incompleta: la scelta di articolare la pianificazione attraverso una pluralità di piani tematici rischia di determinare una gestione del territorio per comparti separati, privi di un reale coordinamento. A ciò si aggiunge il rinvio sistematico a strumenti successivi – piani, programmi, linee guida e decreti delegati – per la definizione concreta delle scelte fondamentali.
Nel dibattito, anche pubblico, è stato evidenziato come tale impostazione non introduca una reale discontinuità rispetto al passato, ma si limiti in larga parte a riorganizzare l’esistente. In particolare, è stata sottolineata l’assenza di una nuova visione complessiva e la mancata elaborazione di uno strumento urbanistico generale, con il rischio di una sostanziale cristallizzazione della situazione attuale.
Programmazione e rafforzamento del ruolo dell’Esecutivo
Le criticità della struttura normativa si riflettono sull’equilibrio tra gli organi istituzionali: strumenti quali, ad esempio, il Programma Pluriennale di Attuazione, attribuiscono all’Esecutivo un ruolo particolarmente incisivo nella definizione delle priorità, introducendo margini di discrezionalità non adeguatamente circoscritti.
Il dibattito sull’articolo relativo alle norme di attuazione ha evidenziato il rischio di una delega ampia e poco definita alla normativa secondaria. Pur a seguito di modifiche intervenute nel corso dei lavori – tra cui l’introduzione di un limite temporale per i decreti delegati e l’eliminazione dei regolamenti attuativi – permane una criticità strutturale legata allo spostamento del baricentro decisionale verso l’Esecutivo.
Tale elemento è stato evidenziato con continuità anche nel confronto pubblico, come fattore potenzialmente idoneo a ridurre la trasparenza e il controllo democratico.
Ambiguità normativa e difficoltà applicative
Un ulteriore profilo critico riguarda la qualità della formulazione normativa: nel corso dei lavori sono emerse numerose ambiguità, sia sul piano delle definizioni sia su quello delle disposizioni operative, spesso chiarite solo oralmente. In più casi, la comprensione delle norme risulta subordinata a interpretazioni esterne al testo legislativo.
È stato inoltre evidenziato un approccio fondato su interventi puntuali e correttivi, piuttosto che su una revisione organica del sistema, con il rischio di generare ulteriori incoerenze e di rendere più complessa l’applicazione delle disposizioni.
Coerenza interna del testo e rapporto con la prassi
Dall’analisi dell’articolato emerge una criticità legata alla coerenza complessiva del testo.
Il provvedimento recepisce in larga parte prassi già in uso, trasformandole in norma. Ciò comporta il rischio di consolidare modalità operative sviluppatesi in assenza di un quadro normativo chiaro, anziché definire regole nuove e autonome.
La legge interviene inoltre, in più casi, a posteriori su fenomeni già verificatisi, anziché prevenirli attraverso una disciplina sistematica.
Sicurezza del territorio e responsabilità
Particolarmente rilevante è il tema della sicurezza del territorio, che rappresenta uno degli ambiti nei quali emergono le maggiori criticità del provvedimento.
Il progetto di legge non definisce in modo sufficientemente chiaro la ripartizione delle responsabilità tra tecnici e amministrazione, né stabilisce un quadro univoco per la gestione delle aree a rischio. Permangono inoltre incertezze sull’attribuzione degli oneri economici relativi agli interventi di mitigazione.
Nel dibattito in Commissione, i temi del rischio idrogeologico e della sicurezza sismica sono stati indicati come particolarmente sensibili, anche alla luce delle possibili ricadute in termini di edificabilità e responsabilità degli interventi.
È stato inoltre evidenziato come, in assenza di criteri chiari e preventivi, il sistema possa prestarsi a valutazioni caso per caso, con il rischio di generare incertezza applicativa e disparità di trattamento, oltre a esporre l’amministrazione e i tecnici a potenziali contenziosi.
Strutture e funzionamento del sistema
Permane una significativa preoccupazione rispetto all’assetto organizzativo delineato dal progetto di legge, che appare caratterizzato dalla tendenza a introdurre nuovi organismi e livelli decisionali senza una chiara definizione delle rispettive competenze e senza adeguate garanzie di effettiva operatività.
Nel corso del dibattito in Commissione, l’istituzione di nuovi strumenti – quali l’Osservatorio permanente sulla pianificazione territoriale – ha evidenziato criticità rilevanti. Da un lato, tali organismi vengono presentati come strumenti di monitoraggio e coordinamento; dall’altro, emergono dubbi concreti circa la loro capacità di incidere realmente sui processi decisionali, in assenza di poteri chiari, responsabilità definite e meccanismi di rendicontazione trasparenti.
È stato infatti sottolineato come il rischio sia quello di moltiplicare strutture che, pur formalmente istituite per rafforzare il sistema, finiscano per generare sovrapposizioni, rallentamenti procedurali e opacità nei processi decisionali, senza apportare un reale valore aggiunto in termini di efficacia amministrativa.
Tale impostazione, anziché semplificare e rendere più leggibile il sistema della pianificazione territoriale, rischia di aumentarne la complessità, rendendo meno chiara la catena delle responsabilità e più difficile il controllo democratico sull’azione amministrativa.
Procedure semplificate e riduzione delle garanzie
Le disposizioni relative alle procedure semplificate rappresentano uno degli aspetti più delicati del provvedimento, in quanto incidono direttamente sull’equilibrio tra esigenze di efficienza amministrativa e tutela dell’interesse pubblico.
L’ampliamento delle fattispecie qualificate come interventi “minori”, unitamente alla compressione dei tempi procedurali, rischia infatti di determinare una riduzione sostanziale delle garanzie, sia sotto il profilo dei controlli tecnici sia sotto quello della trasparenza delle decisioni.
Nel dibattito pubblico e in Commissione è stato evidenziato come tali strumenti possano, in assenza di criteri rigorosi e puntualmente definiti, prestarsi a interpretazioni estensive, con il rischio di favorire interventi poco controllati o non adeguatamente valutati sotto il profilo dell’impatto territoriale.
Le opposizioni hanno inoltre richiamato l’attenzione sul rischio che procedure accelerate possano incidere su ambiti particolarmente sensibili, quali la sicurezza idrogeologica e la gestione delle aree a rischio, rispetto ai quali il progetto di legge presenta già profili di ambiguità.
In questo contesto, la semplificazione rischia di tradursi non in una maggiore efficienza, ma in una riduzione delle tutele, con possibili effetti negativi sia sulla qualità degli interventi sia sulla fiducia dei cittadini nei processi decisionali.
Ruolo delle Giunte di Castello
Le Giunte di Castello sono relegate a una funzione consultiva, espressa attraverso pareri non vincolanti, che non appaiono idonei a incidere in modo significativo sulle scelte pianificatorie, pur trattandosi di decisioni con impatti diretti e rilevanti sulle comunità locali.
Tale impostazione si inserisce in un quadro più ampio di centralizzazione delle decisioni, che tende a concentrare le principali leve della pianificazione in capo all’Esecutivo e agli organismi tecnici centrali, riducendo gli spazi di partecipazione e di rappresentanza territoriale.
Nel confronto è stata inoltre evidenziata l’assenza di strumenti strutturati di coinvolgimento nelle fasi iniziali dei processi decisionali. Questo elemento appare particolarmente critico, in quanto limita la possibilità di intercettare tempestivamente le esigenze dei territori e di prevenire conflitti legati alle trasformazioni urbanistiche.
In un ambito come quello della pianificazione territoriale, che incide direttamente sulla qualità della vita delle comunità, l’assenza di un coinvolgimento effettivo delle Giunte rischia di tradursi in una distanza crescente tra istituzioni e cittadini, nonché in una minore legittimazione delle scelte adottate.
Conclusioni
Il quadro emerso nel corso dei lavori risulta coerente con le valutazioni espresse dalle forze di opposizione anche nelle settimane precedenti.
Il progetto di legge si presenta formalmente come una riforma strutturale, ma nella sostanza si configura come un intervento che tende a formalizzare l’esistente, rinviando a strumenti successivi le scelte fondamentali.
Nel corso della dichiarazione finale di voto, le forze di opposizione hanno evidenziato in particolare:
- la limitata portata innovativa del provvedimento, configurabile come una sostanziale cristallizzazione della situazione attuale;
- la mancata elaborazione di un nuovo modello di pianificazione territoriale;
- il rischio di consolidare modalità di gestione del territorio già oggetto di rilievo critico;
- la distanza tra la narrazione politica della riforma e il contenuto effettivo del testo.
È stato inoltre sottolineato come gli interventi migliorativi introdotti rappresentino correttivi parziali, non idonei a incidere sull’impianto complessivo della legge.
Il dibattito in Commissione ha infatti messo in luce criticità strutturali che incidono sulla qualità complessiva della riforma: dalla chiarezza delle norme, alla definizione delle responsabilità, fino all’equilibrio tra i livelli decisionali.
In assenza di un intervento correttivo organico, il rischio è quello di introdurre un sistema che, pur formalmente innovativo, risulti nella pratica incerto, frammentato e fortemente dipendente da atti successivi e da interpretazioni discrezionali, che potrebbero certamente prestarsi a distorsioni di natura politica nella gestione del territorio, in particolare nell’ambito della Commissione per le Politiche Territoriali, alla quale è stato confermato un grande potere di intervento, anche mediante la (non regolamentata) possibilità di apportare varianti agli strumenti di pianificazione attuativa con la logica dello stralcio, di fatto mai abbandonata.
Per tutte queste ragioni, la minoranza esprime e conferma un forte parere contrario al provvedimento, ritenendo necessario un ripensamento complessivo della disciplina, al fine di giungere a una normativa più chiara, più equilibrata e realmente capace di rispondere alle esigenze della Repubblica, agli antipodi rispetto all’attuale gestione troppo politicizzata e soggetta al forte rischio di clientelismo politico.
Segretario di Stato Matteo Ciacci: E’ un grande piacere trovarci di fronte alla discussione della seconda lettura della legge sulla pianificazione strategica territoriale. Cercherò di essere conciso ma allo stesso tempo diretto su alcuni punti che hanno contraddistinto la stesura della norma, la discussione in commissione e il lavoro che è stato fatto in maniera sinergica tra governo e maggioranza, all’interno di un’attività assolutamente proficua. Un lavoro di squadra che ha consentito, dopo anni, l’arrivo in quest’aula di una nuova norma che andrà a disciplinare, o almeno questa è la nostra ambizione, lo sviluppo e la valorizzazione del nostro territorio nei prossimi anni. Esprimo un rammarico per l’atteggiamento delle forze di opposizione rispetto al testo di legge, pur rispettandone la posizione, che però non condivido né nel merito né nel metodo, anche considerando che durante la discussione non sono stati presentati grandi emendamenti o modifiche sostanziali, se non emendamenti abrogativi o proposte di sostanziale immobilismo. Eppure tutti siete stati al governo e grandi risultati sulle politiche di pianificazione territoriale non ne sono stati portati avanti. Detto questo, avremo modo di confrontarci articolo per articolo e spero che la discussione possa essere più costruttiva rispetto a una narrazione che viene fatta costantemente da alcuni esponenti dell’opposizione e che ritengo spesso distorta e falsa. Quando si parla di territorio, però, le cose si vedono: sul territorio o fai le cose oppure non puoi raccontarle. Le puoi anche comunicare, ma se le racconti devono poi esserci gli effetti concreti, altrimenti i fatti non collimano con la narrazione. E quindi questa vostra narrazione io la ritengo particolarmente scadente. Soffermiamoci invece su un progetto di legge che contiene elementi assolutamente innovativi, innanzitutto rispetto al metodo. Abbiamo deciso di superare l’impostazione del Piano Regolatore Generale del 1992, che riteniamo assolutamente superata, attraverso una pianificazione tematica capace di orientare un cambiamento più dinamico, più flessibile e più agevole del nostro territorio. Naturalmente ricordando sempre che aspetti come quelli paesaggistici, monumentali, storici e del dissesto idrogeologico non possono essere assolutamente trascurati. Per questo il piano di tutela paesaggistica e ambientale assume un livello gerarchico principale, in modo tale che tutti i temi legati al paesaggio, alla tutela storica e al dissesto vengano messi in evidenza, mentre poi tutta la restante pianificazione tematica — verde, infrastrutture, aree produttive, aree agricole — potrà essere affrontata di volta in volta costruendo un mosaico più al passo con i tempi e coerente con le legislazioni che gravitano attorno a noi, non solo nei comuni limitrofi ma anche in altre realtà italiane. È un progetto fatto in casa, che rispecchia le esigenze della maggioranza e del governo, ma sviluppato attraverso un serio approfondimento, recuperando anche progetti e studi elaborati negli anni precedenti, perché non si butta via niente, ma si utilizza tutto ciò che può essere utile. Dentro questa legge c’è un po’ di Boeri, ci sono progetti legati allo sviluppo economico degli ultimi anni, c’è la legge sul paesaggio del 1995 che viene rafforzata e rilanciata. La seconda parte della norma invece cerca di dare risposta a esigenze sociali che riteniamo non più rinviabili. Parliamo dello studentato, del cohousing e delle comunità abitative. Perché parliamo di studentato? Perché continuiamo a credere che la nostra università e i nostri giovani debbano trovare una dimensione reale nel nostro Paese, costruirsi qui una vita, una famiglia e un futuro professionale. Si parla tanto della fuga dei cervelli, ma io credo che San Marino debba cambiare paradigma e lavorare affinché i nostri giovani vedano il territorio sammarinese come qualcosa di funzionale allo sviluppo della propria vita. Da qui nasce il tema dello studentato. Il cohousing invece risponde a un nuovo modo di abitare che crediamo debba essere esplorato anche a San Marino. E poi c’è il tema delle comunità abitative, perché esiste un’emergenza casa evidente, soprattutto per le giovani coppie ma non solo. Serve un nuovo modo di costruire e abitare, con spazi comuni e modalità differenti. Urbanisticamente tutto questo non andrà a toccare aree agricole o nuovi terreni agricoli, e ci tengo a sottolinearlo, ma agirà sulle aree servizi. Sarà l’Eccellentissima Camera ad adottare bandi per sviluppare queste esigenze sociali. Nel caso invece di aree servizi private saranno previsti paletti molto stringenti per evitare speculazioni. Se un privato riqualifica un’area servizi realizzando ad esempio un cohousing o uno studentato, una parte delle superfici utili dovrà essere utilizzata con una prevalenza definita dall’Eccellentissima Camera. È una modalità innovativa anche per superare quei convenzionamenti discrezionali che in passato venivano fatti direttamente con delibere del Congresso di Stato. Oggi invece le convenzioni arriveranno addirittura in Consiglio Grande e Generale, che le voterà. Le Commissioni Politiche Territoriali avranno prerogative ancora più specifiche e precise rispetto al passato. Credo quindi che sia stato introdotto un vero cambio di paradigma, con serietà e prospettiva. Ritengo inoltre che alcuni miglioramenti apportati anche grazie a emendamenti dell’opposizione abbiano contribuito a elevare il livello di attenzione su alcuni aspetti della norma, e questo va riconosciuto. È un percorso che nasce da lontano, oltre un anno di lavoro, e rappresenta una visione di Paese: risposte sociali immediate attraverso studentato, cohousing e comunità abitative e, nel lungo periodo, una pianificazione tematica che ci permetta di non dover aspettare continuamente varianti di PRG o piani particolarizzati enormi, spesso gestiti in maniera discrezionale. Credo che questo sia un passaggio politicamente molto importante della legislatura, perché se dopo due anni questa maggioranza produce una norma così rilevante significa che è una maggioranza in salute, capace di condividere obiettivi chiari, soprattutto sul territorio e sulle politiche ambientali. Spero davvero che vi sia la volontà di costruire insieme un percorso partecipato per esplorare questi nuovi orizzonti che la norma apre. E credo che questa narrazione che stiamo portando avanti non sia sterile o astratta, ma estremamente pratica e concreta, come piace a noi.
Guerrino Zanotti (Libera): Tutti sappiamo che San Marino ha un Piano Regolatore Generale che risale al 1992, ormai trentaquattro anni fa. Con quello strumento, che nel tempo è stato rattoppato con decine di varianti e aggiustato secondo le necessità del momento, si è continuato a governare il territorio fino ad oggi, con guasti urbanistici che sono sotto gli occhi di tutti. Nessuna maggioranza e nessun governo sono riusciti a sostituirlo, ma è evidente che non si può andare avanti così. Questo progetto di legge nasce dalla consapevolezza e dall’impegno che la maggioranza e il governo hanno assunto con la cittadinanza. Con una scelta innovativa, quanto criticata dalle opposizioni, si è deciso di superare il vecchio piano regolatore attraverso una serie di passaggi previsti dal piano strategico territoriale. Ed è qui che nasce il primo problema, perché il cavallo di battaglia delle opposizioni è sostenere che manchi una visione di insieme. L’invito che facciamo è quello di ragionare concretamente su cosa significherebbe oggi scrivere un nuovo PRG. Nonostante l’ottimo lavoro prodotto dallo studio Boeri, sapete meglio di me che servirebbero anni di lavoro, anni di dibattiti e pressioni da più parti, con il territorio che nel frattempo resterebbe fermo. Lo abbiamo già vissuto negli ultimi dieci anni senza arrivare a nulla di concreto. E mentre si aspetta, problemi reali come il mercato degli affitti, le aree degradate e le strutture per gli studenti rimarrebbero senza risposte. La scelta fatta qui è diversa e, a mio avviso, più intelligente. Si costruisce per livelli. Prima di tutto viene il piano di tutela del territorio, che stabilisce cosa non si tocca, dove ci sono rischi e cosa va protetto per ragioni ambientali, storiche e paesaggistiche. È lo strumento sovraordinato che fa da tetto a tutto il resto e la legge prevede che venga realizzato in tempi ravvicinati. Poi vengono i piani tematici: verde, risorse, agricoltura, infrastrutture, turismo, mobilità, ambiti edilizi e produttivi. Settori diversi trattati con la giusta profondità e coordinati tra loro. Questo non significa pianificare per compartimenti stagni, ma riconoscere che il territorio è complesso e che le risposte devono esserlo altrettanto. Ma il punto che più interessa i cittadini e che rappresenta il cuore politico di questo provvedimento è la casa. Sappiamo tutti quanto sia diventato difficile trovare un alloggio a San Marino. I canoni di locazione sono fuori dalla portata di molti giovani e chi entra per la prima volta nel mercato immobiliare fa fatica. Questa legge introduce strumenti concreti per affrontare il problema. Il cohousing significa spazi privati e spazi condivisi, costi più bassi e relazioni di vicinato più forti. È una pratica che funziona in tutta Europa da decenni e risponde ai bisogni dei giovani ma anche degli anziani soli. E chi lo realizza, grazie anche a un emendamento sul quale abbiamo trovato una convergenza parziale con le opposizioni, deve mantenerlo tale per vent’anni. Non è un escamotage per costruire e poi rivendere: è un impegno vincolante. Lo studentato risponde a qualcosa che vediamo ogni giorno. L’università cresce, arrivano studenti da fuori e tutti cercano casa nello stesso mercato sul quale insistono anche le residenze atipiche, con il risultato che l’offerta diminuisce e i prezzi aumentano per tutti. Le comunità abitative invece funzionano così: aree pubbliche, bando pubblico, prezzi calmierati e un vincolo di venticinque anni che impedisce qualsiasi operazione speculativa. Non è assistenzialismo, ma un’opportunità concreta per accedere alla prima casa con regole chiare e trasparenti. Ed è proprio su questo punto che le opposizioni hanno parlato di rischio di speculazioni edilizie. Ma guardando il testo trovo esattamente il contrario. I vincoli di destinazione durano vent’anni per cohousing e studentato e venticinque per le comunità abitative. Le aree pubbliche restano tali fino al completamento degli iter previsti. Le convenzioni più rilevanti passano dall’approvazione del Consiglio Grande e Generale e soprattutto abbiamo espressamente abrogato il famoso bonus di cubatura che negli anni passati ha consentito di ricostruire edifici più alti e più grandi di quelli demoliti, con impatti evidenti sul paesaggio. La speculazione prospera quando mancano regole chiare e noi riteniamo che questa legge le introduca. Durante i lavori della commissione le opposizioni hanno anche sollevato il tema dei troppi poteri attribuiti alla Commissione Politiche Territoriali, sostenendo che il sistema possa prestarsi a gestioni opache. È una preoccupazione legittima, che abbiamo ascoltato e in parte accolto, ma la risposta non può essere bloccare tutto. Deve essere costruire trasparenza e crediamo che questa legge lo faccia, anche attraverso un osservatorio permanente sul territorio, il garante della partecipazione dei cittadini e la previsione che le operazioni più rilevanti passino attraverso il Consiglio Grande e Generale. In conclusione, voglio dire che questa legge non pretende di risolvere tutti i problemi e credo che nemmeno il segretario lo pensi. Però affronta problemi reali con strumenti reali, dopo tanti anni in cui ci siamo mossi senza uno strumento aggiornato alle nuove esigenze del Paese. Chi vive in una zona degradata, chi cerca un affitto accessibile, chi studia all’università e non trova dove stare, credo possa trovare qui delle risposte concrete. Per questo sosteniamo convintamente questo progetto di legge.
Tommaso Rossini (PSD): Intervengo sulla pianificazione territoriale. Credo che questa sia una legge molto importante perché, da questo punto di vista, San Marino è ferma ormai da circa trent’anni. La legge insiste su fattori e obiettivi chiari e molto importanti: il diritto alla casa, la tutela del suolo, il controllo pubblico, la partecipazione democratica e il contrasto alla rendita e alla speculazione per quanto riguarda l’edilizia sociale. Questa legge interviene su normative ormai molto vecchie e si inserisce in un contesto moderno. A mio avviso affronta difficoltà che San Marino vive da tanto tempo, comprese le frammentazioni che abbiamo vissuto negli ultimi anni, ed è proprio questo il motivo per cui la Segreteria ha deciso di affrontare queste problematiche attraverso piani specifici. Ritengo inoltre che questo testo di legge rappresenti uno strumento fluido e adattabile anche alle esigenze che potranno presentarsi nel tempo. Ci sono temi a me molto cari, fra cui lo studentato. Ritengo che lo studentato sia una struttura necessaria per dare stabilità e ulteriori opportunità di crescita alla nostra università. Il fatto di poter avere studenti che risiedono a San Marino rappresenta per noi anche una crescita culturale e personale, grazie agli scambi sociali e culturali con persone provenienti da altri luoghi. Allo stesso modo trovo molto interessante il tema del cohousing e di tutto ciò che riguarda la vita delle persone anziane che spesso si ritrovano sole e a volte non autosufficienti. Esistono tanti esempi di come affrontare queste tematiche e, a mio avviso, questa legge non solo le prende in esame, ma si mette nella condizione di rispondere alla domanda con un’offerta concreta. Credo di aver letto che proprio questa è la particolarità dell’approccio adottato: affrontare il tema in maniera pianificata e tematica. Una cosa che invece non ho trovato e che vorrei assolutamente inserire riguarda tutti quegli edifici abbandonati ma di proprietà privata. So che esiste già una legge, ma non sempre viene applicata. Penso ad esempio all’Hotel Excelsior: un edificio abbandonato e non curato da più di trent’anni che, oltre a essere un pugno nell’occhio per il nostro paesaggio, potrebbe rappresentare una grande opportunità per realizzare uno studentato, un cohousing abitativo per anziani o altre strutture simili. E come quella struttura ce ne sono molte altre, sia pubbliche sia private. Credo che si debba valorizzare maggiormente il patrimonio dell’Eccellentissima Camera e il patrimonio immobiliare del Paese, per creare qualcosa di utile e metterlo nelle mani giuste. Per fare questo servono progetti, ma soprattutto serve volontà politica. Posso dire che attraverso questa legge si dimostra che la volontà politica c’è e la maggioranza, io compreso, sarà fra quelli che sosterranno questo progetto di legge.
Matteo Casali (RF): “Adottare un nuovo piano regolatore con il coinvolgimento di professionisti sammarinesi nella formulazione dei progetti di trasformazione del territorio finalizzati alla generazione del Giardino d’Europa”. Cosa ho letto? Il programma elettorale di Libera. Altro che narrazione, segretario. Qui siamo di fronte, tanto per cominciare, a una promessa disattesa. Ma facciamo un passo indietro, perché un po’ di narrazione ci vuole, ma quella vera, non quella delle chiacchiere. Libera ha fortemente sostenuto il piano regolatore di Boeri. Noi non divinizziamo Boeri in quanto tale, ma stiamo parlando dello strumento del piano regolatore che Libera prometteva. E aveva ragione la scorsa legislatura, sempre Libera, quando criticava fortemente Canti per aver affossato quel piano regolatore. Libera aveva promesso, nella campagna elettorale di poco più di un anno e mezzo fa, un nuovo piano regolatore, come ho appena letto. E poi cosa ha fatto? Non l’ha fatto. Perché noi siamo di fronte a tutto tranne che a un piano regolatore. Siamo davanti a una legge vuota, secondo me anche pericolosa e certamente inutile. E le motivazioni con cui è stato fatto questo dietrofront le abbiamo sentite anche poco fa dal segretario: ‘la pianificazione territoriale non si fa più, tutti i comuni limitrofi stanno facendo la pianificazione strategica territoriale’. Cioè, anziché affrontare complessivamente il problema del territorio e delle sue problematiche interconnesse, si taglia tutto a fette per temi e per settori. Ma non è vero. I comuni limitrofi stanno tornando alla pianificazione urbanistica generale, ai PUG. Rimini, per esempio, sta facendo il PUG in virtù della legge regionale 24 del 2017 e ha iniziato l’anno scorso con sopralluoghi e passeggiate degli assessori insieme ai cittadini, proprio come aveva fatto Boeri nel 2016-2017. Qui invece si insinua la tesi strisciante secondo cui progettare significa buttare via soldi. Ma signori, la progettazione non solo ha una dignità e una ragione d’essere, ma è una necessità rispetto a ciò che vogliamo fare sul territorio. Se non progettiamo e facciamo passare l’idea che progettare significhi sprecare denaro, allora non abbiamo futuro. La politica non ha mai spiegato davvero perché il piano Boeri non sia stato portato a termine, nemmeno Ciacci. La verità è che Libera ha detto apertamente che ci sono troppi interessi sul territorio e che non ce la si fa ad affrontare il problema nel suo complesso, per questo si è deciso di spezzarlo in tanti temi. Io credo invece che il problema sia che non esista un progetto Paese, un’idea di cosa fare realmente del territorio. E tutto questo viene condito dalla cosiddetta snellezza delle procedure. Ma io, quando sento associare snellezza delle procedure e Commissione Politiche Territoriali, ho i brividi lungo la schiena. Uno dei filoni principali della legge è proprio questa pianificazione territoriale strategica, che però ha un vulnus enorme: manca una visione complessiva. Noi tagliamo a fette i problemi. E faccio un esempio semplice perché anche chi ci ascolta da casa possa capire: chi progetta una casa vuole un progetto unitario della casa, non il piano dei tappeti, il piano delle finestre e il piano dei pavimenti separati. Il rischio è esattamente questo. E soprattutto il nostro territorio non ha bisogno di questo tipo di pianificazione, né per dimensioni né per complessità. Se esistono interessi sul territorio, la politica deve fare buona politica: assecondare quelli positivi e contrastare quelli deleteri. La pianificazione tematica ha comunque bisogno di un quadro complessivo. E sapete dove lo trova questa legge? Nel PRG del 1992. Quel piano regolatore che dite di voler superare torna invece in vita proprio grazie a questa pianificazione. La pianificazione tematica di oggi altro non è che lo spacchettamento della zonizzazione del vecchio PRG negli stessi tematismi, soltanto divisi in più tavole. Quindi l’imprinting del nefasto piano regolatore del ’92 continuerà a vivere. Altro che nuovo intervento dopo trent’anni. Noi avevamo dato un suggerimento preciso con i nostri emendamenti, pochi ma buoni: se volete cambiare metodologia, allora fate uscire tutti i piani tematici insieme, così almeno si possono studiare le interconnessioni tra i vari temi. Emendamento bocciato. Poi c’è la questione del piano di tutela, che è un’altra presa in giro. Contraddico il segretario e il collega di maggioranza che mi ha preceduto: la legge non prevede alcun termine per l’emissione del piano di tutela, che dovrebbe essere il piano sovraordinato a tutti gli altri e mettere insieme tutela paesaggistica, edifici storici e dissesto idrogeologico. Anche qui siamo davanti a una presa in giro. La sicurezza idrogeologica è completamente disattesa da questo progetto di legge e la politica dovrebbe interrogarsi seriamente su ciò che la Commissione Politiche Territoriali sta facendo rispetto alla tutela e valorizzazione degli edifici storici, con declassificazioni mensili che avvengono in barba a qualsiasi reale volontà di tutela. Il nostro emendamento cercava almeno di dare una cornice complessiva, ma è stato completamente ignorato. Arrivo poi al secondo pilastro: la funzione H. Introduciamo una nuova funzione abitativa che nuova non è affatto. È una nuova funzione surrettizia che comprende studentato, cohousing e comunità abitative, cioè edilizia sociale. A me sembra sinceramente una modalità anche un po’ vile, uso una parola forte, perché con la scusa di risolvere il problema casa — per la seconda o terza volta — si dice di voler andare incontro ai bisogni delle persone quando invece si introducono strumenti che lasciano mani libere alla Commissione Politiche Territoriali. Perché questa funzione H è insediabile ovunque sul territorio. Non esiste progettista serio che possa dire che una stessa funzione urbanistica vada bene dappertutto. E voi l’avete introdotta con la logica del piano particolareggiato, cioè con la logica della CPT su tutto il territorio, anche nelle zone a intervento diretto dove il piano particolareggiato non servirebbe. Quando vi abbiamo fatto notare questa stortura avete inventato il mostro dell’intervento diretto convenzionato, cioè anche chi interviene in zona diretta dovrà bussare alla porta della politica e convenzionarsi. Così la discrezionalità della CPT si amplia ulteriormente. E a questo punto mi torna in mente il lapsus freudiano del segretario quando parlò della commissione della ‘sgomitata e della leccata’. Ecco, quella procedura poteva cambiarla e invece l’ha copiata identica. Noi avevamo proposto almeno di dare un anno di tempo tra apertura e chiusura dei piani particolareggiati, così da poter avere una visione complessiva, ma anche questo emendamento è stato respinto. E poi c’è un altro lapsus freudiano che mi ha colpito: il consigliere Riccardi ha parlato di ‘nuove soluzioni immobiliari’. Se siamo qui a discutere di strategia territoriale e a qualcuno scappa detto ‘soluzioni immobiliari’, allora il brivido freddo ritorna. Noi avevamo anche detto: se volete introdurre la funzione H, fatelo almeno dopo l’approvazione dei piani tematici. No. Avviso ai naviganti: la funzione H si può insediare da domani mattina, bussando alla segreteria di Stato e passando per la solita sgomitata e la solita leccata. Il cohousing, poi, non è una funzione abitativa: è una modalità di convivenza che ha più a che fare con aspetti civilistici che edilizi. E sullo studentato mi chiedo: quanti studentati volete fare? Una volta fatto uno studentato, abbiamo risolto? E sull’edilizia sociale: se volete davvero fare politiche che diano risposte concrete, identificate subito le aree dove intervenire, mettete i soldi e fate edilizia sociale vera. Non questa supercazzola nebulosa dietro la quale c’è solo la possibilità di intervenire attraverso la logica della CPT. Fate qualcosa di sinistra, fate edilizia popolare. Noi vi avevamo detto che avremmo collaborato volentieri per trovare spazi e fare interventi di questo tipo senza stravolgere nulla. Un altro avviso ai naviganti riguarda le zone servizi. Le zone servizi erano forse una delle poche cose salvabili del PRG del ’92, aree dedicate a servizi collettivi sportivi o altro. E guarda caso nella vostra pianificazione tematica il piano delle zone servizi sparisce del tutto. In conclusione, questa legge rappresenta una promessa disattesa di Libera verso i propri elettori, che trarranno le loro conclusioni. È una legge pericolosa perché introduce una pianificazione artificiosa, non adatta alle dimensioni del nostro territorio. Non siamo l’area metropolitana di Milano. Rende vivo ancora una volta il nefasto PRG del ’92, sottovaluta i temi della tutela idrogeologica e storica e apre ancora di più le maglie della discrezionalità politica, mettendo il territorio alla carta, a menù della Commissione Politiche Territoriali, usando surrettiziamente temi sociali per farlo. E questo è grave, gravissimo soprattutto per una forza politica come la vostra. Per questo la definisco una legge reazionaria, pensata per chi si presenterà con soldi e progetti alla segreteria di Stato. Noi almeno vi abbiamo imposto il limite dei vent’anni per il cambio di destinazione d’uso, mentre voi ne avevate previsti dieci. Invece di fissare regole certe e lungimiranti per il territorio, ancora una volta dimostrate di non avere una vera idea di Paese.
Gaetano Troina (D-ML): Il collega Casali ha fatto un intervento molto tecnico che condivido e ha dato lettura all’inizio del suo intervento di un passaggio del programma elettorale di Libera che, giustamente, qualcuno in commissione ci ha detto essere stato parzialmente superato perché poi, nell’ambito della mediazione politica, è stato redatto un programma di governo diverso. E va bene, la mediazione bisogna saperla fare. Tuttavia io in commissione ho dato lettura di un altro passaggio, tratto proprio dal programma di governo, che fino a prova contraria non è stato superato da alcun altro documento. Sul tema del territorio quel programma dettava linee molto precise e quindi ci si sarebbe aspettati che il governo e la maggioranza pretendessero il rispetto di quelle linee, che ci si è dati circa due anni fa. Il programma diceva chiaramente: ‘La maggioranza si impegna ad affiancare ai programmi di edilizia sociale programmi di sostegno abitativo specifici per giovani coppie, favorendo l’accesso alla casa e sostenendo la possibilità di abitare alle giovani generazioni e alle persone con disabilità, anche incentivando la costruzione di alloggi accessibili e promuovendo progetti di cohousing e altre forme innovative di abitazione’. E poi aggiungeva, in grassetto: ‘In tal senso la futura pianificazione territoriale richiederà la costituzione in tempi celeri di un gruppo tecnico che recepisca gli indirizzi del Consiglio Grande e Generale, della Commissione Consiliare Quarta e della Commissione per le Politiche Territoriali, indirizzi che dovranno indicare ciò che San Marino dovrà diventare dal punto di vista territoriale’. Bene, io di questo gruppo tecnico ho chiesto informazioni in commissione e lo sguardo smarrito che ho ricevuto dal segretario e dalla maggioranza mi ha dato la risposta: nessun gruppo tecnico è mai stato istituito, nessuno ha recepito o preso in considerazione indirizzi del Consiglio Grande e Generale, della Commissione Quarta o della CPT. Quindi questo progetto nasce già orfano del suo presupposto fondamentale, cioè di ciò che la stessa maggioranza aveva previsto all’inizio della legislatura. Ci piacerebbe allora sapere su quali basi sia stato predisposto questo progetto di legge, visto che sconfessa sia il programma elettorale di Libera — che prevedeva un nuovo PRG — sia il programma di governo della maggioranza. Evidentemente le linee guida sono state fornite da qualcun altro. Ci viene poi detto che questo provvedimento servirebbe anche a risolvere il problema della prima casa. Francamente non capisco come. La prima casa riguarda cittadini o residenti stabili del nostro territorio, quindi il tema della prima casa con questo progetto c’entra ben poco. Diverso è il tema dello studentato, del cohousing e delle altre funzioni introdotte. Ma anche qui vanno fatte alcune riflessioni. Quando abbiamo chiesto quanti studentati si vogliano realizzare a San Marino, ci è stato detto che si pensa a un bando per uno studentato pubblico. Bene: quindi si farà uno studentato. Però non abbiamo capito dove, con quale capienza e con quale progettualità. Davvero stiamo facendo una legge sulla pianificazione strategica territoriale per introdurre un solo studentato? Sul cohousing il tema è interessante, perché può dare risposte utili a persone con difficoltà sociali o che necessitano di sostegno e ci sono esperienze virtuose anche nei territori vicini. Ma sulle comunità abitative nella legge non esiste alcuna definizione chiara: non si spiega cosa siano, come funzionino o come verranno gestite. Tutto viene demandato a un regolamento del Congresso di Stato. E questo è un problema enorme: moltissimi aspetti fondamentali di questa legge vengono demandati a regolamenti o a documenti che il governo o la CPT potranno adottare autonomamente, senza più passare dal Consiglio o dalla commissione. In sostanza: studentati forse uno, comunità abitative non si sa bene cosa siano, cohousing da capire. E aggiungo una nota di colore significativa. Quando siamo arrivati all’articolato e alle definizioni, ci siamo accorti che si disciplinava urbanisticamente lo studentato ma non era previsto tra i requisiti che chi vi abita dovesse essere uno studente. Quando l’abbiamo fatto notare, tutti sono caduti dal pero: ‘Ah già, forse dobbiamo prevederlo’. Questo è solo un esempio della leggerezza con cui temi rilevanti sono stati affrontati. Poi si dice che San Marino è fermo da trent’anni e che con questo provvedimento arriverà la svolta. Ma, come ho già detto nella relazione introduttiva, questa legge non introduce nulla di realmente innovativo nella pianificazione del territorio: recepisce e cristallizza ciò che già oggi si fa. Quindi di innovativo c’è veramente molto poco. Si è parlato anche di partecipazione democratica. Ho letto nella relazione che il ruolo delle giunte dovrebbe garantire la partecipazione alla formazione dei piani e degli interventi urbanistici. Ma le giunte sono state relegate a enti che esprimono semplicemente un parere non vincolante sulle aree di loro competenza. Dov’è allora la partecipazione democratica? Condivido invece l’intervento del collega Rossini sugli immobili abbandonati nei centri storici. Oggi il governo ha annunciato un futuro intervento, ma ricordo che la mia forza politica aveva già depositato nel dicembre 2024 un emendamento specifico sul tema nel progetto sviluppo, emendamento bocciato dalla maggioranza. Oggi il governo lo ripropone come propria iniziativa. Bene, dopo un anno e mezzo. Spero davvero che qualcosa si faccia, perché ci sono edifici enormi e fatiscenti nei centri storici che da tempo richiedono interventi. Va tutelata la proprietà privata, certo, ma non possiamo continuare a lasciare in piedi obbrobri nel centro storico della città, soprattutto in un’area turistica. Un altro tema enorme è quello del potere della CPT. È una commissione di cui non parla mai nessuno ma che gestisce realmente le dinamiche territoriali del Paese, soprattutto attraverso le varianti al PRG a stralcio. Consolidare e legittimare tutto ciò che fino a oggi è stato fatto in quella commissione significa confermare che non esiste alcuna volontà di compiere vere scelte di insieme e di decidere in maniera chiara quale funzione attribuire alle varie aree del territorio. Tanto poi, come diceva il collega, dopo vent’anni si cambia la destinazione d’uso — prima erano addirittura dieci e solo grazie ai nostri interventi siamo arrivati a venti. Ma il problema resta: se un investitore realizza oggi una comunità abitativa, che ancora non sappiamo bene cosa sia, dopo vent’anni potrà trasformarla in hotel o in affittacamere. Intanto ha costruito, magari beneficiando anche di agevolazioni, e poi cambia destinazione. È questo il modo trasparente di gestire il territorio? Un altro tema importantissimo è il rischio idrogeologico e sismico. Avevamo proposto addirittura un piano tematico specifico su questo tema perché riteniamo che sia sottovalutato e delegato troppo al rapporto tra tecnici privati e Protezione Civile. Così lo Stato se ne lava le mani. Se il tecnico dice che va bene e la Protezione Civile, magari sommersa dal lavoro, non rileva una criticità, allora la responsabilità ricade tutta sull’ufficio. Ma intanto si è edificato magari in un’area pericolosa e ce ne accorgiamo anni dopo. Se avessimo previsto un vero piano tematico sul rischio sismico e idrogeologico, avremmo fatto un servizio importante al Paese. Non si è voluto farlo. Chiudo sul tema dei convenzionamenti, che nella mia esperienza professionale e politica si sono dimostrati spesso problematici. Il privato stipula convenzioni con l’Eccellentissima Camera che poi vengono disattese o dal privato o dallo Stato. Passano gli anni, i diritti si prescrivono e nessuno sa nemmeno cosa prevedessero quelle convenzioni, perché non sono pubbliche. Sono rapporti tra privati e Stato ma restano sostanzialmente opachi. Eppure con le convenzioni si è gestito tutto. I governi cambiano, non c’è passaggio di consegne e il segretario successivo magari non sa neppure quali convenzioni siano state sottoscritte in passato. Questo problema nessuno vuole affrontarlo e anzi con questo provvedimento si va addirittura a consolidarlo ulteriormente. Francamente non ci sembra un modo coraggioso di gestire la pianificazione territoriale della Repubblica di San Marino.
Emanuele Santi (Rete): I colleghi hanno letto impietosamente il passaggio del programma elettorale di Libera riguardo al territorio e credo che, quando una forza politica scrive chiaramente nel proprio programma che farà il Piano Regolatore Generale e poi non lo fa, debba anche risponderne ai cittadini. Però qui c’è un’aggravante, segretario Ciacci, perché al governo ci siamo stati tutti e le mediazioni, è vero, bisogna farle. Però in questa legislatura lei ha la delega al territorio e quindi le politiche territoriali dovrebbe dettarle Libera, sulla base dei propri principi e di quello che ha sempre sostenuto. Noi quindi non possiamo fare altro che sottolineare la vostra incoerenza e il vostro cambio di paradigma rispetto a un PRG che, di fatto, questo progetto di legge va completamente a riesumare: il PRG del ’92, quello che vediamo tutti i giorni guardando come è stato gestito il territorio negli ultimi trent’anni. Questo è un dato politico rilevante. Anche perché lei in campagna elettorale aveva tutte le soluzioni per curare la sanità malata e l’emergenza sanitaria, ma poi si è guardato bene dal prendere la Segreteria alla Sanità. Un conto è quello che si dice e un conto è quello che poi si fa quando si ha in mano la segreteria competente. La prima grande distorsione è quella della CPT. Questo progetto di legge, l’hanno detto bene i colleghi, è un progetto molto pericoloso, che può aprire alla speculazione e che sicuramente mantiene, se non addirittura aggrava, la discrezionalità esercitata dalla Commissione Politiche Territoriali. Noi nella scorsa legislatura avevamo persino depositato un emendamento per abolirla. L’aula decise di mantenerla con tutte le sue distorsioni. Però oggi non ci potete venire a dire che non ci siano problemi, anche perché lei stesso, segretario, durante il dibattito ha detto che con una sgomitata e una leccata in Commissione Politiche Territoriali passa tutto. Quella frase l’ha detta lei e dimostra che conosce benissimo le dinamiche di quella commissione e il modo in cui funzionano certe cose. Quando si ha il potere di cambiare le cose, bisognava fare un ragionamento serio sulla CPT. Invece viene mantenuta nel pieno dei suoi poteri e, attraverso i piani particolareggiati che diventeranno veri e propri piani personalizzati per le lottizzazioni, continuerà a esercitare discrezionalità e potere clientelare. Di fatto si suggella quell’alleanza ormai strutturale che il suo partito farà con la Democrazia Cristiana su questa materia, perché le dinamiche saranno quelle degli ultimi trent’anni e probabilmente qualcuno ci farà anche campagna elettorale sopra. Questo va detto chiaramente. Dicevamo del PRG del ’92 riesumato. Il problema è che, con questa pianificazione a strati, trattando il territorio non attraverso una visione complessiva ma per segmenti e per temi separati, il rischio serio è perdere la visione d’insieme. E noi oggi vediamo benissimo uno dei problemi più grandi del territorio: la commistione tra aree industriali e aree residenziali. Se nella pianificazione strategica non si terrà conto di questa sovrapposizione già esistente, invece di risolverla rischieremo di aggravare ulteriormente il problema. Poi c’è la funzione H, che credo sia uno dei punti più importanti e delicati da affrontare. Il segretario ci ha detto che si tratta di una funzione non nuova, ma di fatto vengono introdotti cohousing, studentati ed edilizia sociale senza definire quanti saranno questi interventi e quali limiti concreti avranno. Le aree potranno essere sia pubbliche sia private e noi su questo siamo molto preoccupati. Quando il progetto è arrivato in commissione, la funzione H prevedeva un vincolo di mantenimento di soli dieci anni. Noi siamo letteralmente caduti dalla sedia e abbiamo detto: scusate, volete fare edilizia sociale con un vincolo di dieci anni? Dopo dieci anni uno può cambiare destinazione d’uso e trasformare tutto in alberghi o residence. Questo è ammissibile? Noi avevamo proposto addirittura cinquant’anni, cioè la durata media di vita di un immobile, ma almeno siamo riusciti ad arrivare a vent’anni proprio per limitare il rischio di speculazione. Anche sullo studentato siamo dovuti intervenire noi, facendo presente che mancava persino la previsione che dentro lo studentato dovessero abitare studenti. E meno male che ce ne siamo accorti. Anche questo dimostra quanto il progetto avesse criticità enormi. Ci era stato detto che l’opposizione aveva presentato solo emendamenti abrogativi. Non è vero. Abbiamo presentato moltissimi emendamenti modificativi e almeno venti o venticinque articoli sono stati modificati grazie al contributo dell’opposizione. Questo significa che il progetto di legge, quando è stato depositato, non era affatto perfetto ma aveva grandi problemi che sono stati almeno in parte corretti grazie anche al nostro lavoro. Ci sono poi le aree di rigenerazione. Sappiamo benissimo che l’ex Conceria e il Symbol sono due stabili da riconvertire, però inserire già in una legge due immobili specifici senza bandi, senza analisi preventive e senza studi approfonditi lascia perplessi, anche perché parliamo di immobili di proprietà bancaria. E lì avevamo posto anche un’altra questione: chi paga gli oneri di demolizione? Perché già abbiamo gli NPL sulle spalle, se dobbiamo pure accollarci le demolizioni diventa un problema enorme. Un altro tema riguarda l’osservatorio che ancora non ha prodotto il proprio studio. Eppure, quando si parla di pianificazione strategica, bisogna partire dallo stato dell’arte. Noi siamo andati a leggere il report del catasto del 2024 e lì emerge un dato impressionante: 17.480 abitazioni censite contro 15.008 famiglie residenti. Significa che ci sono oltre 2.400 unità abitative che ufficialmente non risultano abitate. E allora la domanda è: cosa sono? Affitti in nero? Immobili troppo piccoli? Case vuote? Questo è il tipo di studio serio che servirebbe per capire quali politiche abitative adottare davvero. Alla fine, sinceramente, sembra che tutto questo enorme progetto di legge sia stato costruito per fare uno studentato, qualche cohousing e un po’ di edilizia sociale, cose che si potevano disciplinare tranquillamente con tre provvedimenti molto più semplici, senza tutta questa enorme impalcatura che a mio avviso serve soprattutto a mantenere discrezionalità e possibilità di speculazione sul territorio. Poi c’è il tema demografico. Veniamo da una commissione in cui si è parlato di inverno demografico. Abbiamo castelli come Dogana e Serravalle sovrappopolati e altri molto meno abitati. Anche questo avrebbe richiesto una riflessione seria nella pianificazione di cohousing, studentati e nuove abitazioni. Noi abbiamo cercato di dare un contributo importante e costruttivo, ma le criticità rimangono tutte sul tavolo. Questo progetto di legge mantiene nelle mani della politica la possibilità di esercitare clientelismo, discrezionalità e favorire chi, con una sgomitata e una leccata nelle sedi giuste, può ottenere vantaggi e fare speculazione. E questo noi non lo possiamo tollerare. Si poteva fare molto meglio. E resto molto preoccupato anche sul tema del dissesto idrogeologico, perché qui si apre comunque la possibilità di costruire in aree delicate senza chiarire davvero chi sosterrà gli oneri per mettere in sicurezza il territorio. Nel PRG Boeri questo era uno dei punti più discussi e oggi il problema resta completamente aperto. Poi entreremo nel merito degli emendamenti e lì spiegheremo nel dettaglio le motivazioni delle nostre proposte, ma le criticità di fondo di questo progetto di legge restano tutte.
Dalibor Riccardi (Libera): Intervengo durante la seconda lettura di questo provvedimento perché, come ho detto anche durante la prima lettura, penso che oggi discutiamo un testo che segna quasi un momento storico. Il territorio è qualcosa che molti hanno gestito ma che per qualcuno era diventato praticamente intoccabile. Credo invece che quello che facciamo oggi sia davvero storico, perché dal 1992 non si interveniva in maniera così diretta su questo tema. In tutti questi anni il nostro ordinamento ha conosciuto solo piccole modifiche, alcune anche molto marginali, ma mai una revisione organica, seria e chiara come quella che oggi andiamo ad approvare. Lo dico perché questo testo è anche il frutto di una mediazione con le forze politiche della maggioranza, ma soprattutto perché qui, invece di chiacchierare e parlare, si è scelto di fare. Questa è la realtà dei fatti. Per oltre trent’anni abbiamo convissuto con un sistema frammentato e stratificato che non riusciva più a rispondere alle esigenze di una società in rapido cambiamento. Oggi finalmente, con questo testo che — come ha detto il segretario Ciacci — è stato fatto in casa, quindi senza ulteriori fondi o consulenze esterne, si è preso quello che già esisteva e si è lavorato per costruire un progetto concreto. Questo dimostra che c’è chi sceglie di fare chiacchiere e chi invece sceglie di portare a casa i progetti. Io credo che oggi compiamo un salto di qualità: passiamo dalla semplice manutenzione normativa a una vera riforma strutturale. Le novità introdotte sono molte e senza entrare ora nel dettaglio dell’articolato, sul quale eventualmente interverrò più avanti, voglio soffermarmi su alcuni aspetti che reputo determinanti, innovativi e che considero il cuore pulsante della riforma. Mi riferisco innanzitutto all’introduzione dei piani tematici, cioè strumenti di pianificazione settoriale che affrontano in modo coordinato temi come mobilità, ambiente, abitazioni civili e sviluppo economico, semplificando le procedure, riducendo tempi e passaggi burocratici ma rafforzando anche trasparenza e digitalizzazione. E sulla semplificazione delle procedure mi permetto una considerazione personale. Essendo membro della Commissione Politiche Territoriali in questa legislatura, mi dispiace sentire certe accuse, perché non ho mai assistito a una commissione che non abbia sempre cercato di tutelare in maniera seria l’interesse pubblico. Alcuni colleghi che siedono in quella commissione e che oggi sono intervenuti in aula lo possono testimoniare benissimo, anche perché molte delle votazioni vengono approvate anche con il loro voto favorevole. Per questo alcune ricostruzioni mi dispiacciono sinceramente. Credo poi che gli articoli che introducono la funzione abitativa collettiva e le nuove soluzioni come studentati e cohousing rispondano concretamente alle esigenze dei giovani, degli studenti e delle famiglie. Altri passaggi introducono programmi di attuazione pluriennale che garantiscono una visione di lungo periodo, coordinano i diversi strumenti di pianificazione e disciplinano i rapporti tra Stato e privati, le convenzioni e gli strumenti di controllo, assicurando che la legge diventi operativa e non resti solo sulla carta.Credo che uno degli aspetti più importanti e innovativi sia proprio l’introduzione delle nuove funzioni abitative. La legge affronta con coraggio il tema della casa, oggi particolarmente critico e lo sappiamo tutti. Introduce strumenti per garantire alloggi accessibili, promuove formule innovative come studentati e cohousing e, rispetto a chi sostiene che non esistano studi, ricordo che sia nella relazione della maggioranza sia in quella della segreteria viene evidenziato che gli studenti sono aumentati di quasi l’85% in una decina d’anni. Questa è la motivazione per cui si prevedono anche gli studentati. Sul cohousing, invece, abbiamo una popolazione che invecchia sempre di più e quindi servivano funzioni più adeguate allo stato attuale del nostro territorio. Credo inoltre che questi strumenti favoriscano inclusione sociale e riduzione dei costi. Voglio riaffermare un principio fondamentale: la casa è un diritto sociale, non una merce. La situazione abitativa è segnata da una pressione crescente. Studenti, giovani coppie, famiglie e anziani fanno fatica a trovare soluzioni adeguate e sostenibili. Questo testo offre risposte concrete, immediate e programmabili. È un provvedimento che ha un forte valore politico e sociale: un vero patto di fiducia con i cittadini. Dà risposte concrete all’emergenza abitativa, rafforza la tutela del territorio e della sostenibilità, valorizza la partecipazione della comunità e delle associazioni e aggiorna disposizioni che non erano più confacenti allo stato attuale del territorio. Credo che la visione espressa in questo provvedimento e il suo impegno abbiano reso possibile un testo che unisce pragmatismo e responsabilità, sottolineando come la pianificazione debba essere allo stesso tempo rigorosa e sociale, capace di dare risposte immediate ma anche di orientare il futuro sviluppo del Paese. E lo fa perché questo testo è stato creato appositamente per poter essere costantemente aggiornato. Cari colleghi, dal 1992 non avevamo mai avuto una revisione così organica e chiara. Questa legge rappresenta, dal mio punto di vista, un salto di qualità: un progetto innovativo che unisce semplificazione, giustizia sociale e visione strategica. Sostenere questo provvedimento significa rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e dotare la Repubblica di strumenti moderni e concreti. Con questa legge scegliamo di costruire un Paese nuovo con responsabilità, lungimiranza e solidarietà. Per questo il nostro partito ringrazia ancora il segretario e voterà convintamente a favore.
Enrico Carattoni (RF): Due anni fa, o poco meno di due anni fa, alle elezioni politiche del 2024, chi si presentò a quelle elezioni aveva dichiarato prima del 9 giugno che si proponeva di adottare un nuovo Piano Regolatore Generale. Nuovo Piano Regolatore Generale che, lo ricordiamo, attendiamo dal 1992 e che dal ’92 ad oggi, a seconda dei punti di vista, per mala gestione o per modalità di applicazione, ha portato a un deturpamento del territorio che oggi è sotto gli occhi di tutti. E cosa ha comportato? Una qualità dell’abitato e del costruito purtroppo tendenzialmente bassa, prezzi alti dovuti alla ristrettezza del territorio e alla concentrazione del patrimonio immobiliare, una crescente difficoltà nel trovare alloggi abitativi per le persone che intendono creare una nuova famiglia e poter accedere a una casa, soprattutto se non hanno il supporto economico della propria famiglia. Questo era sicuramente uno dei temi fondamentali da tenere a mente nella revisione di un nuovo piano regolatore. A questo però si aggiungono altri temi che di solito non vengono portati all’attenzione. Penso ad esempio al drastico ridimensionamento del patrimonio immobiliare relativo alle aree industriali. Oggi sappiamo che determinati tipi di capannoni o strutture molto grandi purtroppo sono pochi o non ci sono affatto e che quindi esiste una domanda che il mercato non riesce a soddisfare. A fronte di tutto questo si partiva già da un lavoro pregresso, cioè da un’analisi e da un progetto di piano regolatore presentato da Boeri nella maggioranza 2016-2019. Io ricordo che già le prime avvisaglie si erano comprese quando si era passati dal programma elettorale dei singoli partiti al programma di coalizione. In quella fase di contrattazione, che i cittadini non hanno votato direttamente ma che hanno delegato ai partiti, si arrivò a un programma di governo che in molti punti andava in netta controtendenza rispetto ai programmi con cui le singole forze si erano presentate agli elettori. Di questa inconciliabilità noi abbiamo parlato a lungo. Perché? Perché, come è stato detto anche in apertura di dibattito, un movimento politico, in particolare Libera, aveva sostenuto fortemente il PRG di Boeri dal 2016 al 2019. Lo aveva voluto con convinzione perché voleva marcare la differenza tra il vecchio modo di concepire il territorio, quello del ’92, e un modo nuovo basato sulla riqualificazione, sulla progettualità, sulla previsione dell’allocazione degli spazi di un territorio che è ed era estremamente limitato. Per questo non si può, ogni volta che arriva un investitore o emerge un’esigenza pubblica, trovare una soluzione estemporanea. Bisognava capire per tempo, ex ante, quali fossero le necessità e dove distribuire potenzialmente quelle funzioni attraverso uno strumento come il piano regolatore. Poi non significava costruire o riconvertire tutto subito, ma almeno esistevano linee guida precise. A fronte di questo, cosa succede? Nel passaggio tra il 9 giugno e i primi di luglio del 2024 il programma di governo cambia e già lì si scrive che forse non si sarebbe fatto un piano regolatore ma dei progetti specifici. Ed è già lì che emerge l’ambiguità. Ti presenti dicendo che farai un PRG e poi nel programma di governo dici che forse farai solo singoli interventi specifici. Questo dimostra una mancanza di lungimiranza sul tema. Ed è qui che emerge tutta la contraddizione: perché non si è voluto fare il PRG? Perché evidentemente chi aveva ricoperto l’incarico di segretario al Territorio nel quadriennio precedente, cioè il segretario Canti, non lo ha voluto e si è posto in maniera completamente distonica rispetto al progetto Boeri. Ma il punto non è che il progetto Boeri piacesse in quanto Boeri. Piaceva perché rappresentava una visione unitaria. Dopo trent’anni si era finalmente detto: signori, cerchiamo di dare una forma diversa al territorio, cerchiamo di avere un’impostazione diversa rispetto a quella del ’92, basata sulla riconversione, sul superamento del sistema degli indici così come lo intendiamo oggi, sul censimento delle aree di maggiore degrado del Paese. Invece si è scelta un’altra strada, legittimamente, ma un’altra strada. Ora però non veniteci a dire che questo è un progetto innovativo come non si vedeva dal 1992, perché non è vero. Questo è un progetto spot che forse servirà a sistemare qualche situazione, speriamo anche in meglio, ma che ancora una volta perde di vista l’obiettivo prioritario: ridisegnare il nostro territorio. E su questa enorme frattura, non solo politica ma anche logica, si consuma lo scontro. Perché qui non si discute di una minuzia ma di un tema estremamente rilevante. Sulla gestione del territorio negli anni ’90 e 2000 cadevano i governi. E oggi io davvero ammiro chi con estrema disinvoltura passa dal dire ‘noi vogliamo andare avanti con il Giardino d’Europa’ a fare invece qualche progettino spicciolo del quale ancora non si capisce bene il senso. Il vantaggio di un piano regolatore era che tu sapevi fin dall’inizio, quando approvavi la legge, dove e come sarebbero state allocate determinate aree. Oggi invece si dà una delega in bianco: qualcosa tornerà in Consiglio Grande e Generale, qualcosa passerà in CPT, qualcosa non passerà da nessuna parte. Però il tema della programmazione, che doveva essere uno dei punti cardine di quei movimenti politici che oggi sostengono questo progetto di legge, purtroppo è del tutto assente. Per questo io credo che questo progetto, che ho definito ‘progettino’ non per la mole degli articoli — che è notevole — ma per i contenuti che reputo minimi, finirà semplicemente per fare un po’ di maquillage. Cambierà qualche nome, i vecchi piani particolareggiati assumeranno un’altra denominazione, ma nella sostanza credo che non cambierà assolutamente nulla.
Barbara Bollini (PDCS): Prima di iniziare il mio intervento vorrei ringraziare il segretario Matteo Ciacci per aver portato questo progetto di legge che, a mio avviso e a avviso della forza politica che rappresento, contiene novità di cui la Repubblica di San Marino aveva sicuramente bisogno. Ne parlerò meglio durante il mio intervento. Ringrazio anche il relatore di maggioranza Paolo Tura per l’ottima relazione redatta. Questa nuova legge sulla pianificazione territoriale strategica della Repubblica di San Marino si pone l’obiettivo di rinnovare, a distanza di oltre trent’anni dal Piano Regolatore Generale del 1992, il modello di pianificazione territoriale, introducendo un approccio dinamico che punta a ridurre il consumo di suolo, promuovere la rigenerazione urbana e favorire l’edilizia sociale. I punti cardine della riforma comprendono piani tematici e pianificazione per livelli. Il territorio non sarà più gestito solo a livello locale ma attraverso una pianificazione strategica sovraordinata, con focus dedicati a verde, infrastrutture, agricoltura, aree produttive e sviluppo sostenibile. Verranno inoltre previsti interventi straordinari di natura sociale. La normativa agevola la riqualificazione e il riuso degli edifici esistenti per creare nuovi spazi abitativi, tra cui studentati, cohousing e comunità abitative. Mi vorrei soffermare un momento su chi ha detto: quanti studentati ci saranno? Quanti ne farete? Noi inizieremo con uno studentato e poi, nel momento in cui ci saranno richieste ulteriori, si proseguirà. Attualmente abbiamo quasi duemila studenti e quindi il tema dello studentato è assolutamente rilevante. Vorrei ricordare che lo studentato rappresenta una risorsa culturale ed economica che già nella nostra storia, fin dal 1883, era una risorsa importante e che ancora oggi può esserlo, nel momento in cui gli studenti vivono qui, consumano qui e restano sul nostro territorio. Per quanto riguarda il cohousing, mi riserverò di approfondire il tema durante l’articolato. Posso però dire che si tratta di una novità importante per come è strutturata. Lo dico anche a livello personale perché ho avuto l’occasione di visitare diversi cohousing grazie alla Segreteria al Territorio, che ha organizzato visite e momenti di approfondimento proprio per conoscere queste esperienze in Italia. Il cohousing non è una soluzione soltanto per gli anziani, ma anche per giovani coppie, persone in difficoltà e famiglie. Se queste forme abitative verranno recepite e utilizzate per come realmente nascono, potranno diventare una grande risorsa sociale per il nostro Paese. Viene inoltre istituito un osservatorio permanente per monitorare le scelte sul territorio, con particolare attenzione alla sicurezza idrogeologica e alla prevenzione. Sul tema della trasparenza, le procedure relative all’abitazione collettiva passeranno attraverso bandi, convenzioni e piani particolareggiati di iniziativa pubblica. Per concludere, questa legge rappresenta un grande contenitore strategico e formativo: una struttura organica che, attraverso il lavoro costante delle istituzioni, degli enti competenti, dell’amministrazione, delle parti sociali e dei cittadini, dovrà essere progressivamente riempita di contenuti, strumenti e azioni concrete. Resta imprescindibile il rispetto del suolo quale risorsa limitata e non riproducibile, così come la tutela e la valorizzazione della dimensione paesaggistica e ambientale. L’obiettivo finale è costruire un modello di sviluppo capace di coniugare sostenibilità, qualità del territorio, inclusione sociale e visione futura, garantendo alle generazioni presenti e future un patrimonio territoriale più equilibrato, tutelato e valorizzato.
Giuseppe Maria Morganti (Libera): Partirei con una domanda a chi si è occupato di territorio nella scorsa legislatura, chiedendo perché ci sia stato un contrasto con l’architetto Boeri nella Repubblica di San Marino. C’erano due motivi, ma uno in particolare era quello relativo alla tutela idrogeologica del territorio. Ebbene, signori, il tema centrale intorno al quale si sviluppa la pianificazione strategica è proprio quello della tutela. Viene posto come elemento sovraordinato il piano della tutela, della salvaguardia e della valorizzazione del nostro territorio. Questo è di fatto il concetto fondamentale che stava alla base del piano Boeri. Sostanzialmente si dice: prima di tutto facciamo in modo che il patrimonio naturalistico, storico e architettonico non venga assolutamente toccato. Poi lavoriamo per migliorare quelle condizioni urbanistiche fatiscenti che in molti casi si sono generate con le famose zone R del Piano Regolatore del 1992. Dobbiamo partire da questo concetto. Il piano Boeri partiva da questo concetto e oggi questo principio viene riaffermato non con forza, ma con grandissima forza, perché viene posto come elemento sovraordinato rispetto a tutte le altre decisioni. Tutte le altre decisioni vengono dopo. Quali sono queste altre decisioni? In questa prima fase non sono moltissime, ma una in particolare è quella del cohousing, il famoso piano H, l’opzione H, che prevede la possibilità di rispondere a esigenze sociali molto forti attraverso modalità socioeducative particolarmente avanzate. Da un lato il cohousing, che ha una funzione importante. C’è stato un bellissimo convegno presso l’Università degli Studi non più tardi di quindici giorni fa proprio su questo tema, che ha mostrato come il cohousing possa essere sviluppato. Mi sembra che qualcuno lo abbia già ricordato recentemente: non è una risposta soltanto per gli anziani, ma anche e soprattutto per i giovani. Lo sappiamo bene. Credo lo abbia ricordato il consigliere Bollini. Ci sono giovani e coppie, anche non giovanissime, che stanno già cercando di organizzarsi per sperimentare il cohousing nella Repubblica di San Marino. Appena hanno sentito parlare di questo progetto di legge si sono immediatamente interessati e stanno già lavorando per arrivare a costruire questo tipo di esperienza. E non stiamo parlando di operatori edilizi. Stiamo parlando di giovani coppie e di famiglie che richiedono una risposta sociale come quella del cohousing. Poi c’è il tema dello studentato. Signori, lo studentato è diventato una necessità assoluta per la Repubblica di San Marino. Vogliamo un’università forte ma non vogliamo aumentare la possibilità per gli studenti di risiedere qui? È una contraddizione evidente. Oggi la pressione esercitata dagli studenti sul mercato immobiliare, insieme anche ad altre dinamiche che non sempre sono state corrette, è talmente forte da aver fatto lievitare i prezzi e da rendere quasi inaccessibile l’accesso alla casa, sia per gli acquisti sia soprattutto per gli affitti. Questo è un tema reale. È un’emergenza. E a questa emergenza il progetto di legge cerca di dare una prima risposta concreta. Poi certo, è giusto mantenere alta l’attenzione sul lavoro della Commissione Politiche Territoriali. Magari lo avessimo fatto anche in passato. Prima c’era la Commissione Urbanistica, oggi la CPT deve essere una commissione di tutela del territorio e deve svolgere questo compito. Se non lo farà saremo i primi a dirlo. Però non possiamo partire dal presupposto che il disastro sia già stato generato, come ho sentito dire da alcuni interventi dell’opposizione. Mi sembra sinceramente assurdo dire una cosa del genere. Sulla base di quali elementi? Sulla base di quali indicazioni? Solo perché si sta tentando di rimettere mano seriamente al territorio dopo più di trent’anni? Io credo che questa impostazione sia sbagliata. E c’è un motivo per cui questa legge è costruita in maniera articolata. Uso questi ultimi minuti per dirlo chiaramente. Non vogliamo pensare a un piano di gestione delle risorse verdi? Vogliamo pensarci oppure no? Ci sono già cose fatte bene nella Repubblica, facciamone altre. Non vogliamo pensare a un rilancio del settore agricolo? Io credo che sia assolutamente importante, anche per le prospettive che questo settore offre ai giovani che vedono nell’agricoltura opportunità concrete. Non vogliamo pensare a un piano delle infrastrutture pubbliche? Ma chi non lo vorrebbe fare? Mi sembra davvero che nei vostri interventi venga trascurata la necessità di sviluppare questi ragionamenti, che invece sono assolutamente fondamentali. E ancora: non vogliamo pensare a un piano tematico del turismo? E soprattutto a un piano della mobilità? Abbiamo approvato un ordine del giorno in Consiglio Grande e Generale che riguarda proprio questi temi, le possibilità di collegamento con il centro storico e tante altre questioni. Eppure trascurate il fatto che in questo progetto di legge tutto questo viene indicato espressamente. Viene detto chiaramente: lavoriamoci insieme affinché questi strumenti siano i migliori possibili. Poi ci sono anche gli ambiti edilizi e gli ambiti produttivi, che richiedono sì una forte ristrutturazione e interventi di recupero importanti, perché oggettivamente nel passato sono stati creati anche dei mostri urbanistici che vanno affrontati e corretti, sia dal punto di vista architettonico sia dal punto di vista urbanistico. Dentro questo progetto ci sono tutti gli elementi per fare un buon lavoro. Mi pare però di capire che non tutti abbiano la stessa volontà di contribuire a fare questo buon lavoro. E questo mi dispiace. Perché nell’opposizione ci sono anche voci autorevoli che potrebbero dare un contributo importante e una mano concreta su questi temi. Mi dispiace invece che si sia partiti con il piede sbagliato, cioè con un pregiudizio di fondo che io considero assolutamente ingiustificato.
Sara Conti (RF): Come del resto hanno già detto prima di me i colleghi, non condivido l’entusiasmo che c’è da parte della maggioranza per questo progetto di legge e non lo condivido per una ragione precisa. Un Piano Regolatore Generale ci dice che Paese vogliamo diventare, qual è la visione che abbiamo del nostro Paese nel futuro. Per questo ritengo che oggi ci troviamo davanti a una scelta molto chiara, ma una scelta politica, non tecnica. Oggi rinunciamo a un piano regolatore unitario e complessivo e lo sostituiamo con una somma di piani tematici, interventi settoriali e strategie parziali, non unitarie. È per questo che credo sia necessaria una riflessione. L’attuale Piano Regolatore Generale, come è stato giustamente ricordato, ha oltre trent’anni e per trent’anni abbiamo continuato a intervenire con deroghe, eccezioni, stralci ed emergenze, rinviando sistematicamente una riforma complessiva. Su questo tema negli anni si è registrata una critica durissima da parte di alcune forze politiche, in particolare nella scorsa legislatura da Repubblica Futura e Libera. Quando Libera era all’opposizione insieme al mio partito, il messaggio sul PRG era chiarissimo ed era in netta contrapposizione con la gestione dell’allora Segretario di Stato Canti. Sono state utilizzate parole molto forti. Il PRG è stato definito uno strumento urgente e un elemento di civiltà istituzionale. Queste parole le ha usate Libera e noi le condividiamo ancora oggi. Si è detto giustamente che il territorio non si governa con la propaganda o con interventi spot, ma con una visione complessiva. Noi continuiamo a essere convinti che questa sia l’impostazione giusta. Ed è proprio per questo che oggi non possiamo non rilevare una contraddizione politica evidente. Oggi Libera è forza di governo e le cose sembrano cambiate. Oggi ci viene proposto un nuovo paradigma: la pianificazione strategica territoriale, cioè un insieme di piani tematici, indirizzi settoriali, progetti mirati e interventi per ambiti specifici. Tutto questo viene presentato, lo abbiamo sentito anche dagli interventi della maggioranza, come un approccio moderno, flessibile e pragmatico. Secondo voi sarebbe il modello giusto per il nostro territorio. Noi non siamo d’accordo. Faccio una domanda: non rischia invece questo modello di riprodurre sotto un altro nome la stessa frammentazione decisionale che abbiamo sempre denunciato? Questo è il motivo principale per cui siamo così critici. Il problema non è il metodo, ma la visione. Nessuno nega l’utilità di piani settoriali. Nessuno mette in discussione l’importanza di intervenire su mobilità, verde pubblico, rischio idrogeologico, riqualificazione urbana ed emergenza abitativa. Condividiamo anche alcuni degli interventi che avete citato. Il cohousing, ad esempio, è una proposta che Repubblica Futura aveva portato per prima. Quindi figuriamoci se possiamo essere contrari. Ma davvero questi strumenti non possono essere ricondotti dentro una visione unitaria attraverso un vero Piano Regolatore Generale? Una visione che, come ricordava il collega Enrico Carattoni, ci dica fin dall’inizio dove vogliamo andare e come intendiamo procedere, senza costruire il futuro pezzetto dopo pezzetto. Senza un piano regolatore manca una gerarchia delle scelte, manca una coerenza territoriale complessiva, manca un quadro certo per cittadini, imprese e investitori. Manca quella visione condivisa che può essere verificata nel tempo. Un insieme di piani tematici non costruisce una strategia: costruisce soltanto una sommatoria di interventi. E la storia di questo Paese ci insegna che governare per sommatoria porta al disordine, non alla sostenibilità. Colleghe e colleghi, la politica vive anche di credibilità e la credibilità nasce dalla coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Quando si è all’opposizione è facile denunciare l’assenza di un PRG. Quando si è al governo diventa più difficile assumersi la responsabilità di scelte strutturali che inevitabilmente scontentano qualcuno. È qui che si misura la differenza tra amministrare l’esistente e governare il futuro. Ed è qui che emerge un nodo politico che non può essere ignorato. Su questo tema Libera sembra essersi progressivamente piegata a una cultura politica tipica della Democrazia Cristiana, che storicamente ha guardato al territorio non come bene comune ma come strumento di consenso elettorale. Sembra essersi progressivamente allineata a una forza politica che nel corso dei decenni ha spesso utilizzato la pianificazione territoriale, o la sua assenza, come spazio di mediazione politica e discrezionale, invece che come sistema di regole certe. Il Piano Regolatore Generale, per sua natura, riduce gli spazi di contrattazione politica spicciola e restituisce centralità a una visione collettiva, programmata e verificabile nel tempo. È questo il punto. E non ci stupisce quindi che storicamente sia stato guardato con diffidenza da chi ha preferito governare il territorio caso per caso, deroga dopo deroga, favore dopo favore. Ci stupisce invece vedere oggi Libera, che aveva costruito una parte importante della propria identità politica proprio su questi temi, accettare una linea che rinvia ancora una volta il momento delle vere scelte strutturali. Credo che ci troviamo davanti a una responsabilità altissima, perché il nostro territorio è piccolo, fragile e prezioso. Ogni metro quadrato consumato oggi è irreversibile. Ogni scelta urbanistica sbagliata pesa sulle generazioni future. Ed è su questo che tutti noi avremmo dovuto riflettere prima di arrivare oggi in aula a discutere questo progetto di legge.
Aida Maria Adele Selva (PDCS): Solo poche considerazioni, perché molti aspetti li ho già espressi in più momenti e anche in ambiti diversi. Ho sentito soprattutto la critica che è stata portata anche in Commissione sul tema della pianificazione territoriale attraverso i piani tematici. Io mi sono confrontata tranquillamente anche con i colleghi dell’opposizione cercando di trasmettere la mia convinzione sulla validità della pianificazione territoriale per temi, attraverso piani tematici. E ribalto proprio il ragionamento che è stato fatto, perché il nostro territorio, come è stato detto poco fa dalla collega, è prezioso, limitato e richiede la massima attenzione. Ma proprio perché è limitato consente anche di avere una visione d’insieme pur procedendo per piani tematici e per livelli. È ovvio che idee e opinioni possano essere diverse. Io però questa convinzione l’ho sostenuta e continuo a sostenerla. Poi speriamo che questa impostazione produca i risultati che la maggioranza e la Segreteria al Territorio hanno ritenuto opportuno perseguire. Io dico questo: se questa legge mette ordine nei livelli e li organizza gerarchicamente, mettendo al primo posto priorità e gerarchie, allora dovrebbe essere possibile evitare che nei piani inferiori vi siano conflitti con le strategie sovraordinate. Il piano principale, cioè quello della tutela e valorizzazione del territorio, è un po’ quello di cui parlava prima il consigliere Giovagnoli. Questo piano dovrà essere completato mettendo dei paletti e dei vincoli precisi, ed è proprio per questo che si chiama piano di tutela e valorizzazione di determinate aree del territorio. Una volta definiti questi limiti, verranno introdotti vincoli progettuali che impediranno trasformazioni in grado di compromettere l’identità del nostro territorio. All’articolo 4 si parla infatti di invarianti strutturali: elementi territoriali che costituiscono le caratteristiche distintive dell’ambiente e dell’identità territoriale, con configurazione stabile o di lenta modificazione. È un principio che serve esattamente a preservare il territorio. Per quanto riguarda invece i piani tematici, concordo anch’io sul fatto che, nel momento in cui verranno elaborati, vi debba essere una visione di insieme. Non è escluso nemmeno che possano essere emessi contestualmente. E questo è già in parte previsto. L’articolo 18, comma 3, dice chiaramente che le scelte pianificatorie, oltre a perseguire le finalità della legge, devono tener conto delle interrelazioni tra gli ambiti in cui sono suddivisi i piani tematici. Ritengo che questa sia una precondizione che il legislatore dovrà tenere ben presente. Il tempo è poco e non posso soffermarmi su tutti i temi affrontati nel dibattito. Però sul piano Boeri mi permetto di fare una riflessione. Invito tutti a rileggere l’ordine del giorno della passata legislatura, perché il piano Boeri alcune criticità le aveva. Ricordo anche che, dopo l’alluvione in Emilia-Romagna, l’architetto Boeri si permise di realizzare video per attaccare San Marino sul tema del rischio idrogeologico. Personalmente non ho apprezzato quelle dichiarazioni, perché credo che un professionista di alto livello non dovrebbe abbassarsi a certi toni. Lo cito soltanto come richiamo a un fatto che mi è tornato alla memoria rileggendo alcuni documenti. Certo, il piano parlava di ‘San Marino 2030’, del Giardino d’Europa, della biodiversità e di altri temi importanti. Però continuo a ripetere una cosa: la qualità della vita dei cittadini, secondo me, non era stata tenuta sufficientemente presente. Aumentare gli indici edificatori per evitare nuovo consumo di suolo può essere condivisibile, ma aumentare gli indici in aree già densamente popolate, penso ad esempio a Serravalle dove abito io, pone un problema reale di qualità della vita. È facile dire ‘consumo di suolo zero’, ma bisogna anche chiedersi come vivranno le persone in territori già molto urbanizzati. La qualità della vita deve essere tenuta presente tanto quanto la tutela ambientale. Per questo dico che il piano Boeri alcune criticità le aveva assolutamente. E aggiungo anche il tema dei diritti acquisiti. Noi lo abbiamo sempre detto: io personalmente non rinnego il principio della tutela dei diritti acquisiti, naturalmente tenendo sempre ben presente la sicurezza dei cittadini e dei luoghi nei quali si costruisce.
Maria Katia Savoretti (RF): L’ultimo Piano Regolatore Generale risale al 1992, come è già stato sottolineato, così come è stato ricordato da alcuni consiglieri di maggioranza che i vari governi e le maggioranze che si sono succedute nel tempo non hanno portato ad oggi alcun vero progresso. Bene, il progresso, secondo quanto sostiene la maggioranza, arriverebbe ora attraverso questo progetto di legge sulla pianificazione territoriale strategica, che finalmente dovrebbe dare risposte alla cittadinanza. Ecco, io ritengo onestamente che questo progetto di legge non vada a risolvere tutti i problemi che riguardano il nostro territorio. Anzi, a mio avviso rappresenta quasi una fotocopia del Piano Regolatore Generale del 1992. I problemi del nostro territorio sono complessi e non semplici da affrontare. In Commissione, come forze di opposizione, abbiamo cercato di dare il nostro contributo. Abbiamo presentato diversi emendamenti. Alcuni, ci fa piacere riconoscerlo, sono stati accolti, mentre altri purtroppo sono stati respinti. E ci dispiace perché non ci è stata data nemmeno la possibilità di approfondirli adeguatamente. Con maggiore approfondimento e una valutazione più accurata, secondo noi, si sarebbero potute affrontare anche quelle criticità che oggi continuano a permanere. Criticità che ritroviamo ancora all’interno di questo progetto di legge. Vediamo ancora una volta che ciò che propone l’opposizione non sempre viene accolto e non solo. Anche i lavori, per come abbiamo letto e ascoltato dalla relazione, non sono stati, a nostro avviso, così lineari e così adeguati. Restano fuori da questo progetto di legge ancora molte tematiche importanti e mancano soluzioni di intervento su aspetti che emergono in maniera molto chiara. Come forza di opposizione abbiamo evidenziato più volte che sarebbe stato necessario prevedere una visione più globale, una ricognizione più complessiva del territorio. Questo non è stato fatto e per noi rappresenta un errore importante. Non possiamo continuare ad agire ‘all’acqua di rosa’, distribuendo interventi qua e là senza una riflessione complessiva su ciò che realmente serve e soprattutto senza valutare attentamente le conseguenze che questi interventi potranno produrre nel tempo. Si parla di studentato, si parla di cohousing — e sappiamo bene di cosa si tratta perché siamo stati proprio noi i promotori della proposta sul cohousing — ma vediamo che molti interventi vengono rinviati continuamente a futuri regolamenti, a provvedimenti che arriveranno dopo. E invece queste cose, secondo noi, avrebbero dovuto trovare una definizione già nella legge. È questo che contestiamo. Contestiamo un approccio al territorio che riteniamo non corretto e non coerente e abbiamo la sensazione che si continui ad agire come si è sempre fatto. Non vediamo le grandi novità che vengono tanto elogiate dalla maggioranza. Al contrario, continuiamo a vedere lacune e criticità, soprattutto rispetto alla chiarezza delle norme, alla definizione delle responsabilità e all’equilibrio tra i diversi livelli decisionali. Per questo, a nostro avviso, è una legge che rischia anche di essere pericolosa. Il metodo, in fondo, rimane lo stesso: cambiano le persone ma non cambia il modo di operare. E anzi, quello che abbiamo visto è che chi stava all’opposizione in passato e rivendicava certe battaglie, oggi che è al governo rinnega quello che sosteneva allora. Penso al tema del Piano Regolatore Generale e al piano Boeri. Questa, a nostro avviso, non è coerenza. E voglio anche rispondere al consigliere Giovagnoli: certo che noi vogliamo fare un buon lavoro. Ma non in questo modo. Per noi questo non è un buon lavoro. Il buon lavoro è un’altra cosa. Noi rispettiamo il nostro territorio e dobbiamo tutti rispettarlo. Ma questo, per noi, non è il modo corretto per farlo.
Alle 20.00 i lavori vengono interrotti. Riprenderanno domani alle 9.00


