Sconcerto americano. Il Minnesota come laboratorio dell’autocrazia di Trump
La crisi in Minnesota – dove il presidente americano Donald Trump ha minacciato di invocare l’Insurrection Act per inviare le forze armate a Minneapolis – è solo apparentemente una questione locale. In realtà, ha il potenziale di essere un punto di svolta non solo per la seconda presidenza Trump, ma più in generale per la realizzazione della visione autoritaria del potere che guida il presidente e i suoi uomini. Per dirla con l’analista della Cnn Stephen: “Minneapolis sta diventando un banco di prova fondamentale per il progetto autoritario di Trump”. Analisti e commentatori americani guardano con preoccupazione e un certo grado di sconcerto al ritmo dell’escalation nello Stato governato dai democratici, un’escalation che – ed è questo l’aspetto più preoccupante – l’amministrazione Trump non sta in alcun modo tentando di fermare.
“Se il presidente Trump invocherà l’Insurrection Act per reprimere le proteste in Minnesota, significherà che avrà fatto un ulteriore passo avanti verso l’autocrazia”, commenta per HuffPost Charles Kupchan, senior fellow presso il Council on Foreign Relations (CFR) e professore di Affari internazionali alla Georgetown University.
La situazione era già tesa prima, ma dall’uccisione, il 7 gennaio della 37enne Renee Good, freddata, per un evidente uso inappropriato della forza, da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement – Minneapolis è diventata teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, mentre gli agenti dell’ICE hanno continuato a rastrellare le strade e compiere arresti arbitrari, come è il caso dei quattro uomini appartenenti alla comunità degli Oglala Sioux, ovvero dei nativi americani. Uno di loro è stato rilasciato, mentre gli altri tre risultano ancora dispersi, con il capo della tribù che si sta dando da fare per rintracciarli. Di questi tempi, finire nelle mani dell’ICE – ai cui agenti l’amministrazione Trump ha promesso “immunità assoluta, è quanto mai rischioso: nel 2025 l’agenzia ha battuto il suo record di decessi in stato di detenzione, ben 30. Nel nuovo anno, oltre a Renee Good, il Washington Post riferisce che un altro uomo sarebbe stato strangolato in un centro di detenzione in Texas.
Quello che sta accadendo in Minnesota, sottolineano gli analisti, rappresenta un salto di qualità rispetto alle tensioni che si sono verificate con l’invio, da parte della Casa Bianca, della Guardia Nazionale in diverse importanti città americane, principalmente guidate da funzionari democratici, citando preoccupazioni relative alla criminalità, ai disordini civili e all’applicazione delle leggi federali sull’immigrazione. Quel modus operandi è stato recentemente bocciato da una sentenza della Corte Suprema, ma Trump – come si sa – è uno che non accetta le sconfitte. Di qui l’ipotesi ventilata dagli stessi giudici, di ricorrere all’Insurrection Act, una serie di leggi adottate nel primo secolo di vita della nazione, che autorizza il presidente a utilizzare la Guardia Nazionale o le forze armate per sedare diffusi disordini pubblici.


