WAR ON DRUGS: storia e attualità … di Giovanni Zonzini
Il sequestro del presidente venezuelano Maduro è avvenuto esattamente nel trentaseiesimo anniversario della cattura del leader panamense Manuel Noriega.
La scelta della data difficilmente può essere considerata casuale: come Noriega, anche Maduro è accusato di aver agevolato il traffico di stupefacenti – in particolare di fentanyl – verso le coste statunitensi.
Gli Stati Uniti sono da oltre un secolo colpiti da un abuso strutturale di sostanze. Nel tentativo di contrastarlo, la politica americana ha assunto, già dai primi decenni del Novecento, un ruolo guida nella costruzione dell’architettura globale delle politiche proibizioniste.
Dal 1971, con la celebre formula di Richard Nixon, Washington ha ufficialmente lanciato la war on drugs: una “guerra” che rivela la tendenza a proiettare su nemici esterni la responsabilità di problemi interni, primo fra tutti la tossicodipendenza.
Nel corso del secolo il “nemico” è stato individuato in attori diversi – da Mao Zedong a Lucky Luciano – eludendo sistematicamente un dato essenziale: l’offerta garantita dai narcotrafficanti non è la causa della diffusione delle droghe, bensì la sua conseguenza.
È la domanda spropositata della società americana a generare il narcotraffico. Affrontare le cause profonde che spingono circa quattro milioni di statunitensi ad abusare di oppioidi imporrebbe una riflessione critica sul modello sociale ed economico del Paese: un esercizio che la classe dirigente non sembra intenzionata a compiere. Risulta assai più semplice – e politicamente redditizio – colpire governi etichettati come “narco-stati”.
Il caso venezuelano è emblematico. È infatti documentato – dalla DEA e dalle Nazioni Unite – che il principale centro di produzione di fentanyl è il Messico, non Caracas. In assenza di laboratori da smantellare, è lecito supporre che gli Stati Uniti troveranno altre forme di compensazione.
Del resto, il sottosuolo venezuelano abbonda di petrolio.
Giovanni Zonzini


