L’Europa non è una questione di costi/benefici, ma di quale visione abbiamo del futuro
Angela Venturini
Qual è il rapporto costi/benefici dell’Accordo di associazione con la UE? Molti si abbarbicano a questa domanda per esprimere la più grande criticità del percorso europeo, perché in effetti, questa voce, non compare in nessun documento. Ma è una domanda inappropriata e mal posta.
L’Accordo in sé per sé non costa niente, perché San Marino rimane uno Stato Terzo; quindi, non contribuisce al bilancio comune e non siede nelle istituzioni UE, come invece accade per i Paesi aderenti, che concorrono con una percentuale del loro bilancio.
Allora cosa serve, se rimaniamo Stato Terzo? Serve molto, perché l’Associazione non è un accoglimento passivo delle regole, ma una scelta attiva di partecipare alle dinamiche del continente, di accedere alle risorse e contribuire ai suoi processi decisionali. Ma soprattutto, San Marino potrà partecipare alle consultazioni sul processo normativo europeo, facendo valere le sue opinioni e contribuendo alla definizione delle regole. Pertanto, pur in veste di “osservatore” potrà chiedere adattamenti, o aggiustamenti, prima che l’atto entri in vigore.
Però qualche costo c’è, e anche importante, perché l’integrazione europea implica una modernizzazione di tutto il nostro sistema che ancora non sembra diventata una priorità. Lo sviluppo è ancora uno slogan negli interventi politici e nei programmi elettorali, ma tuttora vuoto di contenuti, perché non ci sono scelte e i campi dello sviluppo sono tantissimi: dall’ambiente alle tecnologie, dalla salute alle comunicazioni, dall’imprenditoria al turismo alla governance, e potremmo continuare. Insomma, se ci fossero investimenti, in quale settore potrebbero (o dovrebbero) essere indirizzati?
Sviluppo è anche digitalizzazione e servizi online. Il primo strappo l’abbiamo avuto durante il Covid, con le ricette online e il Fascicolo sanitario elettronico. Poi non si è visto altro. Il tribunale ha cominciato da poco tempo a digitalizzare i suoi documenti. La Firma Elettronica Qualificata è una cosa piuttosto recente, molti non sanno neppure che esiste. Sulla digitalizzazione della PA si sente parlare spesso, ma non si sa molto in merito, né se sia cominciata, né a quale punto sia.
Insomma, siamo molto indietro e se vogliamo stare alla pari con i futuri partner europei, abbiamo della strada da fare. Se non siamo riconosciuti fuori dai nostri confini, dove pensiamo di andare? È capitato a molti di non riuscire a scaricare un’app: “Questo servizio non è supportato nel tuo paese”. Allora bisogna andare a Cerasolo, o alla Cerbaiola, per scaricarla. Perfino alcuni servizi delle Ferrovie dello Stato o delle Poste italiane sono preclusi ai sammarinesi e ti tocca andare a Montegrimano col passaporto. E se vuoi guardare un film su Infinity, o un programma che ti sei perso, subito si apre la home page con la scritta: “Per te che vivi all’estero con un cuore italiano”. Insomma, siamo per tutti uno stato estero, anche se nessuno pensa che sia un estero a scartamento ridotto e che magari il confine è a tre chilometri da casa.
Allora, il problema non è nell’Accordo di associazione all’Europa, che pur lasciando intatta la nostra identità e la nostra sovranità, ci riconosce ufficialmente come europei e ci tratta alla pari. Il problema è che siamo fermi nella nostra arretratezza. Che talvolta è anche colpa della politica perché ad ogni governo che cambia, ad ogni nuovo Segretario di Stato che siede sulla poltrona, quello che c’è nei cassetti viene buttato nel cestino, stanziamenti compresi.
Talvolta invece è un’arretratezza mentale, che ci tiene ancorati a un passato medievale, ormai assolutamente anacronistico. Quindi, la spesa maggiore del primo passo in Europa dovrà essere nella modernizzazione del nostro sistema Stato e in quegli investimenti che ci mettano alla pari con il resto del continente.


