Politica

Separazioni, figli e ipocrisie: smettiamola di fare il tifo e iniziamo a fare politica

L’opinione di Michela Pelliccioni, Consigliera indipendente di opposizione

C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui, anche a San Marino, si sta affrontando il tema delle separazioni. Si discute, si polemizza, si alzano bandiere. Ma spesso si dimentica l’essenziale. Leggendo le posizioni che in questi giorni si rincorrono, si ha la sensazione di assistere più a una partita tra opposte tifoserie che a un confronto serio su un tema che tocca la carne viva delle famiglie. Eppure, i numeri devono portare anche ad un’analisi sociale – oltre il 50% dei matrimoni che finiscono in separazione o divorzio – non sono opinioni: sono un fatto. E i fatti, quando sono così evidenti, dovrebbero imporre meno slogan e più responsabilità.

Perché il punto non è – o non dovrebbe essere – chi ha ragione, chi ha torto, chi paga di più o chi resta nella casa. Questo è il livello meno utile del dibattito. Il più facile, forse anche il più rumoroso. Ma certamente quello che non dà le soluzioni di cui la famiglia ha bisogno. Il vero nodo è un altro. Ed è tanto semplice quanto scomodo: i figli. È da lì che si deve partire. Non da ciò che divide gli adulti, ma da ciò che dovrebbe unirli anche quando si separano. Invece continuiamo a costruire un impianto culturale e normativo che, di fatto, trasforma i figli in terreno di scontro, quando non addirittura in ostaggi. E qui la politica dovrebbe avere il coraggio di dire una cosa chiara: la separazione non è una guerra civile tra ex coniugi, ma una fase delicata in cui lo Stato deve proteggere i più fragili. Tutto il resto viene dopo.

Sarebbe fin troppo facile entrare nella contabilità delle ragioni, evocare le fragilità che emergono alla fine di una relazione, portare esempi, casi, storie, femminili e maschili. Ma fermarsi lì significa restare prigionieri di una narrazione che divide, che alimenta lo scontro e che, in fondo, semplifica ciò che semplice non è. Serve invece uno sguardo più alto, ma anche più concreto. Perché il problema non nasce alla fine di una relazione. Nasce molto prima, quando la famiglia si costruisce senza strumenti adeguati per reggere nel tempo il peso della quotidianità. Nasce quando conciliare lavoro e genitorialità diventa un esercizio di equilibrismo, quando né il tempo manca sempre e le soluzioni arrivano sempre troppo tardi. Nasce quando gli stipendi non tengono il passo con il costo per chi si separa, diventa una corsa a ostacoli. In questo contesto, ogni separazione non è solo una crisi affettiva, ma rischia di trasformarsi in una frattura sociale, in una caduta economica che finisce per colpire inevitabilmente anche i figli. E allora ben vengano le proposte di legge che cercano di intervenire sulle prime fasi della vita familiare. Ma non possiamo più accontentarci delle intenzioni. Non siamo più nel tempo delle parole rassicuranti o dei principi enunciati. Siamo nel tempo delle scelte, e le scelte devono essere misurabili, concrete, verificabili.

Perché senza un intervento strutturale, senza una visione che tenga insieme lavoro, welfare e politiche abitative, ogni riforma sulle separazioni rischia di restare una risposta tardiva, quando il problema è già esploso. Ed è qui che si inserisce la vera questione politica, quella che forse dà più fastidio: non è la legge sulle separazioni a essere in ritardo, è la politica ad essere in ritardo sulla società. Una società che cambia più velocemente di chi dovrebbe governarla, che esprime bisogni nuovi e complessi, ma che troppo spesso trova risposte vecchie, frammentate, insufficienti.

Se davvero si vuole affrontare questo tema con serietà, allora bisogna avere il coraggio di uscire dalla logica dello scontro, di abbandonare la tentazione di dividere il mondo tra chi ha ragione e chi ha torto e di rimettere al centro ciò che conta davvero. I figli non possono essere la variabile dipendente di una crisi. Devono essere il punto di partenza. E la politica, se vuole tornare a essere credibile, deve dimostrare di averlo capito. Non a parole, ma nei fatti.