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Nepal, il crollo di un ghiacciaio alla base dell’alluvione lampo: 362 morti e 1.400 dispersi

L’Ingv conferma: scossa al confine con la Cina dovuta al collasso del ghiaccio. Gli italiani Valentina Piccinini e Stefano Lotumulo tra i 27 turisti salvati, Marco Ratto e una coppia italo-svizzera tra i dispersi. Allarme per una nuova ondata

Un crollo glaciale sulle montagne al confine tra Nepal e Tibet ha generato una colata di detriti e inondazioni che hanno causato oltre 160 morti e quasi 1.500 dispersi, tra cui centinaia di stranieri. Le autorità e l’USGS escludono ormai l’ipotesi del terremoto come causa principale dell’evento.

Quasi 1.500 persone risultano disperse tra Nepal e Tibet, tra cui almeno 800 stranieri, dopo che una gigantesca colata di fango, roccia e ghiaccio è precipitata in un fiume himalayano al confine tra i due Paesi. L’ondata di acqua e detriti ha provocato inondazioni catastrofiche in città e valli, travolgendo infrastrutture, villaggi e percorsi frequentati da escursionisti e pellegrini. Il bilancio ufficiale parla già di almeno 160-165 vittime accertate, ma la polizia nepalese teme che il numero dei morti sia destinato a crescere ulteriormente.

Alluvione tra Nepal e Tibet: soccorsi difficili tra valli isolate e centinaia di turisti dispersi

Sul versante nepalese, le autorità hanno mobilitato unità di emergenza e forze di sicurezza per raggiungere le comunità isolate e le aree più duramente colpite dalle inondazioni himalayane. I soccorritori utilizzano elicotteri per cercare sopravvissuti lungo il corso del fiume e per paracadutare cibo, acqua e medicinali alle migliaia di persone rimaste tagliate fuori dalla rete stradale, distrutta da frane e colate di detriti. La zona interessata è una regione montuosa e impervia che collega Lhasa, in Tibet, alla capitale nepalese Kathmandu, un corridoio noto per i trekking d’alta quota e per i pellegrinaggi verso santuari e monasteri himalayani .

Secondo le autorità, tra i dispersi ci sono centinaia di turisti, guide, lavoratori e pellegrini provenienti da diversi Paesi asiatici ed occidentali; solo in Tibet, nella contea di Gyirong, si contano oltre 550 persone scomparse, di cui più di 250 stranieri. L’evento è descritto come una vera e propria “parete” di fango e roccia che si è abbattuta nel letto del fiume, generando un’onda di piena improvvisa, simile a quelle osservate in altri disastri glaciali dell’arco himalayano. Il numero di persone disperse tra Nepal e Tibet e il carattere internazionale delle vittime rendono l’emergenza una crisi umanitaria su vasta scala, con squadre di soccorso e di monitoraggio inviate anche da Paesi confinanti.

Dal presunto terremoto al crollo del ghiacciaio: la ricostruzione dell’USGS

Nelle ore successive al disastro, il ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal aveva inizialmente indicato un terremoto come possibile causa scatenante di una frana, che avrebbe bloccato il fiume fino alla rottura improvvisa del “tappo” di detriti. L’evento era stato registrato come un sisma di magnitudo 4.4, localizzato a nord di Kathmandu, nei pressi del confine con la Cina. Tuttavia, ulteriori analisi hanno cambiato radicalmente la lettura dell’accaduto. L’Istituto geologico degli Stati Uniti (USGS) ha chiarito che la sequenza di onde sismiche non era dovuta a un vero terremoto tettonico, bensì a un crollo glaciale e una colata di detriti, con una frana di roccia e ghiaccio di magnitudo equivalente 5.2.

Secondo le note tecniche dell’USGS, l’evento sismico “è stato inizialmente segnalato come un terremoto di magnitudo 4.4”, ma l’analisi delle stazioni sismiche vicine, delle onde a lungo periodo e delle immagini satellitari ha portato a stabilire che si è trattato di un crollo di ghiacciaio e della conseguente colata di detriti, e che “non si è verificato alcun terremoto”. Gli esperti parlano di una valanga di roccia e ghiaccio che ha bloccato temporaneamente il corso del fiume, creando un bacino effimero poi collassato, liberando a valle una massa d’acqua e materiale che ha causato “impatti catastrofici” su infrastrutture, villaggi e progetti energetici. In questo quadro, il disastro diventa un caso emblematico dei rischi associati alla destabilizzazione dei ghiacciai himalayani, in un’area già vulnerabile a frane, alluvioni improvvise e alle complesse interazioni tra cambiamenti climatici e ambiente montano.