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Consiglio Grande e Generale (report della seduta pomeridiana di giovedì 17 settembre 2026)

Consiglio Grande e Generale – sessione 7-8-9-15-16-17-18-21-22-23 settembre 2026

Giovedì 17 settembre 2026

Seduta intensa e politicamente delicata per il Consiglio Grande e Generale, che oggi ha affiancato a passaggi istituzionali condivisi — dalle sostituzioni negli organismi consiliari al gradimento unanime per il nuovo Rettore dell’Università di San Marino — un lungo confronto sulle Istanze d’Arengo dedicate ai temi etici. 

In apertura l’Aula ha approvato all’unanimità l’inserimento dei commi 29 bis e 29 ter. Sul primo sono state definite alcune sostituzioni negli organismi consiliari per il semestre dal 1° ottobre 2026 al 1° aprile 2027: Ilaria Bacciocchi è stata indicata dal Psd in sostituzione di Gerardo Giovagnoli nell’Ufficio di Segreteria e nella Commissione Esteri; il Pdcs ha indicato Barbara Bollini al posto di William Casali nella Commissione Finanze e Sandra Stacchini nella Commissione Affari di Giustizia.

Clima largamente condiviso sul comma 29 ter, dedicato al gradimento alla nomina di Paolo Pascucci quale nuovo Magnifico Rettore dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino per il triennio 2026-2029. Andrea Belluzzi, intervenuto inizialmente in sostituzione del Segretario all’Istruzione Teodoro Lonfernini, ha ricordato il contributo del Rettore uscente Corrado Petrocelli al percorso di accreditamento dell’Ateneo e indicato come priorità per Pascucci il consolidamento dell’inserimento dell’Università sammarinese nello spazio europeo dell’istruzione superiore e lo sviluppo dell’offerta formativa. 

Da maggioranza e opposizione sono arrivati ringraziamenti trasversali a Petrocelli e aperture sulla nuova fase. Manuel Ciavatta (Pdcs) ha parlato di “grande esperienza e di elevato valore scientifico” del nuovo Rettore; Nicola Renzi (Rf), pur apprezzando l’inserimento del comma, ha rilanciato una riflessione sull’opportunità di mantenere in futuro il passaggio del gradimento consiliare, sostenendo che potrebbe essere superato “in favore del pieno riconoscimento dell’autonomia universitaria”. Giuseppe Maria Morganti (Libera) ha invece difeso il ruolo dell’Aula, ritenendo la presa d’atto del Consiglio “un passaggio fondamentale”, mentre Fabio Righi (D-ML) ha invitato il nuovo Rettore a rafforzare il legame tra università, innovazione e mondo produttivo. 

Matteo Rossi (Psd) ha definito Petrocelli una “figura iconica” capace di dare all’Ateneo una forte proiezione internazionale, mentre Denise Bronzetti (Ar) ha chiesto che cultura e istruzione superiore non vengano più considerate “il fanalino di coda dell’azione amministrativa”. In chiusura Teodoro Lonfernini ha riconosciuto che il passaggio sul gradimento era “inizialmente sfuggito” nella preparazione dei lavori, ringraziando i gruppi per averne consentito l’inserimento. Il Segretario ha inoltre annunciato l’intenzione di avviare un concorso pubblico per la Direzione Generale dell’Ateneo e ha indicato nella “terza missione” dell’Università uno degli obiettivi strategici della nuova fase. Il gradimento alla nomina di Pascucci è stato approvato all’unanimità.

Il Consiglio è quindi tornato al comma 28 sulle Istanze d’Arengo, affrontando per prima l’Istanza n.53 sulla revisione delle modalità di allestimento dei seggi elettorali nelle sedi scolastiche. Andrea Belluzzi ha chiarito che la normativa elettorale vieta materiale riconducibile alla propaganda politica, ma non impone la rimozione generalizzata degli elaborati didattici. Il Governo ha quindi espresso parere favorevole, indicando per le future consultazioni una verifica mirata: oscuramento o rimozione soltanto del materiale riconducibile a partiti, liste, candidati o messaggi idonei a influenzare il voto, lasciando regolarmente esposti cartelloni ed elaborati scolastici privi di contenuto politico.

Maria Donatella Merlini (Psd) ha sostenuto che la prassi fin qui adottata comportasse un impiego sproporzionato di tempo e risorse, oltre a incidere sulle attività didattiche: “La neutralità degli ambienti destinati alle operazioni di voto deve essere pienamente garantita”, ha osservato, ma con verifiche “mirate e proporzionate”. Nicola Renzi (Rf) ha condiviso il merito della richiesta, pur domandandosi se fosse davvero necessario un intervento formale o se si potesse intervenire attraverso una semplice riorganizzazione amministrativa. L’Istanza è stata approvata a maggioranza. 

Il confronto politico si è fatto più intenso con l’Istanza n.47, che chiede una disciplina per la rettifica del genere nei registri e nei documenti dello Stato Civile per le persone che hanno intrapreso un percorso di affermazione di genere. Belluzzi ha espresso a nome del Governo un parere “ampiamente favorevole”, sostenendo la necessità di colmare l’attuale vuoto legislativo e di definire una procedura chiara che non lasci la tutela delle persone alla sola prassi giudiziaria o alla possibilità di ricorrere a ordinamenti esteri. Il Segretario ha richiamato i principi della Dichiarazione dei Diritti sammarinese e la giurisprudenza europea sul rispetto della vita privata, osservando che “non è ammissibile che un cittadino debba fare una domanda giurisdizionale per vedere riconosciuto un aspetto così intimo della propria persona”. 

Dalibor Riccardi (Libera) ha sostenuto che l’assenza di una disciplina codificata costringa le persone interessate a “vivere in un limbo burocratico”, chiedendo procedure rapide e trasparenti. Alessandro Scarano (Pdcs) ha invitato a superare “tifosismi ed estremismi di parte”, riconoscendo la necessità di adeguare la legislazione alle situazioni concrete e indicando come priorità la tutela della persona e, nei temi successivi, del minore. Antonella Mularoni (Rf) ha confermato il voto favorevole di Repubblica Futura, chiedendo però che la rettifica intervenga a conclusione di un percorso certificato e che venga chiarita anche la procedura di presentazione delle Istanze d’Arengo attraverso associazioni. 

Posizione contraria, a titolo personale, da Gaetano Troina (D-ML), che ha chiesto maggiore cautela sugli effetti giuridici della modifica anagrafica e ha contestato l’idea che dal principio generale di non discriminazione discendano automaticamente ulteriori diritti soggettivi. “Temi di questa rilevanza non possono essere affrontati con superficialità”, ha sostenuto. Manuel Ciavatta (Pdcs) ha invece annunciato il sì del partito all’Istanza, accompagnandolo con un ordine del giorno volto a definire criteri medici e giuridici, una procedura giudiziaria e la copertura delle spese sanitarie. Il testo, condiviso con larga parte delle forze politiche, impegna il Governo ad avviare un tavolo tra Interni, Giustizia e Sanità e a predisporre entro febbraio 2027 le modifiche normative necessarie.

Proprio l’ordine del giorno è diventato uno dei principali terreni di confronto politico. Matteo Rossi (Psd) lo ha descritto come il risultato di una “mediazione” capace di evitare una contrapposizione ideologica e di tradurre l’accoglimento dell’Istanza in un percorso operativo. Di segno opposto l’intervento di Emanuele Santi (Rete), che ha giudicato il documento superfluo e potenzialmente capace di trasformare l’attuazione in “un vero e proprio percorso ad ostacoli”. Fabio Righi (D-ML), pur riconoscendo la rilevanza della questione, ha posto una lunga serie di interrogativi sulla tutela dei dati, sugli effetti della rettifica negli archivi pubblici, sulla sanità e sulla tracciabilità giuridica, sostenendo che “la vera sfida” sia tutelare contemporaneamente dignità della persona e certezza del diritto. 

Michela Pelliccioni (Gruppo Misto) ha invece definito l’ordine del giorno “un autentico valore aggiunto”, mentre Andrea Menicucci (Rf) ha richiamato una lettura evolutiva del principio di uguaglianza. Marinella Lorena Chiaruzzi (Pdcs) ha sottolineato come scuola, ISS e famiglie siano già chiamati a confrontarsi con queste situazioni, mentre Sara Conti (Rf) ha chiesto che si eviti di banalizzare il percorso di transizione, ricordandone la complessità personale e familiare. Ilaria Bacciocchi (Psd) ha posto l’accento sulla necessità di colmare la disparità tra chi può ricorrere a un ordinamento estero e chi dispone soltanto della cittadinanza sammarinese, insistendo anche sulla copertura sanitaria prevista dall’ordine del giorno.

Giulia Muratori (Libera) ha chiesto “regole legislativamente definite, chiare e rigorose”, evidenziando il precedente della carriera Alias introdotta dall’Università; Giovanna Cecchetti (Gruppo Misto) ha sostenuto che il riconoscimento giuridico e il percorso sanitario siano piani distinti ma da coordinare. Più duro Gian Matteo Zeppa (Rete), secondo cui l’ordine del giorno rappresentava una “appropriazione indebita” rispetto alla richiesta degli istanti e serviva a “mitigare i contrasti interni” alla maggioranza. Di segno opposto Maria Luisa Berti (Ar), che ha difeso il documento come strumento capace di “tracciare in modo chiaro un percorso operativo”. Silvia Cecchetti (Psd) ha infine parlato di “colpevole ritardo” nel colmare il vuoto normativo. L’Istanza n.47 è stata approvata a maggioranza così come l’ordine del giorno collegato.

Ancora più articolato il successivo confronto accorpato sulle Istanze n.48 e 49, esaminate congiuntamente. La prima riguarda la registrazione presso lo Stato Civile di atti di nascita o adozione formati all’estero per famiglie omogenitoriali; la seconda chiede di disciplinare la responsabilità genitoriale e la registrazione di entrambi i genitori nelle famiglie omogenitoriali. Belluzzi ha espresso parere favorevole a entrambe, ponendo al centro “bambini che esistono a prescindere” e che, secondo il Governo, non possono restare privi di uno status giuridico riconosciuto. Sull’Istanza 48 ha richiamato casi in cui atti formati all’estero non vengono recepiti a San Marino; sulla 49 ha posto il tema del riconoscimento della seconda figura genitoriale e dell’adozione del figlio del partner.

Enrico Carattoni (Rf), intervenendo a titolo personale, ha sostenuto entrambe le richieste, affermando che la mancata iscrizione anagrafica produce conseguenze immediate sulla vita dei minori, a partire dall’assistenza sanitaria. Dalibor Riccardi (Libera) ha denunciato il rischio di lasciare bambini privi di tutela nei rapporti con la seconda figura genitoriale e ha respinto l’ordine del giorno come “compromesso non accettabile”. Luca Lazzari (Psd), illustrando invece il documento condiviso da Pdcs, Psd, Ar e dalle indipendenti Giovanna Cecchetti e Michela Pelliccioni, ha spiegato che l’obiettivo era distinguere il giudizio sulle modalità di origine della filiazione dalla tutela da garantire comunque al minore già nato. Il testo affida al Governo una verifica sulla registrazione degli atti esteri, sull’adozione semiplena e sull’eventuale necessità di ulteriori interventi, con relazione alla Commissione competente entro febbraio 2027. 

Michela Pelliccioni ha annunciato il sì alla n.48 e maggiori riserve sulla n.49, ritenuta più vincolante rispetto al percorso delineato dall’ordine del giorno. Mirko Dolcini (D-ML), a titolo personale, ha distinto tra adozione da parte di due adulti dello stesso sesso e adozione del figlio del partner, ritenendo nel secondo caso già rilevante l’istituto dell’adozione semiplena. Tomaso Rossini (Psd) ha sostenuto entrambe le istanze, affermando che “il punto focale del dibattito non deve essere l’orientamento sessuale degli adulti, ma l’interesse superiore del minore”. Miriam Farinelli (Rf) ha richiamato il caso delle coppie femminili in cui una donna fornisce il patrimonio genetico e l’altra porta avanti la gravidanza, evidenziando il problema del riconoscimento giuridico di entrambe.

Il confronto ha poi assunto toni più accesi sul rapporto tra famiglia, genitorialità, riferimenti religiosi e maternità surrogata. Gaetano Troina (D-ML) ha contestato l’uso delle parole del Pontefice e della dottrina sociale della Chiesa a sostegno delle istanze, chiedendo che il dibattito restasse sul terreno politico e giuridico. Aida Maria Adele Selva (Pdcs) ha espresso forti preoccupazioni sulla gestazione per altri, richiamando il precedente voto consiliare volto a promuoverne il contrasto e chiedendo che i diritti del bambino restino prioritari. Giulia Muratori (Libera) ha replicato riportando il confronto sulle situazioni concrete di minori già esistenti e sulle responsabilità giuridiche di chi li cresce, sostenendo che il Parlamento debba colmare le lacune senza lasciare alla magistratura la gestione caso per caso. 

Fabio Righi (D-ML) ha insistito sulla differenza tra uguaglianza formale e sostanziale e sulla necessità di non recepire automaticamente atti formati all’estero, indicando nell’adozione semiplena un istituto da approfondire. Dall’altro lato Gian Matteo Zeppa (Rete) ha accusato parte dell’Aula di nascondersi dietro “norme, cavilli e diritti” senza mettere al centro “l’amore”, attaccando l’ordine del giorno come il frutto di “mediazioni al ribasso”. Antonella Mularoni (Rf) ha replicato chiedendo rispetto per tutte le sensibilità e ha invitato a tenere conto, prima di legiferare, delle pronunce del Tribunale e del Collegio Garante, oltre che delle implicazioni della gestazione per altri.

Libera ha mantenuto una posizione favorevole a entrambe le istanze ma contraria all’ordine del giorno. Luca Della Balda lo ha definito un rinvio poco chiaro, contestando in particolare il riferimento all’adozione semiplena, mentre Giuseppe Maria Morganti ha ribadito che il centro della questione sono “bambini in carne ed ossa” i cui diritti non possono essere negati. Sul fronte della mediazione, Giovanna Cecchetti ha difeso il percorso individuato dal documento, sostenendo che il minore non debba “pagare il prezzo delle differenze tra i vari ordinamenti giuridici”; Silvia Cecchetti (Psd) ha rivendicato il lavoro di sintesi, osservando che senza un compromesso alcune istanze sarebbero state respinte e che “i numeri in Aula sono numeri”. 

Manuel Ciavatta ha quindi chiarito la posizione del Pdcs: sì all’Istanza n.48, no alla n.49, sostegno all’ordine del giorno e disponibilità a valutare una futura disciplina sammarinese che tenga conto della filiazione biologica, delle pronunce giudiziarie e dell’adeguatezza dell’adozione semiplena. Emanuele Santi (Rete) ha invece confermato il voto favorevole a entrambe e il no all’ordine del giorno, giudicato “fortemente dilatorio”. Denise Bronzetti (Ar) ha difeso lo sforzo di mediazione, sostenendo che la politica abbia il dovere di trovare sintesi quando le posizioni sono distanti e ribadendo che il punto centrale resta “l’esclusivo e supremo interesse dei bambini”. 

Anche Repubblica Futura ha mostrato sensibilità differenti. Sara Conti ha espresso voto favorevole alla n.48, riserve sulla n.49 per i profili connessi alla gestazione per altri, ma apertura all’adozione da parte di coppie dello stesso sesso. Andrea Menicucci ha invece annunciato il proprio sì a entrambe, invitando l’Aula a superare la “rincorsa al consenso” e a concentrarsi sulla costruzione di norme capaci di garantire certezza giuridica ai minori e alle famiglie.

Al termine delle votazioni, l’Istanza n.48 sulla registrazione degli atti di nascita e adozione formati all’estero è stata approvata a maggioranza. L’Istanza n.49 sulla responsabilità genitoriale e sulla registrazione di entrambi i genitori nelle famiglie omogenitoriali è stata invece respinta con 14 voti favorevoli, 23 contrari e 14 astenuti. Approvato a maggioranza anche l’ordine del giorno presentato da Pdcs, Psd, Alleanza Riformista e dalle consigliere indipendenti Giovanna Cecchetti e Michela Pelliccioni. I lavori si sono interrotti intorno alle 20.30 e riprenderanno venerdì 18 settembre alle 9.

Di seguito un estratto dei lavori

L’inserimento del comma 29 bis all’ordine del giorno è approvato all’unanimità.

L’inserimento del comma 29 ter all’ordine del giorno è approvato all’unanimità.

Comma 29 bis: a) Sostituzione del consigliere Gerardo Giovagnoli quale membro effettivo dell’Ufficio di Segreteria del Consiglio Grande e Generale per il semestre 1° ottobre 2026 – 1° aprile 2027; b) Sostituzione del consigliere Gerardo Giovagnoli in seno alla Commissione Consiliare Permanente Affari Esteri, Emigrazione ed Immigrazione, Sicurezza e Ordine Pubblico, Informazione per il semestre 1° ottobre 2026 – 1° aprile 2027; c) sostituzione del consigliere William Casali in seno alla Commissione Consiliare Permanente Finanze, Bilancio e Programmazione; Artigianato, Industria, Commercio, Turismo, Servizi, Trasporti e Telecomunicazioni, Lavoro e Cooperazione per il semestre 1° ottobre 2026 – 1° aprile 2027; d) sostituzione del consigliere William Casali in seno alla Commissione Consiliare per gli Affari di Giustizia per il semestre 1° ottobre 2026 – 1° aprile 2027

Punta a) Il Psd nomina come sostituta la consigliera Ilaria Bacciocchi. La nomina è approvata con 45 voti favorevoli.

Punto b) Il Psd indica come sostituta la consigliera Ilaria Bacciocchi. 

Punto c) Il Pdcs indica come sostituta la consigliera Barbara Bollini.

Punto d) Il Pdcs indica come sostituta la consigliera Sandra Stacchini.

Comma 29 ter: gradimento alla nomina del Rettore dell’Università di San Marino.

Segretario di Stato Andrea Belluzzi: Intervengo in parziale sostituzione del collega Teodoro Lonfernini, che sta concludendo un impegno istituzionale e sta arrivando in quest’Aula, lasciando poi a lui la possibilità di svolgere le considerazioni e le riflessioni del caso, poiché non ci troviamo di fronte a una semplice presa d’atto ma ritengo doveroso esprimere valutazioni di natura politico-programmatica. Do innanzitutto lettura della comunicazione trasmessa dal decano dell’Università, professor Luciano Canfora, indirizzata alla Segreteria di Stato per l’Istruzione, la Cultura e l’Università: “Egregio Segretario di Stato, con la presente si trasmette l’estratto del verbale della seduta del Senato Accademico dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino tenutasi in data 23 luglio 2026, nel corso della quale si è proceduto alla nomina del Magnifico Rettore. Si chiede cortesemente che l’estratto in oggetto sia sottoposto all’attenzione del Consiglio Grande e Generale ai fini dell’adozione della delibera di gradimento ai sensi dell’articolo 12 del decreto delegato 30 agosto 2023 numero 125. Nel ringraziarla per la preziosa collaborazione, le porgo i più cordiali saluti.” Desidero sottolineare come con questa nomina si chiuda un ciclo di straordinaria importanza. Il mio pensiero va innanzitutto al Magnifico Rettore uscente, professor Corrado Petrocelli, grazie al quale si è concluso un percorso fondamentale per il nostro Paese con il pieno accreditamento dell’Università degli Studi di San Marino. Oggi possiamo affermare con orgoglio che il sistema universitario della Repubblica di San Marino ha ottenuto piena cittadinanza all’interno dello spazio europeo dell’istruzione superiore, ed il merito di questo traguardo eccezionale va in primis all’Ateneo guidato in questi anni dal professor Petrocelli. Voglio ricordare a tutta l’Aula che il Consiglio Grande e Generale ha votato sempre all’unanimità le sue riconferme, arrivando persino a modificare le norme di legge per consentire la continuità della sua guida in frangenti storici complessi come l’emergenza Covid, riconoscendo lo straordinario valore e il ruolo che questa figura ha rivestito nella storia dell’istruzione superiore sammarinese. A lui va la nostra profonda gratitudine istituzionale. Voltando pagina, accogliamo ora un nuovo Rettore che raccoglie questa importante eredità, il professor Paolo Pascucci, nominato dal Senato Accademico lo scorso 23 luglio per il triennio 2026-2029. La sfida più importante che attende il nuovo Rettore è proseguire lungo il cammino di garanzia di accreditamento del nostro sistema universitario sia nei confronti della vicina Italia sia nell’ambito del sistema europeo dell’istruzione superiore. Accanto a questo vi è il piano di sviluppo del nostro Ateneo, che conta oggi ha 2.000 iscritti tra corsi di laurea triennale, magistrale e master di secondo e terzo livello; un numero di studenti che può e deve continuare a crescere in futuro anche grazie all’introduzione di nuove ed innovative offerte formative. Ora che è sopraggiunto in Aula il collega Teodoro Lonfernini, gli cedo volentieri la parola per le sue considerazioni.

Manuel Ciavatta (Pdcs): Accogliamo sicuramente con grande favore la scelta compiuta dal Senato Accademico nell’individuare il professor Paolo Pascucci quale nuovo Magnifico Rettore, trattandosi di un docente di lunghissima data, di grande esperienza e di elevato valore scientifico, che saprà certamente portare un contributo ulteriore alla crescita della nostra Università. Si tratta di un cammino di sviluppo che è stato portato avanti in questi anni con straordinaria dedizione dal Rettore uscente Corrado Petrocelli, a cui più volte abbiamo avuto modo di rivolgere il nostro encomio per l’imponente lavoro svolto a favore dell’Ateneo. Il professor Petrocelli lascia la guida dell’Università in primarie ed ottime mani; pertanto, da parte della nostra forza politica e dell’intero Consiglio Grande e Generale, esprimo il più convinto gradimento alla decisione assunta dal Senato Accademico. Desidero rinnovare a nome del Partito Democratico Cristiano Sammarinese e di tutta l’Aula la più profonda ed autentica gratitudine al professor Petrocelli per tutto ciò che ha fatto per la Repubblica in questi anni, per come ha saputo far crescere l’Ateneo portandolo a livelli di eccellenza riconosciuti a livello internazionale, e per l’aumento costante degli studenti iscritti, passati dai circa 200-300 iniziali agli oltre mi pare 1.200-13.00 iscritti attuali, con l’attivazione di nuovi corsi di laurea, master, percorsi di alta formazione e con una presenza logistica diffusa in tre sedi sul territorio, dal Centro Storico fino ai confini, compresa l’offerta di percorsi telematici per chi risiede fuori territorio. Tutto questo è il frutto di una guida sapiente ed esperta che lascia un ricordo indelebile non solo nella memoria istituzionale del Paese, ma nel cuore di chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerlo e di collaborare con lui. Formuliamo al professor Pascucci i migliori auguri di buon lavoro e assicuriamo la massima disponibilità e collaborazione affinché l’Università di San Marino possa raggiungere traguardi ancora più ambiziosi.

Nicola Renzi (Rf): Desidero svolgere alcune brevi riflessioni su questo passaggio istituzionale, unendomi anzitutto al doveroso e sentito ringraziamento rivolto al Magnifico Rettore uscente, professor Corrado Petrocelli, per lo straordinario lavoro compiuto a favore della nostra Università, con l’auspicio che possa continuare a prestare la sua preziosa opera per il nostro Ateneo anche in ruoli differenti. In secondo luogo, voglio evidenziare che questo comma non era inizialmente inserito nell’ordine del giorno dei lavori consiliari e ci è stato proposto su richiesta del Governo in sede di Ufficio di Presidenza. Eravamo sinceramente sorpresi nel non vedere all’ordine del giorno il gradimento per la nomina del nuovo Rettore; pertanto, quando il Governo ci ha chiesto di inserire il punto, noi come opposizione non abbiamo manifestato alcuna contrarietà. Credo che questo sia un esempio emblematico che smentisce nettamente chi vuole descrivere l’opposizione come costantemente tesa allo sfascio o al blocco delle attività del Paese, dimostrando al contrario il nostro senso di responsabilità. Inoltre, dato che l’avvicendamento tra i due Rettori è previsto tra la fine di settembre e i primi di ottobre, è assolutamente corretto che l’iter si concluda con la pienezza del percorso istituzionale. A questo proposito, credo che i tempi siano ormai maturi per avviare una riflessione seria sulla legge sull’Università, valutando se il passaggio del gradimento in Consiglio Grande e Generale debba essere mantenuto oppure superato in favore del pieno riconoscimento dell’autonomia universitaria. Nessun gruppo consiliare verrebbe mai in Aula a votare in modo difforme rispetto alle determinazioni sovrane del Senato Accademico; pertanto ritengo che si possa serenamente superare questo passaggio parlamentare e riconoscere la piena autonomia dell’Ateneo. Concludo formulando i migliori auguri di buon lavoro al futuro Rettore Paolo Pascucci.

Giuseppe Maria Morganti (Libera): Il gruppo di Libera intende unirsi pienamente alle considerazioni espresse in merito all’importante incarico affidato al nuovo Magnifico Rettore, cogliendo l’occasione per ripercorrere le tappe fondamentali che hanno reso grande la nostra Università. Quando rifletto sul nostro sistema universitario il mio pensiero va sempre al nucleo originario sviluppatosi negli anni ’80 con gli studi storici, quando la Repubblica di San Marino si affermò come un centro culturale di altissima qualità e vigore scientifico attorno a temi complessi della storia, attraendo personalità illustri come il professor Luciano Canfora che continuano a dare un contributo fattivo. Quel lavoro preparatorio ha costituito l’humus ideale su cui si è potuta sviluppare la pianta dell’Ateneo, ed il professor Corrado Petrocelli è stato lo straordinario coltivatore che ha saputo far sbocciare i frutti migliori. Petrocelli ha preso in mano strutture già ricche di potenzialità, come il corso di laurea in Design, ed ha saputo coniugare con sapienza le intelligenze del nostro territorio con le potenzialità espresse dai più prestigiosi mondi accademici internazionali, rendendo l’Università di San Marino un unicum rispettato e considerato ovunque. Per quanto riguarda la procedura di avvicendamento e la questione del gradimento consiliare, condivido l’auspicio che la politica sia il meno invasiva possibile; tuttavia ritengo che la presa d’atto del Consiglio Grande e Generale sia e debba rimanere un passaggio fondamentale. Avendo la Repubblica di San Marino una sola Università statale, il Rettore riveste un ruolo paragonabile a quello di un ministro o viceministro dell’Istruzione Superiore, facendosi carico di una responsabilità istituzionale immensamente superiore a quella dei rettori di paesi in cui vi sono decine di atenei. Confermo la piena convinzione del gruppo di Libera nell’approvare questa procedura nei tempi corretti, senza lasciare vuoti di potere che potrebbero compromettere il buon funzionamento dell’Ateneo, ed auguro al futuro dell’Università di attingere costante vigore dalle sue radici storiche per proiettarsi con successo nel futuro.

Fabio Righi (D-ML): Esprimo grande soddisfazione per l’inserimento di questo comma e per la trattazione del gradimento alla nomina del nuovo Rettore dell’Università. Anche da parte nostra vi è stata immediata adesione alla richiesta avanzata dal Governo in Ufficio di Presidenza, poiché quando ci si confronta con temi di primaria rilevanza istituzionale come la nomina della guida del nostro Ateneo occorre mettere da parte ogni appartenenza politica e prendere atto con rispetto delle valutazioni espresse dal Senato Accademico. Desidero rivolgere un sentito ringraziamento al Magnifico Rettore uscente Corrado Petrocelli, che ha preso per mano l’Ateneo guidandolo attraverso una stagione di straordinaria crescita. Nella mia precedente esperienza di governo alla Segreteria di Stato per l’Industria ho avuto modo di confrontarmi ripetutamente con il professor Petrocelli sul legame strategico tra Università e mondo delle imprese, trovando in lui un interlocutore sempre attento e propositivo. Rivolgo i migliori auguri di buon lavoro al nuovo Rettore entrante, professor Paolo Pascucci, invitandolo a prendere con determinazione per mano il nostro Ateneo e a non porsi i limiti propri di una gestione puramente tradizionale. L’Università deve essere il luogo dell’approfondimento culturale ma anche un contesto capace di anticipare le trasformazioni del mondo produttivo, lanciando sfide innovative ed integrandosi con le realtà imprenditoriali. Dobbiamo smettere di inseguire i cambiamenti o adeguarci passivamente alla normalità, ed avere invece il coraggio di immaginare scenari futuri, creando all’interno dei nostri confini quelle opportunità di formazione e di crescita che i nostri giovani vanno spesso a cercare all’estero. Auguro un proficuo lavoro al nuovo Rettore e rinnovo i miei ringraziamenti al professor Petrocelli.

Matteo Rossi (Psd): Desidero prendere la parola per rivolgere un caloroso saluto e un profondo ringraziamento al Magnifico Rettore uscente Corrado Petrocelli, che in tutti questi anni ha rappresentato una figura iconica per la nostra Università e per l’intero Paese, dimostrando un’immensa energia propositiva, standing internazionale e visione strategica. Il professor Petrocelli ha fatto compiere al nostro Ateneo un vero e proprio triplo salto in avanti dal punto di vista della qualità didattica, della ricerca e della proiezione internazionale, incarnando prima di tutti quell’esigenza di apertura della Repubblica verso l’esterno che ha portato al fondamentale percorso di accreditamento nei circuiti europei e nel processo di Bologna. Ricordo con profonda emozione le straordinarie lezioni inaugurali degli anni accademici svolte durante il suo mandato, come quella del professor Alessandro Barbero nel 2023 o l’ultima magistrale lezione dello storico Luciano Canfora a cui ho avuto il privilegio di assistere da Capitano Reggente. Voglio inoltre cogliere questa occasione per ringraziare la direttrice uscente dell’Ateneo, dottoressa Gobbi, formulandole i migliori auguri per il suo nuovo e prestigioso incarico alla guida della Funzione Pubblica, ed estendere gli auguri di buon lavoro alla nuova direttrice, dottoressa Albertini, che lavorerà in piena sintonia con il Rettore eletto Paolo Pascucci. Il nuovo Rettore si troverà ad accompagnare l’Ateneo e le istituzioni sammarinesi in un passaggio storico decisivo, legato all’imminente firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea prevista per il prossimo 19 ottobre, all’interno del quale l’Università dovrà svolgere un ruolo da protagonista. Auspico infine che si possa proseguire con determinazione nel piano di adeguamento infrastrutturale e nella creazione di nuovi ed idonei spazi dedicati agli studenti, un obiettivo su cui il Segretario di Stato Matteo Ciacci sta già lavorando intensamente. Rinnovo i miei più sentiti auguri di buon lavoro al professor Paolo Pascucci ed esprimo un immenso ringraziamento al professor Corrado Petrocelli per l’inestimabile opera prestata a favore di San Marino.

Denise Bronzetti (Ar): Anche Alleanza Riformista desidera associarsi ai tantissimi messaggi di stima e di profonda gratitudine che in quest’Aula sono stati rivolti nei confronti del Magnifico Rettore uscente, professor Corrado Petrocelli. È un dato del tutto inconfutabile che sotto la sua guida illuminata l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino abbia conosciuto uno sviluppo straordinario ed abbia ricevuto un impulso notevolissimo verso la crescita. Tutto questo è dimostrato chiaramente dai numeri e dall’evoluzione costante dell’Ateneo, ma è testimoniato anche dal rapporto continuo, costante e di altissimo profilo istituzionale che il Rettore Petrocelli ha saputo mantenere ed alimentare nel corso dei lunghi anni del suo mandato con le istituzioni del nostro Paese. La sua presenza è stata costante ed assidua all’interno di ogni appuntamento e confronto istituzionale, un atteggiamento che non è affatto scontato e per il quale intendiamo esprimergli il nostro più sincero ed autentico apprezzamento. Allo stesso tempo desidero rivolgere i migliori ed affettuosi auguri di buon lavoro al nuovo Rettore eletto, professor Paolo Pascucci, auspicando con molta forza che possa non soltanto proseguire lungo il virtuoso cammino già tracciato dal suo predecessore — un percorso che ha portato risultati straordinari alla nostra comunità —, ma che sappia anche introdurre ulteriori ed innovative linee di sviluppo ed aprire una nuova ed esaltante fase di espansione per la nostra Università. Purtroppo dobbiamo constatare come, nelle dinamiche politiche e nelle diverse esperienze di governo, tutto ciò che attiene al mondo accademico, alla cultura e all’istruzione superiore sia stato per troppo tempo considerato in secondo piano o, ancora peggio, trattato come il fanalino di coda dell’azione amministrativa. Io mi auguro sinceramente che questa tendenza possa invertirsi in maniera drastica e definitiva, non solo perché occorre comprendere fino in fondo che l’Università rappresenta a tutti gli effetti un asset strategico e fondamentale per l’economia del nostro Paese, ma soprattutto perché la crescita culturale, l’innovazione scientifica, la ricerca e la memoria storica costituiscono il motore primario attraverso cui una comunità sviluppa la propria identità. Questo vale ancora di più per la nostra Repubblica, dal momento che da qualche anno a questa parte San Marino ha scelto con coraggio di ampliare i propri orizzonti internazionali e di non rimanere chiusa all’interno dei suoi sessantun chilometri quadrati; di conseguenza, le politiche culturali e formative devono ricevere risposte chiare, precise e lungimiranti da parte della politica. L’Università può crescere ed affermarsi soltanto nella misura in cui le istituzioni e la politica fanno pienamente la propria parte, fornendo strumenti e visione. Rinnovo quindi un caloroso augurio di buon lavoro al nuovo Rettore e garantisco la massima attenzione e sensibilità della politica verso l’Ateneo.

Segretario di Stato Teodoro Lonfernini: Intervengo con grande piacere per concludere questo dibattito e ringrazio il collega Andrea Belluzzi per avermi anticipato nell’illustrazione del profilo del nuovo Rettore eletto, sulla base delle comunicazioni trasmesse dal Senato Accademico e condivise recentemente in Ufficio di Presidenza. Desidero innanzitutto rivolgere un sentito ringraziamento a tutti i gruppi consiliari e a tutte le forze politiche per aver accolto con grande senso di responsabilità, sia in Ufficio di Presidenza sia quest’oggi nell’Aula del Consiglio Grande e Generale, la richiesta di inserire in via straordinaria un apposito comma all’ordine del giorno dei nostri lavori. Ammetto serenamente che si è trattato di un passaggio che era inizialmente sfuggito nelle fasi di preparazione dei lavori consiliari in sede di Congresso di Stato; di conseguenza ho ritenuto doveroso riparare tempestivamente attraverso una richiesta formale di integrazione, del tutto legittima e coerente con la nomina già perfezionata dal Senato Accademico e con le tempistiche di effettivo insediamento del nuovo Rettore, il quale dovrà assumere le proprie funzioni entro la fine del mese o a partire dal primo giorno di ottobre. Un doveroso e profondo ringraziamento va rivolto al Magnifico Rettore uscente, professor Corrado Petrocelli, per l’egregio ed inestimabile lavoro svolto a favore della nostra Università, che sotto la sua guida ha registrato una crescita esponenziale ed impressionante anno dopo anno, grazie alla sua totale dedizione, alle sue straordinarie competenze scientifiche, alla sua elevata professionalità ed alla sua eccezionale capacità di integrarsi nella nostra realtà statuale rendendola decisamente più grande e prestigiosa rispetto a come l’aveva trovata. A lui va il mio ed il nostro più profondo senso di gratitudine. Rivolgo al contempo i più sinceri auguri di buon lavoro al nuovo Rettore, professor Paolo Pascucci, il quale conosce in maniera approfondita il nostro Ateneo da lunghissimo tempo, avendo ricoperto ruoli di docenza e di responsabilità direttiva nelle strutture organizzative e nei dipartimenti universitari. Parliamo di un professionista di altissimo livello che vanta un’indiscussa conoscenza della nostra Repubblica ed un profilo scientifico di primissimo ordine, essendo riconosciuto a livello internazionale come uno dei maggiori e più autorevoli esperti in materia di diritto del lavoro. Per me e per il Governo è un grandissimo onore poter collaborare con lui in questa fase di transizione e di sviluppo dell’Ateneo. La missione della nostra Università è ben chiara ed è delineata all’interno di un piano triennale approvato, estremamente ambizioso ed impegnativo, che vedrà direttamente coinvolti il nuovo Rettore, il Senato Accademico ed il personale. In questa fase si registra anche un avvicendamento alla Direzione Generale, dove la dottoressa Albertini ha assunto le funzioni ad interim a seguito del nuovo ed importante incarico istituzionale affidato alla dottoressa Laura Gobbi alla guida della Funzione Pubblica. Sono assolutamente certo che in queste settimane si proseguirà nel lavoro con massima efficienza; tuttavia desidero confermare all’Aula e al Congresso di Stato l’impegno fermo e determinato ad avviare immediatamente un concorso pubblico per assegnare in via definitiva la carica di Direttore Generale, in piena coerenza con il piano aziendale dell’Ateneo, così da riposizionare in tempi celeri i vertici apicali di una struttura su cui lo Stato investe risorse rilevantissime. Per quanto riguarda il rapporto tra politica ed Università, io rispetto in maniera assoluta l’autonomia del mondo accademico, un principio cardine che deve essere garantito in ogni democrazia avanzata; la politica non deve mai ingerirsi nella gestione ordinaria o nell’amministrazione interna dell’Ateneo. Ciononostante, non intendo affatto svolgere il ruolo di un mero notaio che si limita a prendere atto passivamente delle decisioni altrui. Con riferimento alle osservazioni espresse dal consigliere Morganti sul ruolo di governo del Rettore, ritengo che le scelte strategiche e la visione di sviluppo di una struttura pubblica in un piccolo Stato debbano essere dettate in primo luogo da una cultura politica che fissa precisi ed ambiziosi obiettivi, per poi delegarne l’attuazione operativa a chi guida quotidianamente l’istituzione, in primis al Magnifico Rettore. Fino a quando ricoprirò questa carica dirigenziale ed istituzionale, non mi limiterò ad osservare dall’esterno ciò che accade, ma indicherò con determinazione, in piena sinergia, condivisione e collaborazione con i vertici accademici, la strada ed il percorso che la Repubblica di San Marino intende tracciare. All’interno di questa visione vi è un obiettivo a cui sono particolarmente legato, ovvero lo sviluppo della cosiddetta ‘terza missione’ dell’Università, un principio fondamentale accolto dagli atenei di tutto il mondo attraverso cui le competenze scientifiche e culturali non si limitano alla formazione del capitale umano degli studenti, ma si mettono direttamente al servizio del capitale umano e sociale dell’intera comunità. Credo che questa rappresenti la missione più nobile ed alta dal punto di vista educativo e sociale. Attraverso lo strumento del tavolo territoriale e valorizzando la terza missione, intendo promuovere nuove opportunità formative, l’attivazione di nuovi corsi di studio ed un rafforzamento costante della competitività del nostro sistema. È questo il grande lavoro che auguro di portare avanti al nuovo Magnifico Rettore, nell’interesse esclusivo della nostra Università, del nostro Stato e di quel patto indissolubile tra scuola, istituzioni ed attività formative universitarie che deve rappresentare il faro guida di ogni nostra azione.

La proposta di gradimento sulla nomina del professor Paolo Pascucci a Magnifico Rettore dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino per il triennio accademico 2026-2029 è approvata all’unanimità.

Comma 28: Istanze d’Arengo

Istanza d’Arengo n.53 del 05-04-2026 – Per la revisione delle modalità di allestimento dei seggi elettorali nelle sedi scolastiche, sopprimendo l’obbligo di oscuramento/rimozione del materiale didattico affisso

Segretario di Stato Andrea Belluzzi: Richiamata la legge elettorale numero 6 del 1996 e le sue successive modifiche, ed in particolare l’articolo 4 che disciplina l’istituzione delle sezioni elettorali senza recare alcuna prescrizione specifica in merito all’allestimento degli ambienti o all’obbligo di rimozione del materiale non pertinente alla consultazione; richiamata la legge numero 36 del 1997 recante il regolamento per la disciplina della campagna elettorale e successive modifiche, ed in particolare l’articolo 2 che vieta, dalla data di apertura della campagna elettorale, l’affissione di stampati, giornali murali, figure o immagini rappresentative del pensiero e di manifesti che costituiscano manifestazione di propaganda elettorale al di fuori degli spazi a ciò specificamente destinati; richiamato l’articolo 6, comma 1, che vieta l’esposizione di stampati, giornali murali, figure, immagini e manifesti che costituiscano strumento di propaganda elettorale, ovvero che riproducano il simbolo adottato da una lista o che possano comunque influire sulla libera scelta dell’elettore su spazi diversi da quelli assegnati; e richiamato l’articolo 6, comma 2, che estende tale divieto agli spazi privati con visione esterna pubblica, a palloni aerostatici, mezzi mobili e striscioni; considerato che il perimetro applicativo sopra richiamato è circoscritto in modo del tutto puntuale al solo materiale direttamente riconducibile a propaganda elettorale, quali simboli, nomi di liste, coalizioni, messaggi o immagini idonee a influire sulla scelta di voto; considerato altresì che nessuna disposizione della legislazione elettorale vigente estende tale obbligo al materiale didattico prodotto dagli alunni e dal personale docente, che per sua stessa natura è del tutto privo di qualsivoglia contenuto riconducibile a forze politiche, liste o candidati; rilevato che l’attuale prassi di oscuramento integrale degli ambienti scolastici, comportando la rimozione sistematica anche degli elaborati di rilevanza didattica, non trova alcun fondamento in un preciso obbligo di legge, bensì in una prassi amministrativa di carattere puramente cautelativo che comporta ingenti oneri di tempo, un dispendio di risorse pubbliche ed un eventuale ed ingiustificato aggravio economico per le famiglie, come opportunamente segnalato dagli stessi istanti; tutto ciò premesso, si ritiene che la richiesta formulata dai cittadini sia ampiamente meritevole di accoglimento nei limiti consentiti dalla normativa vigente. Pertanto, si dispone che per le future consultazioni elettorali e referendarie: primo, l’obbligo di oscuramento e di rimozione riguardi esclusivamente il materiale direttamente riconducibile a partiti, movimenti politici, liste, coalizioni e candidati, in piena coerenza con la definizione di propaganda elettorale sancita dalla legge; secondo, il materiale didattico, i cartelloni e gli elaborati prodotti dal personale docente e dagli alunni che non rechino alcun riferimento a soggetti politici o ad elementi idonei a dirigere la scelta dell’elettore non siano soggetti ad alcun obbligo di rimozione o oscuramento, potendo rimanere regolarmente esposti negli ambienti scolastici adibiti a seggio elettorale; terzo ed ultimo, resti fermo l’obbligo in capo agli istituti scolastici ed alla Commissione Elettorale di verificare puntualmente, caso per caso, l’eventuale presenza di materiale riconducibile a propaganda elettorale ai sensi delle norme richiamate, disponendone la rimozione o l’oscuramento in modo mirato e verticale e non in forma indiscriminata o orizzontale, solo laddove ricorrano effettivamente i presupposti di legge.

Maria Donatella Merlini (Psd): Desidero richiamare l’attenzione su una problematica estremamente concreta e apparentemente semplice, ma che coinvolge in modo profondo l’organizzazione della scuola, il lavoro di tutto il personale e il valore delle attività svolte quotidianamente dai nostri alunni. L’Istanza d’Arengo chiede di rivedere le modalità di allestimento dei seggi elettorali collocati all’interno delle sedi scolastiche, eliminando in particolare l’obbligo generalizzato di oscurare o rimuovere i cartelloni, i disegni e gli elaborati didattici affissi nelle aule; si tratta di una prassi che nei giorni precedenti le consultazioni costringe gli istituti a liberare interamente gli ambienti, a spostare le attività didattiche degli studenti e successivamente a ripristinare faticosamente tutti gli spazi. Condivido pienamente la decisione della Segreteria di Stato competente di accogliere questa richiesta, trattandosi di una scelta assolutamente ragionevole, fondata sia sul buon senso sia su una corretta e rigorosa interpretazione della normativa vigente, come chiarito nella relazione del Segretario. La legislazione elettorale vieta infatti l’esposizione di materiale riconducibile alla propaganda politica ed elettorale, quali simboli, contrassegni, slogan, riferimenti a liste, coalizioni o candidati e più in generale messaggi che possano condizionare la libera scelta dell’elettore; non prevede invece in alcun modo l’obbligo generale di rimuovere il normale materiale didattico realizzato dagli insegnanti e dagli studenti. Questo significa che la prassi seguita fino ad oggi non derivava affatto da una precisa disposizione di legge, ma da un’interpretazione eccessivamente prudenziale, probabilmente consolidatasi nel tempo per evitare qualsiasi potenziale contestazione; una cautela che si può anche comprendere, ma che ha finito per generare conseguenze del tutto sproporzionate rispetto agli obiettivi da perseguire. Oscurare interamente un’aula scolastica comporta un notevole impiego di tempo e di risorse da parte del personale docente e non docente e degli addetti all’allestimento dei seggi, significa interrompere o riorganizzare pesantemente le attività didattiche e implica talvolta l’utilizzo di materiali acquistati con risorse pubbliche o con il contributo diretto delle famiglie. Inoltre, significa trattare come potenzialmente inopportuni elaborati che rappresentano invece l’impegno, la creatività ed il percorso educativo dei nostri bambini e dei nostri ragazzi. Per tutte queste ragioni ritengo che questa decisione si sarebbe potuta assumere anche prima della presentazione dell’Istanza, attraverso una semplice revisione delle disposizioni organizzative e delle prassi applicative in occasione delle consultazioni elettorali; ciò tuttavia non diminuisce affatto il grande valore dell’iniziativa dei cittadini, ma dimostra ancora una volta la straordinaria utilità dello strumento dell’Istanza d’Arengo, che consente di segnalare problemi concreti, correggere procedure non più necessarie e rendere la pubblica amministrazione più razionale ed efficiente. Resta naturalmente fermo ed intatto un principio fondamentale: la neutralità degli ambienti destinati alle operazioni di voto deve essere pienamente garantita in ogni momento. Sarà pertanto doveroso continuare a verificare puntualmente, caso per caso, che nelle aule non siano presenti simboli, immagini o messaggi riconducibili a soggetti politici, rimuovendo od oscurando i materiali idonei a influenzare l’elettore; ma tale verifica deve essere mirata e proporzionata, senza trasformarsi nell’obbligo indiscriminato di rendere completamente anonimi gli spazi scolastici. Accogliere questa Istanza significa tutelare al contempo la libertà del voto, il lavoro delle scuole ed il corretto utilizzo delle risorse pubbliche, ed è per questi motivi che confermo il convinto sostegno del Partito dei Socialisti e dei Democratici.

Nicola Renzi (Rf): Non so se fosse davvero necessario un intervento normativo formale o se a questo risultato si potesse giungere per le vie più semplici ed immediate di una riorganizzazione amministrativa e gestionale delle prassi operative; tuttavia ritengo che la strada individuata sia del tutto opportuna e condivisibile. Quella espressa dai cittadini firmatari è una posizione improntata a un profondo ed evidente buon senso, che merita di essere sostenuta e valorizzata.

L’Istanza d’Arengo n. 53 è approvata a maggioranza.

Istanza d’Arengo n.47 del 05-04-2026 – Per la definizione di una disciplina della rettifica del genere nei registri e nei documenti dello Stato Civile per le persone che hanno intrapreso un percorso di affermazione di genere.

Segretario di Stato Andrea Belluzzi: Prima di addentrarci nell’esame dell’Istanza d’Arengo numero 47, mi sia consentita un’introduzione generale. Circa quindici mesi fa a San Marino abbiamo assistito alla nascita di un’associazione denominata ‘121’, con chiaro riferimento alla legge numero 121 del 2004 con cui il nostro Stato ha definitivamente abrogato l’articolo 274 del codice penale. Questa Istanza viene portata avanti da singoli cittadini ma proprio in nome e per conto di questa associazione. Si è trattato di un provvedimento che, dobbiamo ammetterlo con un’onesta riflessione, è giunto in ritardo rispetto all’evoluzione della pubblica morale, dei costumi e rispetto a quanto avvenuto nella vicina Repubblica Italiana; ma con esso si è finalmente resa giustizia e sanata una discriminazione di fondo che colpiva una parte dei nostri cittadini e contribuenti, persone attive nella nostra società, parte integrante delle famiglie della nostra Repubblica, del nostro tessuto sociale e di quell’economia sociale che da sempre costituisce il fondamento della nostra piccola comunità. Oggi l’associazione 121, per il tramite dei suoi iscritti, ci presenta tre istanze d’Arengo che ci portano a confrontarci con le massime istituzioni dello Stato, la Reggenza e il Consiglio Grande e Generale, quale ulteriore segno della volontà di aprire un confronto libero e costruttivo per edificare una società che sappia essere sempre più accogliente ed inclusiva, nel solco della nostra migliore tradizione che pone da sempre al centro dell’attenzione la persona umana, i bisogni dei cittadini e il sostegno a chi si trova in difficoltà. Queste istanze, secondo la valutazione del Governo, si collocano perfettamente nel solco tracciato dalla Dichiarazione dei Diritti dei Cittadini e dei Principi Fondamentali dell’Ordinamento Sammarinese, così come emendata a seguito della riforma votata alla fine del 2018 e successivamente confermata a larghissima maggioranza con oltre il 70% dei voti favorevoli nel referendum popolare. La nostra Carta dei Diritti parla chiaro: tutti sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, orientamento sessuale, condizioni personali, economiche, sociali, politiche e religiose. Tutti i cittadini hanno pari diritto di accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive secondo le modalità stabilite dalla legge, e la Repubblica assicura pari dignità sociale e uguale tutela dei diritti e delle libertà, promuovendo le condizioni per la reale ed effettiva partecipazione di tutti alla vita economica e sociale del Paese. Sono profondamente convinto che queste parole debbano guidare ed ispirare l’Aula nella disamina dell’Istanza attuale e di quelle successive, accompagnate da una riflessione trasversale che vada oltre le appartenenze. Prescindendo dalle nostre personali convinzioni morali, dal nostro orientamento o da eventuali preconcetti, dobbiamo fermarci e parlare delle persone e dei loro bisogni concreti, ricordando che parliamo dei nostri vicini di casa, dei nostri familiari e dei nostri amici, e non di un nemico contro cui ingaggiare una battaglia ideologica. Lo stesso Papa Leone ci indica passaggi significativi su cui riflettere nella sua lettera enciclica Magnifica Umanitas, riprendendo un concetto espresso da Papa Giovanni Paolo II, il quale affermava che il senso più acuto della dignità della persona umana, della sua unicità e del rispetto dovuto al cammino della coscienza costituisce un’acquisizione straordinariamente positiva della cultura moderna. Si tratta di un’affermazione inserita nel solco del Concilio Vaticano II, che aveva riscontrato una crescente consapevolezza del valore superiore di ogni persona rispetto alle cose, e dei suoi diritti e doveri universali ed inviolabili. È fondamentale vigilare affinché questo percorso di crescita della coscienza umana non venga offuscato sotto la pressione di nuove ideologie o di poteri forti; e tra queste ideologie ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che una persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore in base all’efficienza o alla prestazione, riducendo l’essere umano a mero strumento o risorsa da sfruttare anziché riconoscerlo come fine in sé. Il valore intrinseco della persona non dipende da ciò che essa produce e vi sono diritti inviolabili che spettano a ciascuno per il solo fatto di esistere, che nessun potere umano può arrogarsi il diritto di limitare o negare arbitrariamente. Questo richiamo alla dignità e al rispetto dell’essere umano trova diretta convergenza anche nel pensiero laico: Immanuel Kant, nella Fondazione della metafisica dei costumi, esortava ad agire in modo da trattare l’umanità, sia nella propria persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo. Un principio che ha trovato consacrazione giuridica internazionale nell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, secondo cui tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Permettetemi di richiamare anche le parole di Papa Francesco quando, nella storica conferenza stampa del luglio 2013 di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, disse chiaramente: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Un concetto ribadito nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, dove si afferma che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità ed accolta con cura per evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione, e confermato dalla nota del Dicastero per la Dottrina della Fede del novembre 2023 che ha aperto alla possibilità del battesimo per le persone transessuali e per i figli di coppie omosessuali, evidenziando come un minore non debba vedere precluso l’accesso ai sacramenti per scelte che non gli appartengono. 

Entrando nello specifico dell’Istanza numero 47, gli istanti sollevano una problematica concreta riscontrata negli ultimi anni relativamente al percorso di affermazione di genere di alcune persone. Attualmente la Repubblica di San Marino è priva di un quadro legislativo organico e le persone interessate si trovano in un limbo giuridico ed amministrativo guidato soltanto dalla buona volontà di avvocati e magistrati, dovendo ricorrere ad azioni giudiziarie in tribunale in assenza di norme chiare che affermino un diritto esigibile. Non è ammissibile che un cittadino debba fare una domanda giurisdizionale per vedere riconosciuto un aspetto così intimo della propria persona, tanto più in assenza di una strutturata assistenza sanitaria e di un supporto pubblico che non sia quello fornito dalla rete familiare o amicale. Negli ultimi casi emersi, le persone coinvolte hanno potuto beneficiare del possesso di un’ulteriore cittadinanza, ricorrendo alla legislazione di quegli Stati esteri per poi veder delibare e recepire le relative sentenze dal nostro Tribunale Unico; ma questo evidenzia la grave mancanza di un quadro normativo interno che, come avviene nella vicina Italia, fissi criteri certi per intraprendere il percorso e ottenere il riconoscimento anagrafico. Va ricordato che il cammino di affermazione di genere è un percorso personale complesso che coinvolge profondamente anche i nuclei familiari, e Papa Francesco ha più volte richiamato l’attenzione verso chi viene emarginato ed espulso dalla propria cerchia sociale per questo motivo. Guardando alla nostra realtà, va dato merito alla nostra Università di aver introdotto la carriera Alias per gli studenti, e alla Scuola Superiore di aver affrontato con grande sensibilità e responsabilità questi casi pur in assenza di regole scritte; ed è merito del corpo docente aver saputo accogliere nel migliore dei modi queste esigenze. Ciò dimostra quanto sia urgente e non più rinviabile strutturare una legislazione coerente, evitando che la tutela dei diritti dipenda dalla buona volontà dei singoli o dal possesso di una doppia cittadinanza, situazione che genera un’inaccettabile disparità tra cittadini sammarinesi. Inoltre, quale Stato membro del Consiglio d’Europa e parte della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, San Marino opera all’interno di un contesto giuridico che non può ignorare la giurisprudenza della Corte di Strasburgo. A partire dalla sentenza Christine Goodwin contro Regno Unito dell’11 luglio 2002, la Corte EDU ha stabilito che il mancato adeguamento dei registri dello stato civile all’identità di genere acquisita viola il diritto al rispetto della vita privata di cui all’articolo 8 della CEDU. Successivamente, con la sentenza A.P., Garçon e Nicot contro Francia del 2017, la Corte ha chiarito che condizionare il riconoscimento giuridico del genere ad interventi di sterilizzazione o trattamenti medici non desiderati costituisce una grave violazione della vita privata, ponendo la persona di fronte a un dilemma inaccettabile tra integrità fisica e riconoscimento dell’identità; e nella causa X contro Macedonia ha ribadito che la stessa assenza di una procedura chiara ed accessibile per la rettifica anagrafica integra di per sé una violazione convenzionale. L’imposizione di requisiti medici invasivi quale precondizione per la rettifica del genere è del tutto incompatibile con il rispetto della dignità e della riservatezza garantiti a livello europeo. Pur non essendo direttamente vincolanti in assenza di una legge interna di recepimento, tali orientamenti offrono parametri interpretativi di fondamentale valore e confermano come l’introduzione di una disciplina normata, chiara e tutelante anche sotto il profilo della privacy e dei dati sanitari sia non solo opportuna ma doverosa. Per tutte queste ragioni, nell’ottica di garantire certezza amministrativa e pieno rispetto della dignità umana, esprimo a nome del Governo parere ampiamente favorevole all’accoglimento dell’Istanza d’Arengo.

Dalibor Riccardi (Libera): Prendo la parola su questa Istanza d’Arengo e su quelle che seguiranno ritenendo che intervenire sia un dovere di alta responsabilità istituzionale, civile ed umana prima ancora che politica. Oggi non siamo chiamati a discutere di astratte teorie filosofiche o a imbastire un dibattito ideologico fine a se stesso, ma siamo chiamati a guardare in faccia la realtà dei nostri cittadini e a sanare una lacuna normativa che pesa come un macigno sulla vita quotidiana di alcune persone della nostra Repubblica. Nel 2019 questo Consiglio Grande e Generale ha compiuto un passo che considero storico, introducendo nella nostra Dichiarazione dei Diritti il divieto esplicito di ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento sessuale; fu un momento di grande orgoglio per il Paese e un segnale di modernità riconosciuto a livello internazionale. Tuttavia, i principi solennemente scritti sulle carte costituzionali rischiano di rimanere lettera morta se il legislatore non dimostra il coraggio e la coerenza di tradurli in leggi ordinarie, in procedure amministrative chiare e in tutele concrete. L’Istanza numero 47 solleva il tema della rettifica del genere nei registri dello stato civile per chi ha intrapreso un percorso di affermazione di genere. Oggi l’assenza di una disciplina codificata costringe le persone trans transitate o in transizione a vivere in un limbo burocratico che definire insostenibile è un eufemismo. Invito i colleghi consiglieri a riflettere sulle implicazioni pratiche della vita di tutti i giorni: ogni volta che queste persone devono esibire un documento di identità, sia per cercare un posto di lavoro, per ritirare una raccomandata alla posta o per effettuare un viaggio oltre confine, sono costrette a rivelare aspetti intimissimi e delicati della propria sfera biologica e del proprio passato. Questa non è semplice lentezza burocratica, ma è una sistematica, quotidiana ed involontaria violazione del diritto alla riservatezza, all’identità e alla dignità personale. Ciò che chiedono gli istanti non è uno stravolgimento dei nostri valori né la concessione di un privilegio, ma l’introduzione di una procedura amministrativa rapida, trasparente e garantista. Adeguare i documenti anagrafici all’identità reale e sociale di un individuo è un atto di pura civiltà amministrativa che restituisce serenità e certezza giuridica a persone che lo Stato ha il dovere di tutelare e proteggere, anziché esporle costantemente al disagio e alla discriminazione pubblica. Rispetto alle preoccupazioni di chi teme che riforme di questo tipo possano incrinare la tenuta sociale del Paese, rispondo che la vera coesione si costruisce includendo e non escludendo. Uno Stato dimostra la propria forza quando sa governare responsabilmente i cambiamenti della società, non quando si nasconde dietro l’immobilismo per paura del futuro. I cittadini che hanno sottoscritto queste istanze non chiedono regali, ma chiedono semplicemente di poter esistere legalmente per lo Stato con la medesima dignità di chiunque altro. Per queste ragioni preannuncio fin da ora che non sosterrò alcun ordine del giorno che tenti di rinviare, annacquare o archiviare la questione con mediazioni politiche al ribasso, ed invito tutti i colleghi a votare secondo coscienza, superando le barriere ideologiche ed esprimendo un forte, convinto e dignitoso voto favorevole.

Alessandro Scarano (Pdcs): Desidero svolgere alcune considerazioni in merito all’Istanza d’Arengo in discussione e a quelle successive, partendo dal presupposto che quando si affrontano temi relativi ai diritti civili e alla tutela dei minori occorre fare uno sforzo comune per superare le posizioni ideologiche, i tifosismi e gli estremismi di parte, affrontando la materia con la massima oggettività possibile. Il nostro Paese ha compiuto importanti passi in avanti negli ultimi anni, e penso in particolare alla legge sulle unioni civili del 2018, una normativa che ha permesso alle persone dello stesso sesso di unirsi civilmente e di costituire una propria famiglia con precisi diritti e doveri, innovando profondamente la realtà della Repubblica di San Marino. Dobbiamo leggere la realtà con gli occhi del presente e prendere atto di ciò che avviene concretamente nella nostra comunità, dal momento che gli istanti non ci sottopongono concetti astratti o desiderata irrealizzabili, ma problematiche reali che alcune coppie stanno già vivendo quotidianamente. La nostra legge sullo stato di famiglia, la legge numero 49 del 1986, è una normativa sicuramente ottima ma che necessita inevitabilmente di essere adeguata ai tempi che cambiano; e questo non significa affatto togliere qualcosa alla famiglia tradizionale, ma aggiungere valore e garantire tutele complete. La priorità assoluta e la bussola del nostro agire devono essere la tutela, la salvaguardia e il primario interesse del minore, al quale dobbiamo fornire risposte chiare e certezza giuridica. Trattandosi di argomenti complessi anche sotto il profilo tecnico, che toccano il funzionamento dello stato civile e il coordinamento con il diritto internazionale, sarà necessario svolgere un lavoro attento, rigoroso e professionale capace di raccordare le norme esistenti ed individuare le soluzioni più aderenti alla realtà, coinvolgendo tutti gli attori impegnati sul fronte dei diritti. Un Paese moderno si riconosce dalla sua capacità di garantire diritti, e la pluralità e l’inclusione non rappresentano un punto di arrivo statico ma un percorso in continua evoluzione. Allo stesso tempo è fondamentale che vi sia sempre il massimo rispetto per le opinioni altrui, anche quando differenti, evitando di scivolare nella retorica, nel vittimismo o nella demagogia.

Antonella Mularoni (Rf): Esprimo la piena posizione favorevole del nostro gruppo consiliare all’accoglimento dell’Istanza d’Arengo numero 47, desiderando tuttavia formulare alcune precisazioni nel merito. In primo luogo, ritengo che occorra definire una regola chiara e valevole per tutti riguardo alla possibilità di presentare le istanze d’Arengo su carta intestata delle associazioni; la legge stabilisce che le istanze siano presentate dai cittadini sammarinesi, e se si ritiene ammissibile la presentazione da parte di associazioni pur recando le firme dei cittadini aventi diritto, questa procedura deve essere formalizzata ed applicata in modo uniforme, dal momento che in passato altre realtà associative hanno evitato di usare la carta intestata proprio per attenersi scrupolosamente al dato normativo. Prendiamo atto dalla bozza di ordine del giorno che sta circolando in Aula che il problema della trascrizione e del recepimento dei cambi di genere è stato nei fatti già affrontato e risolto dalla nostra giurisprudenza e dall’ufficio dello stato civile attraverso la delibazione delle sentenze estere; riteniamo tuttavia del tutto corretto che si arrivi a definire un percorso chiaro e strutturato per legge. Auspichiamo che il tavolo di lavoro proposto dal Governo porti a una regolamentazione precisa da sottoporre all’esame del Consiglio Grande e Generale. Rispetto alla formulazione dell’Istanza, che sembra ipotizzare una tutela e un cambio anagrafico fin dall’inizio del percorso, ci tengo a precisare che la rettifica dei documenti deve intervenire nel momento in cui vi sia una precisa certificazione medica che attesti la conclusione del percorso di transizione. Chi affronta questo cammino compie una scelta profonda ed impegnativa che riguarda numeri contenuti di persone, e l’ordinamento ha il dovere di tutelarne la dignità; ritengo inoltre fondamentale che la legislazione preveda che tali percorsi siano riservati ai cittadini maggiorenni, per evitare di generare turbative o condizionamenti in ragazzi che non hanno ancora raggiunto la piena maturità. Voglio inoltre evidenziare la modalità anomala con cui il Segretario di Stato ha presentato la materia: l’Ufficio di Presidenza aveva stabilito che le tre istanze venissero trattate ed esaminate separatamente, mentre il riferimento iniziale del Governo è stato svolto in forma accorpata. Infine, non comprendiamo la scelta inserita nella bozza di ordine del giorno di limitare le convenzioni sanitarie alle sole regioni italiane limitrofe; la possibilità di stipulare convenzioni deve poter riguardare le strutture sanitarie dell’intero territorio italiano laddove vi siano le specializzazioni necessarie. Ci raccomandiamo affinché questo percorso legislativo possa giungere all’esame dell’Aula entro i primi mesi del 2027 e confermiamo il nostro voto favorevole.

Gaetano Troina (D-ML): Preliminarmente desidero sottolineare, anche a nome del mio gruppo consiliare, che sulle tematiche oggetto di questa Istanza all’interno di Domani Motus Liberi abbiamo lasciato piena libertà di voto ai singoli consiglieri; pertanto preciso che le mie considerazioni sono espresse esclusivamente a titolo personale, così come a titolo personale sarà il voto che mi appresto a esprimere. Sono consapevole che la mia posizione possa risultare impopolare, ma intendo affrontare questo dibattito con grande moderazione ed equilibrio, conscio della straordinaria delicatezza del tema. Dal punto di vista strettamente giuridico ritengo doveroso svolgere un approfondimento sull’interpretazione fornita dagli istanti relativamente alla legge di revisione costituzionale numero 1 del 28 marzo 2019. L’affermazione del principio secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, orientamento sessuale, condizioni personali, economiche, sociali, politiche e religiose è un pilastro fondamentale del nostro ordinamento che vieta ogni forma di discriminazione ed emarginazione; tuttavia, non si può ritenere che da tale principio discenda automaticamente il riconoscimento di ogni ulteriore derivazione o pretesa come diritto soggettivo, in assenza di un previo, approfondito e lungo dibattito politico. Far derivare meccanicamente tutta una serie di nuovi diritti rischia di stravolgere assetti consolidati nella nostra società. Pur non avendo verità assolute in tasca né pretendendo di indicare quale sia il percorso migliore, ritengo che ciascuno debba avere la libertà di esprimere le proprie convinzioni. Sotto il profilo tecnico e giuridico, reputo fortemente problematica l’ipotesi di consentire nei documenti anagrafici la modifica del sesso e dei dati anagrafici con un’eccessiva semplicità in mancanza di una disciplina legislativa completa, puntuale e rigorosa. Al di là del codice ISS che rimane invariato, i dati anagrafici costituiscono un punto di riferimento essenziale per lo Stato e per la società nell’identificazione di un individuo; se non si mantiene una traccia o un segno giuridico che attesti la storia e il percorso compiuto da una persona, lo Stato rischia di perdere la certezza della memoria storica dei propri cittadini. Temi di questa rilevanza non possono essere affrontati con superficialità o rincorsi sull’onda emotiva di istanze d’Arengo usate per introdurre principi che costringono poi a legiferare a tutti i costi. Chiedo che si svolga una riflessione seria e meditata che valuti tutte le implicazioni e le criticità giuridiche; ed è per queste ragioni che, ritenendo la sede e la modalità prescelte non idonee, anticipo il mio voto contrario all’Istanza.

Manuel Ciavatta (Pdcs): Desidero illustrare i criteri che guidano la nostra forza politica e la maggioranza nella valutazione dell’Istanza d’Arengo numero 47. Il primo criterio deve essere la tutela della salute e del benessere della persona, inteso come benessere psicologico e umano globale per chi vive il percorso di transizione di genere come un passaggio fondamentale della propria esistenza. Allo stesso tempo occorre agire con grande equilibrio per evitare di assecondare derive culturali o mode esasperate che portano alla fluidificazione esasperata dei generi, fenomeno che pur non riguardando direttamente i casi in esame rappresenta una tendenza presente nel dibattito contemporaneo. La delicatezza della materia richiede massima serietà: a San Marino non esiste una legge specifica sulla transizione di genere ed è compito del Parlamento intervenire legislativamente. L’ordine del giorno che mi appresto a presentare va esattamente in questa direzione, partendo dalla verifica dello stato dell’arte e prendendo atto che la nostra giurisprudenza ha già recepito delibandole alcune sentenze estere di transizione. Occorre definire per legge un modello chiaro ed una procedura rigorosa che stabilisca le condizioni mediche e giuridiche necessarie affinché la transizione sia pienamente certificata prima di procedere all’adeguamento anagrafico, assicurando che tutti i passaggi siano svolti nel rispetto dei criteri della scienza medica. Inoltre, a differenza di quanto richiesto dagli istanti, riteniamo doveroso ed equo prevedere la copertura delle spese sanitarie per chi intraprende questo percorso, garantendo l’accompagnamento economico del sistema sanitario pubblico così come avviene per ogni altra prestazione medica. Preannuncio quindi che il nostro partito voterà a favore dell’Istanza d’Arengo unitamente all’approvazione dell’ordine del giorno sottoscritto da Pdcs, Alleanza Riformista, Libera, Psd, Repubblica Futura e dai consiglieri indipendenti Giovanna Cecchetti e Michela Pelliccioni, a dimostrazione di un’ampissima convergenza politica.

 Do quindi lettura del testo dell’ordine del giorno: “Il Consiglio Grande e Generale, considerando la richiesta degli istanti di definire modalità e criteri per la rettifica del genere maschile e femminile nei registri e nei documenti dello stato civile; preso atto che l’Ufficio dello Stato Civile nel recente passato ha già rettificato il genere sui documenti di alcuni cittadini sammarinesi che avevano compiuto il percorso di transizione sessuale fuori dal nostro territorio, certificato con documentazione medica, confermato con sentenza giudiziaria dal tribunale estero e delibato con sentenza dal Tribunale Unico di San Marino; dà mandato al Governo di avviare un tavolo di lavoro che coinvolga la Segreteria di Stato per gli Affari Interni, la Segreteria di Stato per la Giustizia e la Segreteria di Stato per la Sanità per esplicitare i criteri utilizzati, le modalità e le procedure adottate finora per registrare il cambiamento di genere maschile e femminile; predisporre entro febbraio 2027 le modifiche normative atte a definire una regolamentazione della transizione sessuale, una procedura che consenta il recepimento del cambio di sesso per coloro che lo richiedono sulla base di documentazione medica che ne evidenzi la conclusione del percorso e successivamente demandando all’autorità giudiziaria l’autorizzazione al cambiamento del genere con la conseguente trascrizione da parte dell’Ufficio dello Stato Civile; provvedere alla copertura delle spese sanitarie per coloro che intraprendono il percorso di transizione di genere, prevedendo anche convenzioni con i servizi sanitari delle regioni italiane“.

Matteo Rossi (Psd): Veniamo ora a queste concitate e tanto attese istanze d’arengo che, proprio alla vigilia dei nostri lavori, sembrava quasi potessero creare degli spaccati o delle contrapposizioni poco utili rispetto a quelle che sono le esigenze reali e concrete del Paese. Devo dire che in questi giorni di confronto e di trattativa con il capogruppo Manuel Ciavatta siamo riusciti a sviluppare un ottimo dialogo e a raggiungere, secondo me, una mediazione eccellente, andando felicemente incontro al recepimento delle istanze d’arengo e in particolare a quella presentata dall’Associazione 121, un’Istanza che ha suscitato tantissimo interesse in quest’aula e sulla quale c’è stato un confronto approfondito e serrato in maggioranza. Devo dare atto anche a quei colleghi di sinistra che hanno intelligentemente rinunciato allo scontro politico, perché su un tema del genere e su istanze così delicate sarebbe stato estremamente facile cercare la contrapposizione, dividersi e spaccarsi. La filosofia fondamentale che ha guidato il mio partito e tanti altri colleghi in questo passaggio è stata invece quella di trovare a tutti i costi un punto di caduta equilibrato, proprio perché ci trovavamo di fronte a delle necessità impellenti da affrontare e risolvere. Da un lato è del tutto evidente che alla base ideologica di una forza politica come la mia c’è il pieno riconoscimento dei diritti civili, dei diritti inviolabili della persona e di tutto ciò che ne consegue; muovendoci lungo questa direttrice abbiamo cercato di impostare il lavoro che vi stiamo proponendo. Per questa ragione ritengo che la decisione di procedere verso l’obiettivo di votare favorevolmente l’Istanza d’arengo con esito positivo, affiancandovi contestualmente un ordine del giorno che impegna il Governo in maniera perentoria e precisa, rappresenti davvero un ottimo traguardo raggiunto. Mi fa davvero grande piacere constatare come questo ordine del giorno sia stato sottoscritto da quasi tutti i colleghi presenti in aula; dico quasi perché non conosco i dettagli numerici esatti, ma è certo che la schiacciante maggioranza dell’aula ha voluto apporre la propria firma. Credo di interpretare fedelmente anche il pensiero degli stessi istanti quando sottolineo un aspetto cruciale: la richiesta formulata nell’Istanza non mirava affatto a sollevare uno scontro ideologico, bensì a risolvere un problema estremamente urgente e concreto, di fronte al quale diversi nostri concittadini si sono scontrati con pesanti criticità causate da lacune normative, vulnus di carattere amministrativo e da quei soliti caveat procedurali a cui fa spesso riferimento anche il collega Nicola Renzi. Ecco allora che la nostra sensibilità, che può essere di matrice socialista da un lato, cattolica dall’altro oppure di ispirazione liberale, ha saputo trovare una felice sintesi e un punto di caduta comune nella volontà condivisa di risolvere concretamente questi problemi. Per quanto riguarda gli approfondimenti più specifici sulla materia, lascio volentieri la parola ai colleghi che interverranno subito dopo di me, i quali sono certamente molto più preparati e sul pezzo per entrare nel dettaglio tecnico. Considero questo passaggio un primo fondamentale risultato, che copre il 33% del percorso complessivo che ci attende, dato che subito dopo ci troveremo ad affrontare altre due istanze d’arengo e vedremo quale ulteriore contributo positivo quest’aula saprà proporre.

Fabio Righi (D-ML): Io credo che questa Istanza d’arengo meriti di essere affrontata con un livello di grande serietà e rigore, perché interviene direttamente su una materia estremamente delicata nella quale è purtroppo fin troppo facile trasformare una questione schiettamente giuridica in uno scontro puramente ideologico. Con questo mio intervento vorrei provare a fare esattamente l’opposto, cercando di rimanere strettamente aderente al testo dell’Istanza, perché qui nessuno mette in discussione il rispetto fondamentale dovuto a ogni singola persona né la sua assoluta dignità. Non sono affatto in discussione i diritti inviolabili della persona; ciò che è in discussione è il modo in cui lo Stato debba disciplinare la modifica di uno degli elementi strutturali dell’identità anagrafica di un individuo, quali effetti tale modifica debba produrre e quali garanzie debbano necessariamente accompagnarla. Da questo punto di vista sono convinto che l’Istanza d’arengo ponga molte più domande rispetto alle risposte che riesce effettivamente a fornire. Si chiede infatti di introdurre una procedura di natura amministrativa per la rettifica del genere nei registri dello stato civile a favore di tutti coloro che abbiano intrapreso, citando testualmente l’Istanza, un percorso di affermazione di genere. Qui sorge immediatamente un primo e sostanziale interrogativo giuridico: cosa significa esattamente, sul piano del diritto, “aver intrapreso un percorso”? È sufficiente una semplice dichiarazione resa dall’interessato? È necessario aver svolto un percorso medico e psicologico documentato? Viene richiesto un periodo di tempo minimo? Deve essere accertato in modo rigoroso il carattere stabile e definitivo di questa scelta? E soprattutto, a quale soggetto o autorità spetta effettuare questo accertamento? E ancora, questa disciplina riguarda esclusivamente le persone maggiorenni oppure è applicabile anche ai minorenni, come giustamente hanno chiesto anche altri colleghi prima di me? La modifica richiesta può essere successivamente revocata oppure può essere formulata e concessa più volte? Vedete, tutte queste domande non sono affatto banali o semplici provocazioni, ma rappresentano esattamente gli interrogativi che un legislatore responsabile ha l’obbligo di porsi prima di intervenire su una materia rigida come lo stato civile. Oggi quello che ci viene chiesto attraverso l’Istanza d’arengo non è di esprimerci in senso ideologico, ma ci viene sollecitato un intervento diretto sulle regole di tenuta dello stato civile, tanto più che attualmente il nostro ordinamento segue un’impostazione molto rigorosa, in base alla quale la rettificazione di un atto dello stato civile deve passare inderogabilmente attraverso il Tribunale Commissariale e avvenire sulla scorta di una sentenza passata in giudicato. La legge prevede inoltre che la sentenza venga poi trascritta nei registri senza modificare o cancellare l’atto originario, e questo ci dice una cosa estremamente rilevante: l’identità giuridica può certamente conoscere delle modificazioni nel tempo, ma la storia giuridica originaria della persona non viene per questo azzerata o cancellata. Ed è proprio qui che si apre uno dei problemi giuridici più complessi: cosa accade al dato originario? Rimane conservato negli archivi o viene definitivamente sostituito? Chi può avervi accesso e per quali precise finalità? Perché un conto è stabilire quale dato debba comparire sulla carta d’identità e nell’utilizzo quotidiano nei rapporti con la cittadinanza, mentre ben diverso è stabilire quali informazioni debbano continuare ad essere conservate e conosciute dallo Stato. Pensiamo alla sanità, alla statistica, all’attività giudiziaria, ai rapporti previdenziali, fiscali e bancari, agli atti notarili o ai rapporti familiari già costituiti: sono tutti ambiti cruciali che meritano un approfondimento rigoroso. Vorrei soffermarmi in particolare sul problema statistico, che ha ricadute dirette anche sull’ambito sanitario. Dire semplicemente che il dato anagrafico viene modificato può sembrare in apparenza una soluzione facile, ma non lo è affatto, perché sesso biologico registrato alla nascita e identità di genere non sono necessariamente la medesima variabile. Se uno di questi dati viene semplicemente cancellato o sovrascritto dall’altro, rischiamo di compromettere gravemente la qualità delle statistiche demografiche, sanitarie ed epidemiologiche, ad esempio per quanto riguarda le campagne di screening medico previste per la popolazione maschile o femminile; la persona che ha modificato il proprio genere viene comunque contattata oppure no? È chiaro che c’è un percorso in atto, ma rimangono aspetti ulteriori che vanno valutati con attenzione. Se invece si sceglie di conservare entrambi i dati, la legge deve stabilire con estrema chiarezza quale dato debba essere utilizzato, in quali contesti specifici e con quali garanzie di riservatezza. Non possiamo pretendere che una statistica rilevi il sesso biologico alla nascita se quel dato originario non viene più conservato, né possiamo confondere quella rilevazione con un’indagine sull’identità di genere. C’è poi un altro tema fondamentale su cui serve enorme equilibrio: la riservatezza della persona deve essere senz’altro tutelata e la giurisprudenza europea considera l’identità di genere come parte integrante della vita privata, richiedendo agli Stati procedure rapide, trasparenti e accessibili per il suo riconoscimento giuridico. Apriamo una parentesi per rilevare che, mentre ci avviamo verso la firma di un importante accordo di associazione, queste sono proprio quelle valutazioni necessarie su come attuare le richieste che la CEDU e altri organismi internazionali ci rivolgono da tempo; tuttavia riservatezza non può significare totale perdita della tracciabilità dell’identità giuridica. Non credo si possa sostenere un diritto indiscriminato di chiunque di accedere alla storia personale di un altro cittadino, perché ciò andrebbe a confliggere con il diritto alla privacy, ma vi sono situazioni in cui un soggetto qualificato ha un interesse giuridicamente rilevante a conoscere determinate informazioni: si pensi a un medico quando il dato biologico ha una diretta rilevanza clinica, all’autorità giudiziaria o alla Pubblica Amministrazione per garantire la continuità delle posizioni giuridiche. Il punto non è far sì che tutti debbano sapere tutto, ma stabilire esattamente chi possa sapere cosa, quando e per quali ragioni; e di tutto questo non vi è alcuna traccia nella richiesta contenuta nell’Istanza, così come mancano molti altri approfondimenti essenziali. È vero che il Consiglio d’Europa e altri organismi internazionali hanno più volte sollecitato San Marino a dotarsi di un quadro normativo specifico sul riconoscimento giuridico del genere, e questa Istanza può certamente rappresentare l’occasione per affrontare il problema, ma affrontarlo non significa affatto risolverlo in poche righe o attraverso uno scontro ideologico. La materia è estremamente complessa e non si esaurisce affatto con una semplice procedura amministrativa, poiché occorre disciplinare i presupposti della rettifica, l’autorità competente, gli effetti sugli atti pregressi, la conservazione del dato originario, la tutela della privacy, l’accesso qualificato alle informazioni, le statistiche sanitarie, i rapporti familiari, la tutela dei minori — un capitolo enorme su cui dovremo ragionare anche in merito alle istanze successive — nonché la reversibilità o meno delle scelte e il coordinamento tra le diverse banche dati. La vera sfida consiste nel riuscire a tutelare contemporaneamente la dignità della persona e la certezza del diritto, due principi che non sono affatto incompatibili; ma proprio per questo dobbiamo evitare scorciatoie e soluzioni semplicistiche, perché modificare un documento è un’operazione relativamente semplice, mentre è dovere del legislatore e di un’aula istituzionale disciplinare tutte le complesse conseguenze che quella modifica produce nell’intero ordinamento. È su questo che prima di qualsiasi intervento normativo il Consiglio deve prendere piena coscienza e pretendere risposte chiare. Per queste ragioni ritengo che l’Istanza d’arengo porti all’attenzione una questione sicuramente importante, ma che non si può esaurire con un accoglimento affrettato solo per mostrare di cedere a chi ci tira la giacchetta; le istanze vanno attentamente valutate e approfondite perché, se da un lato c’è il desiderata di alcuni, dall’altro vi sono i diritti di tutti gli altri e la tenuta dell’intero ordinamento giuridico.

Emanuele Santi (Rete): Come gruppo di Rete lo abbiamo già chiarito e scritto in tutti i nostri comunicati da diverso tempo: sosterremo con assoluta convinzione questa Istanza d’arengo così come sosterremo anche le altre due successive. Questa in particolare è un’Istanza che, a nostro avviso, permetterà al Paese di compiere un ulteriore e importantissimo passo in avanti sul fronte dei diritti civili. Bisogna riconoscerlo apertamente: negli ultimi anni a San Marino, anche grazie all’azione di Rete ma soprattutto grazie all’impegno costante di associazioni e attivisti, sono stati fatti dei progressi significativi sul riconoscimento dei diritti delle persone. Mi viene in mente ad esempio il passaggio epocale del 2019 con l’introduzione del divieto di discriminazione fondato sull’orientamento sessuale, approvato anche a seguito di un referendum in cui forse qualcuno era un po’ distratto, ma che è felicemente passato. Oggi riteniamo che chi affronta un percorso medico di affermazione e modifica del genere debba veder riconosciuto questo percorso con una procedura amministrativa chiara ed esplicita direttamente all’anagrafe ed è esattamente questo ciò che gli istanti chiedono. Ho apprezzato l’atteggiamento della maggioranza e capisco perfettamente che non sia stato affatto semplice per loro arrivare a esprimere un orientamento favorevole, tuttavia ritengo che questo Paese debba finalmente uscire da certe dinamiche bigotte che cercano continuamente di limitare la libertà individuale e la facoltà di scelta delle persone, soprattutto quando si tratta di situazioni reali e attuali che esistono a San Marino e di fronte alle quali chi ha completato questo percorso non ha ancora la possibilità di vederlo riconosciuto nei registri anagrafici. Per quanto riguarda invece l’ordine del giorno che è stato presentato, noi come Rete abbiamo scelto di non firmarlo e non lo sosterremo in aula, perché il testo dell’Istanza d’arengo è già di per sé estremamente chiaro e limpido. Quando un’Istanza è così chiara nel richiedere una procedura definita, non spetta certo all’aula consiliare reinterpretarla, giustificarla o mettere in bocca agli istanti concetti che magari non condividono nemmeno. L’Istanza parla da sola e il Governo ha sei mesi di tempo per darvi attuazione. Questo ordine del giorno, al pari di altri, dà l’impressione di voler reinterpretare il pensiero sottostante e di voler fissare dei paletti; in questo Paese siamo bravi a dire di sì a parole per accontentare certe esigenze politiche di maggioranza, ma poi nei fatti si finisce per costruire un vero e proprio percorso ad ostacoli, una trafila complessa e affannosa che rende ogni traguardo difficile da raggiungere. Noi non vogliamo assolutamente che questo diventi un percorso ad ostacoli. La votazione e l’approvazione dell’Istanza d’arengo affermano un principio semplicissimo: occorre definire modalità e criteri chiari per la rettifica del genere nei registri attraverso una procedura amministrativa snella e priva di ostacoli, senza bisogno di ulteriori interpretazioni, dando al Governo i sei mesi previsti per attuarla. Pertanto gli ordini del giorno che apparentemente sembrano innocui ma che nei fatti tentano di reinterpretare o depotenziare questo orientamento andrebbero evitati o rigettati. Per questa ragione non abbiamo firmato l’ordine del giorno e non lo voteremo, ma voteremo con convinzione a favore dell’Istanza d’arengo, che rappresenta un chiaro passo in avanti nell’affermazione dei diritti legati al percorso di genere. Penso che come Consiglio Grande e Generale dobbiamo essere davvero orgogliosi di far compiere al Paese questo ulteriore progresso, perché sui diritti civili scontiamo ancora dei ritardi ed è sempre difficile superare le riserve della società sammarinese, ma un po’ alla volta stiamo riuscendo a scalfire queste resistenze. Personalmente e a nome del gruppo di Rete esprimo la nostra più grande soddisfazione nell’approvare questa Istanza.

Michela Pelliccioni (Gruppo Misto): Intervengo in questo dibattito che mostra chiaramente alla popolazione sammarinese e a chi ci ascolta da casa come su questo tema convivano all’interno dell’aula sensibilità differenti, tuttavia trovo che si sia cercata con successo una strada di condivisione capace di evidenziare una maturità politica nettamente superiore rispetto al passato. Soprattutto su argomenti che qualcuno definisce particolarmente delicati, credo infatti che la delicatezza debba procedere di pari passo con un’effettiva maturazione culturale di fronte a istanze che entrano nell’agone politico chiedendo alla società di compiere un passo avanti. Dico fin da subito che sono assolutamente a favore dell’accoglimento di questa Istanza d’arengo, la quale presenta innanzitutto una formulazione equilibrata e contiene richieste assolutamente chiare, alle quali la politica ha voluto dare un indirizzo preciso attraverso la predisposizione di un ordine del giorno. Non ritengo affatto che l’accoglimento dell’Istanza preannunciato dal Governo sia sminuito dal fatto di essere accompagnato da un ordine del giorno; al contrario ritengo che l’ordine del giorno rappresenti un autentico valore aggiunto rispetto a prassi gestite finora dalla magistratura e dal Dirigente dello Stato Civile. Credo infatti che il tema dei diritti civili richieda alla politica qualcosa di più, richieda innanzitutto coraggio, e oggi quest’aula attraverso questo ordine del giorno dimostra di avere esattamente questo coraggio: il coraggio di tracciare una strada chiara da perseguire e di dire un ‘sì’ netto e trasparente a una richiesta che parla di civiltà e della necessità di regolamentare la materia in modo rigoroso all’interno della nostra Repubblica. Credo non serva dilungarsi oltre. Condivido quanto sollevato da alcuni colleghi in merito all’opportunità di fare chiarezza per il futuro sulle istanze d’arengo presentate dalle associazioni anziché direttamente dai singoli cittadini sammarinesi; è un rilievo generale che condivido appieno per garantire linearità procedurale in futuro, senza che questo costituisca una critica alla domanda di oggi. Ribadisco pertanto la mia piena e assoluta conferma al voto favorevole su questa Istanza d’arengo.

Andrea Menicucci (Rf): Intervengo anch’io su questo tema che ritengo di straordinaria importanza e desidero esprimere il mio apprezzamento per coloro che hanno promosso e sottoscritto questa Istanza d’arengo. Prendo le mosse dal richiamo alla nostra Dichiarazione dei Diritti e al testo della nostra carta costituzionale, laddove sancisce espressamente il rispetto della dignità umana, il principio di uguaglianza e la tutela dei diritti fondamentali di ogni individuo. Accanto a questo ritengo che nel nostro ordinamento il principio della certezza del diritto e della coerenza dei dati anagrafici debba guidare la Pubblica Amministrazione. Vorrei ricollegarmi ad alcuni interventi precedenti che mi hanno sollecitato diverse riflessioni, in particolare ai riferimenti fatti all’articolo 4 della nostra Costituzione, il quale stabilisce che tutti sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, orientamento sessuale, condizioni personali, economiche, sociali, politiche e religiose. Spero di non aver inteso male, ed eventualmente me ne scuso, ma mi è sembrato che sia stata mossa una critica all’idea di estendere o ampliare la portata di questo fondamentale principio. Vorrei far notare che nella nostra Costituzione quel medesimo articolo non menziona esplicitamente l’etnia o la lingua delle persone, eppure oggi a San Marino non discriminiamo minimamente nessuno sulla base dell’etnia o della lingua parlata, proprio perché applichiamo un’interpretazione estensiva ed evolutiva di quel principio costituzionale. Questa è forse la bellezza più profonda del diritto, come mi fu insegnato in una delle primissime lezioni all’università: il diritto è un fattore umano, muta e si trasforma insieme all’uomo e deve essere interpretato alla luce delle esigenze e del sentire comune che la società percepisce in un determinato momento storico. Credo che tutto ciò non costituisca affatto un limite, ma rappresenti al contrario un solido punto di partenza, rafforzato anche dai pareri espressi dal Consiglio d’Europa e dalla giurisprudenza legata alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che richiedono specifiche tutele nella rettifica dei documenti per chi affronta un percorso di transizione. Rispondendo ad altre considerazioni emerse in aula, mi sento di dire con estrema chiarezza che se chi è intervenuto avesse avuto la possibilità di conoscere da vicino la complessa condizione psicologica e fisica vissuta da chi sente il bisogno profondo e naturale di intraprendere questo percorso, certe affermazioni non le avrebbe mai fatte, perché si tratta di un’esperienza personale estremamente difficile e dolorosa, un continuo mettersi in discussione che coinvolge non soltanto la persona interessata ma l’intero nucleo familiare che cerca di comprendere, assistere e sostenere il proprio caro in ogni momento. Per tutte queste ragioni il mio voto su questa Istanza d’arengo sarà assolutamente favorevole.

Marinella Lorena Chiaruzzi (Pdcs): Tenevo anch’io a offrire il mio contributo a questa discussione su un tema che può apparire poco conosciuto nella nostra Repubblica, ma che in realtà da diverso tempo è già presente nel nostro tessuto sociale. Al di là dei passaggi anagrafici che lo Stato Civile ha già recepito con serenità attraverso le trascrizioni di percorsi effettuati fuori dai confini della Repubblica da persone che avevano già completato l’iter di cambio di genere, ciò che manca davvero dal mio punto di vista — ed è il motivo per cui ritengo determinante l’approvazione dell’ordine del giorno — è una precisa regolamentazione interna. Non è affatto vero che nel nostro Paese queste situazioni non esistano o che non siano state affrontate: la scuola ne è già pienamente protagonista, l’Istituto per la Sicurezza Sociale ne è già investito e le famiglie sono direttamente coinvolte insieme ai loro ragazzi e alle loro ragazze. I nostri servizi si sono mossi egregiamente anticipando i tempi, come spesso accade quando la legge arriva in ritardo rispetto alla realtà sociale, e persino gli organismi internazionali che monitorano il rispetto dei diritti umani a San Marino hanno ricevuto notizie rassicuranti su come le nostre strutture abbiano saputo gestire questi casi anche in assenza di una norma specifica. Ben venga quindi l’Istanza d’arengo, che non solleva una questione puramente amministrativa ma richiede di istituire una nuova modalità operativa e una regolamentazione organica capace di tutelare tutti i soggetti coinvolti, le persone interessate e le loro famiglie, garantendo loro l’indispensabile supporto psicologico e sanitario che lo Stato deve assicurare ai propri cittadini lungo un percorso di profondo cambiamento. Mi dispiace sinceramente che il movimento Rete abbia scelto di non sottoscrivere l’ordine del giorno, proprio perché l’aspetto meramente amministrativo rappresenta solo il tassello finale di un cammino ben più articolato che richiede ancora tanto lavoro e molta attenzione da parte delle istituzioni.

Sara Conti (Rf): Vorrei dedicare anch’io qualche minuto a commentare questa Istanza d’arengo, partendo prima ancora che dal merito da una considerazione sulla sensibilità con cui si affrontano certi argomenti. Mi è dispiaciuto ascoltare alcuni interventi nei quali si è parlato del percorso di transizione di genere come se fosse una cosa estremamente banale o facile, quasi fosse come varcare una porta girevole e decidere a giorni alterni di cambiare il proprio genere. Signori colleghi, vi assicuro che non è affatto così: se solo aveste l’opportunità di parlare con persone che hanno vissuto direttamente questa situazione, vi rendereste conto che dietro la scelta di intraprendere un percorso di transizione di genere si nasconde un’enorme sofferenza, non solo per il soggetto interessato ma anche per la famiglia e per chi lo sostiene nei casi più fortunati, mentre fin troppo spesso ci si ritrova ad affrontare in solitudine ostacoli grandissimi sia sul piano psicologico che fisico. Chiederei pertanto che di argomenti che non si conoscono a fondo si parli con profondo rispetto verso il prossimo, visto che ci riempiamo spesso la bocca del rispetto dei diritti umani. Detto questo, confermo che il mio voto e quello dell’intero gruppo di Repubblica Futura sarà assolutamente favorevole su questa Istanza, perché riteniamo sia un nostro preciso dovere colmare questa lacuna normativa e amministrativa affinché chi ha completato un percorso di transizione possa veder riportato anche sui documenti di identità il genere a cui è arrivato. Trovo infatti che costituisca una lesione dei diritti e della privacy costringere una persona che si trova nel pieno del percorso di affermazione di genere, magari già sottoposta a terapie ormonali e con tratti fisici corrispondenti al genere scelto, ad esibire documenti che indicano un genere diverso, con tutte le comprensibili difficoltà e il disagio psicologico che questo comporta nei rapporti quotidiani. Per tutte queste ragioni sono felice che da parte dell’aula si stia delineando un orientamento favorevole verso un’Istanza d’arengo che ha saputo veicolare tramite un’associazione una richiesta concreta proveniente da cittadini che vivono direttamente o indirettamente questa realtà. Lavoreremo affinché dall’approvazione dell’Istanza e dall’ordine del giorno che abbiamo convintamente sottoscritto e che voteremo favorevolmente scaturisca una legge rigorosa nel verificare la stabilità della scelta e al tempo stesso profondamente umana e rispettosa della persona. Non dobbiamo inventarci nulla né fare alcun salto nel buio, perché la giurisprudenza europea e l’esperienza della vicina Repubblica Italiana ci offrono modelli chiari da seguire per giungere a una definizione normativa efficiente che consenta la corretta trascrizione negli atti dello stato civile.

Ilaria Bacciocchi (Psd): Credo che per affrontare questa Istanza d’Arengo sia davvero utile partire dalla realtà concreta delle persone che intraprendono un percorso di transizione. Ci troviamo infatti molto spesso a parlare di identità di genere come se fosse un tema unicamente politico, culturale o qualche volta persino ideologico; ma per chi si trova a vivere direttamente questa condizione non si tratta assolutamente di una discussione astratta. Parliamo infatti di un percorso che può rivelarsi particolarmente lungo e difficile, un cammino che può comportare una sofferenza psicologica profonda, trattamenti medici complessi, cambiamenti radicali nella propria vita quotidiana e in alcuni casi anche interventi invasivi sul proprio corpo. Io credo che la complessità stessa di questi percorsi ci dimostri in modo evidente quanto possa essere profondo per alcune persone il bisogno viscerale di trovare una piena corrispondenza tra ciò che sentono intimamente di essere, il proprio corpo biologico e l’identità anagrafica e sociale con la quale vengono riconosciute dagli altri nella società. Si tratta probabilmente di una condizione difficile da comprendere fino in fondo per chi non l’ha vissuta sulla propria pelle, ma sono convinta che non sia affatto necessario vivere personalmente ogni singola condizione umana per riconoscere che essa merita ascolto, rispetto autentico e, quando serve, una risposta chiara e concreta da parte dello Stato. Anche questo è il compito fondamentale della politica: occuparsi non soltanto di ciò che riguarda la maggioranza della popolazione, ma saper affrontare con responsabilità anche le situazioni meno frequenti, più complesse e talvolta più controverse. È esattamente questo il problema sollevato dall’Istanza in oggetto, poiché a San Marino manca ancora oggi una disciplina legislativa specifica che stabilisca con chiarezza le modalità e i criteri per la rettificazione del genere nei registri e nei documenti dello stato civile. Non stiamo certo parlando di una materia nuova o sconosciuta nel panorama internazionale: basti pensare che nella vicina Italia una legge sulla rettificazione di sesso esiste fin dal 1982, per cui sono passati più di quarant’anni, ed io credo che anche questo semplice dato temporale debba farci riflettere profondamente. La Repubblica di San Marino negli ultimi anni ha compiuto passi avanti importanti sul terreno dei diritti civili, e lo ha fatto quasi sempre al termine di discussioni complesse, talvolta arrivando più tardi rispetto ad altri Paesi, ma alla fine li ha compiuti; e quest’Istanza rappresenta a mio avviso un altro di quei passaggi fondamentali. Sarebbe sbagliato nascondere che su una materia come questa vi siano sensibilità differenti all’interno dell’Aula e nel Paese, ma è importante sottolineare come si sia finalmente riconosciuto che esiste un vuoto normativo e che questo vuoto va assolutamente colmato. Del resto, in alcuni casi specifici, il nostro ordinamento si è già trovato nella necessità di dover affrontare questa realtà. L’ordine del giorno ci ricorda infatti che l’Ufficio dello Stato Civile sammarinese ha già provveduto a modificare il genere sui documenti di alcuni cittadini che avevano completato il proprio percorso all’estero, sulla base della documentazione medica ed in forza di un provvedimento giudiziario straniero che è stato poi successivamente riconosciuto dal nostro Tribunale. Da questa situazione emerge tuttavia una disparità di trattamento del tutto evidente e ingiustificata: chi ha la possibilità economica o personale di accedere a un ordinamento estero può intraprendere il percorso fuori dai nostri confini e chiedere poi il recepimento della sentenza a San Marino; chi invece deve fare affidamento esclusivamente sul proprio Stato non dispone oggi di una strada procedurale che sia altrettanto chiara e definita. È davvero difficile trovare una ragione valida per mantenere questa disparità, ed è proprio per questo che l’ordine del giorno non si limita a prendere atto di ciò che è stato fatto finora, ma impegna le istituzioni a definire una procedura normativa certa che consenta la valutazione giudiziaria e la conseguente rettificazione nei registri. L’accoglimento dell’Istanza non significa affatto rendere tutto più semplice o eliminare i necessari controlli e le opportune valutazioni; significa al contrario stabilire finalmente come si fa, a quali precise condizioni, con quali garanzie istituzionali e davanti a quale autorità giudiziaria. All’interno di questo ragionamento credo sia doveroso aprire anche una riflessione più specifica che riguardi i bambini e gli adolescenti. L’incongruenza di genere può manifestarsi infatti anche durante l’infanzia, ed è questo un dato scientifico ampiamente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità; la stessa OMS distingue però in modo molto netto questa condizione dai semplici comportamenti o dalle preferenze ludiche che non corrispondono agli stereotipi tradizionalmente associati al sesso maschile o femminile. Io credo che su questo punto serva una cautela ed una sensibilità del tutto particolari: un bambino può avere un modo di vestirsi o di giocare che non corrisponde a ciò che la società tradizionalmente si aspetta da un maschio o da una femmina, ma questo fatto da solo non dice assolutamente nulla di definitivo sulla sua identità di genere futura. L’età prepuberale è una fase in cui lo sviluppo personale deve ancora compiersi interamente, la personalità si sta gradualmente formando e manca ancora quella parte fondamentale dell’esperienza umana che arriva soltanto con la pubertà e con lo sviluppo della sessualità. Per tutte queste ragioni, quando sono coinvolti i minori, occorrono a mio parere ancora più ascolto, competenza professionale e prudenza, non certo per negare o soffocare quello che un bambino o un adolescente sente in quel momento, ma per evitare di avere fretta nel trasformare ogni naturale ricerca di sé in una definizione rigida e definitiva. È un terreno delicato sul quale servono operatori altamente preparati e la capacità di considerare ogni singola persona all’interno della sua specifica storia individuale. Sono assolutamente convinta che questa doverosa attenzione verso i minori sia perfettamente compatibile con la scelta politica che ci apprestiamo a compiere oggi, perché riconoscere un diritto non significa rinunciare alle regole, ma significa costruire regole serie dove prima non ce n’erano. Infine, desidero evidenziare un ultimo aspetto contenuto nell’ordine del giorno che considero di straordinaria importanza, forse quello più concreto ed impattante sul piano sociale: il testo prevede infatti di garantire la copertura delle spese sanitarie per chi intraprende un percorso di transizione di genere, anche mediante la stipula di apposite convenzioni con i servizi sanitari delle regioni italiane vicine. Questo rappresenta un passo avanti fondamentale, perché se riconosciamo coerentemente che ci troviamo di fronte a percorsi che toccano direttamente la salute ed il benessere psicofisico della persona, non possiamo poi permettere che la possibilità di affrontarli dipenda unicamente dal reddito individuale o dalle disponibilità economiche della famiglia d’origine. Il diritto non può e non deve fermarsi davanti al portone dell’Ufficio dello Stato Civile; deve esserci al contrario la possibilità reale ed effettiva di essere seguiti, assistiti e curati attraverso percorsi sanitari pubblici ed appropriati. È per tutte queste motivazioni che esprimo una valutazione ampiamente positiva sull’accoglimento dell’Istanza d’Arengo e ritengo di primaria importanza l’ordine del giorno che la accompagna: dopo tantissimi anni nei quali questa materia è rimasta priva di una regolamentazione, il Consiglio Grande e Generale afferma una cosa molto semplice, ovvero che questo vuoto va colmato con una legge sammarinese, con criteri rigorosi, con le necessarie garanzie giurisdizionali ed assicurando la piena tutela sanitaria a tutti coloro che affrontano questi complessi percorsi di vita. Si tratta di un altro passo fondamentale in quel cammino sui diritti civili che la Repubblica di San Marino ha finalmente e felicemente ricominciato a percorrere negli ultimi anni.

Giulia Muratori (Libera): Intervengo anch’io in questo dibattito con l’intenzione di concentrarmi principalmente sull’Istanza d’Arengo attualmente in esame, pur prendendo atto che nei diversi interventi che mi hanno preceduto si è opportunamente spaziato anche sui temi che affronteremo nelle successive istanze. La richiesta formulata dai cittadini firmatari è estremamente precisa e puntuale: si chiede infatti che la Repubblica di San Marino si doti finalmente di una disciplina normativa riguardante la rettifica del genere nei registri e nei documenti dello stato civile per coloro che hanno intrapreso un percorso di affermazione di genere. Ci troviamo di fronte a una richiesta circoscritta che non vuole affatto imporre soluzioni preconfezionate, ma che ci chiede concretamente di colmare una lacuna del nostro ordinamento. Io penso che nel nostro ragionamento si debba partire proprio da qui, dalla piena consapevolezza di cosa significhi affrontare nella realtà di tutti i giorni un percorso di questo tipo. Parliamo di un cammino profondamente personale e spesso molto lungo, una strada che non coinvolge soltanto la persona direttamente interessata, ma che impatta in maniera rilevante anche sulla sua famiglia e su tutte le persone che le stanno vicino. È un percorso articolato all’interno del quale si rivelano indispensabili un adeguato accompagnamento medico ed uno strutturato supporto psicologico, ed in cui le istituzioni pubbliche hanno il dovere di garantire vicinanza, sostegno e tutela. Non ci troviamo di certo di fronte a una scelta banale che si esaurisce in un mero atto amministrativo o nella semplice correzione di un documento anagrafico; stiamo parlando di un cammino umano che attraversa e segna la vita di una persona nella sua totale interezza. Arriva però un momento, all’interno di questo lungo percorso, in cui il vissuto profondo dell’individuo deve potersi tradurre in un chiaro ed inequivocabile riconoscimento giuridico da parte dello Stato; ed è esattamente in questo passaggio fondamentale che la nostra Repubblica lascia oggi un vuoto inaccettabile. San Marino non dispone infatti di una legislazione organica che stabilisca con chiarezza e trasparenza quale sia la strada procedurale che una persona deve percorrere per ottenere la rettifica dei propri dati anagrafici. Questo vuoto normativo si traduce nei fatti in un limbo indefinito nel quale chi affronta la transizione viene a dipendere dalla sensibilità dei singoli professionisti, dall’interpretazione personale dei vari uffici amministrativi e, in taluni casi, persino dalla fortuna di possedere una seconda cittadinanza che consenta di svolgere la procedura all’estero, ottenere un provvedimento giudiziario straniero e chiederne poi la delibazione a San Marino. Ecco il quesito cruciale sul quale tutti noi in quest’Aula dobbiamo interrogarci: possiamo davvero accettare che il riconoscimento dell’identità personale di un nostro cittadino dipenda dalla fortuna di possedere un secondo passaporto o dalla capacità individuale di districarsi in procedure che nessuna legge interna disciplina? Ebbene, io credo proprio di no. Servono al contrario regole legislativamente definite, chiare e rigorose, che individuino un percorso certo, stabiliscano le necessarie garanzie sanitarie e psicologiche e consentano infine alla persona, una volta soddisfatte interamente le condizioni previste dalla legge, di ottenere il riconoscimento della propria identità senza rimanere bloccata in un limbo burocratico infinito. Questo non significa affatto rinunciare ai controlli o abbassare il livello delle tutele; significa al contrario l’esatto opposto, ovvero fissarli per legge con estremo rigore, stabilendo quali siano i passaggi obbligatori, quali tutele debbano essere garantite, come debbano essere protetti i dati sanitari e personali che sono estremamente sensibili e quale sia la procedura formale con cui lo Stato riconosce il cambiamento nei propri registri. Significa inoltre dare certezza non soltanto a chi vive in prima persona questa condizione, ma anche agli stessi uffici pubblici che oggi si trovano a dover gestire situazioni complesse in totale assenza di un quadro normativo di riferimento. Del resto non stiamo parlando di un’esigenza che nasce oggi improvvisamente in quest’Aula con la presentazione di questa Istanza, perché la realtà sociale ha già ampiamente anticipato la politica. Lo dico pensando a quanto è avvenuto, ad esempio, all’interno della nostra Università: l’Ateneo di San Marino non si è limitato a una prassi informale o a una gestione sommaria, ma ha approvato un vero e proprio regolamento istituzionale per l’attivazione e la gestione della carriera Alias, a tutela del benessere psicofisico e della dignità degli studenti e delle studentesse che affrontano un percorso di affermazione di genere. Si tratta di un atto formale che disciplina con precisione i tempi, la massima riservatezza dei dati e persino il momento esatto in cui la carriera Alias si chiude, ovvero quando interviene la sentenza definitiva di rettificazione dell’attribuzione di sesso. Questo esempio non è affatto marginale ed al contrario ci dice tantissimo: la nostra Università, attraverso un atto ufficiale, ha riconosciuto che questa realtà esiste, che riguarda persone in carne ed ossa ed ha ritenuto doveroso, di fronte all’assenza di una legge statale, regolamentare la materia per quanto era nelle sue competenze. Quando la realtà sociale arriva prima della legge, il compito della politica non deve essere quello di voltarsi dall’altra parte o far finta di niente, ma deve essere quello di costruire norme generali affinché situazioni analoghe vengano trattate con la medesima dignità e nessuno sia più costretto a cercare in un’altra scuola, in un altro Paese o in un’altra cittadinanza la risposta che il proprio Stato deve essere in grado di fornirgli a casa sua. Vi è poi un ulteriore elemento istituzionale che non possiamo affatto ignorare: la Repubblica di San Marino è parte contraente della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da tantissimi anni la giurisprudenza della Corte di Strasburgo riconduce espressamente l’identità di genere alla tutela della vita privata garantita dall’articolo 8 della Convenzione. Ciò non significa affatto che gli Stati membri non possano stabilire regole e condizioni d’accesso; significa tuttavia che deve necessariamente esistere un percorso chiaro, trasparente ed accessibile attraverso il quale una persona possa ottenere il riconoscimento giuridico della propria identità nel pieno rispetto della sua dignità, della sua integrità personale e della sua riservatezza. È quindi assolutamente possibile, ed aggiungo doveroso, trovare un punto di sintesi ed equilibrio tra due esigenze che non sono affatto in contrasto tra loro: da un lato la serietà e la certezza delle procedure pubbliche dello Stato, dall’altro la dignità, la privacy ed i diritti fondamentali della persona. È per tutte queste ragioni che ritengo che quest’Istanza d’Arengo debba essere accolta con determinazione: accoglierla significa prendere atto dell’esistenza di una lacuna normativa ed assumersi la piena responsabilità politica di colmarla. Significa offrire un quadro di certezza agli operatori sanitari, psicologici, amministrativi e giudiziari chiamati ad accompagnare queste persone, e significa soprattutto passare dalla gestione estemporanea del singolo caso alla costruzione di un diritto certo, sorretto da procedure chiare ed uguali per tutti i cittadini. Per tutti questi motivi confermo che il gruppo di Libera voterà con profonda convinzione a favore dell’accoglimento dell’Istanza d’Arengo e desidero esprimere un sentito apprezzamento ai cittadini firmatari per aver portato all’attenzione dell’Aula una tematica di così grande rilievo umano e civile.

Giovanna Cecchetti (Gruppo Misto): Intervengo in questo dibattito per esprimere il mio convinto e forte sostegno a questa Istanza d’Arengo e a quelle che la seguiranno, sottolineando come l’iniziativa dei cittadini ci offra l’opportunità di affrontare una tematica che non rappresenta soltanto un altro passo fondamentale nel percorso di riconoscimento dei diritti civili, ma che tocca direttamente la natura stessa del rapporto tra la persona umana e le istituzioni pubbliche. L’Istanza ci chiede di definire una disciplina legislativa chiara per la rettifica del genere nei registri e nei documenti dello stato civile per le persone che hanno intrapreso un percorso di affermazione di genere; ed io ritengo che sia assolutamente indispensabile affrontare questa materia spogliandoci da ogni condizionamento di natura ideologica o di parte. Le questioni che riguardano l’identità profonda della persona ed i suoi percorsi individuali appartengono infatti alla sfera più intima e alla sensibilità personale di ciascuno di noi. Credo che gli interventi emersi finora in Aula dimostrino chiaramente come certe tematiche abbiano ormai ampiamente superato le tradizionali barriere di appartenenza politica per entrare a pieno titolo nell’agenda delle istituzioni e della società civile. Su questi temi possiamo certamente conservare sensibilità personali o sfumature differenti, ma come membri delle istituzioni abbiamo una responsabilità comune ed inderogabile: garantire che nessun cittadino venga lasciato solo o rimanga privo di una risposta certa da parte dello Stato. Sappiamo perfettamente quanto sia complesso, articolato e talvolta doloroso il percorso che le persone e le loro famiglie si trovano ad affrontare quando decidono di intraprendere questa strada, ed è per questo che le istituzioni hanno il dovere di fornire loro un quadro normativo e procedurale privo di ambiguità. Bisogna comprendere che affermare il principio dell’autodeterminazione non significa affatto teorizzare l’assenza di regole; significa al contrario permettere ad ogni individuo di compiere il proprio percorso personale con la sicurezza di trovare uno Stato che ha stabilito procedure chiare, trasparenti, rigorose ed uguali per tutti. Sebbene nella pratica il nostro Paese accompagni già in qualche modo le persone che decidono di modificare il proprio genere, occorre riconoscere con franchezza che il nostro ordinamento è ancora del tutto privo di una disciplina organica inerente al riconoscimento giuridico dell’identità di genere. Questa grave lacuna normativa è stata peraltro chiaramente evidenziata anche dal Consiglio d’Europa all’interno del suo più recente rapporto relativo alla Repubblica di San Marino, redatto dall’ECRI, nel quale è stata espressamente rilevata l’assenza di un quadro legislativo che disciplini le condizioni e le procedure per la rettifica dell’identità anagrafica, raccomandando formalmente alle autorità sammarinesi di intervenire per colmare questa carenza. Vi è poi un ulteriore ed inaccettabile aspetto che non possiamo assolutamente far finta di non vedere: all’interno della nostra piccola comunità vi sono diversi cittadini sammarinesi che possiedono una seconda cittadinanza, i quali possono intraprendere il percorso nell’altro Stato, ottenere il riconoscimento dell’identità di genere e successivamente chiedere ed ottenere che quel provvedimento straniero venga recepito ed annotato anche nei registri di San Marino. Un cittadino che possiede unicamente la cittadinanza sammarinese non ha invece oggi alcuna possibilità di accedere a un percorso analogo all’interno delle nostre istituzioni. Si viene così a creare una palese ed ingiusta disparità di fatto tra i cittadini della nostra Repubblica, ed è compito primario delle istituzioni eliminare questa discriminazione. Le persone che chiedono l’introduzione di questa normativa non stanno affatto cercando scorciatoie, non chiedono di eludere i controlli né di bypassare le leggi del proprio Paese; chiedono al contrario l’esatto opposto, ovvero di poter affrontare questo percorso fondamentale all’interno dello Stato in cui vivono e di cui sono cittadini, secondo regole scritte e trasparenti. Chiedono che sia la Repubblica di San Marino a riconoscerle ed a tutelarle, e noi non possiamo permettere che una scelta di vita così rilevante rimanga affidata alla sensibilità individuale o all’interpretazione estemporanea data dal singolo ufficio al singolo caso. Spetta unicamente al legislatore il compito di definire un quadro normativo certo, affinché a situazioni analoghe vengano fornite risposte analoghe ed ogni cittadino sappia esattamente quali sono i propri diritti, quali le procedure da seguire e quali le garanzie assicurate dallo Stato. È nostro dovere creare le condizioni affinché ciascuno possa compiere le proprie scelte nel pieno rispetto della propria dignità umana, sorretto da regole chiare e da istituzioni capaci di accompagnarlo. Occorre inoltre tenere ben distinta una fondamentale differenza concettuale: il riconoscimento giuridico dell’identità di genere ed il percorso sanitario di transizione sono due piani distinti che, pur dovendo dialogare costantemente tra loro, non devono mai essere sovrapposti o confusi. Questo significa che l’intervento del legislatore sul piano del diritto deve essere accompagnato da un’azione istituzionale più vasta in ambito sanitario e sociosanitario, affinché chi affronta questo cammino possa trovare nel servizio pubblico professionalità adeguate, competenze specifiche e strutture accessibili a tutti senza distinzioni di censo. È esattamente su queste premesse che si sviluppa l’ordine del giorno presentato in Aula, il quale va a rafforzare i contenuti dell’Istanza d’Arengo fissando una data certa, individuata nel mese di febbraio 2027, entro la quale il Governo dovrà predisporre le modifiche normative e regolamentari necessarie per dotare il nostro Paese di procedure amministrative e giudiziarie celeri, chiare e pienamente garantiste a tutela dell’affermazione di genere.

Gian Matteo Zeppa (Rete): Evito volentieri di fare commenti diretti sugli interventi pronunciati da alcuni colleghi consiglieri, dal momento che coloro che sono intervenuti hanno premesso nei loro ragionamenti che non si trattava affatto di uno scontro ideologico; eppure, puntualmente, la questione ideologica finisce per essere strumentalizzata ed innescare uno scontro politico, un aspetto sul quale tornerò nella parte finale del mio intervento per esprimere le mie valutazioni sull’ordine del giorno presentato. Desidero anzitutto rivolgere un apprezzamento al riferimento svolto dal Segretario di Stato Andrea Belluzzi, perché è stato un intervento puntuale, capace di richiamare con precisione la giurisprudenza europea che si è occupata dell’affermazione di genere; un riferimento indubbiamente equilibrato e rigoroso. Voglio inoltre ringraziare quei pochi consiglieri che nei loro passaggi hanno saputo toccare con sensibilità l’aspetto squisitamente umano della vicenda. Io ho avuto modo di conoscere, magari non in modo approfonditissimo, ma ho anche letto diversi saggi e visionato documentari dedicati a persone che hanno affrontato il percorso di transizione e di cambio di sesso. Chiedo scusa se uso un linguaggio diretto e forse fin troppo semplice, ma credo sia necessario esprimere concetti basici per farci comprendere da tutti: non ci troviamo affatto di fronte a un percorso semplice. In quest’Aula qualcuno ha sostenuto che molto spesso queste persone possono contare sul pieno supporto della propria famiglia; ebbene, posso assicurare che non è assolutamente così nella maggior parte dei casi. Sono al contrario pochissime ed estremamente fortunate quelle persone che trovano all’interno del proprio nucleo familiare una rete di sostegno pronta ad accompagnarle nell’affermazione di genere. Chi si ostina a banalizzare questo concetto, arrivando a sostenere con leggerezza che si debba semplicemente introdurre una regolamentazione per l’affermazione del genere maschile o femminile in relazione al sesso biologico di nascita, e finendo quasi per paragonare una scelta così profonda alla scelta quotidiana tra il comprare il pane ai cinque cereali, il pane alla crusca o il pane normale, dimostra di non aver compreso minimamente la realtà dei fatti. Parliamo infatti di un cammino che la maggior parte delle persone è costretta ad intraprendere in totale ed assoluta solitudine, affrontando tutto ciò che le circonda, a partire da una società che continua ad indicare, a giudicare e ad isolare chi vive questa condizione, persino nell’accesso ai diritti più elementari dello stato civile. È un percorso terribilmente difficile e doloroso sul piano psicologico e nell’ambito delle relazioni sociali quotidiane. Invito tutti ad approfondire, a leggere ed a guardare i documentari dedicati a queste storie umane: quando un individuo percepisce chiaramente che il proprio animo e la propria identità profonda non appartengono affatto al genere biologico con cui è nato, ci si trova di fronte a una drammatica spaccatura interiore. Tu percepisci distintamente chi sei, ma il tuo corpo esteriore non corrisponde a quella percezione. Quando si intraprende un cammino di transizione, ci si incammina lungo un percorso irto di ostacoli in primo luogo con se stessi e successivamente con chi ti sta fisicamente accanto. Banalizzare tutto questo riducendo il dibattito a un mero confronto sulla sessualità dell’individuo significa dimostrare di non aver compreso affatto il senso profondo dell’Istanza d’Arengo e finire per alimentare uno sterile scontro ideologico. Il Segretario ha opportunamente citato le sentenze delle corti europee che fissano principi che il nostro Paese ha l’obbligo di recepire anche per evitare di incorrere in sanzioni internazionali; ma al di là del dato giuridico, qui siamo di fronte a un tema fondamentale di civiltà sociale, che riguarda una comunità che deve dimostrarsi consapevole dell’esistenza di questi percorsi di vita. Nei documentari che ho avuto modo di studiare emergono storie drammatiche di persone che continuano a nascondersi, e non certo per il timore del giudizio altrui, dal momento che esse stesse hanno già affrontato il giudizio più severo ed hanno maturato la scelta consapevole di autodeterminarsi. È esattamente questa la vera autodeterminazione: l’identità di genere non è una questione leggera o un vessillo da attribuire a questa o a quella ideologia politica, ma è una questione biologica, personale e profonda che riguarda un individuo che non si riconosce nel sesso di nascita. Vedere arrivare in Consiglio Grande e Generale un’Istanza d’Arengo che pone con forza questo problema e chiede alla politica di legiferare rappresenta un fondamentale passo in avanti che è la società stessa ad imporre alle istituzioni legislative. A questo proposito voglio richiamare la memoria di quest’Aula su quanto avvenuto in passato riguardo alla nostra Carta dei Diritti: io ero presente in quella seduta consiliare quando si doveva votare la modifica costituzionale per inserire il divieto di discriminazione basato sull’orientamento sessuale. Oggi siamo tutti bravissimi a farci belli ed a vantarci di aver costituzionalizzato quel principio; eppure quella volta in Aula non siamo stati capaci di raggiungere i 39 voti necessari per l’approvazione qualificata, arrivando soltanto a quota 35 per l’assenza di molti consiglieri, e siamo stati costretti a trascinare il Paese a un referendum confermativo. Questo episodio dimostra in modo inequivocabile quanta superficialità caratterizzi talvolta le dinamiche di quest’Aula di fronte a temi di straordinario valore civico. Per quanto riguarda poi nello specifico l’ordine del giorno presentato, io credo che esso rappresenti nei fatti una vera e propria appropriazione indebita compiuta da chi lo ha proposto con la piena consapevolezza di farlo. E spiego subito il perché: la procedura istituzionale prevede chiaramente che, una volta accolta un’Istanza d’Arengo, il Governo e il Parlamento abbiano l’obbligo di tradurla in legge entro il termine di sei mesi. È dunque all’interno di quel futuro progetto di legge di recepimento che la politica deve lavorare seriamente e dare concreta attuazione a quanto richiesto dai cittadini firmatari. Sinceramente non riesco a comprendere la ratio politica che ha spinto alla presentazione di questo ordine del giorno, se non quella di tentare di mitigare i contrasti interni ed annacquare gli scontri politici tra le diverse forze di maggioranza. L’Istanza d’Arengo era di una chiarezza solare, articolata in tre richieste estremamente semplici ed immediate: perché non ci si limita ad accogliere linearmente ciò che i cittadini chiedono, per poi andare nei sei mesi successivi in Commissione consiliare e redigere un testo di legge completo di tutte le garanzie necessarie? Oggi la politica ha dato ancora una volta dimostrazione di voler rincorrere i propri precari equilibri di governo. Personalmente non ho memoria di un’Istanza d’Arengo votata favorevolmente e contemporaneamente accompagnata da un ordine del giorno di questo tipo; vi viene forse da chiedervi di cosa abbiate paura? Avete forse il timore che vi sfugga qualcosa di mano sul terreno dei diritti? Questa metodologia di procedere mi appare del tutto incomprensibile. Concludo ribadendo che quello della transizione è un percorso durissimo affrontato da persone che hanno una dignità pari a quella di qualsiasi altro cittadino, esattamente come solennemente proclamato dalla nostra Carta dei Diritti, la quale ci impone di non dimenticare mai nessuno. Il testo dell’Istanza parla da solo in modo estremamente chiaro; per tutte queste ragioni il movimento RETE non ha inteso sottoscrivere l’ordine del giorno e non lo voterà in Aula, ritenendolo uno strumento del tutto privo di senso.

Tomaso Rossini (Psd): Ritengo sia doveroso sottolineare il valore dell’iniziativa degli istanti, poiché porta all’attenzione dell’Aula tematiche fondamentali che riguardano direttamente i diritti civili ed i diritti umani, argomenti che diversamente e con grande difficoltà si riuscirebbe ad inserire con la dovuta priorità all’interno dell’agenda politica ordinaria. Ci troviamo di fronte a una materia che coinvolge da vicino diverse persone e che richiede un’attenzione profonda verso chi sta affrontando un percorso umano e personale straordinariamente delicato. Il percorso di transizione di genere è infatti un cammino complesso che necessita di tutto il tempo opportuno; si tratta di un processo del quale si può individuare con chiarezza un inizio, ovvero il momento in cui una persona si rende conto di non sentirsi più riconosciuta né rappresentata nel corpo fisico in cui si trova e comincia di conseguenza a porsi domande intime e profonde, mentre risulta assai più difficile identificare una vera e propria conclusione. Ciò di cui noi come istituzioni e come politica dobbiamo assolutamente farci carico è assicurare a queste persone tutto il sostegno possibile, un supporto che deve essere morale, sanitario e soprattutto giuridico, per garantire la massima tutela che lo Stato è in grado di offrire. In questo dibattito parliamo in modo diretto di dignità della persona, di certezza del diritto e del principio fondamentale di non discriminazione, collocati all’interno di un percorso articolato in più tappe all’interno del quale entrano in gioco figure professionali diverse, dallo psicoterapeuta all’endocrinologo, unitamente alla dimensione legale, al diritto ed alla valutazione dell’autorità giudiziaria e del tribunale. Avvicinarsi a una scelta di questo tipo ed assumere una decisione di tale portata rappresenta indubbiamente un passaggio difficilissimo ed estremamente sofferto; ed è proprio per questo motivo che il tema deve essere affrontato senza alcuna forma di banalizzazione o di facile semplificazione. Un percorso così articolato chiama in causa molteplici aspetti di natura psicologica e medica ed ha quindi il bisogno assoluto di essere accompagnato dalle istituzioni con elevata competenza, massima attenzione e con tempi che siano pienamente rispettosi delle esigenze individuali della persona. Tutto questo non significa affatto patologizzare o trasformare l’identità di genere in una malattia, ma significa al contrario riconoscere con maturità che scelte così rilevanti per il proprio corpo, per la propria vita e per la propria identità profonda meritano di essere sorrette da un cammino serio, strutturato ed informato al fianco di professionisti qualificati. Quando si giunge al termine di questo articolato percorso, o comunque sia quando si arriva a quel punto in cui i medici ed i professionisti preposti rilasciano le relative certificazioni ufficiali alla persona, anche lo Stato ha il dovere primario di dimostrarsi capace di intervenire fornendo risposte chiare, certe ed inequivocabili. Per tutte queste motivazioni confermo il mio convinto voto favorevole all’accoglimento di questa Istanza d’Arengo, nella fermezza che trattare dei diritti umani e delle tutele spettanti alle persone, in particolar modo quando esse appartengono a una minoranza, sia un esercizio alto che eleva profondamente questa Aula consiliare. Non sempre ci viene offerta l’opportunità di affrontare dibattiti di questa elevatura civile, ed è proprio questo specifico tipo di istanze d’Arengo a regalarci una simile occasione. Desidero pertanto evidenziare con forza quanto lo strumento dell’Istanza d’Arengo sia di fondamentale importanza per la nostra piccola Repubblica e per la tenuta della nostra democrazia: l’essere uno Stato di dimensioni contenute ci pone infatti in una relazione di contatto diretto e costante con la cittadinanza, consentendo alla politica di ascoltare le esigenze dei cittadini, di accoglierle con sensibilità e di orientare l’azione delle istituzioni verso la risoluzione dei problemi e delle difficoltà che le persone si trovano ad affrontare concretamente nella vita di tutti i giorni.

Maria Luisa Berti (Ar): Intervengo in rappresentanza della forza politica di Alleanza Riformista, che non aveva ancora preso la parola all’interno del dibattito su questo specifico comma, per confermare che da parte nostra esprimeremo un voto ampiamente favorevole sia all’accoglimento dell’Istanza d’Arengo sia all’approvazione dell’ordine del giorno, alla cui stesura abbiamo dato un nostro diretto ed attivo contributo. Ritengo che l’impostazione emersa oggi a livello di maggioranza dia una chiara dimostrazione che su questa tematica si è stati capaci di confrontarsi ed effettuare le dovute valutazioni con un grande spirito di responsabilità, evidenziando una maturità politica orientata a ricercare un punto di intesa e di convergenza piuttosto che a provocare uno scontro. Su un argomento di questa natura non avrebbe infatti avuto alcun senso innescare uno scontro di carattere ideologico, dal momento che ogni singola persona possiede una propria ed inalienabile dignità intrinseca che va sempre ed in ogni caso rispettata; di conseguenza era un dovere preciso da parte delle istituzioni dare un segnale concreto di ascolto e di recepimento rispetto alle esigenze che i cittadini ci hanno espresso attraverso la presentazione di questa Istanza d’Arengo. Proprio per queste ragioni non condivido affatto le critiche avanzate dai colleghi Gian Matteo Zeppa ed Emanuele Santi relativamente ad una presunta inutilità dell’ordine del giorno sul quale abbiamo lavorato. Al contrario, sono convinta che l’ordine del giorno rappresenti un elemento di grande utilità, in quanto va a tracciare in modo chiaro un percorso operativo sul piano normativo ed istituzionale capace di fornire risposte immediate e concrete ai quesiti posti dai firmatari. L’ordine del giorno non è affatto un atto superfluo, ma costituisce un reale valore aggiunto per l’azione legislativa, ed è un fatto assolutamente positivo che esso sia stato condiviso e sottoscritto anche da forze politiche che non fanno parte della compagine di governo. Allo stesso tempo, desidero unirmi ai rilievi di natura formale già sollevati da altri colleghi in merito alle modalità con cui vengono talvolta presentate le istanze d’Arengo. La normativa parla chiaro: le istanze d’Arengo devono essere inoltrate esclusivamente dai cittadini sammarinesi in quanto tali, senza l’apposizione di intestazioni o contrassegni che richiamino l’appartenenza a specifiche associazioni o gruppi d’interesse. Ritengo quindi opportuno che, in vista del prossimo semestre regenziale e dell’insediamento della nuova Reggenza, quando i cittadini si recheranno a presentare le proprie istanze, si ribadisca con chiarezza la necessità che le stesse siano formalizzate unicamente da cittadini sammarinesi a titolo personale, senza specificare l’adesione a sigle o realtà associative. Si tratta di un rispetto della forma che in questo caso specifico si traduce in vera e propria sostanza. Parliamo continuamente dell’esigenza di eliminare le discriminazioni e superare le contrapposizioni; ed allora facciamo in modo che anche nello strumento della presentazione delle istanze d’Arengo vi sia il massimo rispetto delle regole, garantendo che chi le sottoscrive si presenti solo ed esclusivamente nella sua veste primaria di cittadino della nostra Repubblica. In conclusione, confermo il voto favorevole di Alleanza Riformista sull’Istanza d’Arengo e sull’ordine del giorno.

Silvia Cecchetti (Psd): Desidero rivolgere un doveroso e sentito ringraziamento agli istanti per aver promosso questa Istanza d’Arengo e per averci offerto l’opportunità di svolgere un dibattito così importante all’interno di quest’Aula. Accanto a loro, intendo ringraziare il Segretario di Stato Andrea Belluzzi per la puntualità del suo riferimento iniziale, in particolar modo per la parte in cui si è soffermato nell’illustrare con precisione lo stato dell’arte e la situazione normativa presente negli altri ordinamenti giuridici su questo tema. Ciò che ci viene richiesto oggi attraverso questa Istanza non rappresenta affatto una scelta discrezionale che la politica può decidere di compiere o meno a proprio piacimento: un ordinamento giuridico moderno ed evoluto che proclama il riconoscimento dei diritti civili della persona non può permettersi di lasciare priva di disciplina legislativa una condizione umana assolutamente reale, concreta e vissuta da cittadini della nostra Repubblica. Quando all’interno di un sistema normativo manca una legge che stabilisca con chiarezza le modalità, i criteri e le garanzie necessarie per l’effettivo esercizio di un diritto, quel vuoto normativo non è mai un elemento neutro, ma si traduce nei fatti in una grave mancanza; ed io, anche nella mia veste di giurista, sento il dovere di affermare con chiarezza che giungiamo a questo appuntamento istituzionale con un colpevole ritardo. Ordinamenti giuridici a noi vicini hanno già da lungo tempo disciplinato puntualmente questa materia; pertanto noi non stiamo affatto esplorando un terreno del tutto nuovo o inesplorato, ma stiamo semplicemente compiendo l’atto doveroso di colmare una distanza normativa che si è fatta ormai decisamente troppo ampia. Detto questo, voglio riaffermare con estrema chiarezza il rispetto profondo ed assoluto che una tematica come questa merita da parte delle istituzioni. Qui non stiamo affatto discutendo di categorie astratte o di modelli teorici, ma stiamo parlando di persone in carne ed ossa, della loro vita quotidiana, del loro percorso personale e della loro identità più profonda. Un ordinamento giuridico maturo e consapevole ha il dovere di non limitarsi a prendere atto della complessità delle vicende umane, ma deve saperle riconoscere, fare proprie e racchiudere all’interno di una cornice normativa chiara, rigorosa e tutelante. Per tutte queste motivazioni confermo che il gruppo consiliare del Partito dei Socialisti e dei Democratici sosterrà con profonda convinzione sia l’accoglimento dell’Istanza d’Arengo sia l’approvazione dell’ordine del giorno.

L’Istanza d’Arengo n. 47 è approvata a maggioranza.

Ordine del giorno presentato da Pdcs, Alleanza Riformista, Libera, Psd, Repubblica Futura e dai consiglieri indipendenti Giovanna Cecchetti e Michela Pelliccioni

Emanuele Santi (Rete): Desidero ribadire con estrema chiarezza la posizione del gruppo di RETE relativamente all’ordine del giorno presentato, anticipando quanto avevamo già espresso durante il dibattito generale. Come movimento RETE abbiamo preso la decisione di non firmare questo ordine del giorno e di non votarlo in Aula. La motivazione alla base della nostra scelta è estremamente semplice e lineare: noi riteniamo infatti che questo ordine del giorno, che pretende di andare a reinterpretare o integrare il pensiero e le precise richieste formulate dai cittadini firmatari, sia un atto del tutto superfluo e non necessario. Molto spesso la prassi di accompagnare le istanze con ordini del giorno rischia soltanto di inserire inutili ostacoli, condizionamenti o tranelli che finiscono per complicare il successivo percorso legislativo ed ostacolare la piena e tempestiva attuazione dei diritti. L’auspicio che esprimiamo è che il Governo, di propria iniziativa, decorso il termine di sei mesi previsto a seguito dell’accoglimento dell’Istanza d’Arengo, dia diretta, piena e completa attuazione alla richiesta formulata dagli istanti senza addurre scuse. Questo è il tema. Significa che si dà per scontato che oggi qualcuno all’ufficio anagrafe abbia abbia dei criteri che stia utilizzando. Invece quello che sappiamo noi è che questo percorso di cambiamento di genere è un percorso ad ostacoli, è un percorso che magari con battaglie di mesi e mesi tramite avvocato viene poi portato a termine. Quindi noi non vogliamo che questo percorso sia e venga mantenuto ad ostacoli. Vogliamo che sia più facile, più semplice possibile, fatta con delle modalità chiare e per questo, insomma, non vogliamo che assolutamente venga data piena attzione da parte del governo dell’istanza così come è stata presente. senza scorciatoi o senza reinterpretazioni. Per questo voteremo contrariamente all’istanza e abbiamo invece accolto molto favorevolmente l’approvazione finalmente di questa istanza che credo che sia un passaggio fondamentale verso un ulteriore incremento dei diritti civili.

L’ordine del giorno è approvato a maggioranza

Istanza d’Arengo n.48 del 05-04-2026 – Per la disciplina della registrazione presso lo Stato Civile di atti di nascita e/o adozione registrati all’estero per le famiglie omogenitoriali

Istanza d’Arengo n.49 del 05-04-2026 – Per la tutela del superiore interesse del minore mediante la disciplina della responsabilità genitoriale e della registrazione di entrambi i genitori nei registri dello Stato Civile per famiglie omogenitoriali

Segretario di Stato Andrea Belluzzi: Le istanze d’Arengo numero 48 e 49 riguardano direttamente il tema centrale delle famiglie omogenitoriali, ovvero luoghi di affetti, di cura, di crescita, di protezione e di sostegno reciproco che sono stati solennemente legittimati nella nostra Repubblica dalla normativa sulle unioni civili, approvata nel novembre del 2018 da questo Consiglio Grande e Generale senza alcun voto contrario. Si è trattato di una proposta di iniziativa popolare promossa da centinaia di cittadini sammarinesi di ogni estrazione e guidata dalla prima firmataria, la professoressa Valentina Rossi, esperta di storia e grande comunicatrice, che ha saputo interpretare un bisogno chiaro della nostra comunità. Con queste due istanze parliamo di minori e di bambini che nulla hanno a che vedere con le scelte o con le decisioni degli adulti che li hanno generati o adottati nei Paesi in cui ciò è legalmente consentito. Parliamo di bambini che esistono a prescindere, che sono nati e sono su questa terra e che, come tutti i bambini del mondo, hanno il diritto sacrosanto di poter crescere sereni e tutelati. Io credo fermamente che il nostro Paese e la nostra Carta Costituzionale debbano riconoscere appieno questi bambini, dei quali uno o entrambi i genitori possiedono la cittadinanza sammarinese. Nessuno di noi desidera certamente ritornare a tempi bui, terminati definitivamente all’inizio di questo secolo, nei quali un bambino aveva diritto alla cittadinanza esclusivamente se a possederla era il padre maschio, mentre se a essere sammarinese era la madre il figlio non aveva alcun diritto. Sono convinto che in cuor nostro nessuno voglia tornare a creare sul nostro territorio discriminazioni tra cittadini o bambini di serie A e bambini di serie B. Le istanze sono state attentamente valutate dagli uffici preposti e ritenute del tutto accoglibili sotto il profilo formale e procedurale. Entrando nello specifico della prima Istanza, la numero 48, essa nasce da casi reali ed emblematici emersi a partire dal 2015, quando gli uffici pubblici, pur con tutta la buona volontà di dimostrarsi inclusivi, si sono trovati nella condizione di dover rigettare i certificati di nascita di bambini nati all’estero che recavano oltre al genitore sammarinese un altro genitore dello stesso sesso. Si crea così la situazione del tutto paradossale per cui queste piccole creature esistono per le giurisdizioni straniere in cui sono nate, ma non esistono per la giurisdizione sammarinese, rimanendo prive dell’iscrizione all’anagrafe, della cittadinanza, della residenza e del diritto all’assistenza sanitaria. Quale colpa o quale delitto avrà mai commesso quel bambino per vedersi negare i diritti fondamentali della dignità umana ed essere cancellato dall’albero genealogico della propria famiglia? La legge sul diritto di famiglia del 1986 ha avuto straordinari meriti, ma risale a quarant’anni fa ed è giunto il momento che quel medesimo spirito innovatore torni a unire il Paese. Se un genitore maschio sammarinese rientra a San Marino con il proprio coniuge del medesimo sesso ed i figli riconosciuti all’estero, come potrebbero mai quei bambini godere dei diritti di discendenza del padre se gli uffici anagrafici si rifiutano di iscriverli? Come potrebbero accedere al sistema scolastico e fruire della tutela sanitaria pubblica? La giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha affermato a più riprese che un minore già nato non può in alcun modo essere lasciato privo di uno status giuridico riconosciuto. Per quanto riguarda la seconda Istanza, la numero 49, essa tocca direttamente il riconoscimento della responsabilità genitoriale di entrambe le figure genitoriali e l’istituto dell’adozione del figlio del partner. La Grande Camera della Corte di Strasburgo, nella nota sentenza del 19 febbraio 2013, ha stabilito che costituisce una palese discriminazione in violazione degli articoli 8 e 14 della Convenzione escludere in modo automatico le coppie dello stesso sesso dall’adozione del figlio del partner laddove tale possibilità sia riconosciuta alle coppie conviventi di sesso diverso. L’articolo 1 della nostra legge sulle unioni civili definisce l’unione civile come la comunità familiare composta da due individui per organizzare la loro vita comune: se in quel nucleo vi sono dei bambini, essi sono elemento costitutivo della famiglia. Desidero infine richiamare le parole pronunciate da Papa Leone durante la sua visita a San Marino, quando ha definito la nostra Repubblica un laboratorio di buona politica e di cura dell’umano. Mettere al centro la cura dell’umano significa in questo caso mettere al centro i bambini, garantendo loro maggiori diritti attraverso l’assunzione di precisi doveri e responsabilità da parte degli adulti. È per tutte queste ragioni che esprimo a nome del Governo parere ampiamente favorevole all’accoglimento di entrambe le istanze d’Arengo.

Enrico Carattoni (Rf): Premetto anzitutto che questo mio intervento viene svolto a titolo personale, non parlando a nome dell’intero gruppo consiliare dal momento che su queste due istanze d’Arengo coesistono sensibilità differenti che è del tutto doveroso rispettare. Mi sento tuttavia di affermare con molta convinzione la mia totale posizione favorevole all’accoglimento di entrambe le istanze, concentrandomi in modo particolare sulla prima di esse, la quale richiede la trascrizione nei registri dello stato civile sammarinese dei figli nati all’estero da coppie omogenitoriali. Io penso che veder riconosciuto lo status di una famiglia all’interno dell’ordinamento sia un diritto sacrosanto sia dei genitori sia e soprattutto dei figli. Quando San Marino vuole realizzare riforme all’avanguardia ha dimostrato di saperlo fare; basti pensare che la nostra legge sul diritto di famiglia del 1986 prevedeva già allora la possibilità dell’adozione da parte del genitore singolo, una conquista straordinaria che oggi ci appare quasi scontata ma che all’epoca rappresentava un traguardo fortemente innovativo. Questi passaggi storici ci indicano con chiarezza la direzione verso cui la Repubblica deve continuare a camminare, senza pretendere di isolarsi dal contesto internazionale. Non si tratta affatto di fare concessioni dall’alto, perché i diritti non sono concessioni ma conquiste che le persone hanno ottenuto lottando con le unghie e con i denti e che la legge ha il dovere di recepire. Se la Repubblica di San Marino scegliesse di non dare riconoscimento a questi atti di nascita e di adozione formati all’estero, il primo soggetto a veder lesi i propri diritti fondamentali sarebbe proprio il nascituro, la persona appena venuta al mondo. La prima e più drammatica conseguenza della mancata iscrizione anagrafica risiede infatti nella negazione dell’assistenza sanitaria pubblica. Al di là dell’aspetto affettivo ed ideale di un bambino che si ritrova ad avere due famiglie diverse a seconda dello Stato in cui si trova, vi sono conseguenze pratiche ed immediate che non possono essere rinviate: un bambino ha bisogno di assistenza sanitaria oggi stesso, fin dalle prime settimane di vita, e non iscriverlo all’anagrafe significa esporlo a rischi concreti e drammatici. Invito pertanto l’Aula a valutare queste istanze al di là del dato ideologico o politico ed a considerare l’impatto reale sulla vita dei minori, confermando il mio voto favorevole all’accoglimento di entrambi i provvedimenti.

Dalibor Riccardi (Libera): Ritengo doveroso affrontare in modo congiunto le istanze d’Arengo numero 48 e numero 49, poiché entrambe ci chiamano a compiere una riflessione profonda sulla certezza del diritto e sul superiore interesse del minore. Con l’Istanza numero 48 allarghiamo lo sguardo oltre i confini della Repubblica, osservando la realtà dei cittadini sammarinesi che vivono, lavorano e costruiscono le proprie famiglie all’estero in Paesi in cui le famiglie omogenitoriali sono pienamente riconosciute e tutelate. Quando questi nuclei rientrano a San Marino si scontrano oggi con un muro di gomma burocratico che rifiuta la trascrizione dei loro atti ufficiali di nascita o di adozione. Questa chiusura non cancella affatto la verità degli affetti e dei legami familiari stabiliti all’estero, ma produce un danno gravissimo privando le persone della certezza del proprio stato civile non appena varcano il confine nazionale. Con l’Istanza numero 49 arriviamo poi al cuore profondo del tema, ed è qui che il Consiglio Grande e Generale è chiamato a svolgere l’esame di coscienza più serio. Non stiamo parlando di astrazioni teoriche o di concetti astratti, ma di bambini in carne ed ossa che crescono, vanno a scuola, giocano e ridono ogni giorno nel nostro Paese, amati ed accuditi all’interno della propria famiglia. Chiunque sia genitore sa benissimo quali drammatiche conseguenze pratiche derivino da questo vuoto normativo: se il genitore biologico o legalmente riconosciuto dovesse avere un impedimento sanitario o peggio dovesse mancare, quel bambino si troverebbe improvvisamente privato del diritto di essere accudito dall’altro genitore che lo ha cresciuto fin dal primo giorno. La seconda figura genitoriale non potrebbe firmare un’autorizzazione medica d’urgenza, non potrebbe andare a ritirare il figlio a scuola in situazioni critiche e non avrebbe alcuna responsabilità genitoriale formale, creando un’inaccettabile distinzione tra figli di serie A e figli di serie B. Mi rivolgo direttamente a quei colleghi che richiamano frequentemente i valori della tradizione e della cultura cristiana: il nucleo più profondo e rivoluzionario del Vangelo e della dottrina sociale mette al centro sopra ogni cosa la cura degli indifesi, dei piccoli e dei bambini. Proteggere un bambino significa offrirgli stabilità affettiva, sicurezza quotidiana e certezza legale; lasciarlo in un limbo di vulnerabilità per difendere un feticcio ideologico non ha nulla di cristiano e nulla di conservatore nel senso nobile di tutela della comunità, ma è soltanto un accanimento burocratico e politico che nega il primato dell’amore e della cura. La Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo ci impone l’obbligo di anteporre il superiore interesse del minore a qualsiasi posizionamento di parte. L’estensione dei diritti non toglie nulla a chi quei diritti li possiede già, e riconoscere la genitorialità in una coppia omogenitoriale non indebolisce affatto la famiglia tradizionale, ma rende semplicemente più sicura la vita di quei bambini e più giusta la nostra Repubblica. Relativamente all’ordine del giorno proposto dalla maggioranza, esprimo la totale contrarietà del mio gruppo in quanto lo riteniamo una minimizzazione politica al ribasso ed un compromesso non accettabile su diritti inalienabili che dovrebbero essere sempre garantiti senza mediazioni; ed è per questa ragione che abbiamo scelto di non sottoscriverlo. Concludo confermando che il nostro voto sarà fermamente favorevole all’accoglimento di entrambe le istanze d’Arengo, per dimostrare che San Marino sa essere una casa accogliente in cui la legge protegge anziché discriminare.

Luca Lazzari (Psd): Intervengo in apertura di questo dibattito per illustrare il testo dell’ordine del giorno al quale sono giunti il Partito Democratico Cristiano Sammarinese, il Partito dei Socialisti e dei Democratici, Alleanza Riformista e le consigliere indipendenti Giovanna Cecchetti e Michela Pelliccioni a seguito del confronto sulle istanze d’Arengo numero 48 e 49. Prima di dare lettura del documento desidero spiegare il senso del lavoro svolto: si tratta di due istanze che affrontano tematiche complesse sulle quali esistono sensibilità differenti, ed agli istanti va riconosciuto l’indiscusso merito di aver portato all’attenzione delle istituzioni situazioni reali che già esistono nel Paese e rispetto alle quali l’ordinamento non fornisce ancora risposte sufficientemente chiare. Parliamo di bambini, di atti di nascita e di adozione formati all’estero, di rapporti di filiazione e di famiglie nelle quali due persone svolgono quotidianamente il ruolo di genitori. Dobbiamo comprendere la profonda frustrazione di una madre o di un padre che accudisce un bambino, lo cura quando sta male e ne condivide la crescita, per poi scoprire che per lo Stato quel lavoro di cura non ha alcun riconoscimento giuridico. Possiamo avere idee diverse sulle soluzioni, ma non possiamo negare l’esistenza del problema. Nel confronto di questi giorni abbiamo cercato di individuare fino a dove fosse possibile avanzare oggi senza fingere che tutte le questioni siano risolte e senza chiudere le porte al confronto futuro. Un’Istanza approvata rappresenta un segnale politico importante, ma da sola non basta a modificare la condizione concreta delle persone; occorre successivamente scrivere le norme ed approvarle in Consiglio Grande e Generale, creando le necessarie condizioni politiche. Cercare un punto di intesa non significa affatto rinunciare ai principi, ma significa costruire i presupposti per compiere passi avanti reali e duraturi. L’ordine del giorno proposto non si limita a una sterile dichiarazione di intento ma stabilisce un percorso preciso: mantiene distinto il giudizio dell’ordinamento sulle modalità di origine della filiazione dalla fondamentale tutela che si deve comunque garantire al bambino già nato. Da qui parte il primo impegno formale, ovvero fare piena chiarezza sulla registrazione e sulla trascrizione degli atti di nascita e di adozione formati all’estero, anche con riferimento all’accertamento della filiazione biologica. Inoltre, l’ordine del giorno affronta la tutela della seconda figura genitoriale partendo dall’istituto dell’adozione semiplena già presente nel nostro sistema, chiedendo di verificare l’adeguatezza delle tutele offerte relativamente allo status del minore, alla responsabilità genitoriale, ai diritti successori ed alla cittadinanza, aprendo alla previsione di ulteriori interventi legislativi qualora gli strumenti attuali si rivelassero insufficienti. Il testo fissa infine una data certa, individuata nel mese di febbraio 2027, entro la quale il Governo dovrà riferire alla competente Commissione Consiliare Permanente sugli esiti del lavoro svolto e sulle proposte normative elaborate. Do quindi lettura del testo dell’ordine del giorno: “Il Consiglio Grande e Generale, considerando le richieste degli istanti in materia di registrazione e trascrizione degli atti di nascita e di adozione e di tutela dei rapporti di filiazione; preso atto che esiste già un pronunciamento del Tribunale di San Marino sulla sentenza italiana di adozione del figlio di persona unita civilmente con persona dello stesso sesso con l’istituto dell’adozione semiplena; considerato che il Collegio Garante è stato chiamato a pronunciarsi su questioni di legittimità relative a materie connesse a quelle oggetto delle istanze e che della relativa decisione dovrà essere tenuto conto nell’evoluzione della disciplina; ritenuto che, ferme restando le valutazioni dell’ordinamento sulle modalità attraverso le quali la filiazione si è originata, debba essere assicurata la tutela del superiore interesse del minore e la certezza dei suoi rapporti giuridici; vista la crescente mobilità delle persone che determina con sempre maggiore frequenza la presentazione di atti di stato civile costituiti secondo la legislazione di altri Stati; considerata l’imminente firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea e la necessità di verificare le implicazioni connesse alla circolazione delle persone ed al riconoscimento delle situazioni giuridiche formate all’estero; dà mandato al Governo di avviare un tavolo di lavoro che coinvolga le Segreterie di Stato competenti per gli Affari Interni, gli Affari Esteri e la Giustizia al fine di: chiarire l’applicazione della normativa vigente in materia di filiazione, registrazione e trascrizione degli atti di nascita e di adozione anche con riferimento all’accertamento della filiazione biologica; verificare, nel superiore interesse del minore, l’ambito di applicazione e l’adeguatezza delle tutele offerte dall’istituto dell’adozione semiplena con particolare riferimento agli effetti sullo status del minore, alla responsabilità genitoriale, ai diritti successori ed alla cittadinanza; valutare, anche alla luce delle verifiche dei punti precedenti, la necessità di ulteriori interventi normativi a tutela del minore; tenere conto nell’elaborazione delle proposte del quadro costituzionale e legislativo sammarinese, della giurisprudenza del Collegio Garante e del Tribunale, degli obblighi internazionali della Repubblica e degli effetti derivanti dall’accordo di associazione; riferire alla competente Commissione Consiliare Permanente sugli esiti del lavoro svolto e sulle eventuali proposte normative individuate entro il mese di febbraio 2027“.

Michela Pelliccioni (Gruppo Misto): Desidero esprimere la mia grande soddisfazione per il dibattito odierno e per la sintesi trovata dall’Aula su un tema che mi sta particolarmente a cuore, avendo io stessa sollevato qualche mese fa in quest’Aula una richiesta specifica a fronte delle criticità riscontrate dall’Ufficio dello Stato Civile nella registrazione dei minori figli di coppie omogenitoriali. Quando si tratta di tutelare i bambini, questi argomenti non possono e non devono essere affrontati esclusivamente sotto una lente ideologica; dobbiamo al contrario mantenere come obiettivo primario la protezione di un bambino che viene al mondo e che deve essere tutelato sia sotto il profilo sanitario sia all’interno del proprio nucleo familiare. Ritengo che la politica abbia dimostrato oggi una grande maturità nel definire, attraverso l’ordine del giorno, un mandato chiaro per disciplinare tutti i passaggi burocratici e normativi necessari affinché ogni situazione venga affrontata e regolamentata, garantendo al minore il pieno riconoscimento e la massima protezione giuridica all’interno della famiglia. Se affrontiamo queste tematiche in modo ideologico rischiamo di cacciare il problema dalla porta e vederlo rientrare pesantemente dalla finestra; occorre invece tenere conto del quadro civile ed internazionale mettendo sempre al centro il primario interesse del minore e non il semplice desiderio degli adulti. Per quanto concerne le due istanze in esame, esprimo il mio voto favorevole sull’Istanza numero 48, in quanto presenta una formulazione più ampia e flessibile che lascia all’Aula il giusto margine per dettagliare e declinare le soluzioni normative più efficienti; manifesto invece maggiori riserve sull’Istanza numero 49, la quale appare più vincolante e rigida rispetto al percorso ben tracciato dall’ordine del giorno. Ringrazio infine i cittadini firmatari per aver riproposto all’attenzione del Consiglio Grande e Generale una tematica di così elevata civiltà.

Mirko Dolcini (D-ML): Preciso anzitutto che il mio intervento viene svolto a titolo personale. Trattandosi di un dibattito accorpato su due distinte istanze d’Arengo, dedicherò la prima parte del mio ragionamento al tema dell’adozione di un minore da parte di due adulti dello stesso sesso privi di legame biologico con il bambino, e la seconda parte al caso dell’adozione da parte del compagno del genitore biologico. La mia valutazione prende le mosse da un presupposto fondamentale: l’omosessualità riguarda l’orientamento sessuale dell’individuo, al quale deve essere garantita pari dignità, piena libertà, tutela giuridica e parità di diritti e doveri. Non ho alcuna contrarietà verso due persone dello stesso sesso che si amano, convivono, si uniscono civilmente o costruiscono insieme il proprio percorso di vita. La questione dell’adozione è tuttavia differente, poiché al centro dell’interesse deve collocarsi unicamente il minore e non il pur nobile desiderio dell’adulto di diventare genitore. La mia convinzione è che lo Stato debba continuare a riconoscere come modello familiare di riferimento quello biologicamente generante composto da una madre e da un padre, non perché una coppia omosessuale sia priva di capacità educativa o di amore, ma perché esiste una differenza biologica oggettiva tra una coppia uomo-donna e una coppia dello stesso sesso. Riconoscere questa complementarità biologica non costituisce affatto una discriminazione; al contrario, negarla significa scivolare in esasperazioni ideologiche dannose per la tenuta sociale. Ritengo al contempo che una persona omosessuale possa essere valutata come singolo aspirante genitore nell’ambito dell’adozione individuale, esattamente come avviene per una persona eterosessuale, sulla base della sua personale capacità di offrire affetto, stabilità e sicurezza al minore. Per quanto riguarda invece la seconda fattispecie, ovvero l’adozione del minore da parte del compagno dello stesso sesso del genitore biologico, la situazione è diversa: in questo caso spetta al genitore biologico la scelta di far riconoscere il proprio compagno come adottante, ed il nostro ordinamento prevede già a questo scopo l’istituto dell’adozione semiplena, che offre ampie garanzie e tutele giuridiche.

Tomaso Rossini (Psd): Le istanze d’Arengo numero 48 e 49 ci portano ad affrontare la realtà delle famiglie omogenitoriali e soprattutto la tutela dei loro figli. La prima Istanza richiede il riconoscimento e la trascrizione a San Marino degli atti di nascita e di adozione formati all’estero, mentre la seconda chiede di disciplinare il riconoscimento di entrambi i genitori quando due persone dello stesso sesso esercitano stabilmente la responsabilità genitoriale. Il punto focale del dibattito non deve essere l’orientamento sessuale degli adulti, ma l’interesse superiore del minore. Un bambino che cresce all’interno di un nucleo familiare sviluppa legami profondi, abitudini e sicurezza affettiva: per lui quella non è una famiglia teorica, ma è la sua famiglia a tutti gli effetti. La continuità del rapporto con chi lo ha accudito, curato e seguito quotidianamente costituisce un elemento primario della sua stabilità che non può essere considerato secondario. Se il diritto riconosce un solo genitore, la relazione con la seconda figura affettiva resta estremamente fragile di fronte a eventi critici quali una separazione, una malattia o la scomparsa del genitore biologico. Gli studi scientifici più autorevoli sullo sviluppo infantile dimostrano chiaramente che il benessere dei bambini dipende dalla qualità delle relazioni e dalla stabilità del contesto familiare, e non dall’orientamento sessuale dei genitori; le difficoltà derivano semmai dal pregiudizio sociale che tratta queste famiglie come meno legittime. Lo Stato non deve rafforzare tali pregiudizi attraverso l’incertezza dello stato civile. Occorre inoltre distinguere il generare biologico dall’esercitare la responsabilità genitoriale e di cura, distinzione che il nostro ordinamento già accoglie consentendo l’adozione al genitore singolo ed avendo riconosciuto dal 2018 le unioni civili. Alla luce dell’articolo 4 della nostra Carta dei Diritti sul principio di uguaglianza, non ha senso mantenere zone di incertezza sulla genitorialità condivisa o lasciare le decisioni alla discrezionalità dei singoli uffici. Accogliere queste istanze significa dare regole certe e proteggere i bambini dal prezzo dell’incertezza normativa. Desidero infine richiamare il criterio della “cura dell’umano” indicato da Papa Leone durante la sua visita a San Marino: se un bambino è cresciuto con due persone che si sono prese cura di lui, la domanda da porsi è quale soluzione protegga meglio la sua stabilità e la sua sicurezza giuridica. Se San Marino vuole essere un autentico laboratorio di buona politica, deve avere il coraggio di dare risposte concrete a tutela di ogni persona.

Miriam Farinelli (Rf): Desidero offrire all’Aula una riflessione ed un esempio estremamente concreto legato alle tecniche di procreazione medicalmente assistita condotte all’interno di coppie formate da due donne, nei casi in cui una donna dona il proprio ovocita e la compagna porta avanti la gravidanza fino al parto per coronare il comune desiderio di maternità. Quando il bambino viene alla luce, per la normativa attuale il figlio risulta unicamente ed esclusivamente figlio della donna che lo ha partorito, la quale viene considerata la madre naturale fin dal primo istante, mentre la donna che ha donato il proprio ovocita e fornito il patrimonio genetico risulta totalmente sconosciuta ed estranea dal punto di vista biologico e giuridico. Io credo che ci si debba interrogare su questa palese incongruenza: sia la donna che ha partorito sia la donna che ha donato l’ovocita sono a tutti gli effetti madri al momento della nascita, l’una sotto il profilo naturale e l’altra sotto il profilo biologico. A entrambe queste donne dovrebbe pertanto essere garantito un pieno e formale riconoscimento giuridico della maternità fin dal primo istante di vita del bambino.

Gaetano Troina (D-ML): Desidero riconfermare in via preliminare quanto avevo già espresso in occasione della discussione sull’Istanza precedente, la numero 47, ed allineandomi a quanto dichiarato dal collega Mirko Dolcini, ovvero che all’interno del nostro gruppo di Domani Motus Liberi ciascuno di noi esprimerà la propria posizione del tutto personale sia nello svolgimento dell’intervento sia nella successiva fase di voto. Intendo ribadire con forza un concetto per me fondamentale: personalmente non ritengo affatto che tematiche di questa straordinaria rilevanza e complessità debbano essere affrontate attraverso lo strumento dell’Istanza d’Arengo. I cittadini hanno ed avranno sempre il pieno diritto di presentare le proprie richieste alle istituzioni, ma un’analisi ed una decisione su materie così delicate impongono a mio parere un approfondimento molto più ampio, articolato e meditato, capace di valutare nel dettaglio tutte le reali conseguenze dal punto di vista politico, giuridico ed amministrativo per l’ordinamento dello Stato. Detto questo, da cattolico quale mi considero, non posso nascondere la mia profonda amarezza per alcuni interventi che ho ascoltato in quest’Aula, a partire dal riferimento introduttivo del Segretario di Stato che ha richiamato le parole di Papa Leone fino all’intervento del collega Dalibor Riccardi che ha citato la dottrina sociale della Chiesa. Comprendo benissimo il desiderio e la volontà politica di cercare di orientare il dibattito consiliare in una determinata direzione, ma vi chiedo davvero di cuore, se vogliamo davvero mantenere alto il livello del confronto in questo Consiglio Grande e Generale, di evitare di tirare in ballo le parole del Santo Padre ed i principi della dottrina sociale della Chiesa per sostenere argomentazioni su temi che non hanno obiettivamente nulla a che vedere né con gli insegnamenti del Pontefice né con i contenuti della dottrina sociale. Considero questo modo di procedere una vera e propria offesa personale. È già estremamente difficile ed impegnativo affrontare argomenti di questo tipo sforzandosi di rimanere moderati e di esprimere le proprie personali convinzioni senza urtare la sensibilità di nessuno; ritengo tuttavia del tutto scorretto ed inaccettabile che si arrivi a distorcere e piegare a proprio uso e consumo le parole ed i contenuti della dottrina sociale della Chiesa. Questa è una cosa che non accetto, non tollero e non riesco proprio a sopportare. Chiedo pertanto con grande franchezza a tutti i colleghi che interverranno successivamente di evitare di fare ricorso a questi impropri ed indebiti accostamenti.

Aida Maria Adele Selva (Pdcs): Desidero ricollegarmi direttamente alle considerazioni espresse dal collega Gaetano Troina che mi ha appena preceduta. Fa certamente piacere ascoltare in quest’Aula riferimenti ed apprezzamenti verso le parole dei Santi Padri, ma mi auguro fortemente che la dottrina cristiana venga poi coerentemente applicata ed osservata nei fatti. A questo proposito voglio ricordare a tutti quanto affermato proprio ieri dal Santo Padre durante l’udienza generale in Piazza San Pietro, quando ha espressamente richiamato la costituzione pastorale Gaudium et Spes nella parte in cui elenca in modo chiaro tutto ciò che offende direttamente la vita e la dignità umana, citando l’omicidio, il genocidio, l’aborto e l’eutanasia volontaria. Io credo che la coerenza debba essere sempre mantenuta ed applicata in ogni ambito della vita pubblica e politica. Da cattolica quale sono, desidero che i principi ed i valori cristiani siano spiegati ed affermati con assoluta chiarezza, pur non essendoci qui il tempo per approfondire tutto ciò che Papa Francesco ha espresso su queste delicate tematiche. Premetto subito che mi allineo pienamente alla posizione assunta e condivisa dal mio gruppo consiliare del Partito Democratico Cristiano Sammarinese; tuttavia ritengo vi siano alcuni aspetti fondamentali che devono essere chiariti senza alcuna ambiguità. Non possiamo assolutamente far passare il messaggio che tutto vada bene, dimenticando un dato oggettivo della natura: le coppie omogenitoriali sono sterili per natura. E allora la domanda vera ed ineludibile che dobbiamo porci è la seguente: un bambino ottenuto all’estero da queste coppie, come è stato ottenuto? Voglio ricordare a questo Consiglio Grande e Generale che proprio in quest’Aula abbiamo recentemente approvato un’Istanza d’Arengo volta a promuovere l’introduzione del reato universale di surrogazione di maternità. È esattamente questa la fortissima preoccupazione che intendo rappresentare con vigore: prima di ogni altra cosa vengono i diritti dei bambini, che non devono mai essere violati; e quando qualcuno decide a tavolino di privare preventivamente un bambino del proprio babbo o della propria mamma, il diritto fondamentale di quel piccolo viene palesemente calpestato fin dal primo istante. Per quanto mi riguarda, l’utero in affitto e la maternità surrogata sono pratiche che non possono essere in alcun modo accettate o giustificate. Invito tutti i colleghi a leggere attentamente il documento elaborato dal Comitato Sammarinese di Bioetica dal titolo ‘Maternità e genitorialità: strumenti bioetici per un contributo alla riflessione’, all’interno del quale si possono trovare elementi conoscitivi ed analisi di straordinaria profondità. In moltissimi Stati la maternità surrogata sta diventando un reato universale, ed il motivo è chiarissimo: in primo luogo si viola gravemente il diritto del bambino strappandolo alla madre che lo ha portato in grembo; ed in secondo luogo si riduce la donna a mero oggetto di mercificazione per soddisfare il desiderio di terzi. E vi prego di non accostare o paragonare minimamente la maternità surrogata all’istituto dell’adozione: con l’adozione una famiglia idonea si mette generosamente al servizio di un bambino per restituirgli l’affetto che una tragedia gli ha ingiustamente strappato; con l’utero in affitto, al contrario, sono gli adulti a creare a tavolino una vera e propria tragedia, ovvero la deliberata separazione del bambino dalla sua mamma.

Giulia Muratori (Libera): Le due istanze d’Arengo attualmente in esame affrontano questioni differenti ma indissolubilmente e profondamente collegate tra loro. Ci troviamo di fronte a tematiche certamente complesse ed articolate, e sarebbe del tutto sbagliato negarlo; ma proprio per la loro spiccata complessità ritengo sia indispensabile evitare di trasformarle nell’ennesimo scontro politico all’interno di quest’Aula, partendo al contrario dalla situazione più concreta e reale possibile. Il vero ed unico punto centrale attorno al quale deve ruotare tutto il nostro ragionamento è il bambino. Parliamo infatti di minori che esistono già, che hanno un nome, un cognome, un nucleo familiare ed una rete di persone che ogni singolo giorno si prendono cura di loro con amore e dedizione. Si tratta di bambini che possono avere uno stato familiare già pienamente riconosciuto all’estero, che possono essere figli di un cittadino sammarinese e che, soprattutto, non hanno scelto assolutamente nulla di tutto questo: non hanno scelto dove nascere, come nascere né attraverso quale percorso essere accolti all’interno di una famiglia. Pensiamo a una situazione estremamente semplice e concreta che si verifica quotidianamente nella vita reale: due persone dello stesso sesso crescono ed educano insieme un figlio, ma una sola delle due è riconosciuta giuridicamente come genitore dallo Stato, mentre l’altra figura risulta del tutto estranea per l’ordinamento. Per potersi tutelare di fronte a qualsiasi eventualità o imprevisto della vita, queste famiglie sono costrette oggi a ricorrere a scritture private stipulate davanti a un notaio, sperando che una semplice delega possa essere sufficiente persino per andare a ritirare il proprio figlio all’uscita da scuola. E se quel bambino dovesse sfortunatamente finire in ospedale o trovarsi in una situazione medica d’urgenza, l’adulto che lo ha cresciuto, accudito ed amato fin dal primo giorno potrebbe non avere nemmeno la facoltà legale di assumere decisioni sanitarie fondamentali per la sua salute. È esattamente questa la realtà fattuale e concreta di cui stiamo parlando, una condizione che diverse famiglie sammarinesi si trovano a vivere sulla propria pelle ogni giorno: genitori che crescono ed educano quotidianamente i propri figli ma che di fronte allo Stato continuano ad essere trattati come perfetti sconosciuti. Io credo che un simile dato di fatto debba interrogare profondamente la coscienza di ciascuno di noi, a prescindere da quale sia la posizione politica di partenza. Conosco benissimo le obiezioni giuridiche che vengono sollevate, a partire da quelle inerenti al nostro ordinamento ed all’ordine pubblico: è del tutto evidente che un atto formato all’estero non diventi automaticamente efficace ed esecutivo a San Marino e che debba essere valutato alla luce dei principi cardine della nostra legislazione familiare. Il compito primario del legislatore è tuttavia proprio quello di capire come questo apparente conflitto possa essere superato e possano essere fornite risposte armoniose, specie quando le conseguenze dell’incertezza normativa vanno a ricadere direttamente ed ingiustamente sul minore. Dobbiamo inoltre evitare l’errore metodologico di gettare situazioni completamente diverse all’interno di un unico contenitore indistinto: vi sono infatti bambini regolarmente adottati all’estero in Paesi nei quali l’adozione per coppie dello stesso sesso è espressamente prevista per legge; vi sono atti di nascita formati all’estero che indicano già entrambi i genitori; e vi sono fattispecie nelle quali uno dei due genitori è quello biologico mentre l’altro ha condiviso fin dall’inizio il comune progetto genitoriale. Si tratta di fattispecie eterogenee che dovranno essere affrontate con la dovuta serietà, il rigore e le cautele necessarie, ma che presentano tutte un tratto comune inalienabile: riguardano bambini che esistono già e rapporti familiari costituiti nella vita reale. E allora dobbiamo chiederci cosa accade quando un bambino che in un altro Stato è giuridicamente ed ufficialmente figlio di due persone arriva nella Repubblica di San Marino e sulla carta diventa improvvisamente figlio di un solo genitore. Non è assolutamente una mera questione anagrafica o burocratica, ma è un problema che tocca direttamente la certezza dello status del minore, i suoi diritti fondamentali, la cittadinanza, la residenza, l’accesso alla tutela sanitaria pubblica, i diritti successori e soprattutto il rapporto giuridico con le persone che costituiscono a tutti gli effetti la sua famiglia. Rispetto poi alle obiezioni sollevate sul legame biologico, nessuno intende negare il valore del dato biologico; dobbiamo tuttavia chiederci se esso rappresenti l’unico ed esclusivo elemento da cui far scaturire una responsabilità genitoriale. Sappiamo perfettamente che non è così, e l’istituto dell’adozione ne rappresenta la prova più evidente. Riconoscere la responsabilità genitoriale non significa affatto concedere un mero privilegio agli adulti, ma significa prima di tutto attribuire loro precisi doveri e vincoli inderogabili nei confronti del bambino: significa stabilire per legge che hai l’obbligo di mantenere quel figlio, di educarlo, di accudirlo e di rispondere direttamente di lui; obblighi che devono continuare a sussistere ed essere pretesi dallo Stato anche qualora l’unione tra gli adulti dovesse un domani interrompersi. Per quanto riguarda poi l’istituto dell’adozione semiplena, la domanda politica che dobbiamo porci è se tale strumento sia davvero sufficiente a garantire al bambino la medesima certezza giuridica fin dal primo momento. Cosa accade nel periodo transitorio in cui il riconoscimento non è ancora intervenuto? Cosa succede se viene a mancare il genitore biologico o di fronte a decisioni mediche indilazionabili? Possiamo davvero continuare a cercare soluzioni tampone caso per caso o non dobbiamo piuttosto costruire una disciplina organica che stabilisca diritti, poteri e garanzie fin dall’inizio? Se la politica non si assume la responsabilità di dare risposte legislative certe, queste situazioni continueranno comunque ad approdare dinanzi agli uffici pubblici, al Tribunale ed al Collegio Garante; ma non è corretto scaricare sulla magistratura il compito di supplire alle inerzie del Parlamento. Accogliere queste istanze non significa affermare che qualsiasi atto estero debba produrre automatici effetti, ma significa riconoscere l’esistenza di una lacuna normativa ed assumersi la responsabilità politica di colmarla nell’esclusivo ed imperativo interesse del minore. Per quanto riguarda infine l’ordine del giorno, il gruppo di Libera ha scelto di non sottoscriverlo poiché riteniamo che il testo delle istanze d’Arengo sia già sufficientemente chiaro ed ampio nei principi per consentire alla politica di elaborare successivamente i più idonei strumenti normativi. Confermo pertanto che voteremo convintamente a favore dell’accoglimento di entrambe le istanze d’Arengo.

Fabio Righi (D-ML): Ci troviamo ancora una volta di fronte a tematiche di straordinaria ed estrema complessità, che richiedono da parte nostra un ragionamento altrettanto articolato ed approfondito. Lo dico perché il ruolo che esercitiamo all’interno di questa istituzione legislativa ci impone di non fermarci all’emotività del singolo caso concreto, ma di porci tutti quei quesiti di fondo che un organo parlamentare ha il dovere di affrontare. Lasciatemi dire chiaramente in apertura di intervento che ho trovato anch’io di pessimo gusto i continui riferimenti e le citazioni storpiate delle parole del Santo Padre e della dottrina sociale della Chiesa. Ciascuno abbia il coraggio politico di sostenere le proprie tesi in base alla propria linea ideale, senza andare a pescare tra le righe argomentazioni appartenenti a un mondo che ha un’impostazione culturale e valoriale completamente differente. Non è certamente in questo modo che si può svolgere un dibattito serio e rigoroso in quest’Aula; sarebbe come estrapolare frammenti da altre religioni per perorare tesi di parte. Le diverse visioni debbono poter convivere pacificamente ed ognuno deve essere libero di esprimere le proprie idee, ma chiedo a tutti di astenersi da simili accostamenti che finiscono soltanto per svilire il confronto consiliare. Pur non avendo una ricetta pronta di fronte a problematiche così intricate, intendo sviluppare alcune riflessioni generali a partire dai principi cardine del nostro ordinamento a cui abbiamo l’obbligo di aggrapparci quando regna l’incertezza. In primo luogo, rispetto al principio di uguaglianza di cui molto spesso ci si riempie la bocca, desidero ricordare che l’elaborazione dottrinale e l’interpretazione costituzionale dell’uguaglianza non si riducono affatto al mero concetto formale che tutti sono uguali davanti alla legge. Il principio di uguaglianza possiede infatti una dimensione sostanziale ed una formale, secondo cui situazioni eguali vanno trattate in modo eguale e situazioni diverse vanno trattate in modo diverso. Non dobbiamo aver timore di affermare che ci troviamo di fronte a fattispecie oggettivamente differenti tra loro. È proprio l’uguaglianza sostanziale a imporci di individuare soluzioni coerenti con il nostro sistema per disciplinare adeguatamente realtà tra loro dissimili; ed è qui che la politica deve concentrare i propri sforzi, evitando semplificazioni che rischiano di travolgere le sensibilità ed i diritti di altri soggetti dell’ordinamento. Passando al profilo internazionale, occorre ricordare che la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non sancisce affatto un generico diritto soggettivo alla genitorialità; la CEDU disciplina certamente l’istituto dell’adozione, ma lascia ampia discrezionalità e libertà ai singoli Stati nell’individuare quale sia il primario e supremo interesse del minore da tutelare. Quando parliamo di adozione il punto di vista da assumere deve essere esclusivamente quello del bambino, e non la pur legittima aspirazione dell’adulto a diventare genitore. Sotto il profilo biologico esiste sempre ed in ogni caso un padre ed una madre, dal momento che persone dello stesso sesso non possono generare autonomamente la vita. Il tema di fondo che mi pongo è il seguente: esiste o meno un diritto del minore ad avere estrema chiarezza sulla figura del padre e della madre all’interno della costruzione sociale della famiglia? È infatti il legislatore a definire i modelli familiari nel rispetto della tradizione giuridica nazionale, e la stessa Corte di Strasburgo assume come punto di partenza la complementarità del padre e della madre lasciando liberi gli ordinamenti di regolare le altre fattispecie. A mio parere, tra l’aspirazione individuale alla genitorialità ed il diritto del bambino a non subire elementi di confusione nell’assetto familiare ed idonei a compromettere la tenuta sociale, deve prevalere la tutela del minore. In questo senso, l’estensione dell’applicazione di un istituto già esistente come l’adozione semiplena, che prevede garanzie precise ed il consenso dello stesso adottato, potrebbe rappresentare una soluzione equilibrata da approfondire per evitare sovrapposizioni o incertezze. Da ultimo, sul tema del recepimento automatico degli atti giuridici formati all’estero, non si può far passare il principio semplicistico secondo cui ‘se è così altrove allora deve essere così anche da noi’. Le leggi nella Repubblica di San Marino le fa il Parlamento sammarinese. Se uno Stato estero arrivasse a riconoscere giuridicamente un nucleo con quattro genitori, dovremmo forse recepirlo automaticamente soltanto perché cristallizzato altrove? Questo modo di ragionare è del tutto errato e pericoloso per la sovranità del nostro ordinamento. Dobbiamo impegnarci a trovare soluzioni concrete per le esigenze reali della società, ma senza mai smarrire il rispetto per la nostra storia, la nostra tradizione e la coerenza del nostro diritto.

Gian Matteo Zeppa (Rete): Non nascondo la profonda fatica che provo nell’intervenire di fronte a certi concetti intrisi di un’ipocrisia davvero imbarazzante. Quando sento affermare in quest’Aula che argomenti di questo tipo non dovrebbero essere affrontati attraverso le istanze d’Arengo, mi chiedo dove e come dovremmo mai discuterne. Vogliamo per caso organizzare un forum televisivo con i pro e i contro ed un giudice nel mezzo, approfittando del fatto che siamo ospiti nella sala del Kursaal? Se dovessimo attendere l’iniziativa spontanea dei partiti di governo, ed in particolare della forza di maggioranza relativa, sappiamo benissimo che leggi di questo tipo non verrebbero mai presentate in Parlamento. Io sono fiero di essere ateo, ma oggi in questo dibattito mi sento stranamente molto più cristiano di tanti altri che si professano tali: in quest’Aula si parla continuamente di norme, cavilli e diritti, ma nessuno trova il coraggio di pronunciare la parola amore. Si arriva a trattare un figlio come se fosse un oggetto o un marsupio da esibire, usando espressioni agghiaccianti come ‘ottenere un figlio’. Ma dov’è finito l’amore genitoriale? Che si tratti di due madri, di due padri o della famiglia tradizionale, l’unica cosa che conta davvero è l’amore. Qui non siamo chiamati a fondare nuovi istituti familiari, ma siamo chiamati a garantire una cosa molto semplice: la tutela dei minori. I bambini non hanno la percezione retrograda di dire ‘ho due mamme o ho due babbi’; quella è soltanto la mentalità chiusa che noi adulti proiettiamo su di loro. Quando c’è l’amore, l’amore lo dona la mamma, il babbo, due madri o due padri senza alcuna differenza. Sentire pronunciare certe bestialità per giustificare la contrarietà alla tutela dei minori e per sostenere che la famiglia tradizionale sia l’unica voluta da Dio mi fa rabbrividire: basta leggere i recenti fatti di cronaca per vedere quanti abusi, maltrattamenti e tragedie avvengono purtroppo anche all’interno di famiglie tradizionali composte da un uomo e da una donna. Non esiste la perfezione formale, esiste solo l’amore, e l’amore non possiede alcuna distinzione di genere. Le persone che hanno presentato queste istanze chiedono unicamente di tutelare i diritti dei bambini, niente di più e niente di meno. È intollerabile nascondersi dietro i discorsi del Papa o insinuare velatamente che le coppie omosessuali siano contro natura. Inoltre, mentre San Marino sta negoziando l’ingresso in Europa attraverso l’accordo di associazione, dobbiamo ricordare che nei Paesi europei queste situazioni sono pienamente regolamentate e che la mancanza di tutele espone il nostro Stato a pesanti sanzioni da parte della Corte di Strasburgo. È compito inderogabile del Parlamento legiferare di fronte alle istanze dei cittadini. A questo proposito apprezzo la posizione chiara ed inequivocabile assunta dal gruppo di Libera nel votare a favore di entrambe le istanze; mi è apparso invece del tutto inascoltabile l’intervento di un esponente del PSD che presentava l’ordine del giorno esprimendosi con gli stessi identici concetti della Democrazia Cristiana. Quando un’Istanza d’Arengo viene accolta, il mandato costituzionale è chiarissimo: il Governo ha l’obbligo di presentare la legge entro sei mesi. L’ordine del giorno proposto dalla maggioranza è solo l’esito di quattro ore di trattative e mediazioni al ribasso condotte per evitare litigi interni e non scontentare la Democrazia Cristiana. Il movimento RETE non ha sottoscritto questo ordine del giorno e voterà contro di esso, esprimendo al contrario un voto fermamente favorevole sull’accoglimento di entrambe le istanze d’Arengo a difesa dell’amore e della piena tutela di tutti i minori.

Antonella Mularoni (Rf): All’inizio mi perdonerà il collega Gian Matteo Zeppa, ma io ritengo che su queste tematiche, così come su tutte le altre che affrontiamo in quest’Aula, vi debba essere il massimo rispetto reciproco. All’interno di questo Consiglio Grande e Generale ognuno di noi esprime le proprie convinzioni, e direi in particolare su questi temi che interpellano la coscienza di ciascuno di noi nel profondo. Penso che, così come io posso non condividere gli interventi di qualche collega ma cerco di farlo in maniera educata, lo stesso rispetto debba essere portato nei confronti di coloro che hanno idee diverse dalle nostre. Io mi atterrò scrupolosamente a questo principio. Non è certamente una questione facile e mi rendo conto perfettamente del fatto che gli istanti hanno anche un interesse immediato e diretto, perché hanno dei bambini e vogliono risolvere la loro situazione concreta. D’altra parte, nell’Istanza d’Arengo vi sono alcuni aspetti che noi abbiamo il dovere di approfondire; e devo dire che l’ordine del giorno letto dal collega Luca Lazzari tocca punti che è davvero importante che noi, come Consiglio Grande e Generale, approfondiamo. Noi dovremo infatti eventualmente intervenire in termini legislativi dopo aver preso visione di tutto quello che sta succedendo. Nella premessa dell’ordine del giorno si fa riferimento ad una sentenza del Tribunale di San Marino relativa a una sentenza italiana di adozione del figlio di una persona unita civilmente con persona dello stesso sesso, e si parla anche del Collegio Garante che sta discutendo su queste specifiche materie. Io penso che abbia molto senso quello che è stato scritto nell’ordine del giorno, ovvero che nei prossimi mesi dovremo anche vedere ciò che ha deciso il nostro Tribunale, quello che deciderà il Collegio Garante e poi, se sarà necessario, dovremo intervenire. Vi è tutta una serie di questioni che a me interessa toccare. Si dice che noi non vogliamo affatto introdurre una nuova forma di famiglia, ma che dobbiamo occuparci unicamente dei minori e dell’amore. È del tutto chiaro che un’altra tipologia di famiglia non serve, perché il nostro ordinamento prevede già la famiglia regolata dal matrimonio, le convivenze more uxorio che sono disciplinate dalla giurisprudenza ma previste espressamente da un articolo della legge del 1986, e le unioni civili; di conseguenza nel nostro sistema c’è già tutto ed è evidente che non c’è alcun bisogno di introdurre una nuova forma di famiglia. Ma perché il problema riguarda i minori? Io sinceramente rifuggo dall’idea di dover utilizzare sempre termini compassionevoli sull’anello più debole della catena per spingerci a compiere scelte che invece credo debbano essere profondamente razionali. Non dobbiamo pensare unicamente all’amore in quest’Aula: il nostro compito è creare le condizioni migliori affinché questa comunità possa fare le leggi migliori possibili. Vi è intanto un problema di coerenza da parte nostra: abbiamo approvato poco tempo fa in quest’Aula un’Istanza d’Arengo affinché la gestazione per altri diventi un reato universale, ed oggi non ho sentito quasi nessuno ricordarlo, come se facessimo finta che quella decisione non ci sia mai stata. Il collega Stefano Canti ci ha preannunciato il relativo progetto di legge che arriverà in Aula. Questo significa che, per quanto riguarda la filiazione tra due uomini, che biologicamente non può esistere dal momento che non hanno la possibilità di portare avanti una gravidanza, essa a breve dovrebbe essere punita nel nostro ordinamento, sia che venga praticata nella Repubblica di San Marino sia che venga effettuata all’estero. Inoltre, le organizzazioni internazionali, a partire dall’ONU, stanno conducendo una campagna molto forte contro la gestazione per altri, proprio perché essa implica tutta una serie di dinamiche di sfruttamento delle donne. Le donne vengono infatti pagate per cedere i propri ovociti e vengono sottoposte a trattamenti medici particolari per destinare o portare avanti gravidanze per altri; e dobbiamo dire le cose come stanno: nel 99% dei casi, o forse nel 99,9% dei casi, lo fanno unicamente perché hanno un disperato bisogno di soldi, altrimenti non lo farebbero mai, creando spesso gravi problemi per le loro successive gravidanze. Di tutte queste cose noi dobbiamo tenere conto, perché questi bambini non nascono mica per caso, dato che biologicamente da due donne o da due uomini i bambini non possono nascere. Noi non possiamo neanche illudere chi ci ascolta sostenendo che, se qui si decide che due babbi o due mamme diventano il genitore A e il genitore B, non si verificherà poi, quando questi ragazzi cresceranno, un problema di ricerca dell’identità. Quel problema ci sarà eccome. Ciascuno di noi conosce figli di coppie che hanno adottato dei bambini e che li hanno cresciuti amandoli ed adorandoli, dando loro tutto il possibile; eppure tutti questi ragazzi, giunti ad un certo punto della loro vita, desiderano giustamente conoscere le proprie origini fino in fondo ed hanno la profonda necessità di capire qual è la loro vera identità. Non possiamo quindi dire che, siccome in altri Paesi sono riconosciuti due uomini o due donne come babbo e mamma, allora noi dobbiamo fare lo stesso e recepire passivamente quello che hanno fatto altri ordinamenti, perché non ce lo impone nessuno. Per quanto riguarda l’Unione Europea, ricordo a tutti che noi aderiamo al mercato unico e non al resto, e su queste materie ogni singolo Stato conserva la propria piena autonomia. È vero che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha legiferato, ma lo ha fatto sul tema dell’Istanza d’Arengo precedente, che noi abbiamo fatto benissimo ad approvare a larghissima maggioranza; su questo specifico tema vi sono invece approfondimenti ancora in corso. Vi sono fortissime preoccupazioni avanzate anche da organizzazioni internazionali, perché dobbiamo avere il coraggio di dire che dietro a tutte queste nascite vi è un business milionario, in cui soltanto le coppie ricche riescono a fare certe cose mentre quelle che non dispongono di ingenti risorse economiche non ci riescono. Io sono cresciuta e sono felice di essere cresciuta in un’epoca nella quale mi si insegnava che i bambini non si comprano e non si vendono, ed io voglio rimanere lì. Voglio aggiungere un’ulteriore considerazione che di solito non faccio mai in quest’Aula: tutti sanno che sono una credente e praticante, ma non cito mai il Papa qui dentro. Credo che non sia affatto corretto tirare per la giacchetta il Papa quando ci fa comodo, facendogli dire ciò che ci fa comodo. Ognuno di noi ha le proprie idee ed è giusto che le esprima, ma per cortesia non citiamo chi sostiene cose del tutto diverse sulle materie su cui siamo chiamati a legiferare, anche perché non è corretto nei loro confronti. Noi siamo parlamentari della Repubblica che non sono stati eletti per il fatto di andare o non andare in chiesa, ma perché i cittadini ci hanno accordato la loro fiducia. Ritenendo quindi l’ordine del giorno presentato una buona proposta di riflessione, confermo di nutrire diverse perplessità sull’Istanza d’Arengo per tutte le motivazioni che ho espresso.

Luca Della Balda (Libera): Desidero limitarmi a spiegare le ragioni per le quali abbiamo deciso di votare favorevolmente alle istanze d’Arengo numero 48 e 49, scegliendo invece di non approvare e non sottoscrivere l’ordine del giorno. Le istanze d’Arengo pongono ai nostri lavori dei quesiti estremamente chiari, precisi e certi. L’ordine del giorno, al contrario, propone soluzioni che presentano una forbice eccessivamente ampia, senza tracciare una linea chiara e finendo per dire tutto ed il contrario di tutto. Se infatti leggiamo il testo, nelle premesse esso dichiara di accogliere positivamente le richieste degli istanti, ma subito dopo dà mandato al Governo per approfondire e chiarire l’applicazione della normativa vigente in materia di filiazione e per verificare, alla luce del superiore interesse del minore, l’applicazione dell’istituto dell’adozione semiplena. Ci troviamo dunque di fronte a un mero rinvio da parte della maggioranza, ed io sinceramente, votando favorevolmente a questo ordine del giorno, non saprei quale potrebbe essere il risultato definitivo. Faccio un’ulteriore considerazione dal punto di vista strettamente giuridico: non si doveva assolutamente rispolverare o fare affidamento su un istituto come l’adozione semiplena, che nel nostro ordinamento è disciplinato dal diritto comune medievale e prevede diritti e doveri estremamente limitati. Ad esempio, l’adozione semiplena non trasmette la cittadinanza ed attribuisce il diritto successorio dall’adottante all’adottato ma non viceversa; inoltre l’adottato nell’adozione semiplena non interrompe i propri rapporti con la famiglia di origine, a differenza di quanto avviene nell’adozione piena. Vi sono quindi tantissime e rilevanti distinzioni giuridiche che vanno ad incidere in modo diretto sulla vita e sui diritti fondamentali dell’adottante e dell’adottato, elementi che a mio avviso rendono questo istituto del tutto inidoneo ad affrontare la questione. Per tutte queste motivazioni confermo di esprimere parere ampiamente favorevole alle istanze d’Arengo numero 48 e 49, mentre confermo il mio voto contrario sull’ordine del giorno.

Giovanna Cecchetti (Gruppo Misto): È del tutto evidente che le due istanze d’Arengo che oggi siamo chiamati a discutere ci pongono di fronte ad un tema che merita di essere affrontato con grande equilibrio, senza alcuna facile semplificazione e soprattutto senza trasformare una questione che riguarda direttamente dei minori in una sterile contrapposizione ideologica. Parliamo nello specifico di famiglie omogenitoriali, ovvero di quelle realtà familiari nelle quali un minore è cresciuto ed accudito stabilmente da due figure genitoriali dello stesso sesso. È importante dirlo chiaramente perché questa è la realtà concreta a cui le istanze fanno diretto riferimento, ed è fondamentale individuare quale debba essere il punto di partenza imprescindibile di tutta la nostra discussione: il superiore interesse del minore e la certezza dei suoi rapporti giuridici, ossia la garanzia che quella famiglia esista e sia considerata tale a tutti gli effetti dallo Stato. La prima questione riguarda quelle situazioni familiari che si sono costituite all’estero e che, per effetto della crescente mobilità delle persone, possono successivamente entrare in rapporto con il nostro ordinamento giuridico. San Marino è certamente un Paese di piccole dimensioni, ma non è affatto un Paese isolato dal resto del mondo: i nostri cittadini studiano, lavorano e costruiscono relazioni e rapporti familiari all’estero; allo stesso modo, persone che hanno legami con il nostro Paese possono venire a vivere a San Marino portando con sé situazioni familiari già pienamente riconosciute dall’ordinamento dello Stato di provenienza. Questo rende sempre più urgente e prioritario stabilire come il nostro ordinamento debba porsi nei confronti di questa realtà. Ed è proprio a questo punto che occorre tenere ben distinti i due piani che emergono chiaramente dal testo delle istanze. Da una parte vi è la questione relativa a come riconoscere e registrare una situazione giuridica che si è già validamente formata secondo la legislazione di un altro Stato; dall’altra parte vi è il tema più generale di quali tutele debbano essere garantite al minore e a quelle figure che esercitano concretamente nei suoi confronti una responsabilità genitoriale stabile e continuativa. Si tratta di questioni strettamente collegate tra loro, anche se non necessariamente coincidenti. La Repubblica di San Marino, lo sappiamo bene, negli ultimi anni ha compiuto passi avanti estremamente importanti nel riconoscimento delle diverse realtà familiari: la legge sulle unioni civili del 2018 e i successivi interventi normativi del 2021 hanno esteso alle unioni civili numerose disposizioni originariamente previste per il matrimonio, mantenendo tuttavia alcune differenze nell’ambito dell’adozione. Questo quadro è stato espressamente evidenziato anche dal Consiglio d’Europa all’interno del suo rapporto su San Marino, a dimostrazione del fatto che non partiamo affatto da zero. Ma proprio perché il quadro normativo si è evoluto nel tempo, dobbiamo chiederci se la disciplina oggi vigente sia sufficientemente chiara per affrontare e risolvere le situazioni concrete che possono presentarsi nella vita di tutti i giorni. È proprio qui che assume una straordinaria rilevanza l’ordine del giorno presentato, dal momento che esso non pretende di stabilire a priori quale debba essere la soluzione normativa definitiva rispetto alle questioni sollevate dalle istanze. Chiede invece di verificare in modo organico e rigoroso la normativa vigente, la giurisprudenza, l’effettiva portata dell’istituto dell’adozione semiplena e le conseguenze che essa produce sullo status del minore, sulla responsabilità genitoriale, sui diritti successori e sulla cittadinanza; e soprattutto chiede di verificare se siano necessarie ed opportune ulteriori disposizioni legislative a tutela del minore. Questo rappresenta un passaggio fondamentale, perché si possono certamente nutrire opinioni differenti sulle modalità attraverso le quali una filiazione possa essere costituita o riconosciuta, ma una volta che ci troviamo di fronte a un bambino che vive stabilmente all’interno di un nucleo familiare, lo Stato ha il dovere di dire con assoluta chiarezza quali siano i suoi diritti e quali le responsabilità delle persone che si prendono cura di lui. E questo principio deve valere esattamente allo stesso modo anche quando ci si trova di fronte a una famiglia omogenitoriale. Questo non significa affatto dare una risposta improvvisata a tutte le fattispecie, ma significa garantire che il minore possa contare su una tutela certa e non variabile a seconda delle situazioni contingenti. La risposta delle istituzioni non può dipendere ogni volta dall’esito del singolo procedimento giudiziario o dalla particolare documentazione che la famiglia è riuscita ad ottenere attraverso un altro ordinamento. La certezza giuridica rappresenta essa stessa una primaria forma di tutela, e quando il soggetto coinvolto è un minore la responsabilità della politica diventa ancora più grande ed ineludibile. Anche il contesto europeo rende questa riflessione del tutto necessaria. L’Unione Europea non impone un unico modello di diritto di famiglia agli Stati membri, dal momento che le discipline in materia di matrimonio, filiazione ed adozione rimangono in larga parte differenti nei diversi Paesi; tuttavia la libera circolazione delle persone fa sì che sia sempre più frequente il problema di come una situazione familiare legalmente riconosciuta in uno Stato debba essere considerata e tutelata quando quella famiglia entra nell’ordinamento di un altro Stato. Si tratta di una questione che riguarda direttamente anche la Repubblica di San Marino, soprattutto nell’ottica della nostra futura ed imminente integrazione nel mercato europeo e della maggiore circolazione delle persone. Dobbiamo dimostrarci capaci di costruire una disciplina normativa sammarinese in grado di confrontarsi apertamente con una realtà che già esiste e che deve avere come faro guida il primario ed inderogabile interesse del minore. Il voto sulle singole istanze può certamente distinguere le diverse richieste e le differenti soluzioni proposte, ma la scelta di non accogliere una specifica soluzione normativa non deve in alcun modo significare rinunciare ad affrontare il problema che quella proposta ha portato all’attenzione di questo Consiglio. Al contrario, proprio perché parliamo di minori e di diritti fondamentali, abbiamo la precisa responsabilità di approfondire il quadro normativo e verificare se la legislazione attuale debba essere aggiornata ed integrata. Il minore non deve e non può mai diventare il soggetto che paga il prezzo delle differenze tra i vari ordinamenti giuridici o delle scelte compiute dagli adulti, e non possiamo permettere che la tutela dei suoi diritti dipenda esclusivamente dalla capacità della singola famiglia di affrontare un lungo e doloroso percorso giudiziario. È infatti il legislatore ad avere la responsabilità formale di verificare se le leggi vigenti siano ancora adeguate o debbano essere modificate. Per tutte queste ragioni l’ordine del giorno individua un percorso operativo molto concreto, coinvolgendo direttamente le Segreterie di Stato competenti e chiedendo una verifica complessiva in tempi brevi, fissati entro il mese di febbraio 2027. È un impegno preciso a verificare ciò che oggi funziona, ciò che non è sufficiente e ciò che dovrà essere migliorato, perché questo è l’unico modo serio di affrontare il tema delle famiglie, senza ideologia e senza scorciatoie, mettendo la persona e prima di tutto il minore al centro della nostra azione, garantendo certezza, responsabilità e tutela. Vorrei infine sottolineare un ultimo aspetto: il consigliere Gian Matteo Zeppa ricordava che siamo stati quattro giorni chiusi in una stanza a confrontarci. È del tutto ovvio che sia andata così: la maggioranza è composta da forze politiche che esprimono sensibilità differenti su queste tematiche, e ci siamo presi la piena responsabilità politica di arrivare alla stesura di un ordine del giorno condiviso. Sarebbe stato forse preferibile arrivare in quest’Aula alzando barricate ideologiche e creando un muro contro muro che avrebbe inevitabilmente portato alla bocciatura di entrambe le istanze numero 48 e 49? Avremmo reso un buon servizio ai cittadini? Io credo proprio di no. Con questo ordine del giorno poniamo invece un tassello fondamentale affinché le famiglie e le coppie omogenitoriali possano trovare la loro giusta e corretta collocazione all’interno del nostro ordinamento giuridico.

Silvia Cecchetti (Psd): Devo dire che aver ascoltato con attenzione questo dibattito è stato per me un passaggio molto importante, perché mi ha confermato come la scelta compiuta dal Partito dei Socialisti e dei Democratici di sottoscrivere e votare l’ordine del giorno sia la decisione più corretta e responsabile. Voglio chiarire fino in fondo il motivo della nostra posizione: ci troviamo di fronte a tre istanze d’Arengo, di cui una è stata approvata, la seconda verrà approvata, mentre sulla terza alcune forze politiche — ed hanno il pieno diritto di farlo — come la Democrazia Cristiana, Repubblica Futura ed Alleanza Riformista hanno espresso perplessità e riserve. Ho ascoltato gli interventi delle colleghe Aida Maria Adele Selva ed Antonella Mularoni, che rispetto profondamente pur non condividendoli in alcune parti; per questo ritengo che sia stato svolto un ottimo lavoro ed un esercizio politico che, se vogliamo, è stato anche complesso. In momenti così delicati noi abbiamo degli onori ma soprattutto degli oneri ed il fatto di mettersi attorno a un tavolo per evitare una bocciatura — perché i numeri in Aula sono numeri — e condividere un ordine del giorno che impegna con estrema chiarezza ad approfondire queste tematiche ed a produrne la disciplina è la cosa migliore che potessimo fare. Non credo affatto che sia un errore, credo al contrario che rientri perfettamente nei nostri precisi doveri istituzionali. L’ho detto prima: su molte cose siamo in ritardo, dobbiamo correre e metterci al pari con la società civile; ma noi dobbiamo modificare le norme, non dobbiamo fare propaganda, rendendo le leggi adeguate a risolvere la realtà attuale ed a disciplinare i rapporti e le relazioni sociali. Oggi la disciplina delle diverse tipologie di famiglie è ampiamente riconosciuta nel nostro ordinamento, stiamo compiendo passi avanti e ci prendiamo il solenne impegno di approfondire questo aspetto mettendolo al primo posto. Introdurre questo ordine del giorno condiviso tra le forze politiche presenti in questo Parlamento non significa affatto spostare il focus o dimenticarsi dei bambini e dell’amore: io sono tra coloro che ritengono che in quest’Aula si possa e si debba parlare anche d’amore, e su questo sono perfettamente d’accordo con il collega Zeppa, non mi scandalizzo affatto. Non sono invece d’accordo con il collega Zeppa quando sostiene che cinque ore siano state troppe per giungere a un compromesso sul testo: secondo me ne potevamo impiegare anche di più se servivano a raggiungere una sintesi su un tema etico così rilevante. Lo ha spiegato benissimo il Segretario del PSD quando ha ricordato che all’interno del nostro gruppo consiliare vi sarà piena libertà di voto; ma ci siamo presi la responsabilità di sederci attorno a un tavolo sapendo che vi erano tre forze politiche che avrebbero bocciato la richiesta se non fossimo giunti a questo accordo. È fondamentale che i cittadini ed i firmatari dell’Istanza comprendano questo passaggio, altrimenti rischiamo di non essere chiari. Un ordine del giorno di questo tipo non può essere dipinto come un accordo al ribasso per garantire la tenuta della maggioranza rispetto alla Democrazia Cristiana: stiamo parlando di temi etici e non credo affatto che la maggioranza sia disposta a dividersi su temi etici, sui quali esiste da sempre la libertà di voto. Ho ascoltato ed apprezzato tantissimo l’intervento del collega Alessandro Scarano, che ha portato un’opinione ampiamente condivisibile facendoci comprendere come su questo tema vi siano sensibilità differenti che meritano rispetto. Ci prendiamo volentieri questo tempo per introdurre una disciplina normativa adeguata, compatibile con gli altri ordinamenti e che metta al primo posto la tutela dei bambini. Per queste ragioni il PSD riconferma con piena soddisfazione il sostegno all’ordine del giorno e chiederà che il percorso intrapreso venga portato avanti con il massimo rigore e la massima responsabilità.

Iro Belluzzi (Libera): Molto rapidamente, non voglio affatto scendere in polemiche su un tema così importante e delicato come quello che stiamo affrontando. Risulta tuttavia abbastanza stonato l’intervento della collega che mi ha preceduta, dove si tende ad affermare la posizione del partito rispetto alle scelte compiute. Per chi rappresenta le istituzioni e per il ruolo che ricopre in quest’Aula, la risposta che il Parlamento e la Repubblica devono fornire nasce in primo luogo dalla sensibilità e dall’attenzione verso il singolo, verso la persona e verso il bambino, che rappresenta la parte più debole ed indifesa della società. Si tratta di un atto di generosità e di amore, esattamente come hanno ricordato i colleghi che sono intervenuti prima di me: tutto questo nasce dall’amore e noi abbiamo il dovere di dare risposte concrete ed importanti. Condivido ampiamente le posizioni espresse dalla collega Aida Maria Adele Selva su quello che può essere il tema della gravidanza surrogata, ma non è assolutamente questo l’argomento di cui dobbiamo discutere oggi. Non dobbiamo mettere al centro della nostra discussione la maternità surrogata o altri aspetti analoghi, perché sono temi estremamente complessi che andrebbero affrontati con tantissima attenzione, dato il rischio reale di sfruttamento del genere femminile che essi comportano. Non andiamo a disturbare il mondo cattolico né a pretendere di fare interpretazioni autentiche, dal momento che le interpretazioni autentiche rese all’interno di quest’Aula sono sempre foriere di eventi poco piacevoli. Intendo riaffermare con forza, esattamente come hanno fatto tutti i colleghi di Libera che sono intervenuti prima di me, il nostro voto ampiamente e convintamente favorevole all’accoglimento di queste istanze d’Arengo.

Giuseppe Maria Morganti (Libera): Dietro all’esodo dei migranti che è stato citato vi è una tragedia ed una sofferenza immensa, ma non per questo i migranti devono essere respinti: essi devono al contrario essere accolti, sostenuti ed integrati. Allo stesso modo, dietro la possibilità di dare alla luce un figlio vi possono essere situazioni tra loro felicemente o drammaticamente differenti: vi sono bambini che nascono dal desiderio profondo di una coppia, bambini che nascono per pura casualità, bambini che nascono dall’indifferenza e persino bambini che nascono da un atto di violenza, ma che poi trovano riscatto e compostezza nella solidarietà umana. Non per questo i diritti di quel bambino devono essere negati o calpestati. Ci troviamo di fronte a bambini in carne ed ossa, ed il compito primario della politica e delle istituzioni è quello di eliminare ogni forma di discriminazione e di abbattere qualsiasi ostacolo legale. Le due istanze d’Arengo in esame devono essere accolte con determinazione per anticipare le risposte della politica ed eliminare ogni inaccettabile discriminazione a tutela dei minori.

Manuel Ciavatta (Pdcs): Cercherò di rimanere nei cinque minuti che mi sono rimasti a disposizione, dal momento che ci eravamo impegnati a svolgere un dibattito un po’ più contenuto, pur nella grande ricchezza delle posizioni che sono emerse, dove ogni singolo minuto ha un valore importante nel rappresentare visioni anche differenti. Spiego la posizione del nostro partito, che in parte è stata già illustrata dalla collega Aida Maria Adele Selva che mi ha preceduto: la posizione che noi terremo in Aula sarà quella di approvare l’Istanza numero 48 e di bocciare l’Istanza numero 49, dal momento che presentano contenuti tra loro differenti, sostenendo invece con convinzione l’ordine del giorno che abbiamo contribuito a stendere e sottoscrivere insieme al PSD e ad Alleanza Riformista. Quell’ordine del giorno evidenzia anzitutto lo stato di fatto presente nella nostra realtà: a San Marino è già possibile per coppie dello stesso sesso iscrivere il proprio figlio all’anagrafe e vedersi intestata la responsabilità genitoriale, pur con tutta una serie di differenze dovute alla struttura del nostro ordinamento. Per com’è strutturato il nostro ordinamento, l’iscrizione all’anagrafe recepisce la dichiarazione dell’atto di parto e quindi registra la madre naturale; questo crea una situazione di palese contrasto o discriminazione nel caso delle coppie formate da due uomini, perché in assenza della figura materna non possono procedere alla trascrizione anagrafica. È per questa ragione che noi abbiamo fortemente insistito nell’affermare il principio del riconoscimento dell’identità biologica, in modo da consentire anche a una coppia di uomini che almeno un padre possa iscrivere il proprio figlio e vedersi riconosciuta la paternità biologica quale dato di realtà oggettivo su cui ragionare insieme. Per quanto riguarda poi la giurisprudenza, il nostro Tribunale ha già delibato una sentenza relativa a cittadini che avevano ottenuto all’estero l’adozione del figlio del coniuge — dal momento che in Italia esiste questo specifico istituto — ed il nostro Tribunale ha trasformato quell’istituto nell’adozione semiplena, per cui a tutti gli effetti anche la persona unita civilmente si è intestata la responsabilità genitoriale. Non è quindi affatto vero che da noi questo non sia possibile; è vero tuttavia che non vi è una procedura legislativamente codificata e che si è dovuti ricorrere ad azioni giudiziarie sulla base di provvedimenti assunti nella vicina Italia. È assolutamente possibile ragionare su una procedura sammarinese, ovvero su una modifica normativa che tenga conto di tutti questi aspetti e che valuti, come scritto nell’ordine del giorno, se un istituto come l’adozione semiplena sia sufficiente o se serva un istituto più ampio, come l’adozione del figlio del coniuge prevista in Italia. Nell’idea di equiparare sic et simpliciter le coppie dello stesso sesso alle coppie di sesso diverso ci si dimentica infatti che esiste una differenza strutturale nella definizione della genitorialità che non si può negare, fermo restando che l’amore tra le persone può essere esattamente il medesimo. Quando vi sono già dei figli è doveroso offrire loro ogni idonea tutela, ma deve affermarsi un principio chiaro. Vi sono sentenze del Tribunale ed il Collegio Garante dovrà pronunciarsi: riteniamo si debba tenere conto di tutto questo per indirizzare la riflessione e cercare la strada migliore per rispondere all’esigenza di tutela dei minori, rimanendo al contempo il più possibile fedeli alla realtà dei fatti, perché la politica ha il dovere di tradurre in leggi la realtà e non di trasformare in leggi i semplici desideri.

Emanuele Santi (Rete): Desidero prendere la parola per ribadire con estrema chiarezza la posizione del gruppo di RETE, che come già evidenziato dal collega Zeppa vedrà il nostro pieno ed intatto sostegno sia all’Istanza d’Arengo numero 48 sia all’Istanza numero 49, che voteremo entrambe con la più profonda convinzione. Il tema che stiamo affrontando è nella sua sostanza molto semplice: ascoltando il dibattito sono emerse chiaramente due posizioni del tutto opposte ed agli antipodi tra loro. Da una parte c’è infatti chi considera unicamente la famiglia tradizionale composta da un uomo e da una donna, ritenendo che un bambino debba avere esclusivamente una madre ed un padre; dall’altra parte ci siamo noi, che riteniamo che due genitori dello stesso sesso debbano essere pienamente equiparati nei diritti rispetto alle coppie cosiddette tradizionali. È proprio qui che risiede la grande differenza di visione, ed è stato detto esplicitamente anche dall’intervento del collega Manuel Ciavatta per la Democrazia Cristiana, secondo il quale la coppia di genitori formata da madre e padre avrebbe diritti maggiori rispetto a un nucleo composto da due persone del medesimo sesso. Quando un’associazione o un gruppo di cittadini si vedono costretti a presentare periodiche istanze d’Arengo di questa valenza ed a portarle fin dentro quest’Aula, ciò avviene precisamente perché la politica non ha mai dimostrato il coraggio di affrontare direttamente queste tematiche, lasciando intatte ed immutate leggi che risalgono al 1986 o agli anni novanta senza mai aver la forza di modificarle. L’Aula è chiamata oggi a dare risposte ed io penso che le istanze d’Arengo siano di una chiarezza solare; indipendentemente dalle posizioni ideologiche, nel momento in cui sono giunte queste richieste la politica avrebbe potuto e dovuto assumersi la responsabilità di portare subito un provvedimento concreto, anziché rifugiarsi in un impegno del tutto annacquato quale è l’ordine del giorno proposto. Sull’ordine del giorno ravviso un problema ancora più consistente: se già sulla prima intesa noi di RETE avevamo chiarito di non aver apposto alcuna firma, a maggior ragione su questo documento ribadisco che non vi sarà da parte nostra né sottoscrizione né voto favorevole, poiché riteniamo del tutto evidente l’intento di costruire un ulteriore percorso ad ostacoli destinato alla fine a non cambiare assolutamente nulla. Chi detiene la responsabilità politica, ed in particolar modo la Segreteria di Stato, dovrebbe assumersi l’impegno solenne che, qualora tali istanze vengano approvate dal Consiglio, si dia loro immediato ed intatto corso così come richiesto dai cittadini, senza cercare faticose mediazioni o arbitrarie reinterpretazioni del pensiero degli istanti. Il punto posto dai cittadini è estremamente preciso e richiede una risposta netta, un sì oppure un no, senza rincorrere soluzioni a metà strada. Su questo ho condiviso ed apprezzato la posizione emersa dai colleghi di Libera, che hanno colto come questo ordine del giorno rappresenti uno strumento fortemente dilatorio e del tutto non aderente rispetto alle concrete richieste della cittadinanza, utile soltanto a sviare il tema centrale che è la piena parificazione dei diritti tra le coppie tradizionali e le famiglie omogenitoriali. È su questo che occorre esprimersi con coraggio. Trattandosi di un tema etico fondamentale, ciascuno di noi è chiamato a votare secondo la propria coscienza, così come noi di RETE abbiamo sempre fatto sia da forze di maggioranza sia dai banchi dell’opposizione; ed è per queste ragioni che confermo che voteremo con assoluta ed intatta convinzione a favore dell’approvazione di entrambe le istanze d’Arengo.

Denise Bronzetti (Ar): Com’era ampiamente prevedibile, l’Aula si trova ancora una volta a dividersi di fronte a tematiche di natura etica. Non è certamente la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima che ci confrontiamo con simili dinamiche, ed io credo che non sfugga a nessuno come all’interno delle singole forze politiche coesistano sensibilità differenti che è del tutto naturale trovino espressione nella libertà di voto e nella libertà di coscienza di ciascun consigliere. Credo tuttavia che si debba tenere nella debita considerazione lo sforzo notevole che la politica ha prodotto nel ricercare e presentare all’attenzione di quest’Aula un ordine del giorno condiviso, poiché è esattamente questo ciò che la politica ha il dovere di fare quando si riscontra una mancanza di unità d’intento e le posizioni di partenza risultano distanti. Cercare una mediazione su temi etici è un compito indubbiamente complesso, e questa mediazione è stata elaborata ponendo un perno ed un focus di assoluta chiarezza: l’esclusivo e supremo interesse dei bambini. Desidero che l’intera Aula presti la massima attenzione su questo aspetto fondamentale, poiché è solo ed unicamente attorno alla tutela dei bambini e delle loro famiglie che deve svilupparsi il lavoro legislativo, per giungere ad elaborare soluzioni normative rigorose ed eventuali adeguamenti della nostra legislazione. Sinceramente non mi pare affatto di aver ascoltato interventi omofobi nel corso di questo dibattito: vi sono certamente sensibilità ed impostazioni culturali differenti, con modi espressivi talvolta più o meno perentori, ma da parte di nessuno ho riscontrato atteggiamenti discriminatori o d’odio. Quando la politica si lascia guidare dagli estremismi non produce mai nulla di buono, mentre noi abbiamo il solenne dovere, ricordando il giuramento prestato all’inizio del nostro mandato consiliare, di lavorare con serietà e senso di responsabilità. Intendo inoltre fugare ogni dubbio o sospetto in merito alla presunta volontà di voler rincorrere rinvii o buttare la palla in avanti: non sarà in alcun modo possibile rinviare queste decisioni, e non soltanto perché i cittadini portano continuamente queste istanze d’Arengo all’attenzione delle istituzioni, ma soprattutto perché parliamo di bambini, di persone e di nuclei familiari reali che già esistono nel nostro Paese e che attendono legittimamente risposte concrete ed esigibili alle quali il Parlamento non potrà in alcun modo sottrarsi. È esattamente verso questo obiettivo di tutela che muove l’ordine del giorno che abbiamo presentato, ed è con questo spirito che mi auguro esso possa essere tenuto in seria ed adeguata considerazione da parte dell’Aula, pur nella piena libertà di voto che ciascun consigliere eserciterà sulle istanze e sul testo proposto.

Sara Conti (Rf): Desidero offrire anch’io una breve riflessione su questo comma, premettendo che, come è già stato chiarito in precedenza, anche all’interno della nostra forza politica di Repubblica Futura coesistono sensibilità differenti su queste tematiche. Vorrei fare un passo indietro nel ragionamento: prima ancora che una coppia composta da due persone dello stesso sesso decida di intraprendere ed avviare un comune progetto di genitorialità, quella coppia esiste già nella realtà, si forma e si costituisce diventando a tutti gli effetti, secondo il mio personale pensiero, un nucleo familiare. Credo che il nodo fondamentale alla base di molte ritrosie risieda nel fatto che diverse persone fanno ancora molta fatica a riconoscere che una coppia omogenitoriale possa maturare ed attuare un progetto di genitorialità, ipotizzando quasi che in quel contesto non sia possibile garantire una crescita stabile ed il pieno benessere al nascituro. Ebbene, io la penso in modo diametralmente opposto: ritengo sia ormai del tutto evidente che la presenza di un genitore maschio e di un genitore femmina non costituisca affatto, da sola, una garanzia automatica di stabilità e di serenità nella crescita di un individuo, come dimostra purtroppo la realtà di tutti i giorni se soltanto sappiamo guardarci attorno con obiettività. A donare reale benessere e stabilità nella vita di un bambino sono ben altri valori, a partire dall’amore e dal rispetto reciproco che si respirano all’interno della casa e dalle garanzie che lo Stato sa offrire a chi fa parte di quella famiglia. Oggi assistiamo a un drammatico cortocircuito burocratico tra la realtà dei fatti ed il diritto: questi bambini, siano essi figli biologici o meno di uno dei due partner, subiscono le immediate conseguenze di un vuoto normativo che noi non riusciamo a superare. Dobbiamo chiederci con grande senso di responsabilità cosa accadrebbe a quel bambino se dovesse sfortunatamente succedere qualcosa al genitore che per lo Stato non risulta riconosciuto come tale. Mentre per i minori nati all’interno di famiglie composte da un uomo e da una donna la tutela giuridica è totale ed immediata, per i figli delle coppie omogenitoriali si genera una discriminazione inaccettabile. Per tutte queste ragioni esprimo la mia totale ed inequivocabile posizione favorevole all’accoglimento dell’Istanza d’Arengo numero 48. Per quanto riguarda invece l’Istanza numero 49, essa introduce un tema ulteriore su cui mi trovo ampiamente d’accordo con le considerazioni svolte dalla collega Antonella Mularoni, poiché quando si affronta la questione della gestazione per altri non possiamo certamente voltarci dall’altra parte. Ricordo che quest’Aula ha approvato all’unanimità un’Istanza d’Arengo affinché la maternità surrogata diventi un reato vietato nel nostro Stato; ed io come donna ritengo questa pratica assolutamente aberrante, un fenomeno al quale possono accedere soltanto persone dotate di ingenti risorse economiche. Resta il fatto che in alcuni ordinamenti esteri essa è consentita, e per il nostro Paese sarà estremamente complesso capire come gestire tali situazioni nei fatti. Esprimendo una posizione strettamente personale, ritengo che una coppia omosessuale abbia il pieno diritto di veder riconosciuti i propri figli biologici ed io mi spingo persino oltre: sarei del tutto favorevole a concedere a una coppia dello stesso sesso la possibilità di adottare un bambino. Se infatti nella maternità surrogata intravedo una forma di egoismo legata alla pretesa di trasmettere il proprio patrimonio genetico, nel percorso di adozione vedo invece una famiglia a tutti gli effetti che apre le proprie braccia per accogliere ed amare un bambino rimasto solo in un istituto. Concludo sottolineando che non considero affatto l’ordine del giorno come una sconfitta o un ridimensionamento, ma lo ritengo al contrario un successo politico: siamo infatti ben consapevoli che senza questa mediazione le istanze d’Arengo avrebbero incontrato un’inevitabile bocciatura, mentre con l’ordine del giorno garantiamo che il confronto rimanga aperto ed il percorso legislativo continui a compiere passi in avanti.

Andrea Menicucci (Rf): Desidero intervenire in questo dibattito per esprimere la mia ferma e convinta posizione favorevole all’accoglimento di entrambe le istanze d’Arengo, la numero 48 e la numero 49. Sebbene sia già stato evidenziato come all’interno di Repubblica Futura coesistano sensibilità assai differenti, ci tengo a sottolineare come il confronto svolto al nostro interno sia stato proficuo e ci abbia visti studiare con grande attenzione i contenuti dei testi. Prendo la parola insolitamente dal banco dell’Ufficio di Segreteria, pur preferendo di norma intervenire dai banchi dell’opposizione, perché avverto il bisogno profondo di guardare in faccia la realtà del problema senza filtri politici. E la realtà è che il problema principale siamo proprio noi, dal momento che in molti degli interventi ascoltati in quest’Aula ho riscontrato una latente rincorsa al consenso o la volontà di piantare una bandierina ideologica, sia da parte di chi ha espresso posizioni contrarie sia da parte di chi si è dichiarato favorevole. Questo modo di affrontare argomenti di questo rilievo mi rammarica, perché noi qui stiamo discutendo di storie reali e di esempi di vita vera che riguardano persone e nuclei familiari che già vivono ed operano all’interno della Repubblica di San Marino o che potrebbero formarsi domani. Mi torna alla mente quanto avvenne nel 2004, quando il nostro Paese decise di abrogare definitivamente dal codice penale il reato di omosessualità: anche allora vi furono molte voci contrarie che sostenevano che si trattasse di una norma ormai disapplicata fin dall’entrata in vigore del codice del 1974 e che dunque non vi fosse alcuna urgenza di intervenire; eppure cancellare quella norma fu un atto doveroso di civiltà. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione analoga: abbiamo l’obbligo di eliminare queste zone grigie dell’ordinamento per assicurare la massima tutela sia ai minori sia al diritto di persone con un diverso orientamento sessuale di poter vivere pienamente la gioia di essere genitori. Il vero tema centrale che deve guidare il nostro agire non è la ricerca del consenso elettorale, ma è la capacità di elaborare la legge migliore possibile per il nostro Stato, una legge capace di garantire certezze giuridiche al bambino, stabilità alla famiglia ed operatività trasparente agli uffici della pubblica amministrazione nella gestione dei documenti e nei rapporti dello stato civile. Per tutte queste motivazioni concludo riconfermando con profonda convinzione il mio voto favorevole a tutte e due le istanze d’Arengo.

L’Istanza d’Arengo n. 48 è approvata a maggioranza.

L’Istanza d’Arengo n. 49 è respinta con 14 voti favorevoli, 23 contrari e 14 astenuti.

L’ordine del giorno presentato dai gruppi consiliari Pdcs, Psd, Ar e dalle consiglieri indipendenti Giovanna Cecchetti e Michela Pelliccioni è approvato a maggioranza.

I lavori si interrompono verso le 20:30 e riprenderanno domani, venerdì 18 settembre, alle 9:00