Cultura ed Eventi

Francesco Diotallevi, ipercolori e contronarrazioni

Francesco Diotallevi è un artista marchigiano che vive e lavora nella provincia di Pesaro e Urbino. La sua pittura, definita “neo pop”, utilizza colori accesi, forme piatte e un immaginario da fumetto per attirare lo spettatore ma nasconde una critica alle contraddizioni e alle ipocrisie della società contemporanea. Le sue tele sono popolate da figure assurde — animali antropomorfi, santi improbabili, demoni quotidiani ed eroi caduti — con cui smonta con ironia potere e autorità. Lontano dalle grandi capitali dell’arte, trasforma folklore, storie locali e personaggi eccentrici in metafore universali della condizione attuale. Le opere non danno risposte, invitano chi guarda a interpretare l’“incidente” rappresentato e a partecipare attivamente al significato dell’immagine. Abbiamo fatto due chiacchiere con Francesco.

Prima lavoravi in una direzione informale poi sei passato a una pittura figurativa, narrativa e ironica. Cosa ha provocato questa svolta?

Sì, fino al 2000 ho lavorato nell’ambito dell’informale materico e gestuale. Poi, come spesso accade, i cambiamenti nascono nei momenti di difficoltà o quando si vivono situazioni di disagio. È proprio da quei momenti che si sviluppa la trasformazione. Mi sono reso conto che, sorridendo e scherzando su alcuni miei problemi, cambiava il mio atteggiamento mentale. Ho iniziato a rispondere alle difficoltà personali con l’ironia: prendendomi in giro, alleggerendo il peso delle cose e prendendomi meno sul serio. Questo atteggiamento ha finito per contaminare anche il mio lavoro pittorico. Da qui è nata l’esigenza di abbandonare la pittura materica, recuperare buona parte dell’esperienza maturata a Urbino con il disegno animato e portarla sulla tela insieme a ciò che avevo imparato e raccolto all’Accademia di Belle Arti e nella città di Bologna. La fusione di questi elementi ha portato a una forma narrativa ironica e alla possibilità di trattare temi anche problematici con una certa “leggerezza”.

Come nasce un personaggio: un animale antropomorfo, un santo improbabile, un demone domestico o un eroe caduto? Partono da persone reali, notizie, sogni o figure dell’immaginario?

I personaggi nascono dalla vita quotidiana e dalle situazioni di ogni giorno. Nella realtà ci sono già elementi fortemente paradossali, se non addirittura comici; basta osservarla con attenzione per trovare spunti. Secondo me queste creature esistono già: io mi limito a dar loro forma, a trasformarle e a inserirle in una narrazione. Spesso sopraggiungono come immagini improvvise: mentre sto facendo altro, arrivano quando meno me lo aspetto, nei momenti di sospensione, in fila al semaforo, nella sala d’attesa del mio medico o alla cassa del supermercato. Sono dei flash e io cerco di bloccarli subito, di disegnarli su un foglio, uno scontrino o qualsiasi pezzo di carta abbia a portata di mano. Poi, con calma, li studio e preparo il bozzetto, la forma, le linee e il colore.

Quanto ti senti lontano dalla Pop Art tradizionale?

La Pop Art che celebrava l’oggetto o lo moltiplicava in maniera seriale non mi appartiene. Del Pop utilizzo solo una certa grammatica, per la sua immediatezza e perché è funzionale a ciò che devo realizzare. Il mio intento è creare opere di lettura immediata, semplici e accattivanti, ma che funzionino come cavalli di Troia: devono contenere un messaggio ulteriore, che emerga dopo la prima visione. Il linguaggio deve essere semplice e diretto, un po’ come la segnaletica stradale. Nel sottosuolo del lavoro, però, deve esserci un ulteriore contenuto: il Virus, l’intruso che, con un pizzico di serendipità, altera l’equilibrio. Da questo punto di vista non appartengo alla Pop Art; ne utilizzo solo alcune componenti per la loro rapidità comunicativa.

Nelle tue opere l’autorità non viene affrontata con toni tragici ma derisa e ribaltata. Perché per te il riso è più efficace dell’indignazione?

L’autorità, nel mio lavoro, non viene affrontata con toni tragici: viene derisa e ribaltata, giocando sul paradosso e sul contrasto. Una delle più grandi forme di libertà è quella del giullare che riesce a ridere del proprio re. Credo che uno dei più grandi manifesti di libertà sia The Great Dictator: la scena in cui Charlie Chaplin deride Adolf Hitler giocando con il mappamondo gonfiabile. La vera sconfitta del potere è la possibilità di ridere di esso, di ridimensionarlo attraverso la leggerezza, l’ironia e la dissacrazione. L’indignazione, il dolore o una lacrima sincera non riescono a far arrabbiare il re quanto una chiassosa risata in faccia. Il rischio, certo, c’è: è la decapitazione del giullare.

La provincia viene spesso considerata un luogo marginale rispetto ai grandi centri dell’arte. Tu la descrivi invece come un centro alternativo. Cosa ti offre che Milano, Roma o Berlino non potrebbero darti?

La provincia viene spesso considerata un luogo marginale rispetto ai grandi centri dell’arte. È vero che città come Milano, Roma o Berlino offrono molte più possibilità, stimoli e opportunità. Tuttavia, la distanza da questi centri crea una preziosa sospensione, necessaria per svolgere una ricerca. In provincia ci sono poi gli straordinari personaggi di cui mi nutro. Ci sono i paradossi, le contraddizioni e quelle figure capaci di animare le narrazioni: la nonnina che regala la crostata al vescovo, il macellaio Giuliano, la Dama dell’Aringa o Alien che mangia la piadina. Sono qui, vicino a me, immersi anch’essi nella provincia.

Il tuo sguardo è definito “corsaro”. È un’etichetta che ti piace? Oppure c’è un modo più preciso con cui definiresti la tua posizione nell’arte contemporanea?

L’etichetta di “corsaro” la adoro. Mi viene in mente Sir Francis Drake, “Sic Parvis Magna”, il corsaro della Regina. Nell’atto del corsaro c’è un’azione irriverente, libertaria e devastante, ma sostenuta da una motivazione molto chiara. Il corsaro è un sovversivo con un forte senso di appartenenza, fedele alla propria causa e alla propria bandiera. In fondo, la creatività è comunque un gesto irriverente, perché rifiuta l’ordine prestabilito, infrange le regole esistenti e mette in discussione l’autorità del “si è sempre fatto così”. Chissà, forse anch’io un giorno sarò sepolto in mare tra le vongole e i granchi, come Sir Drake.

Le tue tele hanno l’energia del fumetto e dell’illustrazione ma anche una drammaturgia quasi pirandelliana. Quali sono i riferimenti letterari, cinematografici o visivi che torni più spesso a rileggere?

Nella ricerca servono stimoli forti, capaci di alimentare le idee e, quando necessario, di orientarne il percorso. Adriano Baccilieri, critico d’arte ed ex direttore dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, sosteneva che fare arte è come navigare in mare aperto con una bussola in mano, cercando di mantenere una rotta. E qui torniamo ai corsari: ognuno di noi segue i propri punti di riferimento e procede per piccoli passi nella direzione che essi indicano. Amo l’iconografia bizantina e la bidimensionalità in pittura. Un posto speciale nel mio cuore lo occupa Piero della Francesca, insieme a tanti altri grandi maestri, come Bosch. Fino ai nostri giorni i nomi sarebbero molti e non ho alcun merito per citarli. Ci sono poi il cinema di Tarantino e dei fratelli Coen, e i fumetti: Jacovitti, che da bambino leggevo con ingordigia, e Bonvi, la cui ironia è stata per me fondamentale. Penso anche alla grande musica, da Ho visto un Re a Sono solo canzonette. Non servono i nomi: esiste un gruppo di persone straordinarie che hanno saputo giocare con l’ironia. L’Italia è ricchissima da questo punto di vista, anche se a volte ce ne dimentichiamo. Tantissimi artisti che, con un sorriso irriverente, hanno ridimensionato l’ego e circoscritto il narcisismo degli uomini di potere.