San Marino. I CapiFamiglia criticano l’Accordo di Associazione con l’UE, sostenendo la necessità di una negoziazione più autonoma e preparata
SAN MARINO NON HA PAURA DI RESTARE SOLO. HA BISOGNO DI TORNARE A SAPER NEGOZIARE! Ci raccontano che senza l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea rischiamo l’isolamento. Ma da quando la storia di San Marino è diventata una storia di resa inevitabile?
Da mesi ci viene ripetuto che senza l’Accordo di Associazione non abbiamo alternative, che resteremo isolati e che il nostro futuro dipende soltanto da questa firma. Una narrazione ripetuta talmente tante volte da essere presentata come una verità indiscutibile. Ma siamo sicuri che sia così? Prima di accettare questa versione, forse dovremmo ricordare la nostra storia.
SAN MARINO HA GIÀ DIMOSTRATO DI SAPER DIFENDERE LA PROPRIA INDIPENDENZA. Nel 1739 subimmo l’occupazione del cardinale Alberoni, ma i sammarinesi seppero rivolgersi al Papa e riottenere la libertà. Nel 1797 Napoleone ci offrì amicizia, doni e persino un ampliamento territoriale fino al mare. La Repubblica rifiutò, dichiarandosi paga dei propri confini. Nel 1849 gestimmo la delicata presenza di Garibaldi e dei suoi duemila soldati, evitando uno scontro militare. Nel 1862 stipulammo una Convenzione con il Regno d’Italia, seguita da ulteriori accordi, tra cui quello di amicizia e buon vicinato del 1939. Nel 1944, pur mantenendo la neutralità, accogliemmo circa 100.000 sfollati, quando la popolazione sammarinese era di appena 15.000 persone.
Erano altri tempi? Certamente. Ma proprio in quei tempi difficili San Marino seppe difendere i propri interessi, anche davanti a potenze enormemente più grandi. Oggi, invece, sembra che la prima cosa che sappiamo fare sia spiegare ai cittadini perché non abbiamo alternative.Ma da quando il cambiamento del mondo ha cancellato il dovere di negoziare?Nessuno pretende di fare diplomazia come tre secoli fa. Pretendiamo soltanto di saperla fare. Non dobbiamo imparare a negoziare, dobbiamo tornare a saperlo fare.
NON SIAMO UNO STATO ISOLATO. Le relazioni ufficiali con l’Unione Europea risalgono al 1983. Abbiamo concluso un Accordo di cooperazione e unione doganale nel 1991, entrato pienamente in vigore nel 2002, oltre ad altri accordi in materia monetaria e fiscale.Non partiamo da zero e non siamo sconosciuti al mondo.Nel 2024 l’Italia ha rappresentato l’80,1% delle nostre importazioni e l’87,7% delle esportazioni di beni. Un rapporto economico consolidato che dimostra quanto siano già importanti le nostre relazioni internazionali.Certo, dobbiamo guardare al mondo e sviluppare nuovi rapporti. Ma tra avere buone relazioni con l’Europa e accettare un determinato accordo c’è una differenza enorme.
Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein hanno costruito rapporti con l’Unione Europea attraverso modelli differenti. Non sono soluzioni automaticamente trasferibili a San Marino, ma dimostrano che non esiste una sola formula possibile.
IL PROBLEMA NON È L’EUROPA. È COME CI PRESENTIAMO AL TAVOLO. Un buon negoziatore studia le alternative, individua i propri interessi, cerca di ottenere il massimo e sa anche quando dire di no.Chi si presenta al tavolo già convinto che l’altra parte abbia tutte le carte e che noi non abbiamo alternative difficilmente può pretendere di aver ottenuto il miglior risultato possibile. E qui arriviamo a un altro problema.
NON ABBIAMO BISOGNO DI VENDITORI DI PENTOLE. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a una curiosa trasformazione. C’è chi, dopo aver frequentato alberghi a cinque stelle e corridoi istituzionali di Bruxelles, sembra aver confuso la frequentazione di certi ambienti con il possesso delle capacità necessarie per negoziare.Ma soggiornare negli alberghi di lusso non significa saper negoziare. Conoscere i corridoi di Bruxelles non significa comprenderne gli equilibri. E soprattutto, partecipare agli incontri non significa essere all’altezza di chi si ha davanti.
Nel frattempo, ogni dubbio viene liquidato, ogni critica ridimensionata e ogni alternativa descritta come un pericolo. Più che un confronto politico, sembra una televendita.Da una parte chi propone la soluzione miracolosa, dall’altra cittadini che dovrebbero fidarsi e firmare l’ordine. E quando qualcuno chiede cosa ci sia davvero dentro la confezione, la risposta è sempre la stessa. Non ci sono alternative, bisogna accettare.
Ma San Marino non ha bisogno di venditori di pentole. Ha bisogno di persone preparate, capaci di studiare, trattare e difendere gli interessi della Repubblica.Il problema non è che i cittadini non siano in grado di comprendere un accordo internazionale. Il problema è pensare che basti raccontare loro che non esistono alternative per convincerli ad accettarlo.
LA FIRMA NON CHIUDE LA DISCUSSIONE. L’Accordo è stato firmato il 19 ottobre 2026, ma la firma non equivale alla ratifica né alla sua definitiva entrata in vigore. E chissà quando, e soprattutto se, arriverà quel momento.
Nel frattempo, però, i costi stanno già prendendo forma. Sono previsti quaranta nuovi inserimenti di personale nella Pubblica Amministrazione. E chissà quali ulteriori richieste di adeguamento arriveranno alle banche e quali costi finiranno poi per ricadere sui correntisti.
In altre parole, mentre ancora non sappiamo se e quando l’Accordo entrerà effettivamente in vigore, il conto rischia di essere già presentato ai cittadini.Prima di impegnare risorse pubbliche e generare nuovi costi, non sarebbe il caso di chiarire quali spese siano davvero necessarie, quali siano i tempi e soprattutto cosa accadrebbe se l’Accordo non entrasse mai in vigore?
È quindi ancora necessario discutere seriamente degli obblighi, delle conseguenze, dei benefici e degli spazi di autonomia che rimangono.Non basta dire che l’Accordo è necessario. Bisogna dimostrare che sia il migliore possibile per San Marino e che il prezzo da pagare sia proporzionato ai benefici.
Forse il problema più grande della Repubblica oggi non è la dimensione del nostro territorio, la mancanza di risorse o la posizione geografica.È una classe politica che sembra aver smarrito la fiducia nelle capacità di San Marino, che confonde la diplomazia con l’accettazione e la modernità con l’obbligo di adeguarsi.Non sappiamo se sia la classe politica meno preparata della nostra storia. Ma certamente è difficile riconoscere, nella narrazione che ci viene proposta, quella determinazione che ha permesso alla Repubblica di attraversare i secoli.
SAN MARINO NON HA BISOGNO DI UN ACCORDO A QUALSIASI COSTO. HA BISOGNO DI UNA CLASSE POLITICA ALL’ALTEZZA DELLA SUA STORIA. Perché la sovranità non si difende raccontando ai cittadini che non esistono alternative. SI DIFENDE DIMOSTRANDO DI ESSERE CAPACI DI COSTRUIRLE.


