San Marino. Anastasia Merli – GEN SM: “Semplicemente Donna”
Forse la libertà comincia davvero quando una donna smette di guardarsi attraverso gli occhi degli altri
Prima ancora che una donna abbia il tempo di raccontarsi, spesso qualcuno ha già cominciato a farlo al posto suo.
E quasi sempre il racconto parte da ciò che si vede. Basta poco perché un vestito smetta di essere solo un vestito e diventi un giudizio. L’intelligenza, l’ironia, l’ambizione richiedono tempo per emergere; l’apparenza, invece, si offre allo sguardo in un istante e rischia di condizionare tutto ciò che viene dopo.
Quando si tratta del corpo femminile, sembra diventare ancora più forte il bisogno di trasformare ogni dettaglio in un significato, ogni scelta in un messaggio.
Una gonna non resta facilmente soltanto una gonna. La sua lunghezza, ciò che copre e ciò che lascia scoperto finiscono per caricarsi di significati. E da quei significati qualcuno prova subito a ricostruire una storia.
Forse è qui che la questione diventa più interessante: non tanto nel giudizio, quanto nella necessità di interpretare.
Alle donne viene riconosciuta, almeno in apparenza, una libertà di scelta sempre più ampia. Possono vestirsi come vogliono, mostrarsi, coprirsi, cambiare stile e idea. Eppure, alla libertà della scelta continua ad accompagnarsi un meccanismo più sottile: sei libera di scegliere, ma qualcun altro si sentirà comunque libero di stabilire cosa quella scelta dica di te.
Una gonna corta diventa provocazione. Una lunga, pudore.
Simone de Beauvoir descriveva la donna come l’ “Altro”, qualcuno la cui identità è stata a lungo costruita anche attraverso lo sguardo altrui. Oggi quello sguardo è cambiato: è meno rigido, meno dichiarato, più sarcastico. Ma continua a trasformare ciò che vede in qualcosa che crede di aver già compreso.
Essere donna significa anche misurarsi, a volte, con la distanza tra ciò che si è e ciò che gli altri credono di aver capito. Con il rischio che una parte venga scambiata per il tutto: il corpo per la persona, l’abito per il carattere, l’apparenza per un’intenzione.
Ogni centimetro scoperto non deve necessariamente diventare emancipazione, così come ogni centimetro coperto non dovrebbe essere letto come segno di riservatezza.
La libertà non sta solo nel poter scegliere cosa indossare, ma anche nel non dover giustificare ogni volta il significato di quella scelta.
Ecco perché sarebbe molto più rivoluzionario poter indossare una gonna corta senza che diventi una teoria su chi la indossa.
Vorrei qualcosa di più semplice e, forse, molto più difficile da ottenere: il diritto alla banalità. Il diritto di scegliere un vestito perché mi piace. Di essere elegante un giorno e trascurata quello dopo. Di voler attirare l’attenzione oppure no. Di cambiare idea senza dover rispondere dell’immagine che qualcun altro ha costruito al posto mio.
Forse la libertà comincia davvero quando una donna smette di guardarsi attraverso gli occhi degli altri. Quando non deve più domandarsi se sarà giudicata, fraintesa o raccontata per qualcosa che indossa. Quando può scegliere per sé, senza dover spiegare nulla a nessuno. E quando, finalmente, una gonna torna a essere soltanto una gonna.
Anastasia Merli – GEN SM


