Politica

In Consiglio scontro totale sulla Commissione di inchiesta del “caso bulgaro”: report della seduta del 18 maggio 2026

Consiglio Grande e Generale – sessione 13, 14, 15, 18, 19, 20 e 21 maggio 2026

Lunedì 18 maggio 2026

Ampio e acceso confronto in Consiglio Grande e Generale sulla proposta di istituire una commissione consiliare d’inchiesta relativa alla vicenda della cessione delle quote di Banca di San Marino e al cosiddetto “piano parallelo”. Il dibattito, protrattosi per l’intera seduta pomeridiana, ha evidenziato una forte contrapposizione tra maggioranza e opposizione soprattutto su composizione, tempistiche e incompatibilità dei membri della futura commissione. Nel corso della discussione non sono mancati momenti di forte tensione politica, accuse reciproche e richiami alla tutela delle istituzioni e del percorso di associazione della Repubblica all’Unione Europea.

Ad aprire il confronto è stato Fabio Righi (Domani-Motus Liberi), che ha parlato di una situazione “surreale, grottesca e molto pericolosa a livello istituzionale”, accusando parte della maggioranza e in particolare la Democrazia Cristiana di voler “blindare” la commissione. “Qui non discutiamo di posizioni politiche contrapposte, ma della tenuta dello Stato di diritto”, ha affermato, contestando l’assenza di una composizione paritetica e la scelta di posticipare l’avvio dei lavori al primo settembre.

Sulla stessa linea Sara Conti (Repubblica Futura), secondo cui “l’atteggiamento della maggioranza è penoso e non sta in piedi”, mentre Gian Matteo Zeppa (Rete) ha definito “gravissima” la decisione della maggioranza di presentare una mozione d’ordine per evitare la discussione del progetto di legge dell’opposizione. “Siamo in una ‘democratura’ alla Orbán”, ha dichiarato, sostenendo che la commissione dovrebbe partire immediatamente e con criteri di assoluta pariteticità.

La maggioranza ha respinto le accuse. Manuel Ciavatta (Pdcs) ha sostenuto che “nessuno qui vuole assolutamente una democratura”, rivendicando la volontà condivisa di fare chiarezza. Gian Nicola Berti (Alleanza Riformista) ha criticato “le sentenze già emesse dall’opposizione”, parlando di “clima molto infelice” e sostenendo che la commissione rischia di trasformarsi “in una mera dialettica politica per colpire l’avversario”.

Nel corso del dibattito generale più consiglieri di opposizione hanno insistito sulla necessità di separare il piano giudiziario da quello politico. Matteo Casali (Rf) ha definito “infondate” le tesi della maggioranza sulla sovrapposizione con le indagini della magistratura. “La pariteticità è un patto di lealtà preventivo”, ha detto, accusando la Dc di voler entrare in commissione “con l’elmetto”.

Anche Nicola Renzi (Rf) ha parlato di “commissione blindata”, sostenendo che la scelta della composizione proporzionale rappresenti “una tutela politica di interessi specifici”. Duro anche Enrico Carattoni (Rf), secondo cui “la maggioranza vuole evitare il confronto sistematicamente grazie alla forza dei numeri”.

Dalla maggioranza sono arrivate invece aperture limitate sulle incompatibilità, ma non sulla composizione. Oscar Mina (Pdcs) ha spiegato che la formula proporzionale è stata scelta “per garantire stabilità e funzionalità pratica ai lavori”, mentre Luca Lazzari (Psd) ha sostenuto che “la commissione non può essere trasformata in uno strumento destabilizzante”. Gerardo Giovagnoli (Psd), già presidente di precedenti commissioni d’inchiesta, ha definito questa vicenda “molto più delicata rispetto al passato”, evidenziando il rischio di ricadute sul sistema bancario e sul percorso europeo di San Marino.

Il Segretario Federico Pedini Amati ha parlato di “uno dei più grandi danni d’immagine subiti dal Paese”, affermando di non aver “mai creduto veramente alle commissioni d’inchiesta” e sostenendo che “l’unico che può fare chiarezza è il tribunale”. Il Segretario Andrea Belluzzi ha invece auspicato “una relazione unica e condivisa”, invitando a utilizzare la commissione anche per rafforzare gli strumenti di controllo sugli investimenti internazionali. Il Segretario Rossano Fabbri ha sottolineato la necessità di “preservare imparzialità anche apparente” nei lavori della commissione, sostenendo che “chi è citato negli atti non dovrebbe essere chiamato a giudicare”. Una posizione contestata dall’opposizione, con Sara Conti che ha definito “gravissimo” il riferimento ai consiglieri di opposizione “citati negli atti”.

Mirko Dolcini (Domani-Motus Liberi) ha definito la situazione “un appassionante thriller con continui colpi di scena”, sostenendo che “questa non è affatto una finzione cinematografica: è una storia tragicamente vera e rappresenta l’ennesima brutta pagina per il nostro Paese”. Guerrino Zanotti (Libera) ha invitato ad abbassare i toni dello scontro, sottolineando che “continuare a guardare indietro per alimentare lo scontro politico è poco utile”. Luca Boschi (Libera) ha richiamato tutte le forze politiche alla responsabilità istituzionale: “Dovremmo essere capaci di toglierci la casacca politica”, ha detto, aggiungendo che “se già oggi indichiamo colpevoli o esiti finali, non ci stiamo comportando da commissari”.

Giovanna Cecchetti, consigliere indipendente di maggioranza, ha parlato della necessità di “lavorare senza pregiudizi o preconcetti”, ribadendo che il compito della commissione dovrà essere anche quello di “rafforzare gli anticorpi normativi affinché certi fatti non si ripetano”. Andrea Menicucci (Repubblica Futura) ha ricordato come l’opposizione avesse chiesto chiarimenti “sin dalle prime avvisaglie dell’acquisizione delle quote di maggioranza dell’istituto bancario”. Aida Maria Adele Selva (Pdcs) ha insistito sul rischio di sovrapposizione tra politica e magistratura: “La commissione non deve assolutamente sovrapporsi alle indagini del tribunale”, ha affermato, ribadendo che “chi ha sbagliato si assumerà le sue responsabilità”.

Gian Carlo Venturini (Pdcs) ha respinto le accuse rivolte alla maggioranza: “La Democrazia Cristiana la commissione d’inchiesta la vuole eccome”, ha dichiarato, sostenendo che l’obiettivo sia “fare piena luce sulla vicenda” senza interferire con il lavoro della magistratura. Maria Luisa Berti (Alleanza Riformista) ha rivendicato il ruolo del suo movimento nella nascita del percorso legislativo: “Come Alleanza Riformista siamo stati i primi a depositare un progetto di legge per la commissione d’inchiesta”. Berti ha inoltre invitato tutte le forze politiche “a lavorare con responsabilità e ricerca della verità”. Matteo Rossi (Psd) ha definito centrale la tutela della reputazione internazionale della Repubblica: “San Marino vive di credibilità, standing e affidabilità internazionale”, ha detto, sostenendo che la commissione dovrà accertare “se qualcuno abbia anteposto i propri interessi all’interesse nazionale”.

Iro Belluzzi (Libera) ha parlato della vicenda come di “un grande fallimento”, spiegando che “quello che è accaduto intorno alla Banca di San Marino avrebbe dovuto essere festeggiato”, ma che il Paese “non aveva gli strumenti per fare una verifica reale e puntuale” sugli investitori internazionali.

Al centro dello scontro anche la mozione d’ordine presentata dalla maggioranza per soprassedere alla discussione del progetto di legge dell’opposizione e procedere direttamente all’esame del testo condiviso dalla coalizione di governo. La decisione ha provocato dure proteste. “Un atto profondamente antidemocratico”, lo ha definito Emanuele Santi (Rete), mentre Giovanni Maria Zonzini (Rete) ha parlato di “declino della democrazia parlamentare”. Di diverso avviso Massimo Andrea Ugolini (Pdcs), secondo cui la mozione era necessaria “per efficientare il dibattito consiliare ed evitare ripetizioni”.

Nel corso dell’esame dell’articolato, la maggioranza ha respinto gli emendamenti dell’opposizione che chiedevano una composizione paritetica della commissione e criteri più stringenti sulle incompatibilità. Ampio confronto si è sviluppato in particolare sulle date di riferimento per l’esclusione dei membri del CCR e dei collegi sindacali. La maggioranza ha proposto di fissare il limite al primo gennaio 2020, nel tentativo di trovare una mediazione, ma l’opposizione ha parlato di “norme sartoriali” costruite “per escludere soggetti specifici”. 

I lavori riprenderanno domani pomeriggio alle 13:00.

Di seguito un estratto dei lavori

Comma 11:
a) Progetto di legge Costituzionale “Istituzione di una Commissione Consiliare d’inchiesta sul presunto ‘piano parallelo’ finalizzato a provocare pressione sull’Autorità Giudiziaria Sammarinese per la revoca di provvedimenti cautelari adottati su somme sequestrate nell’ambito del tentativo di acquisizione della Banca di San Marino, ricorrendo alla minaccia di ostacoli al percorso sammarinese di Associazione Europea” (presentato dal Gruppo Consiliare di Alleanza Riformista) (II lettura)
b) Progetto di legge Qualificata “Istituzione di una commissione consiliare d’inchiesta su responsabilità politiche, istituzionali e amministrative nella vicenda relativa alle trattative che hanno avuto luogo nel 2024 e nel 2025 finalizzate all’acquisto della quota di maggioranza delle azioni di Banca di San Marino e ad eventuali azioni correlate, condotte successivamente” (presentato dai Gruppi Consiliari Repubblica Futura, Domani-Motus Liberi e Movimento Civico RETE) (II lettura)
c) Progetto di Legge Costituzionale “Istituzione di una Commissione Consiliare d’Inchiesta su presunte responsabilità politiche o amministrative riguardanti la vendita di partecipazioni dell’Ente Cassa di Faetano alla Società San Marino Group ed il c.d. “Piano Parallelo”” (presentato dai Gruppi Consiliari di Maggioranza e dal Consigliere Indipendente Giovanna Cecchetti) (II lettura)

Fabio Righi (D-ML): Io penso che riprendere il dibattito che abbiamo lasciato aperto nella scorsa seduta sia complicato, perché sono stati toccati moltissimi aspetti e moltissimi temi, ma cercherò comunque di rimetterli velocemente in fila per esporre la posizione della mia forza politica. Noi non abbiamo mai nascosto e continuiamo a non nascondere una profonda delusione rispetto alla posizione assunta dalla maggioranza riguardo a questa commissione d’inchiesta. Secondo me quello che sta accadendo è di una portata e di una gravità tale che tutti i giochi di parole, i meccanismi di presentazione di plurime leggi poi ritirate e poi riproposte ci lasciano davvero perplessi. Quest’aula oggi non sta discutendo di una vicenda qualunque, come si cerca di far passare nell’opinione pubblica, ma sta discutendo di un fatto che ha colpito duramente le istituzioni; se non vogliamo nasconderci dietro un dito, dobbiamo riconoscere che le istituzioni devono trovare il modo di rispondere a questa situazione. Io credo che questa vicenda sia stata creata proprio da alcuni componenti di questa maggioranza di governo, con un riferimento esplicito a un partito specifico, ovvero la Democrazia Cristiana. Oggi ci troviamo bloccati a discutere dell’ennesimo imbarazzo a cui questa maggioranza ci ha abituato in questi due anni, ma questa volta la gravità è senza precedenti. Secondo me quanto accaduto sta palesando una situazione che definire particolare è un eufemismo; la definirei surreale, grottesca e molto pericolosa a livello istituzionale. Noi veniamo a sapere che è in corso la vendita di un istituto bancario, e in un Paese con soli quattro istituti questo tema diventa inevitabilmente una questione nazionale. Lo veniamo a sapere nel momento in cui il tribunale dispone degli arresti per presunte tangenti legate all’operazione, un’operazione gestita da un direttivo dell’Ente Cassa di Faetano la cui composizione è totalmente democristiana e dove alcuni componenti sono parenti stretti di membri di questo governo iscritti allo stesso partito. Poi cosa succede? Gli enti regolatori prendono posizione solo dopo gli arresti e il Tribunale lancia un allarme nazionale, salvo poi smentire se stesso annullando i provvedimenti legati al famoso “piano parallelo”. Nel frattempo parte una dinamica internazionale con un arbitrato che pende sulle nostre teste e una richiesta di risarcimento danni da 150 milioni di euro, ma voi continuate a dirci che è tutto a posto e che non succede niente. Parallelamente avviene il rallentamento del percorso internazionale per l’accordo con l’Unione Europea proprio a causa della Bulgaria, che è il luogo di provenienza degli investitori coinvolti. Io penso sia una situazione drammatica perché quanto posto in essere a livello politico ha fatto emergere una reale preoccupazione di compromissione dei poteri dello Stato. Ci sono state dichiarazioni maldestre in quest’aula, con esponenti del governo che dicono di sapere quando finiranno indagini segretate dal tribunale. La situazione scivola di mano ogni momento e ci sono fatti antecedenti inquietanti, come la lettera del presidente dell’Ente Cassa di Faetano, padre del Segretario Beccari, in cui si scriveva che chiunque avesse ostacolato l’operazione si sarebbe messo contro la Segreteria delle Finanze, il CCR e la Banca Centrale. Viene messa nero su bianco un’interazione tra mondo privato, istituzioni ed enti regolatori. Io mi chiedo come si possa andare dagli organismi internazionali di monitoraggio a dire che è tutto a posto e che non è successo nulla. Voi avete forzato la mano, avete eliminato il vincolo del 51% a garanzia dell’operazione e ora cercate di giustificarvi. Per quanto riguarda la gestione della Commissione Giustizia, è da mesi che rincorrete i componenti con chiavette USB contenenti fascicoli segretati; noi abbiamo dato indicazione al nostro rappresentante di non ritirare quella chiavetta. Secondo me un atteggiamento del genere non è normale: noi non abbiamo ritirato nulla perché non ci fidiamo né di voi né delle istituzioni e temiamo che, se uscisse anche solo mezzo documento da quella chiavetta, la colpa ricadrebbe su di noi per aver violato il segreto d’ufficio. Ci siamo basati solo su quanto reso pubblico dal gruppo bulgaro sul proprio sito. Sulla commissione d’inchiesta, io penso che la situazione sia surreale: capisco i diretti interessati, ma come fanno gli altri componenti della maggioranza a non sentire l’esigenza di fare chiarezza? Qui non discutiamo di posizioni politiche contrapposte, ma della tenuta dello Stato di diritto. Quale messaggio stiamo dando alla cittadinanza se tutto sembra concesso? Secondo me la commissione d’inchiesta non deve mettere le mani sui fascicoli del tribunale, perché la divisione dei poteri è una cosa seria. Il tribunale farà il suo corso penale, ma la commissione serve per far emergere le responsabilità politiche che per noi sono enormi, e non si concretizzano solo in caso di rinvio a giudizio. Le responsabilità politiche ci sono comunque, sia per imperizia che per negligenza. Io l’ho detto cento volte: in un Paese dove se un cittadino ha una crepa nel marciapiede viene asfaltato dal Segretario di Stato, è impossibile pensare che parenti e amici non sapessero cosa stava succedendo in banca. Le intercettazioni rese pubbliche mostrano interazioni continue; voi sapevate tutto. La vostra proposta di legge sulla commissione è surreale perché prevede una composizione non paritetica, dando la maggioranza proprio alla forza politica più coinvolta nella questione. Avete inserito incompatibilità su misura: perché i membri dei consigli di amministrazione sono incompatibili e quelli dei collegi sindacali no? Perché io, che ero nel CCR anni fa quando non si parlava affatto dell’affare bulgaro, dovrei essere incompatibile mentre voi siete compatibili a giudicare amici e parenti? Se vogliamo mettere dei paletti, mettiamoli seriamente, ma così metà dell’aula sarebbe incompatibile. Sulla data di inizio delle attività, dovete fare pace con voi stessi. Prima dite che la commissione non può partire perché rischia di inficiare l’attività del tribunale, poi proponete di partire il primo settembre anche se le indagini non fossero ultimate. Se a settembre le indagini non inficiano più il lavoro giudiziario, perché dovrebbero farlo adesso? O siete impazziti o sapete già che le indagini finiranno entro settembre, e questo conferma la caduta dei presidi dello Stato di diritto. Peraltro il Segretario Canti aveva già annunciato che sarebbero finite a maggio. Questa situazione mette in gravissimo imbarazzo le istituzioni nel dialogo internazionale. Cosa racconteremo in Europa? Voi lasciate un’eredità pesante alle future generazioni che dovranno spiegare perché tutto sembrava confuso. Andate in Europa parlando di regole e trasparenza e intanto vendete le banche “sotto banco”. Mi auguro che il PSD e Libera ritrovino la questione morale che hanno smarrito. Non va tutto bene, qui siamo scesi su un terreno che va oltre la politica. Se le istituzioni non prendono coscienza di questo, cosa possiamo raccontare ai cittadini? Che le regole vanno rispettate solo quando conviene? State dando un esempio che legittima l’illegalità. Siamo arrivati a un punto di non ritorno e ognuno di noi oggi deve decidere, guardandosi allo specchio, se vuole fare il proprio dovere o prestarsi a questa situazione vergognosa.

Sara Conti (Rf): Io ci tengo a intervenire in questo dibattito e voglio partire da una piccola premessa. Ho ascoltato la prima parte della discussione via radio mentre ero in trasferta istituzionale e alcuni interventi della maggioranza mi hanno lasciato onestamente senza parole. Ho sentito un velato vittimismo, come se noi dell’opposizione avessimo già deciso l’esito della commissione d’inchiesta e i colpevoli. Secondo me questi consiglieri hanno la memoria corta, perché forse non ricordano di aver tenuto esattamente lo stesso atteggiamento nel 2019, quando si votò la commissione sulle vicende di Banca CIS. Ora che vi trovate dall’altra parte fate i poverini messi sul banco degli imputati? Io penso che dovreste essere i primi a dire di voler fare la commissione subito per dimostrare che non avete nulla a che fare con questa vicenda. Il dato di fatto è che alcuni personaggi coinvolti sono vicini a esponenti del partito di maggioranza relativa; questa non è una supposizione, è la realtà. Quindi, proprio per dimostrare che questa vicinanza non si traduce in responsabilità politica, dovreste volere la massima luce. L’atteggiamento che state tenendo è penoso e non sta in piedi; sembra davvero che vi stiate arrampicando sugli specchi per convincerci che non si possa iniziare subito. Le tesi che portate, secondo cui dovremmo aspettare la fine delle indagini, sono ridicole, specialmente dopo le dichiarazioni del Segretario Canti. Lui e la maggioranza che lo sostiene continuano a dire che non dobbiamo interferire con il lavoro del tribunale, ma poi lui viene qui in aula a dirci esattamente quando finiranno le indagini: evidentemente lui pensa di poter interferire. Io credo che sarebbe bene tenere separate la politica e la giustizia, ricordandoci la lezione di Montesquieu sulla separazione dei poteri di cui vi riempite spesso la bocca senza metterla in pratica. La recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo vi ha chiaramente detto che siete stati proprio voi, nel 2020, ad approvare una legge retroattiva per modellare la giustizia a vostro piacimento. Dovreste avere un minimo di coerenza quando parlate. Noi pensiamo che la commissione d’inchiesta debba partire subito, come abbiamo scritto nel nostro progetto di legge, perché si possono benissimo analizzare le interferenze politiche mentre il tribunale prosegue il suo lavoro sulle responsabilità penali. Il tribunale non giudica le responsabilità politiche, quindi i percorsi sono paralleli e non si intralciano. Ci dite che la pariteticità questa volta non va bene perché le proporzioni dei gruppi sono diverse, ma vi ricordo che nella trentesima legislatura la proporzionalità era simile a questa e la commissione paritetica si fece comunque. State usando argomentazioni che non reggono pur di non fare chiarezza immediata su una situazione che sta danneggiando il Paese. Sulle incompatibilità, trovo ridicolo che nella prima proposta fossero esclusi i membri del CCR dal 1999; ora siamo passati al 2016. Mi sembra una decisione presa chirurgicamente per escludere qualcuno dall’opposizione. Al tempo stesso, dichiarate incompatibili i dipendenti o i membri dei consigli di amministrazione delle banche dal 2016, ma vi siete “dimenticati” di chi ha fatto parte dei collegi sindacali. Secondo me non si possono fare figli e figliastri, visto che qualcuno in quest’aula è stato proprio nel collegio sindacale di Banca di San Marino. Per questo presenteremo un emendamento specifico.

Gian Matteo Zeppa (Rete): Io francamente alzo le mani di fronte alle dichiarazioni che i colleghi di maggioranza hanno rilasciato lo scorso venerdì e, soprattutto, davanti alla presentazione di una mozione d’ordine che chiede di non passare nemmeno all’esame degli articoli del progetto di legge qualificato in seconda lettura. Parlo del progetto presentato da Repubblica Futura, Domani Motus Liberi e dal Movimento Rete: questo è il livello parlamentare a cui siamo arrivati oggi. È questa la condivisione che auspicavate? Qualcuno, durante il dibattito di venerdì, ha auspicato che si trovasse una quadra tra le due diverse impostazioni che, pur essendo differenti, avrebbero dovuto avere un punto di contatto; invece, la risposta che la maggioranza dà oggi è una mozione per non parlare affatto del progetto di legge dell’opposizione. Tanto di cappello, davvero: secondo me siamo in una “democratura” alla Orban, proprio come diceva il professor Guzzetta in Commissione Giustizia a suo tempo. Mi fa rabbia questa situazione perché inizio a conoscere le persone e le loro reazioni: la reazione estremamente nervosa del collega Manuel Ciavatta è dovuta evidentemente al fatto che è stato toccato il suo partito. Non è cattiveria, sono i fatti di cronaca che parlano: all’interno del suo partito c’è un membro della Commissione Finanze che ha dichiarato spudoratamente che bisognava procedere con la vendita della banca, avendo un familiare proprio lì dentro. Vogliamo nascondere anche questo? O vogliamo nascondere il fatto che un Segretario di Stato alla Giustizia, venti giorni fa, sia venuto qui a dirci che le indagini si concluderanno il 30 di maggio? Io penso che dobbiate fare pace con il cervello perché, delle due l’una: bisogna capire chi volete difendere davvero. Io lo dico chiaramente, così evitiamo supposizioni successive: ho dei preconcetti basati sulla storia di questa nefandezza finanziaria e politica. È evidente che se non vi scandalizza il fatto che un Segretario alla Giustizia venga in aula a dire tranquillamente che le indagini si concluderanno il 30 maggio, allora io alzo bandiera bianca. E voi lo difendete pure; davvero, dovete fare pace con voi stessi. Riguardo a chi sostiene che le commissioni d’inchiesta non debbano aprirsi mentre ci sono indagini in corso, io dico che la storia della penisola italiana parla chiaro: andate a vedere i precedenti. Nel 1969 fu aperta una commissione sull’antimafia durante i grandi processi di Palermo e quella commissione parlamentare non andava affatto a inficiare le indagini, mentre secondo voi qui sì. C’è stata una commissione d’inchiesta parlamentare negli anni di piombo, su stragi e terrorismo, proprio mentre c’erano le indagini in corso. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta c’è stata una commissione sul caso Sindona, sempre durante le indagini del tribunale, e la più recente è stata la commissione d’inchiesta sul Covid in Italia. Quindi, o non ragionate lucidamente o siete ottenebrati dalla voglia di giustificare l’ingiustificabile. Sulla questione delle chiavette USB, se il collega Manuel Ciavatta fosse onesto intellettualmente, dovrebbe dire che non solo le opposizioni non le hanno ritirate, ma non l’ha fatto nemmeno un membro della sua stessa maggioranza appartenente al suo partito; chieda a lui il perché. C’è questa volontà di dare in pasto alla gente quello che avete letto voi, ma bisogna essere intelligenti: avete letto cose che poi sono state utilizzate su certi siti. Proprio venerdì scorso, mentre eravamo qui a gestire questa sciagurata commissione d’inchiesta, l’editorialista di EuAlive scriveva che la Bulgaria ha bloccato le discussioni sull’accordo di associazione di San Marino in sede di Coreper dopo mesi di tentativi infruttuosi di risolvere la disputa sui fondi di Starcom depositati in Banca di San Marino. C’è una guerra politica in corso e voi non la vedete. Chi ha portato i bulgari a San Marino? Chi gli ha concesso di fare quell’affare? Forse le opposizioni? Da chi era formato il vertice di quella banca e della fondazione, dalle opposizioni? Oggi presentate una mozione per non discutere un progetto di legge, ma io mi chiedo che tipo di Parlamento vogliate. Manuel Ciavatta vuole la “democratura” e fa persino proposte di legge per abbassare le tempistiche degli interventi in Consiglio. Sulla pariteticità, io ricordo che quasi tutte le commissioni in passato sono state paritetiche. Non è una questione di proporzionalità dei gruppi come sostiene il collega: la proporzionalità non serve perché se una commissione d’inchiesta è formata al 50 e 50, c’è la possibilità di togliere di mezzo tutti gli scontri tra i vari schieramenti. Voi invece quegli scontri li volete mantenere con la vostra proporzionalità perché qualcuno, evidentemente, deve nascondere qualcosa. A me poco importa, perché resto dell’idea che le colpe dei padri non debbano mai ricadere sui figli, ma le cronache parlano chiaro su chi c’era lì dentro. Le cronache dicono che state facendo di tutto, con le mani e con i piedi, per non far partire la commissione e per cambiare le carte in tavola. Secondo me è di una gravità assurda che non ci sia pariteticità e che facciate una mozione per non parlare di un progetto di legge. Io sono sempre più convinto di stare dalla parte del tribunale e non più dalla parte di questa politica che utilizza semplici prove di forza e muscolature senza alcun senso. Il nostro accordo con l’Europa sta andando a rotoli e voi non ve ne accorgete; le dichiarazioni di venerdì parlano chiaro e voi venite qui a fare le mozioni contro le opposizioni. Vi dovreste vergognare.

Manuel Ciavatta (Pdcs): Io voglio intervenire brevemente per un fatto personale e sarò davvero sintetico, solo per chiarire che, secondo me, nessuno qui vuole assolutamente una “democratura” alla Orban; anzi, io credo che in passato abbiamo lavorato tutti insieme, e con grande impegno, proprio affinché questa deriva non si verificasse, e penso che questo spirito debba essere assolutamente confermato e difeso per il bene del nostro Paese. D’altra parte, però, io non posso fare a meno di ricordare una cosa, e anzi la confermo con forza: anche un membro del nostro stesso partito ha deciso di non ritirare la chiavetta USB contenente il materiale che il Segretario Stefano Canti aveva messo a disposizione della Commissione Giustizia. Allora io mi chiedo, e lo chiedo con estrema franchezza, se il comportamento dell’opposizione sia realmente coerente: prima hanno chiesto a gran voce la condivisione di quel materiale, sapendo che era in possesso del governo, ma poi, quando il governo ha messo a disposizione i documenti in quanto l’Eccellentissima Camera è parte civile, hanno deciso di non voler approfondire proprio basandosi su quei contenuti. Secondo me è un atteggiamento su cui riflettere, perché quei documenti non sono certo quelli che si possono trovare facilmente sui siti internet, ma rappresentano atti ufficiali messi a disposizione per fare chiarezza.

Gian Nicola Berti (Ar): Io penso che il clima che si respira in quest’aula sia purtroppo molto, molto infelice, perché si nota chiaramente che qualcuno è già arrivato a emettere la propria sentenza definitiva; sento persone dire di non voler avere copia degli atti, eppure le sentenze di condanna le stanno già tirando fuori senza alcuna esitazione. Secondo me è assurdo sentire che la responsabilità di quanto accaduto debba essere attribuita esclusivamente alla Democrazia Cristiana, specialmente quando vediamo qualcuno dichiararsi informatissimo sui fatti e poi, paradossalmente, rifiutarsi di ritirare le chiavette con i documenti ufficiali. Io mi chiedo se questo avvenga perché, magari, certe informazioni erano già state ottenute in precedenza per altre vie, e credo che su questo punto ci sia davvero molto da riflettere. In questo dibattito sento sollevare continuamente questioni di compatibilità e incompatibilità, ma a me sembra che ci si stia semplicemente scannando gli uni contro gli altri; secondo me la verità non interessa quasi a nessuno, anzi ho la sensazione che si voglia trasformare questa commissione d’inchiesta in una mera dialettica politica per colpire l’avversario e cercare di delegittimarlo a ogni costo. Io non so se in un clima del genere sia possibile produrre qualcosa di sensato o di ragionevole, specialmente quando si arriva a fare questo “gioco dell’incompatibilità” che io contesto con forza: secondo me, quando un parlamentare viene eletto dai cittadini, deve essere considerato sempre compatibile e competente, perché è il popolo ad averlo deciso. Io lo dico e lo ripeto all’ennesima potenza: le incompatibilità fissate per legge rischiano di diventare solo uno strumento per eliminare qualcuno che risulta scomodo, e devo dire che la norma sul collegio sindacale sembra cucita apposta per colpire me, visto che sono stato nel collegio sindacale di Banca di San Marino per circa un anno e mezzo tra il 2016 e il 2017. A me andrebbe anche bene restare fuori, sarebbe un problema in meno e per me non ci sarebbe alcun tipo di difficoltà personale, però mi chiedo come possano Fabio Righi, Matteo Zeppa, Emanuele Santi o Giovanni Zonzini far parte di questa commissione quando hanno già espresso condanne pubbliche così pesanti. Secondo me un giudice che pronuncia una condanna prima ancora di conoscere gli atti è incompatibile per definizione con il proprio ruolo; questa è la vera anomalia su cui riflettere, perché ci troviamo davanti a dei supposti giudici che vogliono giudicare solo l’avversario politico e che hanno già tratto le conclusioni pur dichiarando di non conoscere gli atti. Mi sento quasi preso in giro quando sento certe critiche, perché noi, proprio per andare incontro alle richieste delle opposizioni, abbiamo proposto di accelerare i tempi e di far iniziare i lavori della commissione d’inchiesta prima della conclusione delle indagini, anche se il nostro obiettivo iniziale era quello di aspettare che il tribunale accertasse i fatti. Questa era la nostra posizione lineare: leggere i fatti accertati, farsi un’opinione e verificare se vi fossero anomalie riferibili alla politica; se abbiamo modificato la tempistica è solo per venirvi incontro, anche se inizio a pensare che stiamo sbagliando noi a seguirvi in un percorso che non porta nulla di utile al Paese.

Oscar Mina (Pdcs): Io credo che questo nostro ragionamento debba partire da un dato di fatto: la maggioranza ha scelto con convinzione di presentare un progetto di legge di rango costituzionale perché ritiene necessario dotare la commissione d’inchiesta di strumenti che siano realmente adeguati, incisivi e capaci di permetterle di svolgere il proprio compito fino in fondo. Secondo me si tratta di scelte coerenti sia nella forma che nella sostanza, fatte proprio per rafforzare i presidi di tutela delle nostre istituzioni e per garantire che non possano essere messe in discussione la tenuta democratica, la credibilità e la reputazione della nostra Repubblica. Oggi la discussione si concentra molto sulla forma, sulla composizione e sui temi dell’incompatibilità, ma io penso che tutto dipenda dall’obiettivo che questo Consiglio Grande e Generale intende privilegiare; mi pare che ci sia la volontà comune di arrivare a una valutazione corretta dei fatti per appurare le eventuali responsabilità politiche, che sono cosa ben diversa dalle responsabilità penali che spettano esclusivamente al tribunale. Io capisco perfettamente che la formula paritetica possa sembrare, a prima vista, quella più adeguata per garantire l’imparzialità e per neutralizzare il peso della maggioranza, ma secondo me non deve essere questo l’intento della commissione. Noi abbiamo ritenuto più adeguata la formula proporzionale proprio per garantire la stabilità e la funzionalità pratica dei lavori, evitando che si finisca in uno stallo continuo su ogni singola procedura, che si tratti di votazioni, audizioni o decisioni interne. L’obiettivo è imprimere un ritmo serrato ai lavori per concludere nei termini previsti, perché alla commissione si deve chiedere un’autorevolezza indiscussa, con risultati finali che non siano percepiti come una verità di parte. Io voglio ribadire che non si vuole e non si deve tutelare nessuno, né in maggioranza né all’opposizione, ma bisogna garantire lo stesso potere ispettivo a tutti i membri, a prescindere dai numeri. Sul tema dell’incompatibilità si sentono tante cose, ma per noi il fine deve essere quello di evitare che legami personali, economici o politici possano compromettere l’imparzialità dei consiglieri. Riguardo alla tempistica, abbiamo detto più volte che secondo noi sarebbe necessario attendere almeno la fine della fase istruttoria, tuttavia abbiamo fissato il termine del primo settembre di quest’anno per far partire le indagini politiche e fare piena luce sui fatti, con l’obiettivo di concludere entro sei mesi. Noi vogliamo riaffermare una verità che deve maturare innanzitutto all’interno del tribunale sotto l’aspetto giuridico, e non intendo affatto alimentare polemiche, ma questo progetto di legge ha una sua valenza profonda che voglio rimarcare. In conclusione, secondo me il punto centrale è che la commissione d’inchiesta venga effettivamente istituita con poteri di indagine molto ampi, paragonabili a quelli di un magistrato, perché la politica deve dimostrare di essere assolutamente coerente con la sua tradizione di legalità e trasparenza. Io mi auguro davvero che si agisca nell’interesse generale dello Stato e dei cittadini, che hanno il pieno diritto di conoscere come siano andati realmente i fatti, senza limitarsi a urla o chiacchiere inutili.

Guerrino Zanotti (Libera): Io ho seguito con molta attenzione l’inizio del dibattito su questo progetto di legge e ho notato, sia venerdì scorso che negli interventi di oggi, come le opposizioni continuino a portare argomenti a sostegno delle proprie posizioni che, secondo me, negli ultimi tempi sono in gran parte caduti. Penso che siano argomentazioni ormai superate dai passi avanti che abbiamo fatto con gli emendamenti e con gli incontri che ci sono stati, i quali hanno sicuramente migliorato il testo originale; secondo me continuare a guardare indietro per alimentare lo scontro politico è poco utile e non porta a grandi ragionamenti in prospettiva. Se volessimo davvero guardare al passato, dovremmo ammettere che non tutte le forze politiche sono sempre state così decise nel voler avviare commissioni d’inchiesta, quindi io direi di concentrarci sul risultato che abbiamo oggi sul tavolo: un progetto che prevede la costituzione di una commissione per la quale i tempi sono stati rivisti in modo significativo. Io penso sia opportuno far partire i lavori una volta chiusa la fase inquirente del tribunale, e speriamo che con la data che abbiamo stabilito, ovvero il primo di settembre, questa fase possa essere esaurita. Sulla questione del mandato sono state sollevate critiche fortissime, ma io credo che oggi il testo sia molto chiaro ed esaustivo: si dovrà indagare sull’arrivo del gruppo bulgaro, sulla vendita delle quote dell’Ente Cassa e su tutto ciò che è accaduto sul cosiddetto “piano parallelo”. Mi sembra che abbiamo anticipato correttamente tutte le fasi per rilevare eventuali responsabilità politiche o amministrative. Resta però il tema dell’incompatibilità e, parlando anche per la mia esperienza personale visto che ho fatto parte del Comitato Credito e Risparmio dal 2017 al 2019, posso dire che in quel periodo non è mai accaduto di parlare della vendita delle quote di Banca di San Marino; perciò, secondo me, questo termine di incompatibilità risulta eccessivamente prescrittivo. Inoltre, ci sono proposte che vorrebbero escludere completamente un intero gruppo politico dalla commissione, e io penso che se vogliamo parlare di “democratura”, beh, allora questo sarebbe il termine più appropriato. Si è parlato persino di diretta streaming, che secondo me porterebbe a una spettacolarizzazione dei lavori ben oltre le competenze della commissione. Riguardo all’emendamento delle opposizioni sull’incompatibilità per chi ha fatto parte dei collegi sindacali nello stesso periodo previsto per i membri del CCR, io penso che sia una proposta che si possa prendere in considerazione. Sulla composizione, è vero che in passato ci sono stati esempi di commissioni paritetiche, ma in questo caso, tenuto conto della realtà dei gruppi in Consiglio, si è ritenuto che cinque membri alla maggioranza e tre all’opposizione rispecchino meglio la presenza in aula. In ogni caso, come ha ricordato il collega Morganti, anche con la pariteticità il voto del presidente finirebbe comunque per dirimere le questioni. Secondo me ora dobbiamo solo concentrarci sul mandato reale, ovvero far emergere se ci siano state responsabilità politiche o amministrative che hanno creato o protratto questa situazione oltre ogni ragionevole dubbio. Il mio richiamo è alla serietà con cui dovrà lavorare la commissione, al di là dei numeri o delle tempistiche; io credo che con un “gentleman agreement”, proprio come è avvenuto per altre commissioni che hanno lavorato senza ostacoli o questioni di parte, anche questa potrà operare nello stesso modo e portare dei risultati concreti.

Matteo Casali (Rf): Per quanto riguarda la vicenda ormai nota e ampiamente descritta dalla cronaca, ovvero l’acquisizione di Banca di San Marino da parte della holding bulgara e il successivo eventuale “piano parallelo” con l’appello del dirigente al tribunale, io non intendo rifare l’intera cronistoria che è già stata esposta in molti interventi prima del mio. Mi sembra però che ci sia un punto finalmente condiviso da tutti: la necessità di istituire una commissione d’inchiesta politica che possa accertare le eventuali responsabilità. Tuttavia, io mi chiedo se questo sia un passaggio davvero scontato; secondo me non lo è affatto, perché ho la netta sensazione, supportata da elementi che la rendono ormai una certezza, che questa commissione non la si volesse con tutta quella disponibilità che oggi viene dichiarata ai microfoni. I fatti lo evidenziano chiaramente: il primo progetto di legge è stato presentato dalla sola Alleanza Riformista, che evidentemente non riusciva più a reggere la pressione mediatica e popolare e ha dovuto fare un passo in avanti rispetto alla propria maggioranza. Questo dimostra che in maggioranza c’erano visioni differenti, altrimenti quel progetto sarebbe stato immediatamente condiviso da tutti; invece si è trattato di un progetto dilatorio, che di fatto non avrebbe mai istituito alcuna commissione perché si sarebbe formata solo dopo le indagini e solo a determinate condizioni, con la maggioranza che è arrivata pesantemente a rimorchio. E cosa ha prodotto questo rimorchio? Un progetto di legge di maggioranza che, al lordo degli emendamenti presentati, non mi sembra affatto edulcorato o frutto di un vero accordo, come invece ha descritto il consigliere che mi ha preceduto. Il primo punto critico riguarda la non pariteticità della commissione: come per tutte le commissioni precedenti, la minoranza ha chiesto che fosse paritetica, ma le ragioni addotte per rifiutare questa richiesta mi sembrano abbastanza imbarazzanti. Siamo passati dal sentire dire in quest’aula che i sammarinesi hanno scelto da chi farsi governare, dimenticando però che una commissione d’inchiesta non serve per governare, ma per accertare la verità. Secondo me siamo arrivati al punto che un partito politico vuole entrare in commissione “con l’elmetto”, sostenendo che siccome è già stato fatto il processo nelle intenzioni, allora devono entrare lì dentro corazzati e in maggioranza. Una maggioranza che evidentemente intende farsi valere brandendo il regolamento consiliare come una clava: si invoca il regolamento per dire che la commissione deve essere proporzionale, ma fa un po’ specie che lo si faccia solo quando conviene. Siete rapidissimi a voler cambiare il regolamento per togliere la parola alla minoranza e diminuire i tempi degli interventi, ma quando si tratterebbe di ragionare sulla pariteticità, allora il regolamento lo invocate alla bisogna. Andiamo avanti così, ma secondo me il patto fra gentiluomini di cui parlate è un patto zoppo, perché volete essere gentiluomini ma con il coltello sotto il tavolo, pronti a far valere la vostra forza numerica. Io dico che il patto fra gentiluomini dovrebbe essere sancito prima, e la pariteticità è esattamente questo: un patto di lealtà preventivo e non successivo. Anche le tesi su supposte sovrapposizioni tra i lavori della commissione e quelli del tribunale sono infondate nel merito, perché logicamente si occupano di cose differenti e commissioni d’inchiesta si sono già fatte in passato in casi del tutto identici. Ho sentito il dibattito di venerdì e questa volta si dice che le condizioni sono differenti; un consigliere di maggioranza è arrivato a dire che l’altra volta il tribunale era bloccato e quindi ci si poteva sovrapporre. Questo significa che quando il tribunale non piace alla politica allora le sovrapposizioni o le sostituzioni vanno bene, mentre quando il tribunale “sta bene” alla politica allora bisogna fermarsi. Se questo è il vostro concetto di divisione dei poteri, io penso che non siamo affatto al sicuro; sono proprio questi comportamenti e questa visione distorta che ci portano dritti alle condanne degli organismi internazionali e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. C’è poi la contraddizione logica della data: le sovrapposizioni sarebbero pericolose fino a un certo punto e poi sparirebbero magicamente il primo settembre 2026? È una logica che punta solo a giocare la palla lunga. Ricordo inoltre che persino il primo progetto di Alleanza Riformista prevedeva la commissione paritetica perché era naturale farla, ma poi qualcuno ha deciso di mettersi l’elmetto. Venendo alle incompatibilità, io ho la sensazione che si stia facendo del “cherry picking”, cercando incompatibilità ad hoc per togliere di mezzo personaggi scomodi. È interessante notare come certe incompatibilità che riguardano lo stesso relatore del progetto di maggioranza non siano state nemmeno considerate; non è un problema personale per lui, ma è un gravissimo problema di metodo e di postura di fronte alle istituzioni. In conclusione, io sento che tra i banchi della maggioranza corre la paura. Io vi dico: coraggio, affrontiamo questa situazione con una commissione paritetica come abbiamo sempre fatto, senza troppi lacci e lacciuoli e che parta subito. Solo così dimostreremo davvero ai cittadini di volere questa commissione nei fatti e non con un’operazione di facciata.

Gerardo Giovagnoli (Psd): La commissione d’inchiesta di cui stiamo parlando non è come le altre, secondo me è molto più delicata. La differenza rispetto al passato non dipende da chi sia oggi in maggioranza o all’opposizione o da chi siano i responsabili, ma deriva dal fatto che l’oggetto dell’indagine riguarda una banca che è ancora in vita e operativa. Come ex presidente delle ultime tre commissioni d’inchiesta, posso dire che in quei casi si trattava di “cold case”, di vicende ormai chiuse; qui invece i beni maggiori da preservare in questo momento storico sono la stabilità della banca in questione e il profilo futuro della Repubblica di San Marino rispetto all’accordo di associazione con l’Unione Europea. Chi farà parte di questa commissione dovrà interfacciarsi con dirigenti di un istituto ancora esistente e con persone che hanno responsabilità dirette, alcune delle quali non risiedono in territorio. Questi soggetti, in questo preciso momento, stanno tenendo il Paese sotto ricatto proprio sulla questione dell’accordo di associazione. Per capire la verità sarebbe necessario che queste persone venissero a testimoniare senza fare giochi politici, ma io credo che non verranno o, se verranno, lo faranno solo per scopi strumentali. Avremmo bisogno di capire cosa è successo in Bulgaria, quali persone hanno contattato e come hanno agito; ma davvero pensiamo che certi personaggi verranno a San Marino a riferire nei prossimi mesi? Io credo di no, e se dovessero farlo mentre la questione dell’accordo è ancora aperta, giocherebbero sicuramente la carta del ricatto contro il Paese. Questi sono i problemi più difficili da risolvere e torno al punto centrale: la preservazione di una banca attiva. Stiamo parlando di un’acquisizione che è ancora oggetto di discussione e noi dovremmo valutarla mentre tutto è ancora in corso. La sfida parte con condizioni politiche che mi sembrano segnate da un minore equilibrio e da un’attesa spasmodica che succeda qualcosa; quando questo capita, la politica fa molta più fatica a trovare la verità e rischia invece di cercare solo un capro espiatorio. Se la situazione sfugge di mano, o si indicano colpevoli che non lo sono oppure non si trova una sintesi, rendendo il valore della commissione del tutto relativo. Secondo me questa è una responsabilità collettiva che riguarda sia la maggioranza che l’opposizione; sento nell’opposizione un’aspettativa molto elevata sulle responsabilità di una parte della maggioranza, ma io non ho ancora inteso quali sarebbero precisamente queste responsabilità politiche, dato che ciò che sappiamo riguarda personaggi esterni alla politica legati a una possibile tangente che hanno poi scatenato il cosiddetto “piano parallelo”. Proprio questo è il punto più critico: siamo ancora nelle ore in cui la Bulgaria non si è espressa ufficialmente e c’è molta confusione, con accuse che si rincorrono perché chi dovrebbe fare chiarezza non lo fa. Ci ritroviamo alla vigilia di possibili riunioni a livello europeo dove si potrebbe decidere della firma dell’accordo, mentre questi fatti vengono usati strumentalmente come ricatto quando la questione principale è ormai nelle mani della magistratura e non della politica. Tutto questo complesso di fattori è una novità assoluta e dovrebbe imporci massima tutela e delicatezza nell’affrontare l’inchiesta. Sappiamo bene che non abbiamo strumenti per rendere tassativa la partecipazione alle audizioni per chi non risiede a San Marino e rischiamo di rimanere con il cerino in mano proprio sui personaggi principali. Io vi consiglio di rivedere i canoni di questa polemica e di mettere al centro due aspetti: la tutela di un istituto bancario che deve trovare una nuova collocazione e la necessità di non fare confusione tra la commissione e il ruolo futuro della Repubblica nell’Unione Europea, evitando di prestare il fianco a chi, come un privato cittadino bulgaro, sta facendo leva indebitamente sul proprio Stato per i propri affari.

Mirko Dolcini (D-ML): Io non so davvero più cosa dire perché i miei colleghi di opposizione hanno già esposto gli aspetti più scandalosi di questa vicenda, mentre vedo il resto della maggioranza completamente anestetizzato. Vorrei almeno cercare di capire se qualcuno possa darmi una risposta specifica: il governo propone un emendamento per far partire la commissione il primo settembre, che corrisponde esattamente a sei mesi dall’inizio dell’arbitrato internazionale. Ho letto analisi tecniche secondo cui questi sei mesi servirebbero proprio per trovare un eventuale accordo e poter ritirare l’arbitrato; vorrei sapere se la data di settembre è stata scelta per questo motivo o se si presume realmente che le indagini finiscano entro quel termine. Non si comprende come possiate fissare una data precisa se l’obiettivo dichiarato è quello di non far accavallare il lavoro giudiziario con quello politico; se scatta la “tagliola” del tempo, tutto il lavoro rischia di essere vanificato. Secondo me sembra di assistere a un film, un appassionante thriller con continui colpi di scena e cambi di prospettiva. C’è l’ingrediente dell’intrigo internazionale, con il più evoluto accordo di associazione con l’Unione Europea che rischia incredibilmente di saltare, tra lo stupore del governo che corre contro il tempo. Non manca l’azione, con un “furbo” nel caveau impenetrabile di una banca in stile Mission Impossible e ladri che sembrano spariti nel nulla. C’è tanta suspense, con Segretari di Stato protetti la sera dai nostri militari mentre si muovono tra le vie nebbiose del centro storico, e soprattutto tanto, tantissimo mistero. Non si sa nulla di quello che succede davvero e gli spettatori sembrano quasi telecomandati, portati a credere a una cosa e poi subito al suo contrario. A questo film mancava solo un ultimo elemento per essere gustato fino in fondo: la colonna sonora regalata dall’Eurovision Song Contest che ha visto la vittoria della Bulgaria con “Bangaranga” che significa caos e disordine, in uno strano gioco del destino. Il prossimo anno andremo tutti in Bulgaria per la prossima edizione, ma attenzione a valutare se qualcuno avrà i requisiti per andarci senza incorrere in incompatibilità in quel Paese che, non dimentichiamolo, fa parte dell’Unione Europea. Ma ricordiamoci, colleghi, che questa non è affatto una finzione cinematografica: è una storia tragicamente vera e rappresenta l’ennesima brutta pagina per il nostro Paese. Io chiedo a chi nella maggioranza ha sollevato la questione morale, salvo poi sembrare di essersene dimenticato: prendete le distanze, altrimenti sarete anche voi attori e complici di questo disastro. Concludo ricordando la questione della chiavetta USB con i fascicoli delle indagini: viene venduta come un gesto di trasparenza, ma non dimentichiamo che i commissari hanno l’obbligo del segreto. Un commissario non può far vedere quei documenti né spiegarli ai membri del proprio partito o agli altri consiglieri; per noi violare il segreto è una cosa seria, forse per qualcun altro è più facile.

Antonella Mularoni (Rf): Io vorrei cercare di dare un contributo utile a questo dibattito, partendo dal fatto che in passato sono già state istituite commissioni d’inchiesta e io ho piena fiducia nelle capacità dei consiglieri di quest’aula. Tuttavia, come membri di Repubblica Futura, facciamo molta fatica a capire per quale ragione questa volta si voglia trattare la commissione in maniera così diversa rispetto al passato. Ho sentito vari interventi e, pur rispettando le idee di tutti, non le trovo affatto convincenti: anche nelle altre commissioni c’erano indagini in corso e non si può sostenere che quella volta si poteva intervenire subito perché il tribunale funzionava male, mentre oggi bisogna aspettare perché il tribunale funziona benissimo. Secondo me questo ragionamento è poco credibile per la cittadinanza, che si aspetta invece una risposta chiara dalla politica di fronte a una vicenda che ha creato problemi enormi al Paese. La commissione d’inchiesta non deve affatto essere un “Tribunale 2”, ma deve fare valutazioni politiche che si impongono con urgenza perché è evidente che qualcosa non ha funzionato nelle dinamiche che ci hanno portato fin qui. È palese che ci sia stata una gravissima sottovalutazione, pensando di poter gestire facilmente un gruppo internazionale così importante. È come se un colosso come l’Enel si insediasse in un piccolo paesino e i membri del governo pensassero di poter governare ogni situazione; evidentemente non ce l’avete fatta e sta succedendo un disastro. Abbiamo la firma dell’accordo con l’Unione Europea bloccata, un arbitrato che partirà a Washington e campagne stampa denigratorie contro la Repubblica. Io sono convinta che il nostro sistema bancario debba rafforzarsi grazie a capitali esteri, altrimenti continueremo con il gioco delle tre carte dove alla fine a pagare è sempre “Pantalone”. Interviene una banca per aiutarne un’altra e poi lo Stato dà aiuti a chi ha aiutato, ma i soldi sono sempre i nostri. Se vogliamo essere un Paese interessante per l’Europa, dobbiamo attrezzare il sistema affinché le scelte fatte non vadano a pregiudizio del Paese e della stabilità finanziaria; non possiamo accettare chiunque solo perché “salva” una banca. Sulla commissione, trovo spiacevole che non si sia scelta la pariteticità, come avvenuto nelle ultime occasioni nonostante il regolamento preveda la proporzionalità. Perché la maggioranza vuole garantirsi il controllo numerico all’interno della commissione? Secondo me questo fa pensare male e sembra un modo per creare condizioni per difendersi meglio. Spero che i consiglieri scelti facciano del loro meglio per salvaguardare l’interesse del Paese e le valutazioni politiche emergeranno quando la relazione finale sarà resa pubblica. Voglio aggiungere un punto fondamentale: in questa commissione, dove chi ha avuto i veri contatti e ha preso le decisioni nel CCR sono i Segretari di Stato, non è accettabile che tutti gli altri testimonino sotto giuramento mentre i Segretari vadano a farsi “una passeggiata”. I Segretari di Stato devono deporre con il vincolo del giuramento come tutti gli altri; se la commissione deve essere una cosa seria, chi ha avuto le massime responsabilità non può andare a raccontare quello che vuole. Dobbiamo capire cosa non ha funzionato per evitare di ripetere certi errori in futuro, specialmente ora che ci attrezziamo per diventare uno Stato associato all’Unione Europea. Dobbiamo costruire un sistema istituzionale forte, capace di guidare i cambiamenti invece di farseli imporre dall’esterno. Infine, certe incompatibilità previste fanno ridere: per qualcuno si va a scavare fino all’Età della Pietra, mentre per altri gli incarichi avuti fino a pochi anni fa non contano nulla. Spero davvero che la commissione possa lavorare con serietà per dare a questo Paese un futuro migliore.

Luca Lazzari (Psd): Io parto da un dato molto semplice: in quest’aula non siamo affatto divisi tra chi vuole la commissione d’inchiesta e chi non la vuole. La commissione si farà, questo è un punto fermo che a volte, all’interno di questo dibattito, sembra quasi sparire o essere cancellato volutamente. In realtà, ci troviamo di fronte a due impostazioni politiche diverse su come costruire questo strumento; se non sbaglio, le differenze su cui l’opposizione insiste riguardano principalmente le tempistiche e la composizione. Ci viene raccontato che seguire la linea della maggioranza significherebbe rinviare tutto alle calende greche, così come si vorrebbe far credere che una commissione non paritetica sia automaticamente una commissione priva di garanzie. Secondo me, però, diventa utile rileggere bene l’intervento del relatore di opposizione perché proprio lì si annidano le contraddizioni politiche di questa impostazione. Da una parte si minimizza completamente il problema dei tempi, chiedendosi cosa cambi se ci sono indagini in corso; ci viene detto che la commissione ha finalità diverse, che non deve fare un processo penale ma accertare responsabilità politiche, amministrative e storiche, e che quindi non esisterebbe alcun rischio di sovrapposizione. Poi, però, quando si passa al tema della composizione, il tono cambia completamente e la commissione diventa improvvisamente uno strumento problematico. Ci viene ricordato che una commissione può guardare dentro i conti correnti, fare perquisizioni, convocare e interrogare dirigenti, amministratori e politici. Proprio per questo, secondo l’opposizione, dovrebbe essere paritetica, perché altrimenti questi poteri rischierebbero di essere sbilanciati a favore della maggioranza. Io vedo qui una contraddizione enorme: se davvero questa commissione ha poteri così destabilizzanti, allora il richiamo che noi abbiamo fatto sul rischio di conflitto con le indagini giudiziarie è perfettamente sensato. Non si può sostenere che la commissione non crei problemi alle indagini e un minuto dopo dire che ha poteri del tutto simili a quelli dell’autorità giudiziaria; le due cose insieme semplicemente non stanno in piedi. E allora, qual è secondo me l’obiettivo polemico dell’opposizione? Da un lato rappresentare la maggioranza come quella che vuole rallentare tutto, dall’altro descriverla come quella che vuole decidere tutto da sola. Sinceramente, io trovo piuttosto grave che venga declassata a semplice pretesto politico una preoccupazione reale che riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Qui non stiamo parlando degli interessi di qualche lobby locale, qui c’è di mezzo il sistema bancario, che è già costato al Paese oltre un miliardo di debito pubblico, e c’è il sospetto che qualcuno stia tentando di condizionare pezzi del nostro ordinamento attraverso reti di potere interne ed esterne. Riguardo alla composizione paritetica, l’opposizione richiama il precedente del 2019 come se bastasse a chiudere il dibattito, ma secondo me non basta per due ragioni precise. La prima è che quella commissione non fu il risultato di una scelta politica della maggioranza di allora: l’ordine del giorno passò solo perché alcuni consiglieri di maggioranza votarono con l’opposizione. Il secondo elemento, ancora più importante, è che in quel momento l’opposizione era di fatto maggioranza nel Paese, dato che le coalizioni finite in minoranza avevano ottenuto 40 seggi su 60 al primo turno. Quel “doping istituzionale” creato dal vecchio sistema elettorale produsse artificialmente una maggioranza priva di reale solidità politica, creando le condizioni affinché altri poteri penetrassero nello Stato. Per questo è sbagliato usare quella fase come modello istituzionale: quella non era normalità democratica, ma una fase alterata prodotta da un sistema elettorale pieno di contraddizioni che la politica non ha mai avuto il coraggio di affrontare davvero. Anziché risolvere i problemi sistemici, li abbiamo sempre rattoppati secondo la convenienza del momento; abbiamo giocato col fuoco e poi ci siamo stupiti se il Paese bruciava. Siamo passati dalla stagione di Fincapital a quella del conto Mazzini, poi a quella di Conforti, dei titoli turchi e oggi siamo ai bulgari e al “piano parallelo”. Sembra davvero di vivere dentro una serie televisiva dove ogni stagione arriva un nuovo gruppo di potere e una nuova ferita istituzionale: commissioni d’inchiesta, maxi-processi, crolli bancari, scorribande di gruppi economici, fino all’accordo con l’Unione Europea e le sentenze della Corte Edu. Tutto diventa terreno di guerra e rappresentazione tossica tra “buoni” e “nemici del Paese”. Ma questa logica non fa male solo all’avversario, fa male alla credibilità dello Stato e ai cittadini. Io credo che questa commissione vada fatta, ma non per aggiungere un’altra puntata alla serie; deve servire a imparare cosa non ha funzionato, non solo nei singoli atti o nelle responsabilità individuali, ma nel nostro modo di stare dentro le istituzioni. Dobbiamo analizzare le nostre fragilità, perché qui c’è un modo malato di affrontare le crisi e una politica che troppo spesso subisce i processi invece di governarli. Il punto non è fare una commissione urlata o vendicativa, ma una commissione che aiuti il Paese a capire e a non dividersi ancora, perché se anche questa vicenda finirà nello scontro totale, allora non avremo imparato niente.

Federico Pedini Amati Segretario di Stato: Questo dibattito mi dà finalmente modo di parlare del caso “Bulgari”, un argomento di cui non ho mai discusso in Consiglio e, credo, nemmeno sui giornali, dato che non ho mai rilasciato dichiarazioni in merito. Faccio una premessa che ormai conoscono tutti: siedo in quest’aula da oltre vent’anni e non ho mai creduto veramente a nessuna commissione d’inchiesta. O meglio, non ho mai creduto che una commissione potesse risolvere problematiche legate, in tutto o in parte, all’ambito della giustizia. Secondo me i due mondi dovrebbero rimanere sempre separati, altrimenti si finisce nel gioco della politica contro qualcuno o di qualcuno contro la politica; bisognerebbe invece lasciar lavorare il tribunale e poi valutare le risultanze dei procedimenti. Abbiamo avuto commissioni sulla Cassa di Risparmio, su Asset Banca, sul CIS; mancava solo la Banca di San Marino. Ci infiliaimo continuamente in beghe riguardanti il mondo finanziario o in questioni del passato legate alle cadute dei governi, ma io chiedo a questo Consiglio: avete mai visto una commissione risolvere il problema alla radice o mettere una parola fine definitiva? Io non l’ho mai visto e non credo che il mondo della politica debba infilarsi in cose che non gli riguardano. La politica non fa le indagini; possiamo discutere tra noi su chi abbia più o meno responsabilità, ma dentro una commissione d’inchiesta inizia inevitabilmente il gioco del giudice e dell’avvocato, un mondo che non ci appartiene. Per quanto mi riguarda, il Consiglio ha già deciso la composizione e gli emendamenti, ma dal mio punto di vista si tratta dell’ennesimo sforzo inutile della politica in un ambito non suo. Detto questo, il caso “Bulgari” — che purtroppo non è una marca di lusso ma si riferisce a cittadini di un Paese che ci legano a un fatto molto annoso — ha già prodotto un danno d’immagine incredibile per la Repubblica, forse uno dei più grandi insieme al caso CIS. E io mi chiedo: chi ce lo paga questo danno? Vi siete posti il problema di chi risarcirà all’esterno il colpo inferto alla reputazione di San Marino? Probabilmente nessuno, e questo è un danno che nessun tribunale potrà mai ripagare. Badate bene, questo danno non è stato arrecato al governo, a un partito o al Consiglio, ma all’intero Paese. Si tratta di una vicenda di una portata incredibile e, sebbene ci saranno delle responsabilità che un tribunale dovrà identificare attraverso le indagini in corso, io mi auguro che si faccia il più velocemente possibile, perché ogni giorno che passa il danno per noi aumenta. Ho persino sentito dire che, siccome la Bulgaria ha vinto l’Eurovision, allora ci sarebbe dietro un complotto; ormai siamo arrivati a raccontare cose che vanno oltre ogni logica, anche se ben venga la vittoria della Bulgaria in campo musicale. Io non entro nel merito tecnico della commissione perché non mi compete, ma dico a tutti noi di smettere di giocare con le banche. Se facciamo una commissione probabilmente ricerchiamo una colpa politica, altrimenti non avrebbe senso, ma dovremmo smetterla di occuparci di ambiti che non sono i nostri. Io una mia idea me la sono fatta e me la tengo stretta. Il danno provocato al Paese è quasi irrecuperabile, quindi smettiamo di pensare che le commissioni d’inchiesta siano la risposta magica per il Consiglio o per il Paese, o che possano aiutare o danneggiare il tribunale. Ogni volta che muoviamo un tassello nell’ambito bancario, specialmente mentre perseguiamo l’obiettivo strategico dell’accordo di associazione con l’Unione Europea, finiamo per provocarci un danno da soli, e puntualmente questo danno è arrivato e ha colpito proprio il nostro percorso europeo. Io mi auguro in coscienza, per il bene dei cittadini e per sviscerare una volta per tutte la problematica che lega i bulgari alla Banca di San Marino, che il tribunale faccia presto e metta un punto definitivo sulle responsabilità. Poi ci sarà comunque da affrontare la situazione della banca e una credibilità da ritrovare. Al contrario di questa vicenda, il rollover del debito ha visto una risposta molto positiva degli investitori, con una richiesta superiore all’offerta, e questo dimostra che quando agiamo seriamente i risultati arrivano. Il punto è che spesso facciamo tutto da soli: qualcuno nel mio partito aveva lanciato un allarme sui tempi e sulle modalità di gestione di certi argomenti, come l’arbitrato finanziario, e se quell’allarme fosse stato ascoltato, probabilmente non saremmo arrivati a questo livello. Ognuno si assumerà le proprie responsabilità, ma ripeto: secondo me non sarà una commissione a fare chiarezza, l’unico che può farla è il tribunale della Repubblica di San Marino.

Aida Maria Adele Selva (Pdcs): Io vorrei fare solo alcune brevi considerazioni, in parte già espresse da chi mi ha preceduto. Innanzitutto, parto dal presupposto che ognuno debba assumersi le proprie responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni; quindi, per quanto mi riguarda, ci deve essere massima trasparenza e chiarezza, non c’è assolutamente nulla da nascondere. Voglio ribadire quanto detto dal collega Luca Lazzari: qui non esiste una divisione tra chi vuole o non vuole la commissione d’inchiesta. La maggioranza ha sempre confermato che la commissione si farà, anche se io personalmente mantengo le mie riserve generali su questo strumento, ma non è questa la sede per un discorso così lungo. Il punto centrale, su cui sono pienamente d’accordo, è che la commissione non debba assolutamente sovrapporsi alle indagini del tribunale. Intervengo proprio per sottolineare questo aspetto: sovrapporsi in un momento così delicato significa rischiare di interferire con le funzioni di indagine che spettano istituzionalmente all’autorità giudiziaria, creando problemi magari non intenzionali, ma comunque reali. Io resto dell’idea che i lavori dovrebbero partire una volta concluse le indagini del tribunale; se l’istruttoria sarà terminata e verranno rilevati dei reati, la commissione avrà a disposizione materiale molto più adeguato per fare le proprie considerazioni politiche. Mi ritrovo anche nelle parole del Segretario Federico Pedini Amati riguardo agli effetti di questi strumenti, anche se devo riconoscere che la relazione finale del 2019 fu un lavoro ben fatto, pur considerandola più che altro uno studio storico. Le condizioni di oggi sono completamente diverse rispetto al 2019. È stato citato l’esempio dell’Italia, dove le commissioni parlamentari si sovrappongono all’autorità giudiziaria; è vero, accade, ma ricordo che in Italia le commissioni sono proporzionali e, soprattutto, vorrei citare un caso emblematico. Mi riferisco alla commissione d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: in quel caso la Corte Costituzionale sanzionò il comportamento della commissione perché aveva violato il principio di leale collaborazione. La Corte stabilì che la commissione non avrebbe dovuto precludere o intralciare l’attività di accertamento della procura, specialmente per atti non ripetibili. Questo esempio, sicuramente riferito a un fatto accaduto in buona fede, dimostra come si possa verificare un’interferenza dannosa e creare confusione tra l’organo politico e l’autorità giudiziaria. Per chi ci ascolta deve essere chiaro: la commissione si farà perché non abbiamo problemi di trasparenza; chi ha sbagliato si assumerà le sue responsabilità, ma secondo me non devono esserci sovrapposizioni, specialmente in un contesto così delicato per il Paese.

Gian Carlo Venturini (Pdcs): Io voglio fare alcune considerazioni su questo tema così importante, perché anche nel dibattito di oggi — non essendo stato presente a quello di venerdì scorso — sento un ritornello fin troppo frequente. Qualcuno continua a dire che c’è chi non vuole la commissione d’inchiesta, che qualcuno non vuole la chiarezza o la trasparenza; si ha quasi l’impressione che l’opposizione abbia già scritto e definito una sentenza definitiva nei confronti di qualcuno prima ancora di iniziare. Secondo me le cose non stanno assolutamente in questo modo. La Democrazia Cristiana, che io ho l’onore di rappresentare per quanto mi è possibile, la commissione d’inchiesta la vuole eccome; l’abbiamo sempre voluta perché abbiamo l’esigenza di fare piena luce sulla vicenda. Vogliamo individuare le responsabilità, e non parlo solo di quelle penali, che sono di esclusiva competenza del tribunale e non di quest’aula, ma vogliamo capire se ci siano delle responsabilità politiche o anche di persone che hanno collaborato con i politici senza esserlo direttamente. Qui è in gioco il futuro del Paese, è in gioco il sistema e la stessa credibilità di San Marino di fronte al mondo; perciò, come ho ribadito in varie circostanze, noi vogliamo la commissione e se dovesse venir fuori che qualcuno ha commesso degli errori, allora dovrà risponderne, qualunque sia la sua appartenenza politica. Detto questo, dobbiamo però stare molto attenti a non creare sovrapposizioni, come ricordava poco fa anche la collega Selva. Un conto è l’attività politica, un altro è il compito fondamentale del tribunale che sta svolgendo egregiamente il suo lavoro sulle responsabilità penali; noi abbiamo il dovere di non intralciare quell’operato sovrapponendovi una commissione politica che deve accertare responsabilità di altra natura. Proprio per questo motivo, nei mesi passati, avevamo ipotizzato un tempo più lungo per l’avvio dei lavori, così da evitare conflitti. Tuttavia, alla luce degli ultimi avvenimenti — dove alcuni atti sono stati addirittura desecretati e altri sono finiti su siti esteri come “EuAlive”, che ha pubblicato tutti i documenti della vicenda — io credo che dobbiamo riflettere sul fatto che questi elementi nuovi ci hanno portato a ridurre notevolmente i tempi. Mentre nella bozza depositata mesi fa parlavamo di gennaio 2027, con l’emendamento della maggioranza siamo arrivati a fissare la partenza al primo settembre 2026. Crediamo che alla luce di quello che sta emergendo, e pur ribadendo che il tribunale deve agire nella massima autonomia e legittimità, sia opportuno accelerare. Siccome la strumentalizzazione politica continuava a essere notevole, abbiamo concordato questa riduzione dei tempi; quindi mi chiedo come si possa ancora parlare di sentenze già emesse o di volontà di nascondere i fatti. Per quanto riguarda il tema della proporzionalità e della composizione, vorrei ricordare che nella commissione del 2019-2020 sulla vicenda CIS non si seguì una proporzionalità rigida perché i numeri tra maggioranza e opposizione — 35 a 25 — rendevano la composizione quasi paritetica. Oggi la situazione è diversa. La nostra proposta cerca di dare il giusto peso a tutte le forze politiche presenti in Consiglio, evitando di creare una commissione eccessivamente numerosa che diventerebbe ingestibile. Non vogliamo che si ripeta quanto successo nella commissione per le riforme istituzionali, dove per accontentare tutti siamo arrivati ad avere troppi membri. Concordo poi con quanto detto da Gerardo Giovagnoli: ci troviamo in una fase estremamente delicata perché, a differenza del caso CIS o di altri passati, stiamo parlando di una banca che è ancora in piena attività e che deve poter superare le attuali difficoltà. Sul mandato della commissione, abbiamo accolto le riflessioni emerse nel dibattito e abbiamo stabilito di indagare a tutto tondo: dall’arrivo in Repubblica del gruppo bulgaro, verificando anche le vicende precedenti se vi fossero attinenze, fino alla vendita delle quote di Banca di San Marino e al cosiddetto “piano parallelo” denunciato dal tribunale lo scorso febbraio. Sulle incompatibilità, non introduciamo nulla di nuovo: già nelle scorse legislature si è scelto di andare indietro di vent’anni per i membri del CCR e quella legge fu votata da tutte le forze politiche. Trovo invece assurdo l’emendamento di Domani Motus Liberi che mira chiaramente a escludere specifiche persone della Democrazia Cristiana. Io vi dico di stare tranquilli: ho già partecipato a commissioni in passato e non ho alcuna intenzione di farne parte nuovamente, ma non si possono fare emendamenti per escludere una forza politica basandosi su sentenze già fatte o su questioni morali agitate a sproposito. Infine, respingo la richiesta dell’opposizione di fare sedute pubbliche, perché questo andrebbe a ledere la segretezza necessaria per una banca che, lo ripeto, deve poter continuare a svolgere il proprio lavoro.

Andrea Menicucci (Rf): Io desidero portare alcune considerazioni in merito al dibattito che abbiamo ascoltato sia venerdì sia oggi. In premessa, io credo che sia doveroso sottolineare come il momento e il tema siano particolarmente delicati; tuttavia, io penso che non lo siano diventati solo nell’ultimo periodo, ma lo siano stati fin dall’inizio. Questi temi erano delicati già nel momento in cui le prime avvisaglie dell’acquisizione delle quote di maggioranza dell’istituto bancario di Faetano arrivavano negli ambienti della politica e della cronaca. Proprio quelle prime notizie hanno animato l’attività del mio gruppo e delle forze di opposizione in ogni sede possibile. Andate a rivedere i nostri comunicati dell’estate scorsa, i nostri interventi in Consiglio e in commissione: chiedevamo solo una cosa, ovvero di avere rispetto per un istituto bancario e, soprattutto, rispetto per il percorso dell’accordo di associazione con l’Unione Europea. Le partite che si giocano all’interno degli istituti bancari non devono più essere un motivo di danno per la nostra Repubblica, specialmente ora che siamo vicini a una meta tanto attesa come l’integrazione europea. Secondo me il punto da cui sono scaturite le nostre critiche più forti sono stati gli arresti dell’ottobre 2025. Già allora chiedevamo di mantenere il massimo rigore per tutelare l’immagine del Paese e del sistema bancario, ma soprattutto chiedevamo di essere informati su cosa stesse succedendo e su quali potessero essere i risvolti di quell’operazione. Ricordo che anche all’interno della maggioranza il Partito dei Socialisti e dei Democratici aveva iniziato ad avanzare alcune perplessità sulla gestione di certi affari. Siamo arrivati poi a chiedere chiarezza con forza, a tratti anche in modo feroce, quando è uscito il comunicato del dirigente del tribunale che parlava apertamente del “piano parallelo”. A quel punto abbiamo chiesto un Consiglio d’urgenza e l’istituzione immediata della commissione d’inchiesta. Oggi sento dire che la maggioranza è concorde, ma io voglio certificare che se oggi c’è unanimità, i fatti dicono altro: andate a vedere i resoconti di febbraio. All’epoca presentammo un ordine del giorno per istituire la commissione e voi non lo avete firmato perché eravate contrari. Il passaggio che ha portato a questo progetto di legge non è nato dalla maggioranza, ma dalla proposta di Alleanza Riformista. Forse l’intenzione era quella di fare chiarezza, ma il testo originale presentava criticità enormi sull’avvio dei lavori, che era condizionato a troppi eventi futuri; probabilmente la pressione dell’opinione pubblica e i dati riportati dalla cronaca nazionale e internazionale stavano iniziando a pesare su certe componenti politiche. Riguardo ai progetti di legge in discussione, esprimo il mio rammarico per la mozione presentata dalla maggioranza per evitare la discussione dell’articolato del nostro progetto; è un atto legittimo secondo il regolamento, ma dimostra un’incapacità cronica di confrontarsi e di trovare una mediazione con le opposizioni. Questo è stato il filo conduttore di questi due anni e mezzo di legislatura e si manifesta chiaramente anche nella composizione della nuova commissione d’inchiesta. Avete deciso per una commissione non paritetica, che rispetta le proporzioni dell’aula perché — a detta di qualcuno — il popolo vi ha consegnato il potere di dirigere i lavori legislativi e il governo. Io però vorrei ricordare che l’organo che stiamo istituendo non ha una funzione di governo o legislativa, ma ha una funzione di controllo e giurisdizionale, che è cosa ben diversa dal mandato politico ricevuto dai cittadini. Quando accusate l’opposizione di voler sovrapporre il piano giurisdizionale del tribunale con questo nuovo piano di indagine sulle responsabilità politiche, dite una cosa non corretta. Ho sentito dire che qui nessuno crede nelle commissioni d’inchiesta; io penso che se è così allora abbiamo un problema serio. Una commissione non nasce per risolvere magicamente un problema, ma per indagare se vi siano state responsabilità politiche su un fatto che ha portato un danno enorme all’immagine della Repubblica. Lo scopo è smarcarsi ufficialmente da quelle persone che hanno permesso tutto ciò, perché il danno ormai è stato fatto.

Luca Boschi (Libera): Io interverrò brevemente perché mi riconosco in molte delle posizioni espresse dai consiglieri che mi hanno preceduto, specialmente in quella molto sentita di Guerrino Zanotti. Io penso che il nostro Paese stia vivendo una fase estremamente delicata; ci sono diversi dossier aperti che, se non affrontati con il giusto equilibrio, potrebbero davvero far tremare i polsi a chiunque. Mi riferisco alla finalizzazione dell’accordo di associazione con l’Unione Europea, al caso bulgaro che è l’oggetto di questa commissione e alle problematiche del “piano parallelo” denunciate dal tribunale. Secondo me questi temi non dovrebbero essere oggetto di strumentalizzazione o di scontro politico; come ha richiamato l’altro giorno il consigliere Francesco Mussoni, su certi temi servirebbe compattezza. Dovremmo essere capaci di toglierci la casacca politica, proprio come dovremo fare una volta entrati nei lavori della commissione. Nell’ascoltare il dibattito, ho sentito molti interventi fuori tema: noi non siamo qui per discutere dell’esito o per dire cosa pensiamo che accadrà, ma siamo qui per istituire la commissione e darci delle regole. Il solo fatto che siamo qui oggi a votare l’istituzione, dopo i tanti dubbi che le opposizioni hanno espresso nei mesi scorsi, è già un risultato. Il commissario Nicola Renzi dice di raccontare com’è andata, citando il fatto che la maggioranza non era univoca, ma secondo me dovremmo raccontare anche i dubbi espressi da voi: dicevate che la commissione non si sarebbe mai fatta perché la Democrazia Cristiana non la voleva, e invece oggi siamo qui. Dicevate che sarebbe iniziata alle calende greche, ma ricordo che la DC in un direttivo indicò la primavera del 2026 e ora siamo tutti d’accordo a farla partire a settembre. Quindi anche questa paura è stata smentita. Sull’oggetto dell’indagine, c’è chi sostiene che vogliamo nascondere chi ha portato qui l’imprenditore bulgaro, e mi raccomando: parliamo di imprenditore bulgaro e non di Bulgaria, perché sono due cose diverse, specialmente questa settimana prima del 20 maggio. Io penso che le tempistiche siano congrue. Le incompatibilità sono un tema delicato perché nella comunicazione del tribunale si usa esplicitamente la parola “politica”, quindi potenzialmente molti di noi potrebbero essere incompatibili o oggetto dell’indagine. Questo aspetto deve avere una risposta dinamica: se dopo la nomina dovesse emergere che un commissario ha avuto contatti con quel sistema, quel commissario non potrebbe più restare al suo posto. Sulla pariteticità mi sono già espresso. Nelle ultime commissioni c’è stata un’assoluta collaborazione e anche un singolo commissario poteva pretendere audizioni o documenti. Giovanni Zonzini mi ha ricordato che questo è avvenuto perché quelle commissioni erano composte da persone che volevano lavorare bene; ora che i numeri sono di cinque a tre, io mi assumo la responsabilità a nome del mio partito: chiunque sarà il nostro membro garantirà che le regole siano queste e che ci sarà il via libera per ogni richiesta di audizione o di reperimento materiale. L’emendamento sull’oggetto dell’indagine è fondamentale ed è stato allargato persino rispetto alla proposta delle opposizioni; è ovvio che se c’è stato un “piano parallelo” che ha messo in dubbio la tenuta dello Stato, bisogna capire come certe persone siano arrivate qui e se le varie fasi siano collegate. Concludo con un auspicio che non è un “speriamo” generico: io sono convinto che in quest’aula ci siano consiglieri capaci di spogliarsi della propria giacchetta politica. Tuttavia, se già oggi indichiamo colpevoli o esiti finali, non ci stiamo comportando da commissari. Dobbiamo entrare lì con la massima volontà di fare chiarezza senza preconcetti, perché la storia ci insegna che spesso le cose non vanno come le avevamo immaginate. Auspico che la commissione lavori bene e produca una relazione unica, perché sarebbe molto più potente di due relazioni contrapposte.

Giovanna Cecchetti (indipendente di maggioranza): Io penso che questo dibattito, che qualcuno ha definito surreale, lo sia stato effettivamente a tratti. Dovrebbe essere un dibattito concentrato sui progetti di legge e sui fatti accaduti durante la compravendita delle quote di Banca di San Marino, invece purtroppo è diventato il solito terreno di scontro strumentale. Si tratta di un tema delicatissimo che, assieme ad altri dossier sul tavolo, potrebbe avere ripercussioni sul nostro importantissimo percorso verso l’accordo di associazione; un obiettivo su cui tutte le forze politiche erano state finora compatte proprio per dare centralità internazionale a San Marino. Io non voglio entrare in polemiche sterili che servirebbero solo ad alzare muri già troppo alti; vorrei invece concentrarmi sui due progetti di legge partendo da un punto comune: la volontà di entrambi gli schieramenti di fare chiarezza. Mi auguro che si lavori senza pregiudizi o preconcetti, perché ho sentito sentenze già dichiarate durante questo dibattito. Dobbiamo lavorare con chiarezza, individuando le eventuali responsabilità politiche o di individui esterni alla politica che hanno fatto parte di questa vicenda, ma soprattutto individuando quali siano state le disfunzioni del sistema per rafforzare gli anticorpi normativi affinché certi fatti non si ripetano. Il progetto di legge della maggioranza nasce proprio dalla convinzione di dover fare luce sulla vicenda delle partecipazioni dell’Ente Cassa di Faetano e sul cosiddetto “piano parallelo”. Abbiamo presentato un emendamento per indagare a partire dall’arrivo del gruppo bulgaro in Repubblica, così da ripartire dall’inizio. Tra i due progetti emerge una differenza fondamentale: noi abbiamo scelto una commissione equilibrata e rigorosa, nel rispetto dell’ordinamento costituzionale e non dettata dall’enfasi del momento, mentre altri hanno preferito un modello che rischia di trasformare la commissione in un’arena mediatica permanente, con il pericolo di sovrapporsi alla magistratura. Proprio perché non vogliamo interferire, volevamo attendere la fine della fase inquirente; tuttavia, con l’emendamento, abbiamo anticipato la data di inizio al primo settembre. C’è poi una differenza sulla finalità: il progetto di maggioranza individua con precisione l’oggetto dell’inchiesta — la cessione delle partecipazioni, i conflitti d’interesse, le interferenze sull’autorità di vigilanza e le connessioni con interessi economici e politici — definendo un perimetro chiaro. Il progetto delle opposizioni ha invece un perimetro troppo ampio e indeterminato, rischiando di espandersi continuamente nel tempo e nelle materie. Sulla composizione, la maggioranza propone un rapporto di cinque a tre nel rispetto delle rappresentanze attuali, mentre l’opposizione insiste sulla pariteticità richiamando casi passati nati in momenti storici del tutto diversi. Sulle incompatibilità, il progetto di maggioranza introduce criteri rigorosi proprio per tutelare l’imparzialità della commissione, mentre quelle delle opposizioni erano inizialmente nulle, salvo poi presentare emendamenti che mirano di fatto a escludere un intero partito come la Democrazia Cristiana. Io credo che dovremmo far partire la commissione il prima possibile e lasciare lavorare i commissari, aspettando le risultanze senza pregiudizi; se ci saranno delle responsabilità, chi ha commesso errori dovrà pagare.

Rossano Fabbri Segretario di Stato: Se dovessi basarmi solo sugli esiti di alcune commissioni d’inchiesta del passato, avrei lo stesso stato d’animo scettico espresso da altri colleghi; tuttavia, io penso che sia necessario andare avanti e avere fiducia nei lavori parlamentari. Secondo me gli atti di questa vicenda sono ormai pubblici e accessibili a tutti; onestamente non comprendo perché l’opposizione non abbia voluto avere accesso alla documentazione ufficiale, se non per poterne poi lamentare la segretezza. Io credo che quegli atti ci restituiscano una situazione che è già abbastanza chiara in molti dei suoi aspetti. La commissione la vogliono tutti, maggioranza e opposizione, e se c’è stata una divergenza è stata solo sulle tempistiche, perché a nessuno sfugge che far lavorare due commissioni insieme — quella politica e quella giudiziaria — possa determinare evidenti conflitti di attribuzione o sovrapposizioni dannose. In Italia la Corte Costituzionale e la giurisprudenza parlamentare hanno sempre sostenuto la necessità di collaborazione, ma spesso le commissioni parlamentari limitano il proprio raggio d’azione quando le indagini sono in corso. Noi non abbiamo mai affrontato seriamente questo problema in passato, ma gli esiti di certe commissioni precedenti dovrebbero farci riflettere. Dagli atti emerge chiaramente su cosa dovranno indagare i commissari. Si parla di massonerie umbro-laziali, di intrecci che portano spesso alla città di Perugia; si parla di una supposta tangente da 500.000 euro, che l’investitore bulgaro sostiene di aver dato per altre motivazioni, ma dagli atti vediamo come quei soldi siano stati spesi e come si stesse già cercando una “terza dazione” perché qualcuno si stava lamentando. Sarà necessario indagare sulla figura di Del Vecchio, capire come abbia ottenuto la residenza a San Marino, come sia finito a lavorare nella pubblica amministrazione e quale sia stato il suo ruolo nell’Ente Cassa di Faetano; è importante comprendere chi lo abbia nominato. Sulle incompatibilità ho sentito i ragionamenti di Gian Carlo Venturini, menzionato negli atti; io penso che chi risulta nominato in certi documenti o chi ha avuto contatti frequenti con il tribunale debba essere considerato naturalmente incompatibile. La proporzionalità della composizione funziona quando c’è fiducia, ma in questo momento onestamente non c’è alcuna fiducia tra maggioranza e opposizione. Sentire dire che qualcuno è già prevenuto e vuole andare a fare il giudice spiega bene perché non ci siano le condizioni per una pariteticità. Io mi auguro che la commissione chiarisca anche la responsabilità politica nell’ambito delle licenze bancarie: purtroppo, con le regole attuali che vengono dal passato, la politica non ha alcun potere formale o sostanziale nel rilascio delle licenze e il CCR non ha nemmeno un potere consultivo vincolante. Dobbiamo prendere atto di quello che è successo e costruire insieme le regole del futuro, affinché chi verrà dopo non si senta addebitare responsabilità che non può avere, visto che le attuali prerogative istituzionali non offrono alcuna possibilità di intervenire in queste dinamiche.

Andrea Belluzzi Segretario di Stato: Avendo condiviso i contributi e gli interventi dei miei colleghi, cercherò di precisare alcune cose in maniera diversa. Parto da un punto che abbiamo toccato tutti: in quest’aula, nessuno escluso, vogliamo la commissione d’inchiesta. Io auspico però che non ci si divida sul tema della composizione della commissione solo per avere poi il pretesto di arrivare a due relazioni diverse, una che denuncia una cosa e una che ne denuncia un’altra. Comincio già a vederne le premesse e questo secondo me sarebbe un male per il Paese. Al di là della composizione, lo sforzo e la fatica dovrebbero essere quelli di arrivare a una relazione condivisa, a una relazione unica, altrimenti non daremmo nessun contributo utile e rimarrebbe sempre la solita divisione politica. Una commissione dovrebbe avere funzioni di proposta e di miglioramento; non dovrebbe essere istituita solo per demolire o per far emergere chissà quale verità. Secondo me la verità deve emergere dai fatti processuali e dalla storia giudiziaria. La commissione deve avere gli strumenti per accertare fatti politicamente rilevanti, e questo ci sta, ma deve anche servire a migliorare il nostro Paese di fronte a un tema che, tra l’altro, vedo connesso con la relazione della cosiddetta commissione antimafia. Quella relazione ci ha ricordato un problema grosso: l’attività di intelligence, ovvero la capacità di avere accesso ai database internazionali, non solo finanziari, e la capacità di valutare gli investitori che arrivano nel nostro sistema. Spesso si tratta di piccoli investitori, perché quella commissione ha trattato soprattutto operazioni legate alla piccola criminalità, ma il problema va declinato anche in grande. E qui parliamo di un’operazione di sistema grandissima, che pone un problema di vulnerabilità enorme per il nostro Paese. Io auspico che, una volta approvato uno di questi progetti di legge e istituita la commissione, chi verrà indicato faccia delle valutazioni serie sulla vulnerabilità del sistema e sulla difficoltà di profilare e selezionare gli investitori. Non dobbiamo lasciare che questa valutazione spetti solo alle istituzioni perché poi, nella ricerca e nella sottoscrizione di memorandum d’intesa o di contratti preliminari, alla fine è tutto il sistema a esporsi. Secondo me c’è un problema di regole d’ingaggio già in queste procedure e c’è la necessità di avere dei sistemi di riferimento certi. Il mio collega Pedini ha ricordato la posizione storica del PSD, che attendeva l’accordo con l’Europa proprio per afferire a sistemi di riferimento comuni e per risolvere il limite enorme dell’accesso alle informazioni. Io auspico quindi che la commissione abbia una capacità propositiva e non solo distruttiva, o limitata all’evidenziazione delle responsabilità politiche. Se ci sono responsabilità è giusto che emergano, ma bisogna soprattutto individuare le aree su cui lavorare per migliorare un sistema che, se vuole davvero attrarre investimenti internazionali, deve mettere su molti più muscoli. Le complessità che dobbiamo affrontare sono notevoli e spero che la discussione sulla composizione possa risolversi davanti alla possibilità, anche con un solo voto, di produrre migliorie alla relazione finale. Infine, mi permetto una considerazione: da quando sono stati depositati i progetti di legge è passata molta acqua sotto i ponti. C’è stato un battage mediatico su cui ho sentito poche riflessioni, ma io auspico che se ne valuti la portata. Confrontando quel battage con il vecchio comunicato del tribunale, iniziamo a vedere congruenze e aspetti estremamente delicati che erano stati segnalati e che ora si stanno verificando con estrema preoccupazione.

Giovanni Maria Zonzini (Rete): Ho ascoltato con interesse il dibattito di questo pomeriggio e vorrei puntualizzare alcuni aspetti che credo rilevanti. Secondo me non esiste alcuna contraddizione nel ragionamento che abbiamo proposto, contrariamente a quanto diceva prima il Segretario del PSD. La composizione paritetica garantisce meglio contro l’utilizzo improprio dei poteri della commissione d’inchiesta da parte di una maggioranza. I poteri della commissione sono analoghi a quelli dell’autorità giudiziaria, anche se ovviamente non ha poteri restrittivi sulla libertà personale, ma i fini sono molto differenti. E qui torniamo al tema della sovrapposizione: il fatto che gli strumenti siano analoghi non significa che l’attività della commissione e quella della magistratura debbano necessariamente confliggere. Abbiamo visto esempi storici, come la commissione banche, in cui il lavoro parlamentare e quello della magistratura sono stati complementari: la commissione ha attinto dagli atti giudiziari e, a sua volta, le indagini politiche hanno portato all’apertura di fascicoli penali che sono giunti a condanna. Secondo me lo scetticismo espresso da alcuni Segretari di Stato sulle commissioni d’inchiesta lascia un po’ il tempo che trova. Se si pretende che le commissioni prevengano i problemi, è come chiedere al pronto soccorso di fare prevenzione sanitaria; per sua natura, una commissione indaga su qualcosa che è già successo e non su problemi futuri sui quali non si possono ancora esprimere responsabilità politiche. Quindi trovo queste considerazioni piuttosto vacue. Le commissioni non risolvono i problemi del Paese, ma servono a capire come un problema sia potuto sorgere e in questo senso hanno una funzione propositiva per il futuro. Una volta evidenziati i problemi strutturali che hanno favorito quello che abbiamo visto con l’affare bulgaro, si potranno prendere provvedimenti legislativi per porre un limite. Sulla questione della tempistica, cerchiamo di ricostruire come siamo arrivati qui perché il dato politico è interessante. Inizialmente la maggioranza non aveva trovato una sintesi sulla commissione; ci fu un ordine del giorno dell’opposizione al termine di un dibattito sulla questione bulgara, ma la maggioranza non lo votò e non fu nemmeno in grado di predisporne uno proprio. Questo dice molto sulle forze interne alla maggioranza che non volevano affatto la commissione. Subito dopo è arrivato il progetto di legge di Alleanza Riformista, che rimandava l’inizio dei lavori al termine delle indagini giudiziarie, e solo allora è arrivato quello dell’opposizione. Alleanza Riformista ha proposto una commissione che sarebbe partita solo dopo la magistratura e limitatamente al cosiddetto “piano parallelo”. Quella era la base di partenza della maggioranza. Evidentemente, al suo interno, ci sono state forze politiche di centrosinistra che non hanno interesse a coprire le responsabilità della DC e hanno spinto per anticipare i lavori. Questo però non cancella la volontà iniziale di altre forze che non ci fa ben sperare sul loro atteggiamento futuro. Questa data del primo settembre è il frutto di un compromesso fortemente contraddittorio: dite che la commissione deve iniziare dopo le indagini, ma se queste proseguissero oltre il primo settembre, la commissione partirebbe comunque. Quindi sostenete che la sovrapposizione con il tribunale sia pericolosa oggi, ma che non lo sia più dopo il primo settembre. Se questa non è una contraddizione, io non so cosa significhi. Vorrei sapere perché il 31 agosto la sovrapposizione è impropria e il 2 settembre no; vi chiedo genuinamente se avete una risposta logica. Comunque il dibattito non ha smosso le posizioni. La maggioranza ha depositato una mozione d’ordine per non discutere il progetto di legge dell’opposizione e questo dice molto sulla vostra idea di democrazia parlamentare. Sembra che qualcuno voglia trasformare il Parlamento in un’aula sorda e grigia dove ciò che propone l’opposizione non solo viene respinto, ma non viene nemmeno discusso. Lo trovo un fatto veramente grave.

Maria Luisa Berti (Ar): Io non entrerò nel merito specifico dei singoli articoli o degli emendamenti, perché ci sarà tempo per farlo, ma vorrei fare brevemente alcune considerazioni di carattere generale. Ci tengo a tranquillizzare l’opposizione, e mi riferisco nello specifico al consigliere Matteo Casali: non c’è assolutamente paura tra i banchi della maggioranza. Come Alleanza Riformista siamo stati i primi a depositare un progetto di legge per la commissione d’inchiesta, ben prima dell’opposizione, anche se ora voi vi permettete di dare giudizi dicendo che il testo non fosse dei migliori. I testi si possono sempre migliorare ed emendare, ma la primogenitura del deposito è nostra. Abbiamo poi deciso di ritirare il nostro progetto perché dal confronto in maggioranza è nato un testo più completo nelle finalità. Mentre il nostro si concentrava solo sul “piano parallelo”, il progetto firmato dall’intera maggioranza mette al vaglio tutte le azioni poste in essere dall’inizio dell’acquisizione di Banca di San Marino. Quindi risponde a esigenze di verifica maggiori e per questo lo abbiamo sposato. Dal dibattito di oggi ho avvertito però una mancanza di considerazione verso un fatto che secondo me l’aula dovrebbe avere sempre ben presente. Mi pare che si stia dimenticando che l’intero Paese è sotto attacco, un po’ come successo in passato con la vicenda Cassa di Risparmio. Non si coglie l’opportunità di un approccio politico che serva a difendere il Paese e a tutelare una banca, invece di cercare a tutti i costi la colpevolezza dell’avversario. Se l’obiettivo dell’opposizione è solo quello di colpire un determinato partito o i suoi esponenti, allora il lavoro della commissione viene minato in partenza. Io ho molti dubbi sull’utilità di uno strumento usato con queste aspettative. La verità, cari colleghi, non è qualcosa che si interpreta o si dirige, ma è qualcosa che si accerta, e lo si fa a prescindere dalla composizione numerica della commissione. Spero che si lavori con responsabilità e ricerca della verità, cosa di cui non abbiamo timore. Se dovesse essere accertato un connubio tra affari e politica, non avremo timore a evidenziare i responsabili per le conseguenti azioni.

Gaetano Troina (D-ML): Questo è un intervento molto difficile perché siamo quasi alla fine di un dibattito dove se ne sono sentite di tutti i colori. Stiamo trattando una vicenda che ha un impatto rilevante sul sistema e che ha smosso profondamente quest’aula e i poteri dello Stato. Devo iniziare esprimendo il mio dissenso rispetto a quanto detto dalla collega Berti; non perché non sia d’accordo in linea di principio, ma perché non penso sia questa la realtà che portiamo fuori verso il Paese. Non è vero che la verità si accerta e non si interpreta: questo dibattito dimostra l’esatto contrario. Ognuno racconta la sua versione di verità in base a quello che fa comodo far arrivare alla cittadinanza e questo a me non piace, perché alla fine vince chi ha più forza nel veicolare la propria interpretazione e alla gente arriva un’informazione parziale e di parte. Allora raccontiamo bene come sono andate le cose a febbraio, quando è nato tutto. C’era un ordine del giorno dell’opposizione per accertare le responsabilità e la maggioranza non ha trovato una sintesi, spaccandosi al momento del voto. Per evitare quell’immagine di divisione al Paese, Alleanza Riformista ha messo una pezza depositando un progetto di legge per far vedere che si stava facendo qualcosa, anche se forse non tutta la maggioranza era d’accordo. Questo è come sono andate le cose. Io ringrazio il consigliere Casali perché non mi ero accorto che nella prima versione di Alleanza Riformista la commissione fosse prevista come paritetica. Allora io voglio capire: se dite che tutti volete la commissione e che la realtà deve essere scritta esattamente come è andata, che problema avete oggi a farla paritetica? Se davvero non deve esserci nessuna interferenza politica e nessuna intromissione nel lavoro del tribunale, che problema c’è? Vi contraddite continuamente, dite una cosa e due secondi dopo la smentite. L’opposizione è stata coerente: avevamo depositato un progetto di legge qualificata spiegando che non volevamo poteri inquisitori, ma ci avete detto che sbagliavamo e che serviva una legge costituzionale per dare poteri giudiziari alla commissione. Vi siamo venuti dietro, vi abbiamo accontentato, e ora sento dire che se ci sono responsabilità qualcuno se le assumerà. Ma chi ha mai pagato in questo Paese per i danni politici fatti al Paese? Il massimo della responsabilità è non essere rieletti? È questo il risarcimento per i cittadini? Ci state prendendo in giro. Vi lamentate che l’opposizione ha già scritto le sentenze, ma voi non avete mai voluto un vero confronto e avete deciso tutto da soli. È normale che, se da atti giudiziari pubblici emerge il coinvolgimento di esponenti di un certo partito, noi chiediamo che quel partito non abbia la maggioranza in commissione. Mi sembra assurdo che passino per provocazioni le nostre richieste di buon senso. Mettetevi una mano sulla coscienza ogni tanto: non vi è tutto dovuto. Tirate in ballo la proporzionalità solo quando vi fa comodo, ma secondo me è evidente che c’è un meccanismo di protezione. Non venite a parlarci di patti tra gentiluomini se non concedete la pariteticità. E non diteci che non abbiamo voluto le chiavette USB per chissà quale motivo: non le abbiamo ritirate perché, siccome i documenti non erano ancora su internet, se poi fosse uscito qualcosa avreste dato la colpa a noi. Pensate che siamo scemi? Questo è il vostro modo di raccontare la realtà al Paese, ormai non c’è più un limite.

Enrico Carattoni (Rf): Io cercherò di non drammatizzare troppo. Il Segretario Pedini ha ricordato che la Bulgaria ha vinto l’Eurovision Song Contest; io voglio vedere se formerete già quest’anno la delegazione per andare a Sofia l’anno prossimo, anche se immagino non ci sarà la corsa che abbiamo visto per Vienna. A parte le battute, siamo arrivati finalmente ad analizzare un progetto di legge che vuole fare luce su fatti recenti e in parte ancora in corso. Si parte da un dato, citato anche dal consigliere Luca Lazzari: anche la maggioranza vuole questa commissione d’inchiesta. Questo è un dato importante, ma io aggiungo che la maggioranza la vuole probabilmente a causa della forte pressione dell’opposizione e della popolazione. Forse, però, il motivo per cui un pezzo della maggioranza vuole questa commissione è anche un altro: ricorderete che la scorsa estate si è scatenata una battaglia a suon di comunicati tra Libera e il PSD contro una buona parte della DC sull’affare Banca di San Marino. Non vorrei che la commissione venisse utilizzata dalla maggioranza stessa per una resa dei conti interna e per cambiare delle pedine al governo. Io credo che una commissione debba iniziare senza pregiudizi e restare aperta alle risultanze acquisite, quindi rigetto le accuse di essere prevenuti. Una commissione fa analisi politiche e accerta responsabilità esclusivamente di natura politica. Può non avere rilievo penale il fatto che un Segretario di Stato abbia incontrato un esponente bulgaro, ma avrebbe un rilievo politico evidente e di grande importanza. Oggi registro che chi è vicino alla Democrazia Cristiana dice che le commissioni non sono mai servite, ma nel 2019 quegli stessi si sbracciavano per farle prima, durante e dopo le indagini. Oggi invece che dobbiamo analizzare passaggi con una rilevanza enorme sul piano internazionale, si dice che deve pensarci solo la magistratura. Secondo me non può essere così: deve essere la politica a fare critica e autocritica, a capire perché certi percorsi sono stati avviati e quale fosse il livello di conoscenza della politica tutta rispetto a questi fatti. Bisogna anche capire chi ha strumentalizzato l’indagine penale per tornaconto personale o per distogliere l’attenzione pubblica. A fronte di questa potenziale unità, si risponde ancora una volta con una caduta di stile sulle incompatibilità. Nel progetto di maggioranza si dice che chi ha ricoperto incarichi nel CCR o nel governo dal 1999 non può far parte della commissione. Non si capisce perché: le incompatibilità dovrebbero essere motivate e misurate in concreto rispetto alla vicenda attuale, che si è consumata tra il 2024 e il 2025. Invece non si vuole inserire l’incompatibilità per i membri dei collegi sindacali, ovvero per chi ha avuto rapporti professionali con quegli istituti. Mi pare una stortura evidente. Cucire le leggi sulle incompatibilità per escludere scientemente qualcuno dimostra solo il timore che si accertino davvero le responsabilità. Secondo me questo clima riflette l’enorme paura che ha la maggioranza, perché di sicuro rispetto a questa vicenda qualcuno non ce l’ha raccontata giusta.

Matteo Rossi (Psd): Penso che davanti alle grandi tragedie nazionali, come quelle che sono state ricordate, ci ritroviamo sempre qui a nominare o a proporre una legge per l’istituzione di una commissione consiliare d’inchiesta. A San Marino queste commissioni partono quasi esclusivamente per vicende legate al settore bancario, e secondo me questa immagine ci aiuta a comprendere bene il senso del dibattito di oggi. Quando uno Stato percepisce che attorno a sé si stanno muovendo dinamiche opache, pressioni, interessi e persino manovre di posizionamento, allora ha il dovere di fermarsi, approfondire, distinguere e accertare i fatti. Questo vale ancora di più per una piccola Repubblica come la nostra, perché il punto vero non è soltanto capire se vi siano state irregolarità, leggerezze o pressioni improprie. Il punto centrale è comprendere se attorno a questa vicenda abbiano agito soggetti, interessi o dinamiche che, consapevolmente o inconsapevolmente, abbiano finito per danneggiare la Repubblica. Quando io parlo di danni alla Repubblica non mi riferisco soltanto a un danno economico o bancario, ma mi riferisco a un danno reputazionale, istituzionale o geopolitico. San Marino è un piccolo Stato e i piccoli Stati vivono di credibilità, di standing e di affidabilità internazionale; vivono della capacità di essere percepiti come istituzioni solide, serie, stabili e non permeabili a pressioni o interessi opachi. Ecco perché oggi dobbiamo avere il coraggio di dirlo chiaramente: chiunque abbia operato contro gli interessi strategici della Repubblica rappresenta un problema per il Paese. Indipendentemente dall’appartenenza politica, economica o relazionale, esistono nemici della Repubblica, ma a volte esistono anche soggetti interni che, per superficialità, ambizione, leggerezza o interesse personale, rischiano di fare danni persino maggiori. Ed è esattamente questo che una commissione seria deve accertare: se qualcuno abbia anteposto i propri interessi all’interesse nazionale. Quando un Paese piccolo come il nostro si trova al centro di dinamiche che rischiano di riverberarsi perfino sul percorso di integrazione europea, allora la politica ha il dovere di reagire con lucidità e senso dello Stato. L’accordo di associazione con l’Unione Europea resta una priorità strategica assoluta per il nostro Paese, ed è con questo spirito che il Partito dei Socialisti e dei Democratici affronta il dibattito, con senso delle istituzioni e responsabilità di governo. Lo facciamo anche con la serenità di chi può dire, senza arroganza e senza spirito di rivalsa, che noi alcune preoccupazioni le avevamo espresse fin dall’inizio. La nostra posizione è sempre stata molto chiara: la priorità assoluta per San Marino doveva e deve restare il percorso europeo. Per noi viene prima l’accordo di associazione e poi tutto il resto, perché nessuno avrebbe voluto vedere il nome di San Marino associato a polemiche, sospetti o dinamiche internazionali che rischiano di proiettare ombre sul Paese. Proprio per questo riteniamo che serva un approccio serio, rigoroso e garantista. Ed è esattamente con questo spirito che va affrontata anche la questione della composizione della commissione e della cosiddetta pariteticità. In questi giorni si è molto evocato il precedente delle commissioni Fincapital, Delta o CIS, quasi come se la pariteticità rappresentasse una sorta di principio costituzionale non scritto, ma secondo me non è affatto così. Quelle commissioni nacquero in contesti politici completamente differenti, caratterizzati da rapporti di forza molto diversi rispetto ad oggi. Parliamo di stagioni in cui l’aula aveva assetti vicini ai 35 contro 25, a differenza dell’odierno 44 contro 16. In quel contesto la scelta della pariteticità rappresentava una modalità che, pur alterando gli equilibri numerici, restava comunque vicina alla rappresentazione reale dei rapporti politici. La commissione CIS nasceva nel pieno di una crisi sistemica del comparto bancario e in una fase terminale di un’esperienza di governo, quasi come l’atto che ha “messo le mani sulla spina” prima che venisse staccata. Successivamente quell’assetto non venne modificato perché disciplinato da una legge costituzionale, ma oggi quel precedente non può essere utilizzato automaticamente come giustificazione per sostenere che ogni futura commissione debba essere paritetica come principio assoluto. La pariteticità di per sé non elimina la dialettica politica. Anche la commissione CIS, pur avendo approvato unanimemente la relazione finale, diede poi luogo a posizioni profondamente differenti tra maggioranza e opposizione. Questo dimostra che il vero punto non è la parità formale, ma la serietà del lavoro svolto. In queste settimane abbiamo assistito a una sorta di gigantesca condanna preventiva da parte dell’opposizione, una narrazione indistinta dove sembra che tutto sia già chiaro: i colpevoli, le responsabilità e persino le intenzioni. Peccato che non si capisca quale sia precisamente l’accusa, perché si continua volutamente a mescolare tre vicende cronologicamente e giuridicamente diverse, creando un’enorme confusione politica e mediatica. La prima fase è quella della trattativa privata relativa alla possibile acquisizione della banca da parte del gruppo bulgaro, e lì siamo nel campo delle interlocuzioni societarie e negoziali. La seconda fase è quella dell’autorizzazione e della valutazione di vigilanza di competenza della Banca Centrale, un terreno regolato da norme e procedure tecniche. La terza fase, invece, è quella successiva all’intervento dell’autorità giudiziaria sul cosiddetto “piano parallelo”, e qui siamo su un altro piano, quello delle eventuali condotte successive all’intervento del tribunale. Mescolare tutto serve soltanto a creare una nube indistinta dove tutto sembra collegato e tutti sembrano responsabili di tutto. Uno Stato serio e una politica seria non ragionano così, perché la serietà istituzionale impone di distinguere i fatti e attribuire responsabilità solo dove realmente esistono, evitando che una commissione si trasformi in uno strumento di legittimazione politica preventiva. Non dobbiamo costruire una verità politica, ma accertare i fatti con rigore, equilibrio e senso dello Stato. Riteniamo condivisibile un’impostazione più garantista anche sul tema delle incompatibilità. Se si dovesse trovare un accordo più garantista che sgombri il campo da esclusioni o inclusioni che sembrano studiate a tavolino, noi lo sosterremo. Questa commissione non deve essere una nuova rilettura generale della storia bancaria sammarinese, ma deve accertare fatti specifici con la consapevolezza che la tutela della Repubblica e della sua credibilità internazionale viene prima di tutto.

Iro Belluzzi (Libera): Desidero iniziare facendo mie le parole pronunciate poco fa dal collega Rossi riguardo alla necessità di sminare il campo da incomprensioni, scuse o dalla volontà di non costruire qualcosa che sia veramente la possibilità di una lettura più chiara possibile. Possiamo sminare il campo anche attraverso la gestione delle incompatibilità; sarebbe una modalità diversa, perché in questa fase nessuno di coloro che sono presenti in aula o che hanno fatto parte dei CCR precedenti può aver conosciuto o partecipato pienamente a ciò che stiamo cercando di approfondire. Io inizio come avrei voluto iniziare: secondo me siamo di fronte a un grande fallimento. Ogni volta che si parte con una commissione d’inchiesta, ci troviamo davanti al fallimento delle scelte politiche di costruzione del Paese, perché evidentemente si sono imboccate delle strade che hanno fatto fallire un progetto. Voglio dire, andando in controtendenza rispetto alla maggior parte degli interventi, che quello che è accaduto intorno alla vicenda della Banca di San Marino avrebbe dovuto essere festeggiato. Dovevamo alzare i calici per brindare all’arrivo di un investitore che avrebbe portato quella maggiore integrazione e quelle possibilità di intercettare gruppi di grande valore che il Paese desidera, anche nel percorso verso l’Unione Europea, per lo sviluppo economico e la ripresa del PIL nel sistema bancario. Come Libera, io per primo mi sono posto in una posizione molto critica quando abbiamo iniziato a parlare dell’ingresso del gruppo bulgaro a San Marino. La mia critica non era verso l’investitore o verso la cessione della banca in sé, ma era dovuta al fatto che non avevamo gli strumenti per poter fare una verifica reale, puntuale e rapida che garantisse le scelte della Repubblica nei confronti dei nostri vicini. Avevamo posto l’elemento che l’ingresso di gruppi di tale potenza dovesse essere vagliato da una vigilanza congiunta tra la nostra Banca Centrale e la BCE. Ma questo, come dicevamo prima, non è possibile prima dell’accordo di associazione e della strutturazione delle nuove vigilanze congiunte. Se avessimo seguito questa modalità, forse il gruppo sarebbe stato scartato o, considerando la sua operatività nel contesto europeo, avremmo avuto il vaglio di chi ha una struttura e una capacità superiore alla nostra, evitando di creare squilibri nel contesto in cui San Marino è inserito. Sono fiero del progetto di legge che oggi andremo ad approvare e che voteremo entrando nell’articolato. Esso raggiunge tutti gli obiettivi che Libera aveva posto, perché erano necessari per individuare e comprendere veramente tutto quello che è avvenuto, dal primo avvicinamento del gruppo al territorio sammarinese fino al percorso dell’indagine denominato “piano parallelo”. Questa è la volontà della politica e della maggioranza, realizzata in soli tre mesi, di voler andare ad accertare eventuali responsabilità, conflitti o azioni illegali. Questi fatti rimangono ipotesi fino a quando non vengono accertati dal tribunale o verificati dalla commissione d’inchiesta. Credo che l’approccio della maggioranza permetta a chi ha sbagliato di pagare da un punto di vista politico. La politica deve fare questo: deve far pagare politicamente e anche portare quei cambiamenti e quelle rigidità che ancora mancano nel percorso di verifica di chi entra nella Repubblica. Io non sono d’accordo con chi ha ricordato che queste verifiche debba farle il CCR. Le verifiche spettano alle autorità di vigilanza in base agli standard europei a cui tendiamo; non può essere la politica a occuparsene direttamente. Dobbiamo avere sempre presente il conto Mazzini, perché il rischio di scivolare su quella buccia di banana è sempre attuale. Con questo progetto daremo quella risposta che la politica deve dare per fare un passo in avanti sui percorsi di trasparenza e crescita del Paese.

Massimo Andrea Ugolini (Pdcs): Siamo arrivati al termine di questo dibattito e, a fronte di una serie di interventi sulla commissione d’inchiesta, devo notare come qualche forza politica di opposizione abbia ripercorso a modo suo l’iter di questo progetto di legge. Va ricordato che a febbraio non si arrivò alla condivisione dell’ordine del giorno semplicemente perché c’era una divergenza sulle tempistiche: la maggioranza aveva un’impostazione e l’opposizione voleva far partire la commissione sin da subito. La sensibilità della maggioranza di allora è la stessa che si ritrova nell’impostazione di questo progetto di legge: l’obiettivo è non interferire con l’attività giudiziaria e non generare conflitti di attribuzione. Questo avvenne dopo il comunicato molto forte dell’allora presidente Canzio, che evidenziava l’ipotesi di un “piano parallelo” rispetto alle indagini iniziali sulla vendita delle partecipazioni dell’Ente Cassa di Faetano alla San Marino Group. A seguito di quel comunicato e di tutta una serie di preoccupazioni, si arrivò a un dibattito molto forte in aula; non si trovò una condivisione sull’ordine del giorno, ma esisteva una volontà trasversale di fare luce sulla cessione del pacchetto azionario di maggioranza della Banca di San Marino. Quella volontà era ritenuta importante da tutta la maggioranza e anche dalle forze di opposizione. Sostenere oggi che questo non corrisponda al vero è una visione puramente politica. L’unica vera tematica aperta riguardava le tempistiche per far partire la commissione d’inchiesta. Secondo me, come ha detto bene il consigliere Maria Luisa Berti, una commissione deve ricercare le verità e non addossare già oggi delle responsabilità politiche quando ancora non si ha piena contezza del perimetro di ciò che è accaduto. A distanza di un mese stiamo facendo lo stesso dibattito tra prima e seconda lettura. In maniera responsabile, Alleanza Riformista ha ritirato il proprio progetto di legge per favorire quello di maggioranza, sul quale ci siamo confrontati anche con l’opposizione. Veniamo tacciati del fatto che non si capisce perché oggi vada bene il primo di settembre. Ci siamo visti nella passata sessione consiliare e abbiamo aperto un dibattito sulle possibili convergenze tra il progetto di legge e le sensibilità in aula. Inizialmente si pensava che la commissione dovesse partire al termine della fase istruttoria o inquirente, ma per trovare una sintesi abbiamo proposto di darci una data che non fosse scritta nel vuoto. Ci auguriamo che un epilogo imminente da parte delle autorità giudiziarie possa esserci presto, ma abbiamo cercato di anticipare la data al primo settembre 2026 per far partire quantomeno la fase di ricostruzione, anche se le indagini non fossero concluse del tutto. È stato un confronto reale tra maggioranza e opposizione e non è corretto dire che siamo andati avanti da soli. Oggi però l’opposizione ci attacca proprio su questa data. Se apriamo dei confronti e cerchiamo di mettere in campo delle soluzioni, mi chiedo cosa possa andare bene, perché sembra che nulla sia accettato. Sulle incompatibilità abbiamo diminuito le tempistiche; abbiamo riconosciuto degli errori e abbiamo cercato di rimediare. Riguardo alla composizione, confermiamo la volontà di un’impostazione di carattere proporzionale rispetto a una paritetica. Quello che è avvenuto con la vicenda del CIS è accaduto in una situazione completamente diversa e non può essere un parametro fisso. Ci auguriamo che le tempistiche di sei mesi per i lavori possano essere rispettate perché l’obiettivo è ricercare la verità sulla vicenda. Poi spetterà alla politica, una volta depositata la relazione, fare le proprie considerazioni e ognuno si assumerà le proprie responsabilità.

Nicola Renzi (Rf): Io voglio fare alcune veloci considerazioni partendo da un dato di fatto: oggi in quest’aula sento dire che tutti vogliono la commissione d’inchiesta e che è tutto pronto per partire. Secondo me, se oggi tutti sembrano volere questa commissione, è per un semplice motivo: vi siete resi conto, politicamente parlando, che la posizione di non farla era diventata totalmente insostenibile e sarebbe stata del tutto impresentabile di fronte ai cittadini. Se vogliamo davvero capire chi voleva questa commissione fin dall’inizio, dobbiamo tornare indietro e guardare la storia dei nostri atti parlamentari. Inizia tutto con un ordine del giorno presentato dall’opposizione il 17 febbraio; lo dico perché vedo una corsa quasi puerile a chi si intesta la primogenitura della commissione, una cosa che a noi non interessa affatto, ma la verità storica va ristabilita. Davanti a quell’ordine del giorno, la maggioranza votò in maniera completamente difforme: la Democrazia Cristiana votò contro, così come fecero due consiglieri di Alleanza Riformista, mentre la consigliera Denise Bronzetti si astenne o votò a favore, segnando addirittura una divisione interna al loro gruppo. È vero che Alleanza Riformista ha poi depositato per prima un provvedimento, ma quel testo aveva dei difetti enormi: la commissione sarebbe partita con estrema difficoltà solo alla fine delle indagini e solo se la magistratura avesse già individuato responsabilità limitate esclusivamente al cosiddetto “piano parallelo”. Noi invece siamo convinti che si debba indagare su tutto, compresa la compravendita delle quote. Oggi, dopo tre mesi da quel 17 febbraio, siamo finalmente arrivati a maggio e ancora ci dite che per far partire i lavori dobbiamo aspettare il primo settembre. Noi attenderemo, ma le motivazioni che avete addotto non sono affatto convincenti perché cozzano con quanto successo nelle commissioni d’inchiesta precedenti. Qualcuno ha citato giustamente l’esempio italiano, ma esiste anche un modello sammarinese: sia per il caso Fincapital che per il caso CIS, le indagini erano ancora ampiamente in corso quando fu istituita la commissione. Questa difformità di valutazione la state applicando anche sul tema dell’incompatibilità, che per noi non è affatto secondario. La maggioranza propone che siano incompatibili i membri del CCR o dei consigli direttivi delle banche dal 2016; è un tentativo evidente di escludere certe persone che così non avrebbero i requisiti, e se c’è un ragionamento serio dietro possiamo anche parlarne. Ma la cosa incredibile è che, allo stesso tempo, togliete l’incompatibilità per chi è stato nei collegi sindacali, cosa che non era mai successa quando si parlava di banche. Secondo voi chi è stato nel CCR all’inizio del 2016 non può far parte della commissione, mentre chi è stato nel collegio sindacale di Banca di San Marino proprio nel 2023 potrebbe andarci tranquillamente. A me pare una norma “ad personam” scritta apposta per salvare qualcuno, e infatti il collega Gian Nicola Berti si è alzato per spiegarci che lui c’è stato e quindi così può far parte della commissione. Secondo me questo è veramente inaccettabile. Se pensate di andare avanti con questa totale disparità nell’applicazione delle regole, la commissione parte già morta. Infine, concludo sulla mozione che avete presentato per non discutere la nostra legge: è una cosa mai successa nella storia parlamentare recente. In ufficio di presidenza ci eravamo impegnati a depositare gli emendamenti entro venerdì per cercare una quadra finale tra lunedì e martedì, e invece la vostra risposta è stata questa mozione per zittirci. Se questi sono i presupposti, la credibilità della commissione è già svanita.

Gian Nicola Berti (Ar): Io ho ascoltato il consigliere Renzi e devo dire che, invece di cercare di farci passare per buone le corbellerie che scrive nei suoi progetti di legge, lui cerca come sempre di gettare fango su chi ha proposte diverse dalle sue. Il nostro progetto di Alleanza Riformista viene definito irrealizzabile, ma secondo me era perfettamente fattibile ed era aperto a tutte le forze che volevano collaborare seriamente per fare piena luce. Forse qualcuno ha perso la logica della successione degli eventi: il Consiglio non ha iniziato a parlare di commissione d’inchiesta per il tentativo di corruzione nell’Ente Cassa, ma per il comunicato stampa del magistrato dirigente che faceva notare l’esistenza di un “piano parallelo” finalizzato a fare del male alla Repubblica per assecondare chi era sotto indagine penale. Quello è stato un attacco frontale alle istituzioni, al governo e alla magistratura, e io ho la sensazione che quell’attacco stia trovando dei buoni alleati anche qui dentro, in chi ha una coincidenza di interessi nel voler colpire la Segreteria agli Esteri o questo governo. Noi abbiamo chiesto di togliere qualunque velo a queste ipotesi non appena l’autorità giudiziaria avesse liberato gli atti dal segreto istruttorio, per verificare il livello di inquinamento nel nostro tessuto politico. Qualcuno dice che bisogna indagare su quando i bulgari sono arrivati a San Marino; va benissimo, ma dobbiamo capire se qualcuno agevolò quell’ingresso proprio nell’ottica di un piano parallelo, e su questo la maggioranza non ha alcuna remora. Quello che mi imbarazza è notare come saltino fuori incompatibilità singolari proprio ora. Io pongo una riflessione all’aula: se i dipendenti della banca sono in conflitto di interessi, allora come dovremmo considerare i correntisti, che hanno un interesse diretto nelle sorti della banca? Sulle incompatibilità dei collegi sindacali, vorrei ricordare che i sindaci non amministrano la banca, ma fanno i “poliziotti”: controllano, sanzionano e si rivolgono alla Banca Centrale. Se il collega Renzi guardasse le carte del procedimento sul caso CIS, scoprirebbe che fu proprio il collegio sindacale a denunciare le anomalie. Se io sono così antipatico al collega Renzi, io me ne sto fuori molto volentieri dalla commissione, non è un problema, ma faccio notare che sono le sue forze politiche a essere chiamate in tribunale per chiarire i fatti relativi al piano parallelo. Secondo me la verità non deve spaventare nessuno e, se abbassiamo i toni e siamo costruttivi, il problema delle incompatibilità non si pone nemmeno. L’unica vera incompatibilità dovrebbe essere l’effettivo e reale conflitto di interessi. Mi spiace vedere che c’è chi rifiuta di vedere le chiavette USB e di conoscere meglio i fatti, ma è già arrivato alle conclusioni e alle supposte condanne; forse bleffano, oppure conoscono già gli atti per vie non istituzionali perché gli piacerebbe che ci fosse scritto qualcosa per colpire gli avversari politici. Vedere tutti scannarsi su questa vicenda, invece di tutelare il sistema contro il piano parallelo, mi fa pensare che questa politica pensi solo agli interessi di bottega invece che alla tutela della Repubblica.

Emanuele Santi (Rete): Io voglio replicare a chi sostiene che questa commissione avrebbe già una sentenza scritta perché noi dell’opposizione ci saremmo già espressi. Vorrei ricordare che durante le indagini dieci Segretari di Stato hanno avuto accesso agli atti e ce lo hanno detto loro stessi; poco dopo il Segretario Canti inseguiva i membri della Commissione Giustizia per consegnare la chiavetta con i documenti. Non sarà un caso se poi quegli atti sono finiti sulle prime pagine dei giornali, delineando un quadro che io definirei inquietante. Io capisco che in quest’aula ci sia imbarazzo, specialmente da parte di chi, quando è stato il momento di votare l’ordine del giorno, si è squagliato come neve al sole: c’era chi scappava, chi si asteneva e chi votava con l’opposizione. Dagli atti emergono chiaramente le dinamiche di chi, in quest’aula, ha spinto fortemente perché quella vendita andasse in porto verso quel gruppo specifico. È un dato oggettivo che all’interno del CDA dell’Ente Cassa ci fossero i parenti di membri del Congresso di Stato e di consiglieri, e questo non è un dettaglio politico da poco. Abbiamo letto sui giornali le chat in cui membri di quest’aula e del governo si facevano i complimenti dopo che l’Ente aveva dato il via libera alla vendita. Se l’opposizione si è già espressa, è perché ci sono elementi pubblici che danno un quadro preoccupante su chi spingeva durante le commissioni e i dibattiti. Tutti ricordiamo che c’era una parte della Democrazia Cristiana che spingeva enormemente in quella direzione, e questa è una responsabilità politica precisa. Se poi viene fuori che il soggetto bulgaro era disposto a pagare delle tangenti, allora dobbiamo capire chi siano questi “fighters” che dovevano ricevere il regalo; la questione è tutta lì. Se in quest’aula c’è qualcuno che trema come una foglia all’idea di arrivare fino in fondo alla verità, secondo me è perché ha qualcosa da nascondere. Non facciamo ipocrisia: questa commissione deve partire subito e deve essere paritetica, perché i cittadini vogliono sapere la verità su quello che è stato scritto e che appare davvero inquietante.

Matteo Casali (Rf): Io ho concluso il mio precedente intervento chiedendo un atto di coraggio che però mi pare sia stato del tutto disatteso. Nel dibattito ho registrato molta confusione nelle motivazioni addotte dalla maggioranza, con paralleli forzati con la situazione italiana o sillogismi strani per cercare di smontare le tesi lineari dell’opposizione. C’è confusione tra chi crede e chi non crede nelle commissioni d’inchiesta, ma poi queste stesse persone si chiedono chi pagherà il prezzo per il danno d’immagine al Paese. Il Segretario di Stato Rossano Fabbri ha detto una verità che non apprezzo quando fa le sue allusioni: io gli dico che noi non abbiamo alcuna remora a indagare su chi ha portato quegli investitori, quindi non faccia certi discorsi. Se dovessimo contare non chi è andato in tribunale, ma chi ha fatto avanti e indietro tra il Congresso di Stato e le assemblee dell’Ente Cassa, forse metà del governo dovrebbe essere già a casa. Lui però dice una cosa vera: la commissione paritetica non si fa perché non c’è fiducia tra maggioranza e opposizione. Punto. E allora tutti questi appelli al “galantuomismo” e ai patti tra gentiluomini che arrivano da certe fazioni mi sembrano francamente patetici, così come le promesse fatte davanti a Dio e agli uomini che poi vengono regolarmente disattese, dal piano regolatore al ricorso alla CEDU. Secondo me il rischio è quello di minare l’operato della commissione fin dall’inizio proprio per questa mancanza di fiducia. Arrivare in aula e presentare una mozione per non discutere il nostro progetto di legge, invece di cercare la mediazione promessa, mi pare una pietra tombale sulla credibilità dei lavori. Io faccio un ultimo appello: se vogliamo crederci tutti, fermiamo un attimo le bocce, guardiamoci negli occhi e cerchiamo un’ultima mediazione. Fermiamo i veleni e rimettiamoci al tavolo per trovare una soluzione che non distrugga la commissione ancora prima che parta.

Fabio Righi (D-ML): Io confermo una forte delusione per come sta procedendo questo dibattito generale. Secondo me si spera sempre che, quando certe posizioni diventano insostenibili, prevalga la politica con l’apertura di un tavolo di confronto, eliminando quegli aspetti assurdi che offendono l’intelligenza delle persone. Mi riferisco al cambio di idea sulla data di inizio, sconfessando tutto quello che era stato detto in precedenza; dicono che sia colpa nostra, ma se siete così facilmente convincibili la cosa mi preoccupa molto. Quello che dà fastidio è il tentativo maldestro e poco credibile di giocare la partita del capro espiatorio, individuando il nemico estero che attacca il Paese per chiederci di fare quadrato. Secondo me è una tecnica propagandistica già vista nella storia: quando non si sa cosa raccontare, si costruisce una minaccia esterna per distogliere l’attenzione. È un tentativo patetico perché questa situazione l’avete portata voi in quest’aula con i vostri fatti e i vostri interventi, che coinvolgono membri di governo, parenti e amici di partito. Lo sanno tutti. Prima di cercare spauracchi esterni bisognerebbe prendere atto che il problema nasce da qui dentro. Anche seguendo il vostro ragionamento, vorrei farvi notare che le indagini sul piano parallelo sono già state chiuse dal tribunale e i provvedimenti sono stati annullati. Questo rende evidente che il lavoro del tribunale e quello della commissione sono diversi; tutte le scuse che state accampando per ritardare l’inizio sono solo scuse. Secondo me qualcuno è uscito dai binari e sta trascinando il Paese in una posizione pericolosa che mina lo Stato di diritto. Mi chiedo cosa racconteremo al mondo davanti a tutto questo.

Sara Conti (Rf): Io ruberò poco tempo, ma dispiace continuare a sentire questi tentativi risibili di gettare ombre su Repubblica Futura. Secondo me la cosa fa quasi sorridere perché noi, fin dal primo giorno, abbiamo chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta per capire chi ha portato i bulgari a San Marino e chi ha voluto fortemente quella vendita. Siamo stati noi, insieme alle altre forze di opposizione, a chiedere che la commissione partisse subito, quindi sentirsi dire che non vogliamo fare chiarezza è ridicolo. Io voglio rilanciare l’appello spontaneo del collega Matteo Casali: chiedo all’aula tutta di valutare un’ultima volta se ci siano i presupposti per trovare una condivisione sugli emendamenti. Fermiamo i lavori per qualche minuto e proviamo a parlarci con senso di responsabilità, guardandoci negli occhi. Vedo che nessuno sembra intenzionato ad accogliere questo invito, dato che il capogruppo della maggioranza ha già detto che si andrà avanti comunque, ma questa resta la nostra ultima richiesta.

Viene illustrata la mozione d’ordine presentata dai gruppi di maggioranza per soprassedere alla discussione dell’articolato al punto b) del Comma 11.

Massimo Andrea Ugolini (Pdcs): La questione è molto semplice: ci sono tre commi iscritti all’ordine del giorno che insistono sulla stessa tematica. C’era il comma della commissione d’inchiesta di rango costituzionale depositato da Alleanza Riformista che è già stato ritirato; c’è il comma b) depositato dall’opposizione per una legge qualificata; e infine c’è il comma c), che riguarda il progetto di legge per la commissione d’inchiesta depositato da tutte le forze di maggioranza, sul quale l’opposizione ha già presentato i propri emendamenti. Proprio per efficientare il dibattito consiliare ed evitare di ripeterci continuamente sulle stesse tematiche, abbiamo depositato una mozione d’ordine affinché non si proceda alla discussione e all’analisi del comma b) presentato dall’opposizione. L’obiettivo è quello di andare direttamente al comma c) per discutere il progetto di legge della maggioranza, integrando gli emendamenti che sono già stati depositati da tutte le parti politiche.

La mozione d’ordine è approvata a maggioranza.

Punto a) – Analisi dell’articolato

Articolo 1 – Istituzione della Commissione

Emendamento modificativo dell’opposizione

Fabio Righi (D-ML): Il nostro emendamento, a dire il vero, considero una modifica abbastanza marginale nel suo complesso, più formale che altro: ci siamo adeguati riformulando il nostro progetto di legge, trasformandolo da legge qualificata in progetto di legge costituzionale su esplicita richiesta degli organismi competenti, nonostante io continui a nutrire più di qualche dubbio proprio in ragione delle norme che ho appena citato. 

Emanuele Santi (Rete): Io mi prendo la libertà di esprimere un giudizio molto netto sulla votazione che abbiamo appena concluso. Secondo me quanto è successo oggi è gravissimo se pensiamo al percorso che avevamo fatto finora. Eravamo stati convocati in ufficio di presidenza e le loro Eccellenze ci avevano chiesto di cambiare il rango della nostra legge; noi avevamo preparato una legge qualificata e l’abbiamo trasformata in legge costituzionale tramite questo emendamento proprio per venire incontro a quella richiesta. In quell’ufficio di presidenza ci eravamo presi l’impegno di confrontarci con la maggioranza e, nella scorsa seduta, avevamo consegnato tutti i nostri potenziali emendamenti per cercare un punto di contatto. Ci eravamo detti di mettere via le armi e di confrontarci seriamente su un tema di questa portata. Invece oggi arriviamo in aula e ci troviamo davanti, come se piovesse dal cielo, una mozione della maggioranza per non discutere affatto la nostra legge. Il regolamento lo prevede, d’accordo, ma per noi questo è un atto profondamente antidemocratico. Noi avremmo trattato solo alcuni aspetti, come abbiamo fatto per la commissione d’inchiesta sul caso del pedofilo, che poi abbiamo ritirato proprio per non perdere tempo inutilmente. Se questa è l’impostazione, allora siamo in linea con la proposta di modifica del regolamento consiliare di cui si è parlato settimane fa: io sono molto preoccupato perché temo che in futuro non saremo più nelle condizioni non solo di discutere, ma neanche di presentare progetti di legge in quest’aula. Qui stiamo venendo meno ai nostri doveri democratici. Sulla commissione d’inchiesta noi ribadiamo che le finalità sono chiare e volevamo una commissione paritetica e immediata. Invece vedo che la maggioranza ha trovato un punto di caduta per farla partire il primo di settembre, continuando a dilazionare i termini senza motivo. Secondo me è incomprensibile: il Segretario Canti ci ha detto poche settimane fa che le indagini finiranno entro il 30 maggio, eppure voi la fate partire a settembre. Prima dite che non si può iniziare finché le indagini sono in corso, poi le indagini finiscono a maggio e voi aspettate comunque settembre. Si capisce benissimo che qualcuno sta cercando di guadagnare tempo; non vorrei che si pensasse addirittura di inquinare o sabotare qualche prova, perché ormai la musica l’abbiamo capita. Mi meraviglio che qualcuno che aveva sollevato la questione morale oggi l’abbia messa da parte; mi riferisco a Libera e al PSD, che se voteranno questa versione della commissione dimostreranno di aver chinato la testa ai voleri della Democrazia Cristiana.

Luca Boschi (Libera): Io trovo assolutamente inaccettabile l’ultima frase pronunciata dal consigliere Santi. Secondo me non è affatto così; abbiamo parlato per ore di questa commissione e mi pare che da parte di tutti i partiti, sia di maggioranza che di opposizione, sia stata espressa chiaramente la volontà di lavorare fino in fondo per cercare la verità e le responsabilità. Sostenere che chi vota questa legge non tenga in considerazione la questione morale è un’offesa che rimando totalmente al mittente.

Nicola Renzi (Rf): Siamo arrivati al primo articolo e purtroppo non abbiamo potuto discutere il nostro progetto di legge, che è stato immediatamente cassato da una semplice mozione d’ordine. Io vorrei fare una riflessione proprio sull’istituzione stessa della commissione e sul fatto che debba essere una legge costituzionale piuttosto che una legge ordinaria ad istituirla, che è poi il tema centrale dell’articolo 1. Noi ci siamo interrogati a lungo su questo punto e alla fine eravamo arrivati noi stessi alla convinzione che la formulazione corretta dovesse essere quella della legge costituzionale. Lo sottolineo perché eravamo convinti che nel discutere bisognasse in qualche modo venirsi incontro. Quello che oggi mi dispiace è che quel piccolissimo confronto che c’era stato non può essere ripetuto; al suo posto c’è un atto unilaterale e violento come quello della mozione per impedire all’opposizione di presentare le proprie idee. Noi avevamo fatto delle valutazioni proprio nell’ottica di accogliere la proposta della maggioranza sulla legge costituzionale, ritenendola la strada migliore. Un’altra cosa che credo sia opportuno dire riguarda i nostri emendamenti: ne abbiamo depositati di diversi rispetto a quelli consegnati inizialmente nel confronto con la maggioranza. Per esempio, abbiamo tolto quello sulla pubblicità delle sedute della commissione, che noi intendevamo come un atto di totale trasparenza. La maggioranza ci ha fatto presente che poteva essere letto come un tentativo di inquinare le indagini e noi, forse essendo davvero troppo aperti alle loro proposte, lo abbiamo tolto nonostante non fossimo affatto convinti che la pubblicità potesse sviare i lavori. Purtroppo la maggioranza ha scelto ancora una volta il muro contro muro, tirando dritto e impedendo all’opposizione di presentare il proprio progetto, e secondo me questo non è affatto un buon segnale per il futuro.

Gian Matteo Zeppa (Rete): Io cercherò di tenere un tono molto tranquillo, anche se vi assicuro che internamente sono furibondo. Secondo me sto vivendo le stesse dinamiche dei famosi “decreti morte” del governo di Adesso.sm, quando venne convocato un Consiglio di sabato con decreti scritti da qualcun altro. Siamo di fronte a un atto parlamentare che di fatto sancisce una “democratura” da parte della maggioranza con una violenza inaudita. Io non sono quasi mai stato d’accordo con il collega Nicola Renzi, ma questa volta devo esserlo per forza. Vi dovete rendere conto dell’atto che avete compiuto: avete impedito di trovare una quadra nonostante ci fosse stato un intero fine settimana di tempo, ma evidentemente qualcun altro ha imposto di non trovarla. Oggi avete sancito un atto previsto dal regolamento, certo, ma secondo me è un atto molto avventato e violento nei confronti dell’opposizione, a cui non viene data nemmeno la possibilità di parlare. È inutile prenderci in giro dicendo che abbiamo presentato gli emendamenti al progetto della maggioranza. Io vi dico chiaramente di assicurarvi di essere in 39 in aula, perché trattandosi di una legge costituzionale dovete portarvela a casa da soli; il mio voto per questa commissione, fatta con questi crismi e con tutto quello che avete da nascondere, non l’avrete mai. Chiederemo sicuramente la votazione segreta e dovrete assumervi voi tutta la responsabilità di questa scelta e di tutti gli atti pregressi. Se a qualcuno rode perché gli viene detto che si è piegato ai voleri altrui, io dico che ho già vissuto questi momenti anni fa davanti a tutto il Congresso di Stato. Secondo me vi dovreste solamente vergognare di aver presentato una mozione del genere in un regime che dovrebbe essere democratico. Rimediate i 39 voti, perché questa legge ve la votate da soli.

Rossano Fabbri Segretario di Stato: Io intervengo per confermare alla maggioranza l’opportunità di approvare questa mozione d’ordine. Secondo me non si tratta di voler tappare la bocca a qualcuno, ma semplicemente di evitare una ripetizione inutile di argomenti che stiamo già sviscerando da diversi giorni. L’opposizione ha sempre avuto la possibilità di dire la propria e non vedo per quale motivo si debba prolungare ulteriormente il dibattito su argomenti sostanzialmente identici a quelli già trattati. Le posizioni sono chiare e possono essere ulteriormente rappresentate durante la discussione dell’articolo 1. Io mi chiedo fino a quando dobbiamo continuare a tornare sui commi precedenti invece di rimanere sull’oggetto del dibattito attuale. È evidente che l’opposizione avrebbe voluto fare altri due giorni di discussione su posizioni che sarebbero state comunque respinte, tenendo bloccato il Consiglio Grande e Generale inutilmente. Secondo me c’è davvero bisogno di riformulare il regolamento consiliare, perché evidentemente l’approccio dei consiglieri è cambiato rispetto al passato. Abbiamo un regolamento che permette all’opposizione di fare “l’Aventino” su ogni punto e noi siamo costretti ad andare avanti discutendo di questioni già dibattute perché, a differenza di altri ordinamenti democratici europei, non abbiamo strumenti come il voto di fiducia. Lo abbiamo visto durante la finanziaria, dove abbiamo dovuto approvare frettolosamente alcuni vostri emendamenti solo per riuscire a chiudere la sessione, e oggi ci troviamo a doverli rivedere perché creano problemi. Ne abbiamo approvato uno sulle residenze che ha creato delle strutture assurde, con regole diverse in base all’età e al numero di dipendenti che non stanno in piedi. Secondo me la maggioranza cerca di venire incontro all’opposizione, ma io vedo solo strumentalizzazioni, e non solo su un tema importante come la commissione d’inchiesta ma ormai su tutto. Questo non è il clima collaborativo che serve per condurre insieme un Paese. Se questo è l’andazzo, allora io invito la maggioranza a fare la maggioranza, il governo a fare il governo e l’opposizione a fare l’opposizione.

Matteo Rossi (Psd): Io voglio rispondere a quanto ci è stato rimproverato dai colleghi Zeppa e Santi quando hanno detto che qui dentro c’è gente che trema. Secondo me è bene chiarire che noi non tremiamo affatto; abbiamo deciso di istituire questa commissione proprio perché tutti i gruppi politici hanno sentito la necessità di fare chiarezza su questo argomento. Cerchiamo però di riportare il dibattito su un piano civile e di contenuti. Il passaggio della mozione d’ordine era previsto dal regolamento, quindi non siamo affatto in una “democratura” alla Orban o in una dittatura. Diciamo da due anni e mezzo che questo regolamento va cambiato perché mette in difficoltà sia noi che voi, ed è proprio questo il punto cruciale. Io personalmente sono tra quelli che pensano che, nella proposta che è venuta avanti, qualcosa vada riformulato, ma torno a ribadire che non è possibile fare lo stesso dibattito su due leggi praticamente identiche. Nella scorsa sessione consiliare abbiamo dibattuto su tre commi quando la discussione sul primo articolo era già stata superata; secondo me è una situazione davvero inascoltabile. Io spero vivamente che si ritorni al buon senso, come ha auspicato anche il Segretario Fabbri, perché non si può fare l’Aventino tutti i giorni, altrimenti qui non ne usciamo più.

Gian Nicola Berti (Ar): Io vorrei rispondere con sincerità e simpatia al consigliere Gian Matteo Zeppa, facendogli notare che quando un regolamento prevede la mozione d’ordine e la maggioranza decide di esercitare questa funzione, non si può parlare di comportamenti antidemocratici. Semmai, secondo me, è antidemocratico non rispettare la volontà della maggioranza. Per quanto riguarda il consigliere Santi, io penso che sia ora di finirla di prenderci in giro. Noi abbiamo modificato i tempi per l’avvio della commissione proprio per venire incontro alle vostre istanze. I nostri emendamenti non sono altro che un tentativo di mediazione rispetto alla nostra volontà originaria, che resta quella di attendere l’esito della fase inquirente. Siccome voi ci chiedevate di iniziare subito, noi abbiamo anticipato il termine a settembre, nonostante avessimo previsto che le indagini potessero finire entro gennaio. Non c’è alcuna contraddizione in questo; è un tentativo di trovare una posizione comune. Se riuscite a percepirlo bene, altrimenti noi restiamo sull’ipotesi del testo originario. Io non oso pensare cosa succederebbe se dovessimo votare due commissioni d’inchiesta che fanno sostanzialmente le stesse cose quando sappiamo già che la maggioranza la pensa diversamente; vogliamo davvero far fare questi esercizi al Parlamento? Io vi chiedo se questo sia il modo corretto di rispettare le istituzioni.

Matteo Casali (Rf): Io vorrei fare un breve inciso sulla questione della mozione d’ordine, visto che ne hanno parlato tutti. Secondo me quello a cui abbiamo assistito è un passaggio molto grave; esistono dei poteri legittimi scritti nel regolamento che però, probabilmente, non dovrebbero mai essere usati. Non è un caso che i più esperti dicano che questa mozione non sia mai stata utilizzata prima. Prima di arrivare a un estremo del genere bisognava parlarne ancora e magari chiedere alle opposizioni che intenzioni avessero, per esempio se intendessero ritirare la legge dopo aver discusso il primo articolo. Invece si è scelto un atto violento. Sento parlare di un presunto Aventino quotidiano, ma secondo me questa è una narrazione falsa. Se voi percepite il comportamento delle opposizioni in questo anno e mezzo come un Aventino continuo, allora o mentite sapendo di mentire oppure avete una percezione distorta delle cose che mi preoccupa molto. Io non vorrei che ci stessimo infilando in una china pericolosa; all’inizio certe cose sembrano normali perché magari si discute lo stesso argomento, ma poi questo diventa uno strumento che si sdogana e si inizia a utilizzare regolarmente. Mi chiedo quante volte ancora lo vedremo utilizzato e mi auguro sinceramente mai più.

Massimo Andrea Ugolini (Pdcs): Ricordo bene che questo strumento della mozione d’ordine fu utilizzato anche in occasione della legge costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, quindi non è una novità. Al di là di questo, io penso che se la volontà di quest’aula è quella di approvare una legge che istituisce una commissione d’inchiesta, una proposta è stata depositata e la maggioranza ha cercato in ogni modo di trovare una mediazione. Il progetto dell’opposizione è analogo in moltissimi articoli rispetto a quello della maggioranza, quindi le vostre ragioni possono essere tranquillamente discusse all’interno del testo che stiamo analizzando. Le forze politiche hanno avuto ampiamente modo di esporre i propri convincimenti sia in prima lettura che in seconda, e ora lo stiamo facendo articolo per articolo. Secondo me il dibattito consiliare può tranquillamente manifestarsi all’interno di questo progetto di legge, dato che le tematiche sono le stesse. Se vogliamo davvero arrivare all’approvazione della commissione d’inchiesta, allora cerchiamo di andare avanti con l’esame degli articoli e discutiamo dei contenuti.

Fabio Righi (D-ML): Anche l’ultimo intervento dà bene il taglio dell’impostazione che avete scelto: in sostanza ci state dicendo che o votiamo il vostro progetto, oppure tecnicamente la discussione non si fa e si procede comunque come volete voi. Questa è la nostra critica di fondo. Io penso che un simile atteggiamento segni la fine della politica in questo Paese, perché in un’aula parlamentare la regola vorrebbe che si cercasse la mediazione fino all’ultimo momento. Mi viene un po’ da ridere quando dite di aver cercato la mediazione, e credo che rida anche tutta l’opposizione; al di là di un primo incontro finito “a mucchio”, noi abbiamo presentato gli emendamenti in tempi non sospetti proprio per permettere una valutazione e un confronto reale. Invece non abbiamo ricevuto nemmeno una mezza telefonata e ci siamo trovati davanti direttamente alla mozione d’ordine. Sarà anche un atto legittimo, per carità, ma chi sa fare politica avrebbe convocato un tavolo di confronto. Secondo me il tema non è che le elezioni abbiano dato una maggioranza che può fare tutto ciò che le pare; bisogna sempre tener conto dell’opposizione, che è una parte istituzionalizzata del sistema. È per questa ragione che, anche nell’esercizio del governo, si dovrebbero fare confronti preventivi prima di depositare le leggi, sentendo il parere dell’opposizione e dei corpi intermedi. Se la democrazia venisse sempre interpretata come fate voi, ci sarebbe molto da ridire, anche sulla democraticità delle nostre elezioni. L’abbiamo detto tante volte: questo Paese ha mille problemi, inclusa la paura dilagante tra i cittadini di dire anche solo una mezza parola per timore di ritorsioni sul lavoro da parte di certi soggetti e di certa politica. Noi lo abbiamo denunciato spesso e si fa sempre finta di niente. Non venite a parlarci oggi di buon senso e di rispetto delle istituzioni, perché il buon senso l’avete perso completamente. Il rispetto delle istituzioni non consiste nell’usare il regolamento a proprio piacimento, ma nel prendere atto di ciò che sta accadendo e nell’emarginare certi soggetti che agiscono in modo discutibile. Caro Segretario Fabbri, ho inteso le sue parole sulla necessità di un clima di collaborazione per governare, perché l’obiettivo dell’opposizione non è far cadere il governo a ogni costo, ma arrivare alla fine della legislatura collaborando. Ma davanti a quello a cui ci avete messo di fronte, noi ci stiamo ponendo il dubbio se voler ancora collaborare con una maggioranza che sta andando avanti in questa narrazione, perché il rischio, forse, è quello di fare favoreggiamento.

Giovanni Maria Zonzini (Rete): Anche io mi permetto di fare alcune considerazioni sullo svolgimento dei lavori. La maggioranza aveva inizialmente calendarizzato tutti i progetti di legge — quello di Alleanza Riformista, quello dell’opposizione e quello dei gruppi di maggioranza — per l’istituzione della commissione d’inchiesta. Oggi però, a sorpresa, dopo averci chiesto di depositare gli emendamenti venerdì proprio per avere il fine settimana per discuterli, ha presentato una mozione che impedisce di fatto all’opposizione di discutere il proprio progetto. Questo è un fatto che francamente non ricordo da quando sono in Consiglio. Dite che è previsto dal regolamento e quindi è democratico, ma gli strumenti legali di una democrazia non sono intrinsecamente democratici o autoritari; dipende molto dall’uso che se ne fa. Pensiamo al fascismo: in larga parte non creò un sistema legale repressivo nuovo, ma utilizzò gli strumenti già esistenti nel regime liberale per reprimere le opposizioni e svuotare le istituzioni dall’interno. L’utilizzo di una misura prevista da un ordinamento democratico non promana necessariamente da uno spirito democratico; le norme possono essere sovvertite dall’interno. Questo è uno dei pericoli più grandi per le democrazie europee in questo momento, non solo a San Marino. Siamo arrivati a usare uno strumento per impedire all’opposizione di discutere il proprio progetto di legge, un fatto che trovo politicamente molto grave, specialmente perché non stavamo facendo ostruzionismo. Penso che questo comportamento sia sintomatico del declino della democrazia; del resto, la democrazia è un’esperienza recente e non c’è motivo di pensare che duri per sempre nel grande corso della storia. Anche il riferimento al regolamento consiliare, che non sarebbe più adatto ai tempi, mi sembra fuori luogo: è stato fatto solo cinque anni fa da una maggioranza di 44 consiglieri, proprio come quella di oggi. Ora volete cambiarlo ancora in ottica restrittiva, per non dire repressiva, comprimendo il diritto di espressione delle opposizioni in seno al Consiglio. Oggi lo avete attuato plasticamente con questa mozione. Avete i numeri e comandate pure, ma evitate di cantare “O partigiano portami via” il 25 aprile; forse qualcuno qui farebbe meglio a iniziare a imparare le strofe di “Giovinezza”, perché secondo me siete su quella strada.

Manuel Ciavatta (Pdcs): È davvero difficile non rispondere a chi ci accusa di mancanza di democrazia e di usare un dispositivo di legge che non sarebbe mai stato utilizzato. In realtà è stato usato proprio qualche anno fa dall’opposizione per bloccare la legge sull’ordinamento giudiziario del 2020. Quello che non era mai successo prima della scorsa sessione consiliare, e che ci ha spinto a presentare questa mozione, è che un’opposizione continuasse ad andare avanti con l’articolato per puro ostruzionismo anche dopo la bocciatura del primo articolo, come è accaduto per la commissione d’inchiesta sul caso del pedofilo. In quel caso è stato un chiaro tentativo di far perdere tempo. Questa volta la maggioranza, onde evitare che succeda la stessa cosa, ha compiuto un atto preventivo. Se avessi potuto, avrei fatto volentieri la lettura del primo articolo, la bocciatura dell’istituzione della commissione proposta dall’opposizione e poi la mozione d’ordine se foste andati avanti come l’altra volta; siccome non è possibile, abbiamo dovuto agire anticipatamente. Lascio alla cittadinanza decidere chi sia democratico e chi no, ma sicuramente non potevamo permettere che si restasse qui a perdere tempo o che la votazione della commissione venisse bloccata per mettere la maggioranza in condizione di venire a patti a tutti i costi. Commissario Righi, chi è capace di far politica gli accordi li fa prima, invece di andare avanti per forza con lo scontro. La maggioranza vi ha proposto tre emendamenti sulla base delle vostre richieste, e so che a qualcuno dell’opposizione andavano anche bene. Ma siccome non bastavano perché volevate a tutti i costi la commissione paritetica, allora la maggioranza ha risposto in questa maniera. Avevamo invitato l’opposizione a Palazzo Pubblico per parlare sia degli emendamenti che del regolamento, ma mi è stato riferito che l’opposizione si è alzata e se n’è andata. Non si è voluto parlare di questi temi e questo, secondo me, è il dato reale.

Mirko Dolcini (D-ML): La richiesta della mozione d’ordine non rappresenta una violazione tecnica del regolamento, ma è il gesto in sé, il principio, a costituire un attentato alla dignità dell’opposizione. Finora abbiamo chiesto trasparenza e pariteticità, eppure la maggioranza risponde con arroganza istituzionale invece di tendere una mano. Esiste la cortesia istituzionale e poi esiste l’arroganza, e quella che state mettendo in campo è chiaramente la seconda. Se stessimo facendo un ostruzionismo estremo, il vostro comportamento sarebbe forse comprensibile, pur non essendo giustificabile; ma in assenza di ostruzionismo da parte nostra, non è nemmeno comprensibile. Il progetto di legge dell’opposizione doveva rimanere in discussione per essere votato; magari non sarebbe passato, visto il vostro atteggiamento, ma anche soltanto un voto favorevole tra le fila della maggioranza sarebbe stato un segnale importante. Invece continuate su una linea che è giusto definire antidemocratica. A questo punto mi chiedo: perché allora votare anche il progetto di legge di maggioranza? Tanto passa comunque. Visto che volete fare un nuovo regolamento consiliare superando la commissione preposta, potreste direttamente stabilire che gli emendamenti dell’opposizione non servono a nulla, tanto si presume che non passino. Diamoci un colpo di spugna e via. Mi sarei aspettato quantomeno un ufficio di presidenza per dare dignità alla discussione e permettere alle Loro Eccellenze di esprimere un parere, invece nulla. Secondo me questi sono tempi di decadenza istituzionale.

Gian Nicola Berti (Ar): Credo che nulla di quanto emerso in questo dibattito abbia realmente a che fare con l’articolo 1, quindi restiamo semplicemente sulla nostra scelta originaria. Dal nostro punto di vista, la formulazione dell’articolo 1 che istituisce la commissione è corretta così come è stata predisposta dalla maggioranza.

Enrico Carattoni (Rf): Io non ho capito perché la formulazione proposta dalla maggioranza dovrebbe essere migliore, ma del resto sono molte le cose che non ho capito in questa seduta. Gli interventi dei colleghi Gian Nicola Berti e Manuel Ciavatta mi spingono a una riflessione: se in quest’aula tendiamo continuamente a svuotare di contenuto la forma, rischiamo grosso. La politica ha un aspetto rituale e solenne fondamentale, fatto di iniziative e passaggi formali. Se continuiamo a voler svuotare di significato ogni passaggio istituzionale e parlamentare, che senso ha essere convocati per votare delle leggi se tanto poi ci sentiamo dire che conta solo il volere della maggioranza? Sappiamo bene che la maggioranza vuole approvare la commissione con le proprie modalità e sappiamo che non c’è la volontà di fare assoluta chiarezza, ma noi ci proviamo comunque. L’idea di seguire persone che dicono “siamo democratici, ma non vi facciamo parlare e non vi facciamo presentare il progetto perché avete fatto i birichini nelle scorse sessioni” è inaccettabile. Ci venite a dire che tanto non cambia nulla perché siete la maggioranza e che abbiamo la pretesa di parlare facendovi perdere tempo. Se questa è la china che stiamo prendendo, con la pace compiaciuta di qualche consigliere e di qualche Segretario di Stato, credo che sia davvero una bruttissima strada.

L’emendamento modificativo dell’opposizione è respinto a maggioranza.

L’articolo 1 è approvato a maggioranza.

Articolo 2 – Nomina e Composizione

Emendamento modificativo della maggioranza – Emendamento modificativo dell’opposizione – Emendamento modificativo in subordine dell’opposizione – Emendamento modificativo di Domani-Motus Liberi

Gian Nicola Berti (Ar): La commissione è composta da otto consiglieri: cinque indicati dalla maggioranza e tre dall’opposizione, nominati con la maggioranza assoluta del Consiglio Grande e Generale. Il secondo comma stabilisce le incompatibilità: non possono far parte della commissione i consiglieri in conflitto di interessi, ai sensi del codice di condotta, o che abbiano avuto rapporti di lavoro incompatibili con le finalità della commissione. Sono inoltre esclusi i dipendenti o i componenti dei consigli direttivi e di amministrazione di Banca Centrale o di istituti bancari e finanziari. Infine, l’esclusione riguarda anche i membri del Congresso di Stato che hanno partecipato al Comitato per il Credito e il Risparmio. Su questo articolo presentiamo due emendamenti di maggioranza per modificare le date di riferimento: sia alla lettera B che alla lettera C, il termine del primo gennaio 1999 verrebbe sostituito con il primo gennaio 2016. Spero che l’articolo e le modifiche proposte siano chiari per l’aula.

Enrico Carattoni (Rf): Illustro gli emendamenti dell’opposizione all’articolo 2, inclusa la nostra proposta in subordine. Il nostro emendamento principale prevede che la commissione, in deroga alle norme ordinarie, sia composta pariteticamente da dodici membri: sei designati dalla maggioranza e sei dall’opposizione. Abbiamo sempre rivendicato con forza la pariteticità ed è qui che dobbiamo discuterne. Nel 2019 la pariteticità andava bene e oggi no; Manuel Ciavatta sostiene che sia perché oggi il tribunale “ci soddisfa”, mentre Luca Lazzari parla di un clima politico diverso, come se la pariteticità dipendesse dal clima del momento. Eppure la scorsa commissione fu fatta con una maggioranza di 44 consiglieri, esattamente come oggi. Prevediamo inoltre incompatibilità per chi ha avuto rapporti professionali con Banca di San Marino o Ente Cassa di Faetano, e per chi è stato amministratore di istituti bancari, includendo esplicitamente i membri del collegio sindacale. Proponiamo anche di escludere i soci dell’Ente Cassa e i membri del CCR della XXXI legislatura. Non capisco perché inizialmente fosse stata inserita la data del 1999, una roba da Millennium Bug, allucinante. Ora la correggete al 2016, ma ci si chiede comunque il perché di questa scelta. La cosa più incredibile è che sono stati tolti i sindaci revisori dalle incompatibilità: questo mi sembra un abito sartoriale cucito su misura per escludere qualcuno e permettere ad altri di entrare. Pensate davvero che l’opposizione sia fatta di allocchi che validano qualsiasi schifezza? Più se ne parla e più il messaggio arriva alle persone a casa, ed è per questo che cercate di mettere tutto sotto al tappeto. Per evitare le solite scuse, e mi rivolgo specialmente a Libera e al PSD, abbiamo presentato un emendamento in subordine identico a quello della maggioranza, mantenendo i vostri numeri e le vostre incompatibilità per il CCR, ma chiedendo di reinserire l’esclusione per i sindaci revisori. Se c’è un minimo di buona fede, mi auguro che lo possiate votare.

Fabio Righi (D-ML): Nello specifico, la nostra proposta prevede che non possano far parte della commissione d’inchiesta i consiglieri che ricoprono incarichi nella direzione o nel consiglio centrale del Partito Democratico Cristiano Sammarinese; inoltre, devono essere esclusi anche i consiglieri del gruppo consiliare del PDCS che abbiano rapporti di parentela con i componenti del consiglio di amministrazione dell’Ente Cassa di Faetano in carica al tempo dei fatti, così come i consiglieri che hanno prestato o prestano la propria attività lavorativa presso le Segreterie di Stato per gli Affari Esteri e per le Finanze, o nei relativi dipartimenti, durante la XXX e la XXXI legislatura. Noi ci siamo semplicemente limitati a seguire l’impostazione che è stata proposta dalla maggioranza: nel momento in cui si decide che la commissione non deve essere paritetica e viene fatta un’indicazione delle incompatibilità che sembra voler individuare con precisione chi può partecipare e chi no, arrivando addirittura a prevedere l’esclusione di chi è stato nei consigli di amministrazione degli istituti bancari dieci anni fa, allora riteniamo che per coerenza debba esserci l’incompatibilità per coloro che si ritroverebbero a giudicare amici e parenti. Questa è, secondo me, la ragione minima di un emendamento che può anche apparire provocatorio, ma lo è nella misura in cui la presentazione del progetto di legge della maggioranza non fa mistero del fatto che si voglia andare a colpire scientificamente l’uno o l’altro. Io lo ribadisco con forza: se ritenete incompatibile un soggetto che è stato in un consiglio di amministrazione dieci anni fa, come può essere considerato compatibile chi deve giudicare fatti che riguardano amici e parenti stretti di una specifica forza politica? Lo dicono le carte, non lo diciamo noi, e c’è un conflitto di interessi grosso come una casa. È evidente che, se vengono mantenute certe incompatibilità che dal nostro punto di vista sono assurde per quello che deve indagare una commissione politica, allora è giusto che ci sia anche questo aspetto. Facciamo i nomi per essere chiari: il collega Nicola Renzi sarebbe escluso perché è stato nel CCR dieci anni fa, io lo sarei perché ci sono stato tre anni fa — periodo in cui vi assicuro che non si è mai parlato di Bulgari — e invece i componenti della forza politica che hanno legami diretti con i soggetti citati negli atti dovrebbero giudicare con una proporzionalità che pende tutta a loro favore. Ci sembra di essere semplicemente coerenti con l’impostazione che avete scelto: da una parte vi tenete le mani libere per avere una certa maggioranza in commissione e dall’altra usate le incompatibilità per far fuori gli avversari politici o alcuni soggetti dell’opposizione. State facendo una sperequazione incomprensibile tra consigli di amministrazione e collegi sindacali; secondo me chi va a braccetto con i soggetti che potenzialmente potrebbero essere oggetto dell’indagine non può e non deve far parte della commissione.

Nicola Renzi (Rf): Voglio iniziare affrontando il primo grande tema, che è quello della pariteticità. Abbiamo già discusso molto di questo aspetto e dobbiamo registrare un dato di fatto: c’è una maggioranza, guidata da un partito specifico, che dopo almeno due o tre commissioni d’inchiesta consecutive che si sono svolte in modo paritetico — cioè con lo stesso numero di membri tra maggioranza e opposizione — decide oggi che dobbiamo tornare alla formulazione proporzionale. Questa è una scelta di cui vi assumete la piena responsabilità davanti ai cittadini; dovrete spiegare perché qui, a differenza dei casi Cassa di Risparmio, CIS o Fincapital, avete deciso che la maggioranza deve per forza avere il controllo numerico della commissione. Secondo me è una scelta assolutamente legittima, per carità, ma politicamente è molto sconveniente e credo proprio che ve ne pentirete, perché non riuscirete a giustificarla alla cittadinanza, che ha capito benissimo che si sta facendo qualcosa di diverso rispetto al passato per tutelare un interesse specifico. Ma veniamo al secondo punto, che è quello che dimostra la totale malafede e l’arroganza del potere: le incompatibilità. Faccio un ragionamento che mi riguarda personalmente e che riguarda la mia forza politica: se ritenete che sia incompatibile chi è stato nel CCR nel 2016 o nel 2017 — anni in cui io non ho mai nemmeno sentito nominare i bulgari e non li ho mai incontrati — io posso anche seguirvi in questo ragionamento, pur non comprendendolo. Però, secondo me, dovete spiegarci con che faccia venite a dirci che una persona che è stata nel collegio sindacale della Banca di San Marino proprio nel 2016 e nel 2017 non sia invece incompatibile, quando per Cassa di Risparmio, Fincapital e CIS è stato previsto l’esatto contrario. Voi continuate a difendere l’indifendibile. Abbiamo sentito qualche timido ragionamento di apertura e vedremo se si concretizzerà, ma intanto noi vi abbiamo dato lo strumento depositando un emendamento che è identico al vostro: comprende tutte le incompatibilità che volete voi, ma aggiunge giustamente anche i collegi sindacali, proprio come è stato fatto in passato. Se non volete accettarlo è perché evidentemente c’è qualche consigliere che vuole fregarsene dei conflitti di interessi e la maggioranza, con il suo strapotere, gli consente di farlo. In questo modo state mandando completamente a rotoli la commissione d’inchiesta fin dal suo insediamento e io chiederò seriamente alla mia forza politica di valutare se partecipare o meno a questi lavori.

Rossano Fabbri Segretario di Stato: Intervengo molto brevemente perché prima ho parlato di una chiara mancanza di fiducia che si è palesata tra le forze di maggioranza e di opposizione. Non spetta a me difendere un partito o l’altro, però, consigliere Righi, ho avuto modo di leggere il vostro emendamento e devo dire che chiedere di inserire un’incompatibilità basata sull’appartenenza a un gruppo o sull’essere membri della direzione di un partito mi sembra un atto molto grave. Secondo me un emendamento del genere vi mette nelle condizioni di essere tacciati come coloro che hanno già scritto la sentenza ancora prima di iniziare; è proprio su questo che si è cristallizzata una diversità di vedute che sta esasperando gli animi in quest’aula. Invece, rispetto a quello che lei diceva, secondo me sarebbe molto interessante se l’aula chiarisse che, al di là dell’appartenenza politica, chiunque sia citato negli atti non possa far parte della commissione. Ci sono tanti consiglieri, sia di maggioranza che di opposizione, che sono menzionati in quei documenti: qualcuno è stato chiamato come testimone, qualcun altro viene citato per aver sostenuto una certa linea o quella opposta. La cittadinanza si aspetta imparzialità dal lavoro della commissione, che tra l’altro non riguarda la banca ma l’ente; perciò è fondamentale conservare un’imparzialità che non sia solo concreta, ma anche apparente. Chi viene citato negli atti — e parliamo di una buona metà dell’aula — non dovrebbe essere chiamato a giudicare, perché l’apparenza serve a dare credibilità a una commissione che, è vero, non è paritetica ma è composta da otto membri, cinque della maggioranza e tre dell’opposizione. Io mi auguro davvero di non vedere nominati dai partiti dei membri che risultano citati in quegli atti.

Massimo Andrea Ugolini (Pdcs): Penso che l’emendamento depositato dalla forza politica Domani Motus Liberi non sia affatto rispettoso delle istituzioni; come ha detto bene il Segretario Rossano Fabbri, si va a fare un emendamento “ad personam” contro una specifica forza politica e non credo che questo sia il massimo del rispetto istituzionale, specialmente dopo che lo avete richiamato voi stessi pochi secondi fa. In merito ai nostri emendamenti, noi abbiamo individuato la data del primo gennaio 2016, spostandola rispetto a quella originaria del 1999, semplicemente perché abbiamo introdotto una modifica alle finalità della commissione, che dovrà indagare a partire dall’arrivo del gruppo bulgaro nella Repubblica di San Marino. Siccome non abbiamo una data certa e specifica rispetto a questo arrivo, è plausibile che la commissione debba andare a lavorare a ritroso e quindi avrà bisogno di analizzare gli anni precedenti. Se però si vuole fare una battaglia a tutti i costi su chi entra e chi non entra, per noi non è un problema: se volete mettere il primo gennaio 2020 invece del 2016, noi siamo disponibili a valutarlo, perché non è questo il tema. La ratio del nostro emendamento è nata dal confronto che c’è stato anche con voi, perché era un’esigenza comune quella di indagare non solo sul cosiddetto “piano parallelo”, ma fin dal momento in cui il gruppo bulgaro si è affacciato alla nostra Repubblica. Non avendo date certe, abbiamo messo un lasso temporale di dieci anni, ma ribadisco che da parte della maggioranza c’è piena disponibilità a discutere queste date.

Fabio Righi (D-ML): Secondo me è davvero singolare quest’ultimo intervento, perché in pratica ci state dicendo: “togliamo dal mirino Nicola Renzi, ma lasciamo l’incompatibilità per Domani Motus Liberi solo perché ha presentato un emendamento che non vi piace”. Io l’ho detto chiaramente che si tratta di un emendamento provocatorio, ma bisogna leggere bene cosa abbiamo scritto: non vogliamo escludere una forza politica in quanto tale, ma parliamo di tutti coloro che ricoprono ruoli negli organi direttivi perché i soggetti citati negli atti sono iscritti o direttamente connessi a quelle cariche. Secondo me c’è un conflitto di interessi enorme: vi immaginate se nel giudizio ci fosse un soggetto che va a braccetto nelle riunioni di direzione del partito con i potenziali indagati? Sarebbe portato a tutelare il proprio compagno di partito e questo getta un’ombra sulla credibilità della commissione. Quindi non è solo l’appartenenza, ma il ruolo nella direzione, nel consiglio centrale o l’aver lavorato a stretto contatto con le Segreterie coinvolte. Detto questo, siccome trovo condivisibile quanto detto dal Segretario Rossano Fabbri, c’è la piena disponibilità a modificare l’emendamento specificando che non possano far parte della commissione tutti coloro che sono citati all’interno degli atti o che siano ad essi connessi. Mi sembra il minimo sindacale rispetto all’impostazione che avete deciso di dare. Per il resto riconfermiamo la nostra posizione: noi siamo dell’idea di eliminare le incompatibilità per i membri del CCR che non fanno parte di questa legislatura. Nel mio CCR non si è mai parlato dei bulgari e la parola non è mai apparsa; Nicola Renzi ha detto la stessa cosa per il 2016. Se il perimetro è indagare su quando sono arrivati i bulgari, l’incompatibilità dovrebbe restare solo per il CCR della trentunesima legislatura, perché nella trentesima non c’è traccia di questo tema. Infine, se vogliamo essere logici, dobbiamo inserire l’incompatibilità per i collegi sindacali: se escludete i consigli di amministrazione non potete tenere dentro i sindaci, altrimenti la legge è sbilanciata. O li escludiamo entrambi o li teniamo entrambi.

Gian Nicola Berti (Ar): Io non so fino a che punto il consigliere Righi voglia insistere con un emendamento del genere, ma vorrei far notare che è gravemente scorretto e discriminatorio. Escludere una forza politica dalla possibilità di esercitare gli stessi diritti di tutte le altre è chiaramente contrario ai nostri principi costituzionali. Mi chiedo allora perché non dovremmo mettere in emendamento anche Domani Motus Liberi; se gli avversari di una forza politica decidono di escludere l’altra da un contesto dove avrebbe diritto di stare al pari di chiunque altro, allora non stiamo partendo con il piede giusto. Anzi, mi verrebbe da dire che forse è vero l’esatto contrario: lei parla di conflitti di interessi della Democrazia Cristiana, ma consideri anche il suo conflitto di interessi reale nel cercare di escludere un concorrente politico. Se questo è il ragionamento, allora siamo tutti in conflitto di interessi l’uno rispetto all’altro e saremmo tutti incompatibili; secondo me questo è un emendamento che non dovrebbe nemmeno esistere in un paese democratico. Per quanto riguarda la mia posizione personale come sindaco in Banca di San Marino nel 2017-2018, io posso dire che all’epoca non si parlava nemmeno della possibilità di rivendita della banca; ma se questo deve essere un problema, io mi faccio volentieri da parte perché non ho alcuna ambizione di far parte della commissione. Dobbiamo però chiederci quali siano le logiche dei conflitti di interessi: se parliamo di chi è citato negli atti, bisognerebbe dircelo oggi chi sono queste persone. Secondo me l’unico vero criterio da mantenere è quello della sussistenza del conflitto di interessi per aver avuto un ruolo effettivo nella vicenda, rimettendosi alla correttezza di ciascuno nel rispettare il codice di condotta; dovremmo fare regole generali più semplici invece di arrampicarci sugli specchi nel ricercare i conflitti altrui.

Sara Conti (Rf): Secondo me la situazione è molto semplice ed è inutile tirare fuori date che sembrano i numeri della lotteria: prima il 1999, poi il 2000, ora il 2016. Se la logica è far fuori noi per far fuori anche gli altri, allora ditelo chiaramente. Segretario Fabbri, sentirle dire al microfono che ci sono “tanti consiglieri di opposizione citati negli atti” mi sembra un’affermazione gravissima e non so se possa essere accettata in quest’aula. Se volete escluderci tutti, va benissimo, fatela pure da soli la commissione d’inchiesta, però dovete ammettere che allora vanno esclusi anche i membri dei collegi sindacali della banca, perché questo è il punto centrale. Noi vi abbiamo ripresentato un emendamento identico al vostro, accettando le vostre riflessioni sulle incompatibilità, ma vi chiediamo di ragionare seriamente sul fatto che chi è stato nel collegio sindacale dal gennaio 2016 debba essere incompatibile tanto quanto chi è stato nel CCR o nel Congresso di Stato. Lasciamo perdere le illazioni, perché il livello mi sembra molto basso e stiamo partendo davvero con il piede sbagliato. Secondo me lavorare in commissione significa togliersi la casacca, ma se partiamo con un Segretario di Stato che parla in questo modo dei consiglieri di opposizione, allora siamo fuori strada. I fatti oggettivi sono ben altri e quelli che non volevano istituire la commissione non siamo certo noi. Se vogliamo essere responsabili e coerenti, dovete considerare seriamente questa nostra piccola aggiunta sui collegi sindacali.

Gerardo Giovagnoli (Psd): Vorrei soltanto segnalare che nelle leggi istitutive delle due precedenti commissioni d’inchiesta l’incompatibilità per i sindaci revisori non era prevista; quindi, sostenere il contrario è una falsità. La scrittura iniziale di questa legge riprendeva pedissequamente le formulazioni dell’ultima commissione d’inchiesta. Io invito l’opposizione a ragionare su quanto proposto dal consigliere Ugolini: oggi non stiamo votando i nomi dei commissari, ma stiamo scrivendo la legge. Secondo me è meglio, semmai, togliere un’incompatibilità se viene ritenuta punitiva verso una persona specifica, piuttosto che aggiungerne un’altra solo per simmetria.

Emanuele Santi (Rete): Io leggo un passaggio preciso del progetto di legge depositato da Alleanza Riformista il 18 febbraio scorso: “La commissione, in deroga alle norme sulla composizione delle commissioni consiliari permanenti, è composta da dieci consiglieri, cinque indicati dalla maggioranza e cinque indicati dall’opposizione”. Collega Berti, io questo progetto l’avevo apprezzato perché lei è stato con me nella commissione antimafia fino a poche settimane fa e sa bene quali siano le dinamiche che si creano in questi organismi, siano essi parlamentari o paritetici. Se lei aveva scritto inizialmente che la commissione doveva essere paritetica, allora io le chiedo: come mai ha cambiato idea? Secondo me anche lei ha dovuto piegare la testa ai voleri della Democrazia Cristiana. Sulle incompatibilità è palese che il progetto iniziale puntasse scientificamente a colpire alcuni membri dell’opposizione per escluderli dai lavori. Ora cercate di metterci una pezza partendo dal 2016, ma non cambia nulla perché i membri di RF e il collega Righi rimangono comunque esclusi. Noi dobbiamo fare una commissione sull’affare bulgaro, che è una vicenda nata in questa legislatura; che senso ha mettere paletti che risalgono al 1999 o al 2002? Non c’entravano nulla. Nella scorsa legislatura aveva senso andare indietro di vent’anni perché si indagava sulle origini delle banche, ma qui i paletti sono mirati per colpire esponenti precisi. E poi, dobbiamo essere oggettivi: com’è possibile che un membro del consiglio di amministrazione debba essere escluso e uno del collegio sindacale no? Forse abbiamo sbagliato nelle altre commissioni, ma il collegio sindacale ha poteri di controllo enormi e, se il gruppo bulgaro si è affacciato in quegli anni, i sindaci hanno dovuto giudicare la bontà di certe operazioni. Io non voglio chiamare in causa nessuno personalmente, ma secondo me non è accettabile che la maggioranza decida chi possa far parte della commissione per conto dell’opposizione. Valutate bene la questione dei collegi sindacali perché hanno le stesse responsabilità dei consigli di amministrazione.

Matteo Rossi (Psd): Sarò davvero brevissimo perché voglio solo sottolineare un aspetto fondamentale: la legge che stiamo proponendo non va assolutamente a modificare la questione dei collegi sindacali rispetto a quanto era stato previsto per la commissione d’inchiesta sul caso CIS. Secondo me è necessario fare questo chiarimento, come del resto stanno già facendo diversi altri colleghi, proprio per spegnere sul nascere quelle che mi sembrano le polemiche e gli strali dell’opposizione. Su questo tema, che io considero importantissimo e che abbiamo toccato a più riprese durante il dibattito generale insieme ad alcuni colleghi di Libera e al collega Massimo Andrea Ugolini, voglio essere chiaro: noi non abbiamo alcuna intenzione di far sì che questo dibattito diventi uno strumento per escludere qualcuno. Proprio per questo motivo, la proposta che come gruppi di maggioranza ci siamo sentiti di fare ai banchi dell’opposizione proprio in questi minuti è stata quella di estendere il termine al 2020 come punto di caduta per la permanenza nel CCR. Ci rendiamo conto perfettamente che in questo contesto il collega Righi, che faceva parte del CCR in un periodo precedente, non verrebbe compreso, ma io penso che da qualche parte si debba pur cominciare a indagare, quindi da quel punto di vista ci dispiace. Tuttavia, lo ripeto, proprio per evitare ogni tipo di speculazione e allontanare l’idea che si voglia escludere qualcuno intenzionalmente, abbiamo avanzato questa proposta e ora vedremo se l’opposizione intenderà valutarla seriamente.

Gaetano Troina (D-ML): Io spero sinceramente che le parole del collega Rossi fossero solo uno scherzo, perché sentire dire che “da qualche parte bisogna pur indagare” per giustificare l’esclusione di Fabio Righi è qualcosa di veramente incredibile. Per quanto riguarda il nostro emendamento, come abbiamo già spiegato sia io che lo stesso Righi, è evidente che si tratta di una provocazione, ma è una provocazione necessaria perché questa presunta disponibilità della maggioranza dimostra esattamente il contrario di quello che dicono. Io, onestamente, dopo le aperture che erano state fatte durante il dibattito generale, mi sarei aspettato che ci si potesse sedere tutti attorno a un tavolo per discutere insieme su come scrivere l’articolo; invece l’unica apertura che arriva dalla maggioranza è quella di dire “arriviamo al 2020 così escludiamo Righi”. Se questa è la loro idea di apertura, allora secondo me la nostra provocazione deve rimanere ferma; se però ci fosse davvero la volontà di recepire, in sostituzione di questo testo, la proposta fatta dal Segretario Fabbri di escludere dalla commissione chiunque risulti menzionato per aver avuto una partecipazione nelle trattative, allora noi siamo assolutamente disponibili. Ci sembra una proposta di buon senso e saremmo pronti a riscrivere e ridepositare il testo, perché sarebbe comunque un miglioramento rispetto al progetto della maggioranza. Ma la verità, signori, è che con questo giochino di spostare continuamente le date e inserire una condizione piuttosto che un’altra, state solo cercando di far entrare chi avete già deciso a tavolino; è palese che volete decidere chi debba far parte della commissione d’inchiesta e chi no. Chi ci ascolta da casa lo capisce benissimo che state spostando le date in base a chi volete dentro e a chi volete tenere fuori. Secondo me tutto questo è inaccettabile, è una mancanza di rispetto immensa nei confronti di un’opposizione che si era resa disponibile fin da subito. Quindi, se siete disposti a fermare un attimo i lavori per ragionare sulle incompatibilità in modo serio, responsabile e sensato, noi siamo qui, tutte le forze di opposizione unite. Non vogliamo regalini o dispetti fatti per spaccare lo schieramento avversario, perché questo progetto, per come lo avete studiato, ve lo siete costruito su misura proprio come un abito, e anche le incompatibilità le avete fatte sartoriali. Su fatti gravi come questi, un simile atteggiamento non è ammissibile; se siete seri, fermiamoci e parliamone, altrimenti andate pure avanti ma non aspettatevi minimamente la nostra condivisione.

Antonella Mularoni (Rf): Io trovo che la situazione che si è venuta a creare sia assolutamente paradossale, perché a forza di voler mettere toppe si finisce per non riuscire a sistemare nulla. La prima proposta prevedeva l’incompatibilità a partire dall’anno 1999 e ci è stato detto che era perché in altre commissioni d’inchiesta quella era stata la data di partenza; secondo me, però, bisogna sempre vedere qual è l’oggetto dell’indagine. In alcuni casi storici era necessario andare così indietro nel tempo, ma in questa vicenda, che è decisamente recente, mi sembra non abbia alcun senso. Pensate che nel 1999 il collega Menicucci non era nemmeno nato, e probabilmente non erano nati nemmeno altri consiglieri seduti oggi in quest’aula. Io mi chiedo davvero con quale criterio facciate certe scelte di politica legislativa, perché questa è una preoccupazione che sento molto forte. Dopodiché avete alzato l’asticella, ma nell’emendamento di oggi pomeriggio la finalità che vi siete prefissati emerge chiaramente: volete decidere voi chi dell’opposizione possa entrare o meno nella commissione d’inchiesta, cercando di escludere i due capigruppo dei partiti di minoranza più grandi. Qualcuno prima di me ha detto che gli va bene, ma a me non sta bene per niente, perché non è una cosa comprensibile sul piano democratico. Le vostre scelte sono completamente prive di logica: voi stessi in questi mesi ci avete ripetuto che dei bulgari si parla solo da pochi anni, e allora perché volete far scattare l’esclusione dal 2016? Fatecelo capire. Forse vi siete resi conto che anche il 2016 è difficile da spiegare e allora alzate ancora un po’ il tiro arrivando al 2020, così potete presentare meglio all’opinione pubblica il fatto che il consigliere Gian Nicola Berti, nonostante sia stato nel collegio sindacale proprio negli anni 2017-2018, possa invece far parte della commissione. Secondo me è evidente che sono tutte scelte adottate “a personam” o “contra personam”. Io voglio rassicurare il Segretario Fabbri che alla fine le nomine le fate comunque voi come maggioranza, quindi di cosa vi preoccupate? Dovreste semmai preoccuparvi di scegliere bene le persone al vostro interno. Abbiamo già visto come funziona con Andrea Zafferani, che è stato escluso dall’Autorità Garante perché così avete deciso voi. Decidete tutto voi, ormai anche chi debba rappresentare l’opposizione negli organi istituzionali, e lo state facendo anche questa volta senza vergognarvi minimamente dei rapporti istituzionali. Lo sappiamo che avete i numeri, siete in 44, ma io credo che tra maggioranza e opposizione debba esserci rispetto, e non potete fare scelte finalizzate solo a escludere le persone che non vi piacciono o che vi fanno paura. Sarà davvero difficile spiegare tutto questo alla popolazione.

Iro Belluzzi (Libera): Io intendo riproporre quello che ha già esposto il collega Matteo Rossi, indicando come punto di caduta il 2020. Penso che così, collega Antonella Mularoni, forse riusciamo a comprenderci e a capire perché vengano scelte certe date. Se è vero che gli investitori bulgari si sono avvicinati al nostro territorio tra il 2023 e il 2024, allora parliamo della scorsa legislatura; perciò, secondo me, è assolutamente logico che chi era membro del CCR nella vecchia legislatura, quella che va dal 2019 al 2024, e che magari oggi è ancora in maggioranza o al governo, non debba avere accesso alla commissione d’inchiesta. C’è una ragione reale e una motivazione di fondo in quello che proponiamo, non c’è affatto la volontà di eliminare un soggetto rispetto a un altro o di spaccare l’opposizione. Noi cerchiamo di dare un senso e una logica alle proposte che facciamo. Non so se valga la pena fermare i lavori per verificare se si possa inserire o modificare l’emendamento in questo senso; se c’è l’opportunità bene, altrimenti proseguiamo e vedremo quale sarà l’esito. Mi dispiace però assistere a questo dibattito che a tratti mi sembra sterile, perché fa perdere credibilità anche a chi porta avanti una battaglia in cui magari crede; essere sempre pretestuosi su ogni singola apertura, o sulla ricerca di una norma che possa funzionare meglio come garanzia, secondo me non porta a nulla. Noi cerchiamo solo di costruire delle soluzioni che abbiano un senso compiuto.

Matteo Casali (Rf): Io faccio l’ultima chiamata sulla questione della commissione paritetica. La pariteticità è una soluzione naturale, percepita come tale dalla totalità dell’aula e, credo, anche dalla totalità della popolazione. Lo sanno tutti, e lo sa benissimo anche Alleanza Riformista, visto che nel suo progetto di legge originale la proponeva espressamente; secondo me averla proposta era un merito del consigliere Gian Nicola Berti, mentre è una colpa essersela rimangiata oggi. Tutti sanno che è la Democrazia Cristiana a volere una commissione non paritetica perché vuole entrarci blindata, con l’elmetto, perché vuole a tutti i costi la “Golden Share”. E quando il potere cerca questo tipo di controllo totale, lo fa perché intende usarlo. Poi assistiamo alla contraddizione di sentir parlare di “patto fra galantuomini”: io mi chiedo se vi rendiate conto che, senza la pariteticità, quel patto lo state inficiando alla base già in partenza. Abbiamo nelle mani il destino degli esiti di questa commissione e io vi chiedo, per favore, di non buttarlo via. Se nessuno ha niente da temere, allora dobbiamo seguire la linea delle ultime commissioni d’inchiesta; il patto fra galantuomini deve partire oggi, nel momento della scelta delle regole, e non solo dopo che avremo nominato i membri. Sulle incompatibilità “sartoriali” diciamolo chiaramente: avete voluto escludere persone precise. Io non credo affatto che l’esclusione dei collegi sindacali sia stata una dimenticanza; secondo me è stata un’operazione voluta per fare “cherry picking”, selezionando chi sì e chi no tra i commissari. Anzi, il Segretario Rossano Fabbri ha persino alzato il tiro dicendo che dovrebbero restare fuori tutti i citati nelle intercettazioni, il che escluderebbe già parecchi membri della minoranza. Se questo scrupolo di apparire imparziali l’avessero avuto certi suoi colleghi di governo, che invece di andare nei consigli di amministrazione o scrivere certe lettere avessero avuto più cautela, forse oggi l’affare bulgaro non esisterebbe nemmeno. Per favore, fermiamo i lavori, prendiamoci del tempo e discutiamo seriamente delle varie proposte che sono emerse, perché abbiamo in mano l’esito di questo lavoro e non dobbiamo sprecarlo.

Gian Nicola Berti (Ar): Io intervengo per fatto personale perché sento che tutti citano continuamente il nostro progetto di legge attribuendogli ogni sorta di intenzione. È vero, noi avevamo presentato un progetto di legge paritetico e lo avevamo fatto molto semplicemente perché ritenevamo che quella potesse essere una strada percorribile, ma nel solco di un Parlamento che volesse realmente cercare di accertare i fatti. A me sembra invece che qui si stia solo cercando di colpire qualcuno; al consigliere Emanuele Santi che me lo chiedeva, e al consigliere Matteo Casali che mi provocava, faccio notare che sulla prima riga del nostro progetto c’era scritto chiaramente che era aperto ai contributi dell’opposizione, ma non è mai arrivato nulla. Al contrario, come maggioranza vi abbiamo invitato al confronto dopo il secondo progetto di legge proprio perché volevamo presentarvi la nostra disponibilità ad accettare alcune vostre osservazioni, ma ci avete risposto parlando solo del regolamento consiliare.

Giovanni Maria Zonzini (Rete): Io penso che in quest’aula siamo arrivati al totale sovvertimento della realtà, della verità e, consentitemelo, anche del buon senso, a sentire certe narrazioni che farebbero ridere i bambini. Il progetto di legge di Alleanza Riformista era nato solo come una toppa all’incapacità della maggioranza di presentare un ordine del giorno per l’istituzione della commissione; lo hanno presentato autonomamente seguendo la prassi che si usa dai tempi della commissione Fincapital, proponendo giustamente una commissione paritetica. Poi però quel progetto lo avete ritirato, e non venite a dirci che l’opposizione poteva ragionarci sopra perché pochi giorni dopo ne avete presentato uno come intera maggioranza che politicamente coincideva con il ritiro del precedente. La verità è che quando si è arrivati al tavolo di maggioranza, la Democrazia Cristiana ha detto chiaramente che la pariteticità non l’avrebbe concessa mai, perché vuole avere il pieno controllo su cosa si analizza e su chi si interroga in quella commissione. Secondo me questo è pericoloso perché la commissione parte già male. Io sono stato in commissioni paritetiche e vi assicuro che si lavorava bene proprio perché, in assenza della forza dei numeri, le dinamiche politiche cambiavano e si cercava di smussare le contrapposizioni. La commissione d’inchiesta non è una commissione come le altre perché ha poteri analoghi a quelli dell’autorità giudiziaria, ha poteri di indagine che possono essere invasivi della privacy e della riservatezza delle persone. Per questo la volontà della maggioranza di assicurarsi il controllo è un segnale pessimo; nella scorsa legislatura c’era un “gentleman agreement” per cui qualunque consigliere d’opposizione poteva chiedere documenti o testimonianze indipendentemente dalla maggioranza. Con questa nuova composizione, quel patto cessa di esistere e diventa al massimo una “graziosa concessione” che la maggioranza può ritirare quando non le è più vantaggiosa. Vi invito a riflettere bene: non continuate a tirare fuori la storia dei 44 consiglieri perché anche nella scorsa legislatura i numeri erano simili eppure, posso testimoniarlo sotto giuramento, a nessuno nella maggioranza venne mai in mente di togliere la pariteticità. Evidentemente oggi la situazione è molto diversa.

Matteo Casali (Rf): Io prendo spunto dall’intervento del consigliere Zonzini per portare avanti un ragionamento. Lui ha ricordato giustamente che nel 2020, quando si insediò la commissione sul caso CIS, nessuno all’interno della neonata maggioranza si sognò di andare a modificare la composizione paritetica, nonostante i numeri fossero esattamente come quelli attuali, con 44 consiglieri contro 16. Io inizio a pensare che, quando si è formata questa macro-maggioranza, i consiglieri non avessero ancora ben chiara la capacità che ha un gruppo così numeroso di evitare sistematicamente il confronto, uno strumento che ormai state reiterando in ogni procedimento. In tutte le situazioni in cui servirebbe confrontarsi con le opposizioni, questo viene bellamente evitato grazie alla forza dei numeri. Tutti diciamo che la commissione deve essere imparziale e io auspico davvero che i commissari lo siano, ma c’è anche la necessità che essa appaia imparziale agli occhi dell’opinione pubblica. Invece vedo che state aumentando le incompatibilità in maniera sartoriale, cucendole addosso ai singoli durante gli interventi. Ma io vi chiedo: come lo giustificate davanti alla popolazione? Tutti gli elementi emersi in aula e nei fatti di cronaca riconducono determinati fatti a soggetti vicini al partito di maggioranza relativa. Come potete spiegare alla gente una commissione che parte già blindata, dove il partito di maggioranza relativa ha la “Golden Share” non per gloria, ma per usarla? Il lavoro fatto nelle commissioni paritetiche, come l’antimafia di cui faccio parte, dimostra che la pariteticità non è affatto un motivo di rallentamento, anzi è ciò che ha permesso di arrivare a un testo coeso e unito. Solo che questa vostra allergia al confronto, sviluppata in anni in cui sovrastate l’opposizione per tre a uno, vi ha reso incapaci di capire che alla chiarezza si può arrivare senza dover per forza sfoderare la forza dei numeri.

Guerrino Zanotti (Libera): Intervengo brevemente per una serie di considerazioni. La prima riguarda la composizione paritetica della commissione: è vero che nella commissione del 2019 si è proceduto alla nomina di una commissione paritetica. Questo è stato fatto sotto il governo di Adesso.sm, quando c’era un equilibrio parlamentare di 35 a 25; poi chiaramente non si è ritenuto di andare a modificare quella composizione, nonostante nella legislatura successiva ci fosse un equilibrio politico molto diverso, e tutti sappiamo bene quale fosse. La seconda cosa che vorrei dire riguarda l’incompatibilità per i membri del collegio sindacale. Devo ammettere che inizialmente, prima dell’intervento del collega Giovagnoli, mi ero fidato di quanto sostenuto dalle opposizioni, pensando che nelle commissioni precedenti tale incompatibilità fosse prevista. Invece, dopo l’intervento di Giovagnoli, anche noi abbiamo fatto una verifica e, a differenza di quanto affermato dai colleghi di minoranza, è emerso che in quelle commissioni l’incompatibilità per il collegio sindacale non c’era affatto. Tuttavia, io insisto e reitero l’invito che è già stato rivolto dai colleghi Matteo Rossi, Massimo Ugolini e Iro Belluzzi. Secondo me, siccome abbiamo stabilito a grandi linee che i contatti del cosiddetto “gruppo bulgaro” siano stati avviati proprio durante la scorsa legislatura, se noi ponessimo come data limite per l’incompatibilità legata all’appartenenza al CCR o al collegio sindacale quella del primo gennaio 2020, avremmo tutelato la possibilità per tutti i gruppi di essere rappresentati. È chiaro che in questo modo rimarrebbero esclusi il collega Troina e il Segretario Righi, ma d’altronde abbiamo inquadrato gli eventi all’interno della scorsa legislatura e mi sembra assolutamente normale stabilire quella data di partenza per l’incompatibilità. Quindi, anche da parte mia, rivolgo l’invito a ragionare seriamente su questa proposta.

Fabio Righi (D-ML): Vorrei fare una veloce replica su tutto il dibattito, dove alla fine assistiamo a un continuo balletto di date: prima ne viene indicata una, poi un’altra, poi un’altra ancora. Adesso capiamo che ne proponete un’altra ancora, ma se ne proponiamo noi una diversa non va bene perché bisogna fare in un altro modo; vedo gesti che dicono tutto e niente. A me viene il dubbio, ancora una volta, che qualcuno qui dentro sappia evidentemente qualcosa che noi non sappiamo; sembra che qualcuno sia in grado di fissare date, tempi e momenti precisi, e questo non fa che rafforzare la paura che abbiamo già espresso. Secondo me qui c’è qualcuno che ha “le mani in pasta” dove non dovrebbe, conoscendo con tutta evidenza esiti di indagini, tempistiche e documenti che dovrebbero invece restare segretati. Io non sarei mai in grado di fissare con questa precisione una data per far iniziare un procedimento piuttosto che un altro. Noi avevamo semplicemente dato una cornice che andava dall’inizio della vicenda fino al suo momento conclusivo. Detto questo, avendo già anticipato che il nostro emendamento aveva una natura prettamente provocatoria per sottolineare il coinvolgimento diretto di una specifica forza politica, noi ora ritiriamo l’emendamento. Lo abbiamo tenuto in dibattito proprio per questa finalità provocatoria: non era un attacco alla forza politica in sé, ma volevamo porre il problema di chi fa parte della direzione, perché secondo me chi deve essere giudicato non può essere giudicato da chi ci va “a braccetto”. Questo è il concetto di fondo. D’altronde non sarà questo emendamento a segnare il vostro ruolo nella storia; sarà la storia stessa a giudicarvi, e alla fine sarete voi a dover giudicare voi stessi su come avete utilizzato i poteri che questa istituzione vi ha conferito, valutando se li avete esercitati nell’interesse del Paese o per qualche altro interesse.

Gli emendamenti modificativi dell’opposizione e di D-ML sono respinti a maggioranza.
L’articolo, come emendato dalla maggioranza, è approvato a maggioranza.

I lavori vengono sospesi alle 20:00. Riprenderanno alle 13:00 di domani martedì 19 maggio