San Marino. La chiesa e il convento dei Padri Servi di Maria di Valdragone raccontati da due esperti. Iniziativa dell’Associazione Emma Rossi
L’architetto Maurizio Del Din e la professoressa Laura Rossi hanno guidato un pubblico molto interessato attraverso un percorso storico artistico tra gli interni della chiesa, il chiostro e l’orto-giardino
di Angela Venturini.
C’era una volta un dragone che sputava fuoco e fiamme, che mangiava uomini e animali. Il bestione mitologico imperversava nelle zone sotto l’antico Mercatale e siccome si pensava che questo accadesse per i grandi peccati della comunità, si chiamò un predicatore molto famoso, capace di riportare tutti sulla retta via. Arrivò dunque padre Paolo Spannocchi portando con sé un telo che appendeva a un carpino ogni volta che pregava e parlava alla folla. Su questo telo era raffigurata con semplici linee una Madonna nell’atto di donare una pera al piccolo Gesù. Intorno a questa tela è nata una chiesa e un convento, che ancora oggi si trovano a Valdragone, quella valle del drago intorno a cui nacquero queste leggende.
La storia documentata riprende in qualche maniera i racconti popolari, si fa più complessa e articolata e traccia l’evoluzione di un complesso monumentale tra i più antichi, più belli e, purtroppo, più disastrati della Repubblica. L’hanno raccontata due veri esperti: la professoressa Laura Rossi per la parte storica e artistica; l’architetto Maurizio Del Din per la parte architettonica e i restauri. L’evento, che domenica pomeriggio ha visto una grandissima partecipazione, è stato organizzato dall’Associazione Emma Rossi, che periodicamente promuove attività di studio, ricerca e conoscenza del patrimonio sammarinese.
La chiesa originaria è legata ad una donazione di Paolino di Combattuto (o Combattuti, come recitano alcune fonti). Ma come talvolta accade, solo in maniera un po’ rocambolesca si riuscì ad assecondare la volontà del donatore costruendo una sorta di piccola cappella nelle adiacenze del Mercatale. In concomitanza con l’arrivo di padre Spannocchi, dell’ordine dei Servi di Maria (o Serviti), la chiesa venne data in gestione a questo ordine di frati, che costruirono anche il convento. I Padri Servi facevano parte di un ordine mendicante che era molto famoso e molto esteso agli inizi del XV secolo. Era stato fondato a Firenze nel 1233 per opera di sette mercanti fiorentini, rimasti nelle cronache come i sette santi fondatori.
Non si sa di preciso come fosse la chiesa originaria, eretta nel 1442. Probabilmente era piccola, perché destinata ad una piccola comunità. Poi, verso la prima metà del XVI secolo fu distrutta da un incendio. Sulle sue rovine ne fu eretta un’altra, più grande, più bella, più ricca di arredi e di opere d’arte. Ma anche questa nuova costruzione fu più volte rimaneggiata, condizionata ai capricci degli uomini, al loro interesse o disinteresse, fino alle distruzioni della Seconda Guerra mondiale. Il complesso, restaurato in maniera filologica da Gino Zani, ingrandito per ospitare anche cinquanta seminaristi, in tempi più recenti è andato man mano degradando. Ci sono diversi ordini di ragioni: da una parte la progressiva secolarizzazione delle comunità sociali con conseguente crisi del clero e della vita consacrata. Dall’altra, lo scivolamento del convento sul terreno sottostante le fondamenta, che si tira dietro anche la chiesa, tuttora piena di crepe parietali molto preoccupanti. Infine, non si può escludere il disinteresse verso questo monumento, che nel Cinquecento, era elegante, pieno di opere d’arte, manifesto di una notevole levatura culturale.
Lo dimostrano tanti cimeli, reperti, fregi, colonne ancora ben visibili nei vari ambienti, nella cappellina, nelle sale del convento, nel prezioso chiostro, che raccontano tempi sicuramente difficili, eppure migliori. Li raccontano anche la bellissima, raffinata e assolutamente unica “Madonna della pera”, inserita in un politicco di pregevolissima fattura, realizzato intorno al 1530, attribuito al pittore riminese Bartolomeo Coda, figlio d’arte del maestro Benedetto Coda.
Lo racconta ancora l’orto/giardino annesso al convento, che un tempo forniva frutta e verdura per un cenobio assai frequentato, oltre che i fiori per la chiesa. Oggi, tra le strutture di ferro che ne disegnavano la raffinata architettura sono tutte arrugginite e in molte parti divelte; i frutti si sono inselvatichiti e nelle aiuole crescono solo le erbacce.
Anche questo sarebbe un elemento prezioso da recuperare e riutilizzare per fini didattici, estetici e perfino pratici. Il merito dell’Associazione Emma Rossi è proprio questo, andare a riscoprire la storia, ma anche accendere un focus su quanto si sta perdendo e meriterebbe di essere recuperato, prima della sua definitiva scomparsa.



