Politica

San Marino. L’Orazione Ufficiale di Alain Berset: “La sicurezza democratica supera le vecchie contrapposizioni, che non corrispondono più all’Europa di oggi”

È per me un grande onore ritrovarmi oggi tra voi in un momento così solenne e intimo della vita democratica di San Marino.  Mi colpisce profondamente che, in un momento così strettamente legato alla continuità della vostra Repubblica, una delle più antiche al mondo, abbiate scelto di aprire uno spazio a una voce che viene da altrove.  Ben più che un segno di ospitalità, vi vedo un gesto di fiducia.  Quello di una democrazia abbastanza antica da sapere da dove viene e abbastanza sicura di sé da aprirsi al mondo.  E questo in un momento in cui tanti Paesi si ripiegano su se stessi.

Colgo l’occasione per salutare il lavoro dei Capitani Reggenti uscenti e per rivolgere le mie congratulazioni ai Capitani Reggenti eletti, ai quali auguro pieno successo in questa fase cruciale per l’Europa e per il mondo.  

Devo anche confessarvi che, per questa mia prima visita a San Marino, mi sento un po’ come a casa.  C’è anzitutto un protocollo impressionante: Piazza della Libertà, Palazzo Valloni, il corteo, la Basilica del Santo, il giuramento, il Consiglio Grande e Generale.  Tutto è regolato al millimetro.  Sembra un vero orologio svizzero!  E poi vengo proprio da un Paese in cui anche la più alta carica si esercita a turno.  Lo stesso ne ho fatto esperienza in due occasioni.  È una certa idea della stabilità democratica.

Un’idea che contrasta con la tentazione, oggi così visibile, di concentrare il potere e di vedere in esso l’unica risposta al disordine del mondo. E come evocare San Marino senza pensare alla sua geografia?  Il Monte Titano è lì a ricordarcelo. Una repubblica costruita su una montagna impara molto presto che la sua posizione la espone, ma la obbliga anche.

L’Europa, prima di tutto, è una realtà geografica.  Più di settecento milioni di abitanti, quarantasei Stati, in uno spazio che va dall’Atlantico al Caucaso meridionale.  E questa realtà si sta ricomponendo sotto i nostri occhi.

La Russia ha ridisegnato la nostra sicurezza attraverso la guerra.  La Cina ridefinisce i rapporti di commercio, di industria e di dipendenza. A ovest, gli Stati Uniti non sono più del tutto il partner prevedibile che molti europei pensavano di conoscere.  E l’escalation attorno all’Iran ci ricorda brutalmente che nessuna crisi maggiore è mai davvero lontana per l’Europa. Né per la sua energia.  Né per la sua economia.  Né per la sua sicurezza.  I piccoli Stati sono spesso i più esposti, e talvolta anche i più lucidi.  Questa Europa deve tornare a pensare in termini geografici, ma anche a pesare politicamente.

Di fronte a tutto questo, dobbiamo rifiutare il sentimentalismo.  Quella deriva che consiste nel parlare di valori con eloquenza, nel moltiplicare le dichiarazioni e nell’accomodarsi poco a poco all’impotenza. Le crisi recenti, da Gaza alla Groenlandia fino all’Iran, ne hanno mostrato i limiti.

Questo ci condurrebbe all’atrofia.  Aggrapparsi a strutture che non funzionano più e ritrovarsi in una situazione in cui si finisce per confondere la continuità con la stabilità.  Né l’una né l’altra ci proteggeranno.

Ciò di cui l’Europa ha bisogno, in questa fase di rottura, è una sicurezza fondata sulla democrazia e su regole stabilite e prevedibili.

Al Consiglio d’Europa noi chiamiamo questo: sicurezza democratica.  Parlo di tribunali indipendenti, di elezioni trasparenti, di media liberi e, più in generale, di istituzioni nelle quali i cittadini possano avere fiducia.  È anche un’architettura di sicurezza capace di far fronte a minacce come gli attacchi informatici, il terrorismo e le manipolazioni dell’informazione provenienti dall’estero.

La sicurezza democratica supera la vecchia contrapposizione tra sicurezza “dura” e sicurezza “morbida”, che non corrisponde più all’Europa nella quale viviamo.

Questo implica che rimettiamo il diritto al centro della nostra concezione della sicurezza.

Non che lo releghiamo sullo sfondo ogni volta che il mondo torna a farsi brutale. Eppure, è proprio questo che alcuni responsabili europei propongono oggi.

Ci dicono, in nome del realismo, che bisognerebbe finirla con politiche estere giudicate eccessivamente normative, moralizzatrici o idealiste.

Questo argomento non ha nulla di nuovo.  Nel Leviatano, Hobbes scriveva già che nei tempi della paura le società si rivolgono a un’autorità capace di imporre l’ordine.

E quasi duemila anni prima, Tucidide racconta come la piccola isola neutrale di Melo invochi il diritto di fronte ad Atene, che le oppone la forza.

La formula è diventata celebre: “I forti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono ciò che devono.” Questo è, in fondo, il vero nome di questo preteso realismo politico. L’idea che, quando parla la forza, il diritto dovrebbe tacere. Non possiamo accettarlo.

È in Ucraina che questa questione si pone con forza. Al Consiglio d’Europa non abbiamo risposto relegando il diritto in secondo piano.  Fin dall’inizio, abbiamo fatto l’opposto.  Abbiamo lavorato per mettere in piedi i meccanismi di giustizia che mancavano.  Il Registro dei danni è operativo.

Desidero salutare qui l’impegno di San Marino in qualità di membro fondatore. Lo scorso dicembre, gli Stati hanno firmato la Convenzione che istituisce la Commissione internazionale per i reclami. E stiamo avanzando anche verso il Tribunale speciale per il crimine di aggressione.  Quando i combattimenti cesseranno, il Consiglio d’Europa sarà lì per la ricostruzione democratica dell’Ucraina.  E spero che San Marino continuerà a farvi pienamente la sua parte.

L’Ucraina ci insegna due cose essenziali.  La prima è che il diritto internazionale non esiste per alcuni soltanto.  Esiste per proteggere tutti noi.  Tutti noi siamo, in un momento o nell’altro, più deboli di qualcun altro.  E i piccoli Stati lo sanno meglio di chiunque altro.

Il pericolo più profondo sarebbe un mondo in cui il diritto diventasse variabile, i principi negoziabili e le eccezioni sempre più numerose.  È così che si insediano i doppi standard.  Ed è così che le eccezioni si propagano, lentamente.

La seconda è che bisogna diffidare delle soluzioni semplicistiche.  Alcuni promettevano di porre fine a questa guerra in ventiquattro ore.  Siamo appena entrati nel suo quinto anno.  I negoziati ristagnano.  E il rischio, oggi, è di vedere questa guerra relegata in secondo piano.  Ma la guerra, invece, continua. L’Ucraina ha appena subito uno degli attacchi con droni più massicci dell’intero conflitto.  E gli ucraini hanno appena attraversato l’inverno più duro della guerra.

Vorrei qui fare l’elogio della complessità.

Di fronte a crisi multiple e complesse, le buone soluzioni sono raramente bianche o nere.  Non si lasciano rinchiudere in scelte binarie, in uno o in zero.  Einstein lo diceva bene:  “Bisogna rendere le cose il più semplici possibile, ma non più semplici.”  Vi farò un esempio.  L’Europa si sta riarmando come non faceva più dalla guerra fredda.  Immaginate due curve che evolvono in senso opposto.  Quella della spesa militare sale.  Quella della fiducia nelle istituzioni democratiche scende.  Dietro questa immagine c’è una narrazione pericolosa.  L’idea che la forza militare, da sola, basti a proteggerci.  Il riarmo è necessario ed è urgente.

Ma la potenza militare protegge una democrazia solo se la democrazia resta abbastanza forte da controllarla.

Che cosa accadrà tra cinque o dieci anni se un governo estremista prenderà il controllo di uno Stato pesantemente armato?

Ma in un mondo che va sempre più veloce, dobbiamo anche fare l’elogio della lentezza.  Del tempo lungo.

Del tempo necessario per costruire soluzioni solide, equilibrate e largamente condivise.  È un’esigenza profonda della democrazia.  Le decisioni prese oggi devono reggere ancora tra dieci, venti, persino trent’anni. San Marino lo sa meglio di molti altri.  Questa Repubblica dimostra che una democrazia può durare proprio perché sa iscrivere il tempo nelle sue istituzioni.

Quando San Marino è entrata nel Consiglio d’Europa, nel millenovecentottantotto, l’Europa era alla vigilia di una svolta storica.  Pochi mesi dopo cadeva il muro di Berlino.  Con esso si levava sul nostro continente un immenso speranza democratica.  Era un momento di profondo ottimismo.  La sensazione che i popoli avrebbero potuto riprendere in mano i termini della propria storia.

A quasi quarant’anni di distanza, sarebbe difficile dire che il mondo ispiri lo stesso ottimismo.  Ma esiste un’altra via rispetto al cinismo, alla frammentazione e al ciascuno per sé.  Essa esige di costruire insieme un’Europa fondata su valori e principi democratici.  Un’Europa all’altezza delle sfide di questo secolo.

Auguro ai Capitani Reggenti un mandato fedele allo spirito di questa Repubblica. Al servizio di San Marino, delle sue istituzioni e del suo avvenire.

E mi rallegro di continuare a lavorare con San Marino per un’Europa in cui il dialogo, la responsabilità e le relazioni pacifiche prevalgano sulla forza, sulla violenza, sulla brutalità e sull’impunità. Grazie di cuore.