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La nuova vita del Ponte di Tiberio a Rimini e i suoi 2000 anni di storia: l’opera di epoca romana che ha una copia in Irlanda e che i tedeschi volevano abbattere

Fino alla fine dell’anno resterà inglobato in un reticolo di impalcature e ponteggi. Poi la sua estetica sembrerà tornare a ritroso negli anni anche se i segni dei millenni saranno in parte lasciati, con buona pace dello scorrere del tempo

Eccolo il lieto destino del Ponte di Tiberio, costruito tra il 14 e il 21 d.C. Dopo aver celebrato il traguardo dei 2000 anni di storia alle spalle, il comune ha promosso un importante e complesso intervento di restauro della struttura, realizzata in pietra d’Istria e Aurisina. 

Circa un milione di euro è stato investito 
per operare su più fronti: all’intervento conservativo si somma la realizzazione di un nuovo impianto di illuminazione che consentirà di riprodurre di notte le tonalità conferite dalla luce solare con un ciclo che segue a seconda dell’orario più o meno intensità. Il restauro del Ponte di Tiberio, simbolo di Rimini

I lavori di restauro conservativo, approvati dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Ravenna, sono stati affidati all’impresa veneta Lares Restauri. «Il ponte di Tiberio – spiega l’amministratore delegato Mario Massimo Cherido – è uno dei ponti romani che si sono meglio conservati in Europa. È stato costruito con pietra Aurisina, cavata vicino a Trieste. È una pietra carbonatica così come la pietra d’Istria, parimenti impiegata nelle opere di realizzazione. I romani ci avevano visto giusto, scegliendo materiali molto longevi». 

Gli anni che passano, ovviamente, lasciano segni. «C’è un forte attacco biologico, che è un bene e un male. Crescono licheni nella parte esposta alla pioggia che ha provocato incrostazioni gialle e verdi. Va detto che c’è chi sostiene che paradossalmente tutelino la pietra, invece va spiegato che coprono anche danni subiti per altre cause. La loro rimozione anche se non totale, è un presupposto fondamentale per potere operare bene».

La pulizia è in corso con prodotti b applicati più volte perché meno aggressivi dei biocidi tradizionali. «Il secondo fattore di degrado, dopo i licheni, è dovuto agli interventi di restauro che risalgono al Settecento, all’Ottocento e al Novecento», spiega ancora Cherido. 

«Per esempio, sono state inserite barre in ferro per trattenere i conci di pietra che sotto le arcate si muovevano. Va premesso che questi inserimenti essendo in ferro hanno favorito l’insorgere di ruggine. Come sappiamo la ruggine danneggia la pietra macchiandola. Penetrando nella pietra può anche fratturarla». 

Soltanto attendere la fine dell’anno permetterà di apprezzare la portata dell’intervento. Ma qualche premessa è immancabile. «Parte dei licheni saranno tolti – spiega Cherido – e sarà fatto un trattamento protettivo per tutelare la pietra nei prossimi anni. Non ci saranno più patine scure anche se qualche traccia resterà. Sarà un ponte più bianco nelle parti dilavate». 

In origine la pietra Aurisina e la pietra d’Istria apparivano «lucide come il marmo» pur essendo pietre non lucidabili. «Gli antichi cercavano di simulare un aspetto lucente usando oli e grassi animali che ora si sono mineralizzati trasformandosi in ossalato di calcio».

La storia di un’opera che celebra la grandezza romana

Vale la pena ripercorrere un po’ di storia. Il ponte di Tiberio rappresenta di fatto il primo tratto della via Emilia storica, la strada romana antica che collega Rimini e Piacenza attraversando anche Bologna

La struttura è composta di cinque arcate a tutto sesto, con edicole cieche tra le imposte degli archi. Fino alla fine degli anni Venti sotto al ponte scorreva il fiume Marecchia, che nasce sull’Alpe della Luna a pochi chilometri dalle sorgenti del Tevere, che a Rimini sfocia nell’Adriatico. Oggi lo specchio sottostante è invaso dall’acqua del mare in risalita dal porto canale, mentre il vecchio letto che ospitava il tratto finale del fiume prima delle opere di deviazione, è oggi il parco XV Aprile

Nell’antichità il ponte non appariva come oggi. Come osservato dallo storico riminese Oreste Delucca «nel periodo romano era davvero imponente, con una struttura a schiena d’asino incurvata e rialzata rispetto al piano stradale e alle rampe di accesso».

Il ponte di fatto risale all’epoca primordiale del neonato Impero Romano. E del contesto storico in cui fu progettato e costruito porta in dote non poche tracce.

All’epoca Ariminum era una delle città principali dell’Impero in Italia. Vi passavano commercianti, viandanti soldati e legioni. Come spiegato da Marcello Cartoceti, presidente di AdArte un’associazione del territorio per la ricerca storica e archeologica: «Augusto ne era consapevole e voleva lasciare una traccia visibile del suo potere. Se si osserva il ponte dal lato che si affaccia in direzione mare, possiamo notare esattamente sulla chiave di volta dell’arcata centrale una corona di foglia di querce. Ecco, questo è il simbolo di Augusto. È un messaggio ben chiaro. Quando lui, primo imperatore romano, era ancora vivo, la costruzione del ponte era in stato avanzato». 

Fu il successore Tiberio, eponimo del monumento 
a concluderla e, diremmo oggi, ad inaugurarla.

Gli episodi più recenti nella vita riminese

Fino al 2020 non fu solo un monumento ma un’opera strategica per il traffico e non solo. «Assai curioso immaginarlo simile al Ponte Vecchio di Firenze – secondo ancora la versione di Oreste Delucca – nei giorni della Fiera di San Giuliano, a partire dalla seconda metà del 1300, quando veniva occupato dalle strutture in legno dei mercanti». 

Non serve uno storico ma la memoria a breve termine dei riminesi e di tanti turisti italiani e stranieri per ricordare che fino al 2020 il ponte era un importante collegamento per le auto, che vi transitavano a migliaia ogni giorno. Per consentire la pedonalizzazione del ponte, tuttora indispensabile per i pedoni per raggiungere il centro, il comune è stato costretto a rivoluzionare la viabilità cittadina. Disse lo storico Oreste Delucca non molti anni fa: «Quando attraverso il ponte di Tiberio in automobile la sua storia sembra sfumare, scivolare via. Quasi la dimentico. Quando ci cammino, quel Ponte evoca sensazioni che è difficile anche solo descrivere. E di questo abbiamo bisogno».

Il ponte visse le glorie dei principali monumenti storici romani: ispirò personalità note del Rinascimento e del neoclassicismo. Studiato e raffigurato da architetti e artisti, come il Palladio, Giovanni Bellini, Leon Battista Alberti (che a Rimini riprodusse le arcate sulla facciata del Tempio Malatestiano) e William Turner, il Ponte vanta una copia quasi fedele in Irlanda

Nella nota città di Kilkenny nel 1766 venne inaugurato il Green’s Bridge, un ponte necessario per l’attraversamento del fiume Nore. L’architetto George Smith lo progettò sulla base della descrizione del Palladio del suo «gemello antenato» di Rimini. A differenza del ponte riminese, realizzato in pietra d’Istria e Aurisina, quello di Kilkenny è in pietra calcarea.

Nel Secondo conflitto mondiale, il Ponte di Tiberio uscì indenne da un tentativo delle truppe tedesche di farlo saltare in aria. Perché se nell’antichità a Rimini nasceva la via Emilia, durante quegli anni, vi passava nei suoi chilometri finali la Linea Gotica, laddove le operazioni di una guerra brutale in tutta Europa, non prevedevano sconti.

Gli errori, ripetuti in più di un’occasione, dagli artiglieri tedeschi che mal piazzarono mine e cariche esplosive alle prese con una rapida quanto disordinata ritirata con gli alleati che li incalzavano senza tregua, salvarono di fatto il simbolo della città dall’oblio.

corrierebologna.it