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Biennale Arte 2026, l’appello di artisti e curatori contro Israele, Russia e Stati Uniti: “La neutralità non basta più”

Alla Biennale di Venezia si riapre con forza il fronte politico e morale dell’arte contemporanea. A pochi mesi dalla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, un gruppo di artisti e curatori invitati alla rassegna ha diffuso un appello pubblico durissimo contro la partecipazione ufficiale di Israele, Russia e Stati Uniti, chiedendo alla presidenza e alla direzione della manifestazione di non limitarsi a una posizione di apparente equidistanza. A innescare la protesta è stata in particolare la decisione di collocare, in via eccezionale, il padiglione israeliano negli spazi dell’Arsenale, in prossimità della mostra internazionale.

La presa di posizione, resa pubblica in un articolo di Artribune firmato da Caterina Angelucci e pubblicato il 31 marzo 2026, si muove all’interno di un contesto internazionale segnato da guerre, repressioni, occupazioni e crisi umanitarie. Ma soprattutto si richiama direttamente all’impianto teorico e curatoriale pensato da Koyo Kouoh per l’edizione 2026. Il titolo del progetto, In Minor Keys, viene assunto dai firmatari come punto di partenza etico e politico: se davvero la Biennale vuole allontanarsi dallo “spettacolo dell’orrore” per aprire spazi di ascolto, di dignità e di relazione, sostengono, allora non può permettersi di ignorare il peso simbolico e materiale di alcune presenze statali.

Il cuore dell’appello è proprio qui: nella contestazione dell’idea che la Biennale possa continuare a definirsi neutrale mentre offre spazio ufficiale a governi accusati, dai firmatari, di crimini di guerra, repressione sistematica e violazioni dei diritti umani. Nel testo, gli estensori si definiscono operatori culturali impegnati in una pratica decoloniale e antirazzista e denunciano un clima sempre più pesante di censura, intimidazione e compressione del dissenso negli spazi culturali. La critica più forte riguarda la scelta di inserire il padiglione israeliano nel cuore fisico e simbolico della mostra, cioè all’Arsenale: una decisione che, secondo i firmatari, non sarebbe un dettaglio logistico, ma un gesto politico in grado di alterare l’equilibrio concettuale dell’intera esposizione.

A loro giudizio, quella collocazione contraddice apertamente la visione curatoriale di Kouoh e i principi di “solidarietà radicale” che ne attraversano il lavoro. Non solo. L’appello sostiene che la presenza del padiglione israeliano in quell’area produrrebbe inevitabilmente un irrigidimento del dispositivo di sicurezza, con un aumento di controlli, presenza armata, polizia e misure straordinarie capaci di trasformare lo spazio espositivo in un luogo di tensione e paura, incompatibile con l’idea di un’arte come possibilità di ascolto e di relazione.

Il testo si allarga poi a un quadro geopolitico più vasto. I firmatari esprimono solidarietà verso le popolazioni colpite da violenza sistemica, guerra, cancellazione e oppressione, citando esplicitamente Palestina, Sudan, Myanmar, Camerun, Congo, Iran, Kashmir, Libano, Mozambico, Ucraina e Venezuela. Ma la richiesta politica avanzata alla Biennale è ancora più precisa: secondo gli autori dell’appello, esiste una soglia oltre la quale la partecipazione ufficiale a una piattaforma culturale globale non può più essere normalizzata. È per questo che la richiesta non riguarda soltanto Israele, ma si estende anche a Russia e Stati Uniti, indicati nel documento come governi che, per ragioni differenti ma convergenti sul piano della responsabilità internazionale, non dovrebbero essere rappresentati ufficialmente all’interno della manifestazione.

Nel mirino finisce così anche la dottrina della neutralità istituzionale, spesso invocata dalla Biennale come principio di garanzia. Gli autori della lettera la contestano frontalmente: secondo loro, non è neutrale consentire la partecipazione indistinta di tutti gli Stati quando alcuni di essi sono oggetto di accuse gravissime da parte di organismi internazionali, giuristi, osservatori indipendenti e associazioni per i diritti umani. Al contrario, sostengono, la neutralità in questi casi finisce per diventare una forma di legittimazione simbolica.

A sostegno della loro tesi, il documento richiama una serie di prese di posizione internazionali sui crimini commessi nella Striscia di Gaza, citando la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite, l’International Association of Genocide Scholars, Human Rights Watch e anche alcune organizzazioni israeliane per i diritti umani. Viene inoltre ricordato il mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024 nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu, richiamato come ulteriore elemento che renderebbe, secondo i firmatari, altamente problematica la presenza ufficiale di Israele all’interno della Biennale.

Uno dei passaggi più forti della lettera è quello che ricorda alla Biennale la propria stessa storia. I firmatari non parlano infatti di una richiesta senza precedenti, ma di una possibilità già praticata in altri momenti della vita dell’istituzione veneziana. Viene citata l’esclusione del Sudafrica durante gli anni dell’apartheid, tra il 1968 e il 1993, così come la sospensione della partecipazione russa dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma soprattutto viene evocata la Biennale del 1974, quando l’intera manifestazione venne riorientata in chiave apertamente politica in solidarietà con il popolo cileno dopo il golpe di Augusto Pinochet. In quell’occasione, la Biennale chiuse i padiglioni nazionali e trasformò la propria identità per diventare “Libertà per il Cile. Per una cultura democratica e antifascista”.

È proprio questo precedente a rendere il documento attuale così scomodo e potente. Perché la domanda che pone, in fondo, è semplice e difficile allo stesso tempo: se la Biennale in passato ha saputo prendere posizione, perché oggi dovrebbe rifugiarsi dietro una neutralità amministrativa? Per i firmatari, la risposta non può essere burocratica. E neppure solo culturale. È una questione di coerenza, di responsabilità e di credibilità.

L’appello, insomma, apre una frattura profonda nel mondo dell’arte contemporanea internazionale e riporta la Biennale di Venezia davanti a un bivio che va ben oltre l’organizzazione di una mostra. Da una parte c’è l’idea dell’arte come spazio autonomo, capace di tenere insieme contraddizioni e conflitti. Dall’altra c’è la convinzione, sempre più diffusa, che nessuna grande istituzione culturale possa più fingere di essere esterna alla storia mentre la storia entra con violenza dentro i suoi padiglioni.